Primi pani

Nonna e Zia decisero (giustamente), che fare il pane sarebbe stato meglio che comprarlo, per due motivi almeno: il primo, banalmente economico; il secondo di qualità. Infatti il pane comprato alla bottega era una pane “bianco”, di farina raffinata, leggero, e il giorno dopo l’acquisto era immangiabile, se non in qualche zuppa o nel caffelatte.
Dunque cominciarono molto presto a fare pane e pizze nel vecchio forno, vicino agli “stalletti”. Non ricordo come iniziarono con il primo lievito, ma ricordo invece il rito dell’impasto, della formazione di pani, del segno della croce sui pani, del segno della croce davanti alla bocca del forno, di qualche parola a mo’ di preghiera, appena riposta, a fianco, la pala.
Dopo aver impastato una quantità di farina e acqua sufficiente a farne circa 7 o 8 pani Nonna e poi Zia, una volta imparato, li adagiava su un lungo panno di cotone, come un lenzuolo, largo poco più del filone, e con una mossa accurata ripiegava questo panno, in maniera che i pani non si toccassero. Poi tutta la fila di questi pani, messi su una tavola preparata allo scopo, veniva ricoperta da questo panno, in modo da lasciare lievitare i filoni. D’inverno, quando era proprio troppo freddo, questa tavola lunga e stretta veniva lasciata riposare vicino al camino, appoggiandola su due sedie. Normalmente il tepore della cucina era invece sufficiente. Quando l’impasto non poteva dare luogo ad una fila intera, veniva steso su una teglia cosparsa preventivamente di un filo d’olio. E sopra poi si facevano dei piccoli avallamenti sospingendo le dita e lasciando le proprie impronte. Infine olio rosmarino e sale grosso. Che bontà al momento della sfornatura! Un odore dolciastro e caldo si spandeva tutt’intorno! La pizza al rosmarino veniva divorata in pochi minuti dai tre ragazzini affamati che eravamo. Questo pane, anche se fatto con la farina bianca (solo dopo saremmo passati al semi-integrale e all’integrale), era molto più buono e sostanzioso del pane comprato alla bottega. E durava anche una settimana o più. Una volta presa confidenza con il forno (ogni forno ha i suoi tempi di imbiancatura, di reazione, di tenuta), Nonna avviò l’usanza di fare, sotto Pasqua, le rituali pizze salate, e dolci. E po, a ottobre, la pizza bianca con alcuni acini d’uva nera schiacciata sopra, quasi a fine cottura. Una pizza che ho ritrovato solo a Firenze, anni dopo, perdendomi in una viuzza appena fuori dal centro.
Poi abbiamo costruito il forno per il pane, quando demolimmo il vecchio annesso. Lo costruirono Zia e Guerrino, mettendo su un mattone dopo l’altro e facendo anche la camera di cottura in forma di piccola cupola. Un piccolo forno autonomo, tra la casa e il pozzo, alto 2 m a valle e non più di 2,30 a monte, di circa 2 m per 3, in pianta.
Oggi quel piccolo forno rimane, sta. Inutilizzato. Soppiantato da un forno prefabbricato molto più grande, inserito all’interno di un fabbricato strumentale alla conduzione dell’azienda, che comprende anche un piccolo molino, un frantoio, una rimessa attrezzi, ecc. Quel piccolo manufatto di mattoni, due colonne bucate, in cemento armato (quelle che da noi si adoperano per le vigne), travetti di legno e marsigliesi resiste lì, da solo, ormai aggredito anche da qualche erba di troppo e dal melograno che è cresciuto lì vicino. La “cerqua grossa” è caduta, schiantata da una tempesta estiva, ma il forno sta ancora lì: i travetti di legno, della sezione di 5 x 5 cm si sono un po’ inflessi, le colonne si sono un po’ piegate, ma resiste indifferente. E’ diventato quasi un monumento. E’ destinato a cadere da solo: non abbiamo infatti il coraggio di demolirlo. Un monumento nasce anche dalla mancanza di coraggio? Si potrebbe dire che lo teniamo per rispetto. Ma di cosa? Di chi? E quanto durerà questa sopportazione, questo vederlo ruderizzarsi, sopraffatto da rovi, melograno, edera? Tra un po’ dovremo decidere: lasciarlo al suo destino di rovina, oppure conservarlo. Oggi è sospeso tra la l’inerzia e l’apparente apatia. Perché restaurarlo sarebbe possibile, ovviamente. Ma restaurarlo significherebbe cristallizzarlo in un vero e proprio monumento, forse. Formalizzare questa cosa: cresimarla. E questo ci sembra troppo: non può essere un monumento funebre. Forse c’è una sorta di pudore che costringe a adeguarsi al ritmo naturale delle cose. A non enfatizzare: a stare a mezza costa. Il tempo farà il suo corso, il suo lavoro.

Spellarsi

La pastinaca è una pianta erbacea. Quand’è giovane e fresca i maiali ne vanno matti. Le pecore invece non la mangiano, né ho fatto mai caso se le capre la mangiassero, ma mi pare di no. E’ una pianta dall’odore molto forte, che io assimilo al sedano.
Qualcuno la chiama panacea.
La particolarità di questa pianta che allora era molto diffusa intorno alla nostra casa è che è urticante. Almeno per me. Non lo è per tutti. A mia nonna (ovviamente), non dava fastidio. A me devastava. Il problema è che non è urticante come l’ortica: non punge, non si sente quando ci passi attraverso. Anzi la foglia sembra morbida e vellutata, bella verde. E’ solo dopo un po’ di ore che comincia il prurito e vengono delle bolle, delle vesciche, che prudono, bruciano, ecc. Nonna lo aveva detto, e anche zio Claude, ma poiché a loro non faceva effetto, non riuscivamo a visualizzare questa pericolosità. Detto così oggi sembra facile. Io ci ho messo degli anni a scoprirlo e dei buoni decimetri quadrati di pelle. E poi, primo: non sapevamo che laddove il liquido fuoriuscito, lacerando la vescica, si asciugava sulla pelle, avrebbe prodotto nuove vesciche. Secondo: non sapevamo che questo fenomeno si alimentava con i raggi del sole, e con la pelle esposta. Lo avrei saputo solo con internet, facendo delle ricerche. Se si considera che io andavo spesso con i calzoni corti e al massimo una maglietta in mezzo ai campi, si capisce come poteva ridurmi questa cosa.
Il fenomeno era così evidente che il medico che mi visitava per giocare al calcio mi ordinò una pomata da metterci. Ma la pomata non faceva nulla. Avevo già provato da solo anche con l’olio, per lenire il prurito, ma niente.
Il prurito era così forte che mi grattavo fortissimo e poi non resistendo più mi mettevo in una vasca di acqua fredda. L’acqua fredda dava un momentaneo ristoro, ovviamente. Ma una volta passato l’effetto vasocostrittore, il prurito riprendeva più forte di prima.
La prima soluzione che riuscii a dare al problema fu ovviamente evitare (per quanto possibile), il contatto. Ma allora era veramente difficile. Era diffusissima: oggi non c’è quasi più. Qualche volta quindi ero costretto a mettermi pantaloni lunghi e camicie lunghe. Per me un vero inferno. Quando ero giovane, guardavo questi quarantenni cinquantenni sessantenni con i loro jeans e le camicie lunghe e il cappellino e mi sembravano vecchi. Vestirmi così avrebbe voluto confessare pubblicamente che anch’io ero diventato come loro: adulto, e poi subito vecchio. E io non lo volevo. Mi sentivo radicalmente diverso. Non solo non ero vecchio, ma volevo dimostrare che si poteva invecchiare restando con i calzoncini corti e senza camicia. Cosa che si può fare, ovviamente, anche se a costo di qualche grado di sofferenza in più. I miei pantaloni erano di cotone, di velluto, jeans (molto molto raramente): più spesso erano i “bleus”, che mia zia riadattava dalle tute blu (appunto), di mio zio. Le tute erano di cotone extra forte e quindi erano come i jeans. Le camicie invece erano camicie leggere, e penso che non fossero sufficienti a schermarmi completamente dal contatto sulle braccia.
La seconda soluzione fu di fasciarmi fortissimamente con delle bende, il che (l’avrei saputo dopo), funzionava benino soprattutto perché evitava di grattarmi e evitava i raggi del sole. Purtroppo, quando la pustola era matura e si lacerava, il liquido veniva un po’ assorbito dalla benda, ma un po’ rimaneva a contatto con la pelle, e avevo capito che era questione di poco tempo, così che di giorno cercavo di verificare un paio di volte se le vesciche erano bucate o meno. Erano fasciature fatte da me o da Cristina e quindi non professionali: non restavano a lungo, anche a causa dei lavori che facevamo. Quindi la praticai pochissimo tempo.
La terza soluzione fu di grattarmi fino al sangue, togliere la parte di pelle superficiale della vescica, e mettere del sale grosso sulle piaghe. Soluzione drastica e dolorosa, ma che funzionava. Una sorta di “bruciatura”. Il sale all’inizio faceva uscire altro liquido giallastro e poi cristallizzava sulla pelle. Quando si era un po’ asciugato toglievo questa sorta di crosta di sale, lavavo bene e mettevo il sale fino, spingendo con le dita perché aderisse bene alla ferita. Anche questa seconda salatura cristallizzava, ma la lasciavo sulla pelle senza più curarmene. Dopo poco si era formata una ferita come una normale sbucciatura o bruciatura, con una crosta più rossa. E che non produceva più alcun liquido. Piano piano il corpo faceva il suo lavoro, la ferita si rimarginava. Ma dove aveva picchiato la pastinaca subspecie urens i peli non crescevano più: non sarebbero mai più cresciuti. Ho scoperto solo molti anni dopo che la potevamo mangiare, soprattutto le radici.

Il Temposanto

Il Temposanto è quella cosa che porto con me da tanto tempo e a cui non sapevo dare un nome. L’assonanza con il camposanto fa riflettere, e forse non è solo un’assonanza. In effetti, ora che ci penso, il Temposanto è quello che trasforma il cimitero in un camposanto. Nel cimitero infatti non è tanto lo spazio a subire una trasformazione (anche lì c’è molta brutta architettura), quanto invece il Tempo. Chi entra in quel recinto cerca, subisce, attua, realizza, coglie, accetta, una sospensione del tempo, un suo rallentamento. Tutto ciò avviene in maniera quasi spontanea, ed è molto bello vedere queste persone silenziose, pensose, che curano delle pietre, delle immagini, delle frasi, delle date, dei fiori. Ecco, ogni tanto io riesco quasi a ricreare, a richiamare, questa sorta di Tempo, dove ci sono solo cose semplici e immutabili. Certo, deve esserci anche un’occasione particolare, perché questo tempo richiamato, evocato, voluto, si accompagna sempre a un senso di irrealtà, di sospensione. Non sempre arriva quando vorrei, non sempre avviene, accade. Forse è più corretto immaginare che passi, che avvenga, e che a volte io sia pronto per sentirlo, per coglierlo, per tuffarmici. Quando succede è un piccolo miracolo. Un Tempo che prevede un’estasi, o meglio: che implica l’estasi. Un Tempo basato sui tempi delle cose che tornano sempre, su cui si può fare affidamento: il sole che sorge a est, la pioggia che viene solo all’ingiù, la tramontana, che arriva sempre da lì. Un Tempo rituale. Un Tempo che non conosce la parola durata, sviluppo. Un Tempo che lascia tempo. A volte sento proprio il bisogno di questo tempo, che agli altri deve apparire sicuramente improduttivo e quindi perso. Di questo tempo che in qualche modo crea spazio, che si fa culla, che si fa terra nuda. Questo tempo, sempre più prezioso, può chiamarsi solo Temposanto.

Paesaggio italiano n. 47 – Trani

Motorino Benelli (2)


Poi ci fu, come sempre, un’ultima volta, preceduta da un antefatto, che è questo.
Tornando da Uncinano, misi dell’alcol nel serbatoio. Un po’ per fare una prova e un po’ perché il problema del motorino era quello che bisognava dargli da mangiare o meglio da bere (la miscela), e io al solito non avevo soldi. Tornavo dalla spesa al negozio del paese e avevo comprato dell’alcol perché nonna doveva fare delle iniezioni di Voltaren. Lungo il percorso mi venne l’idea di spremere tutto il litro d’alcol nel serbatoio (a nonna avrei detto che al negozio l’alcol non c’era). Il motorino fece circa 3 km in perfetta normalità, poi cominciò a tossire allegramente, poi uscì una fiamma molto lunga dal tubo di scappamento, poi si spense. Tornai spingendo il motorino per 4 km circa, di notte, sulla strada sterrata. Per rimetterlo in sesto dovetti faticare un po’ e spendere un po’ di soldini.
Poi l’addio. Al crepuscolo, un giorno di aprile, andai a controllare le pecore, che non volevano saperne di rientrare all’ovile, decidendo di prendere una strada poco frequentata (allora poco frequentata: oggi è una bellissima strada a schiena d’asino, con ghiaia e con cunette di guardia). Il fanale era quello che era e non vidi una buca davanti a me, un po’ nascosta dall’erba. La buca non era grandissima, ma le ruote della minimoto erano di piccolo diametro (non so: 30-40 cm), e quindi la ruota anteriore ci sprofondò dentro: feci una capriola in avanti, netta come un tuffatore professionista. Solo che il Benelli fece pressappoco la stessa cosa e ricadde sopra a me. Il tubo di scarico mi stava bruciando la gamba e quindi scalciai per togliermelo: cosa che si stava rivelando più difficile del previsto. Non riuscivo proprio a divincolarmi e non riuscivo a capire il motivo di quella difficoltà gestuale apparentemente semplice per un giovanotto di 18 anni. Non riuscivo proprio a capire cosa mi tenesse attaccato al motorino, se una tasca del giaccone o altro. Lo verificai solo tastando in fretta e scalciando, poiché la luce era sempre più scarsa e il tubo di scappamento mi stava sempre bruciando la gamba. Il motivo era questo: la leva del freno si era infilzata nella coscia, al livello dell’inguine. Stavo cercando di uscire nella direzione sbagliata, quella in cui la leva impediva la manovra di uscita. Pensavo che il ferro avesse bucato solo i pantaloni, invece era entrato nella carne per pochi centimetri, come verificai tastando con le mani. Mi divincolai, mi rimisi in piedi e mi abbassai i pantaloni, per vedere. Nonostante la pochissima luce che ormai rimaneva del giorno, constatai che stranamente usciva pochissimo sangue. Il motorino non voleva saperne di ripartire, e la forcella si era tutta disallineata rispetto alla ruota. Tornai a casa spingendo il motorino (un’altra volta), zoppicando il meno possibile: dissi che le pecore non le avevo viste. Andai a lavarmi in bagno e di questa cosa non dissi mai nulla a nessuno. Il giorno dopo rammendai in silenzio il buco dei pantaloni. La storia d’amore con il Benelli era finita.

Monteluco

Monteluco era l’estate interminabile, le lunghe camminate per arrivarci, con mio zio Claude. Salendo ci faceva cantare un ritornello francese: “Un kilometre à pied ça use, ça use les souliers; deux kilometres à pied ça use, ça use ….”. Una canzoncina che non aiutava affatto, e che faceva venire solo una gran sete. Ma a lui piaceva e credo si divertisse a farcela cantare a lungo.
Spesso portavamo con noi un cocomero, comprato il giorno prima. Partivamo molto presto: alle 5, alle 5,30. Una volta arrivati in cima lo mettevamo a bagno nella fontanella proprio all’inizio del bosco. Un’acqua freschissima, allegra, che cancellava in un attimo la fatica fatta per arrivare. Più tardi lo avremmo divorato insieme a qualche panino. Appena finito ci si bagnava tirandoci le bucce del cocomero, o allora rincorrendoci con le pistole a acqua. Piccole pistole che bisognava ricaricare troppo spesso e che, immancabilmente, schizzavano di sghembo un misero filo d’acqua, sicché era inutile prendere la mira. Poi c’era il prato, dove correre dietro al pallone, guardare le prime ragazze, capire il gioco reciproco degli sguardi e dei sorrisi, il rito dei primi approcci: il pallone che inevitabilmente andava a finire nel loro gruppetto, la loro maniera goffa di rendercelo, la nostra maniera goffa di fare qualche complimento.

Poi, però, c’era il bosco. A Monteluco c’era (c’è), un bosco di lecci che ha sempre avuto un grande fascino per me, legato a un non so che di misterioso.
Era sempre pulito, e questo aumentava il senso di ampiezza e di grandiosità. Quel senso di maestoso l’avrei ritrovato solo molti anni dopo, salendo sul Monte Cucco, fermandomi sotto i suoi faggi. Avrei coltivato questo senso di autonomia, di serenità, nel corso del tempo, tornandoci periodicamente, da solo, in una sorta di pellegrinaggio laico, che avrei ripetuto soprattutto in occasione di momenti speciali della mia vita.

Era una cosa solenne e sacra, diversa da quella macchia che avrei conosciuto qualche anno dopo e che si poteva incontrare subito fuori dalla nostra casa in campagna. Una macchia fatta di carpini, ornielli, corbezzoli, ginestre, e qualche roverella. Entrare in quel luogo di grandi lecci, di grandi ombre, senza quasi un sottobosco, voleva dire fare un salto nello spazio e nel tempo. Nello spazio inteso come misura. Gli alberi erano più grandi, gli spazi tra gli alberi erano più grandi, l’ombra era più cupa e verde. Nel tempo perché si intuiva che gli alberi erano lì da molto tempo, da prima che noi arrivassimo, e che sarebbero restati lì anche dopo che noi li avremmo lasciati. Custodisco il suo silenzio come un piccolo tesoro personale. Ci torno ancora, anche d’autunno, anche d’inverno, e ne sono geloso. Come se quel bosco l’avessi capito solo io. Ci sono dei luoghi che ci fanno stare bene, “dei luoghi di potere”, come dice Castaneda, dei luoghi che scegliamo come compagni fidati. Oppure, come mi piace pensare, dei luoghi che ci scelgono, e ci chiamano.

Salvare Adriano: Vallice II


Carla, una delle figlie del proprietario, aveva invitato gli amici della nostra classe a passare un pomeriggio a Vallice.
Un pomeriggio di piena estate, a scuola finita. Una quindicina di giovanotti chiassosi sulla spiaggietta di terra. Tra noi, Adriano, che aveva avuto l’idea di imparare proprio quel giorno, chiedendomi: “Come si nuota a stile libero?”. Glielo spiego: si mette giù la testa, si guarda il fondo, si fanno due bracciate, si gira la testa, si prende aria, si rimette giù la testa e si fanno altre due bracciate e così via. Mimo il movimento. Glielo faccio fare anche a lui dal bordo: tutto funziona perfettamente. Ha un fisico tonico, è giovane, i movimenti da sincronizzare sono semplici. Entriamo in acqua e mi rendo conto che devo averlo spiegato benissimo perché ha messo giù la testa e si è avviato verso il centro del lago come un nuotatore provetto. Io penso: “Tu guarda: Adriano, il mite Adriano, il mitissimo Adriano, come mi ha preso in giro! Sapeva già nuotare, lo stronzo!” E invece, alla quarta ripresa dell’aria, si rende conto di essere arrivato quasi al centro del lago, si gira intorno, va subito nel panico, sbraccia e affonda. Io mi tuffo immediatamente e lo raggiungo quando ha già fatto un paio di volte su e giù sott’acqua. Gli altri continuano i loro giochi: schizzi d’acqua, creme solari, musica alta, coca cola… Appena gli arrivo vicino si aggrappa scompostamente a me, mi graffia e mi tira sotto. Cerco di risalire a prendere aria, ma lui mi tiene sotto, cercando così di avere lui la testa fuori dall’acqua. Realizzo che così rischiamo di morire entrambi. Mi allontano da lui passando dietro e riesco a prendere aria. Mentre io risalgo lui sprofonda di nuovo, si rigira e si aggrappa un’altra volta a me. Lo lascio fare: mi affonda, vado sotto, ma lui è fuori con la testa. Gli blocco le gambe e lo tiro su mentre io resto in apnea. Lui prende aria e piano piano mi avvicino a riva, quasi in un nuoto sincronizzato: io sott’acqua, lui fuori come un sirenetto. Quando finisco l’aria risalgo e cerco di tenerlo ancora su, passando da dietro, per quello che posso. Poi mi allontano un po’, prendo aria anche io e lui mi spinge sotto, di nuovo. Questa volta lo cinturo alla vita, da dietro, con un braccio, e con l’altro mi avvicino a riva, sempre completamente sott’acqua, fin quando il fiato me lo permette. Lo rifaccio un’altra volta e un’altra volta ancora e finalmente tocco il fondo, abbiamo piede. Gli altri amici non si sono accorti quasi di nulla, hanno pensato a uno scherzo tra noi. Ci allontaniamo un po’: lui scoppia a piangere e mi dice che mi sarà riconoscente tutta la vita. Io non so che fare, non so che dire. Mi rendo conto che abbiamo rischiato molto. Adriano smette di piangere, ormai è andata: io guardo il verde smeraldo dell’acqua e mi dico che è comunque bella …

Paesaggio italiano n. 46 – Carsulae (TR)

Vallice 1

Tra i posti che ho amato moltissimo c’era Vallice.
Vallice era un luogo magico, frutto di un’intuizione fantastica di un uomo buono: Amerigo C. Aveva comprato questa piccola casa tra le colline che dividono Spoleto da Terni, in prossimità di Giuncano, e nell’insenatura più profonda aveva realizzato uno sbarramento e dunque si era formato un laghetto. Acqua purissima e freschissima, che confluiva dai campi e dai boschi lì intorno.
A Vallice ho fatto il bagno l’8 aprile del 1985. Era il Lunedì di Pasqua. Giornate bellissime. Ho preso l’Alfasud verso le 11: vi ho caricato le pinne la maschera un tubo di gomma lungo circa 5 m un po’ di filo di ferro dolce, un paio di pinze.
Sono andato a Vallice. Non c’era nessuno. Ho trovato un ramo piuttosto grande già segato. Ho legato il tubo di 5 m al ramo da una parte e l’altra estremità del tubo al boccaglio della maschera. Ho buttato tutto il sistema in acqua, mi sono seduto ho messo le pinne e mi sono tuffato. L’acqua era gelata e per un momento ho pensato che avevo fatto una cazzata gigantesca. L’acqua era talmente fredda che mi sembrava che il petto non riuscisse fisicamente ad ampliarsi e quindi ospitare l’aria. Non so come, ma ho superato questo momento e ho cominciato a nuotare sottacqua con qualche difficoltà, poiché comunque il corpo tendeva a tornare su e quindi dovevo sempre puntare con la testa verso il basso. L’inerzia del tronco era molto più alta della mia battuta di gambe e quindi il boccaglio tendeva a storcersi e fare entrare l’acqua. Quindi una volta sono dovuto risalire rimettermi maschera e boccaglio un po’ più correttamente e poi sono partito di nuovo sotto questa volta muovendomi più piano verso il fondo, sui 4 5 m di profondità Un paesaggio un po’ deludente fatto di pini e roverelle abbattute dal bulldozer e ormai completamente sommerse dall’acqua. Un fondale che era tutta l’argilla che era lì intorno. Quindi verde di qualche alga e grigio chiaro della terra. In ogni caso ho fatto un bel giretto. Quando sono tornato su ero bianco su tutto il corpo. Mi sono sdraiato sulla spiaggetta di argilla dopo essermi asciugato con l’asciugamano. Poco dopo sono diventato rosso e ho cominciato a sudare ovunque: dal petto, dalla schiena, dalle cosce, dalle braccia, dal viso. E’ durato una decina di minuti. Mi sono rimesso la camicia leggera i pantaloni e sono andato a Spoleto, con il finestrino aperto, piano piano, gustandomi già il ricordo di quello che avevo fatto.

Frammenti di un discorso dubitoso

Decidere non è mai semplice. Decidere è tagliare: escludere. Ma io credo che si possa dire anche il contrario. Decidere è abbastanza semplice, quando noi allineiamo cuore e cervello. Noi generalmente sappiamo in pochi minuti qual è la scelta giusta. E’ che altrettanto spesso ci fermiamo di fronte alla difficoltà di dover comunicare agli altri la nostra scelta. Noi sappiamo cosa dobbiamo fare: non sappiamo come dirlo agli altri. Se fossimo su un’isola deserta tutte le nostre scelte, tutte le nostre decisioni sarebbero emotivamente molto semplici e lineari, fluide. Decido, agisco. Non devo rendere conto a nessuno (si dice così). Ma a chi devo rendere conto? A chi scelgo di rendere conto, perché sì: scegliamo anche il pubblico a cui rendiamo conto. In prima istanza abbiamo spesso la nostra coscienza, poi i familiari, gli amici, i maestri che ci siamo scelti, i mentori … Ognuno si costruisce il proprio pubblico e la conseguente gerarchia.
Decidere è cambiare. Se non ci fosse bisogno di cambiare non ci sarebbe bisogno di decidere.
Spesso rimaniamo vittime di un nostro dilemma: da un lato comportarci come abbiamo sempre fatto; dall’altro decidere e cambiare.
La decisione è dunque spessissimo frutto e conseguenza di un cambio di idea, di una nuova valutazione delle cose, di una rinnovata visione del contesto.
Rimanere in quello che abbiamo sempre detto e sempre fatto è più semplice. E’ più comodo.
Il dilemma è questo: decido (e quindi cambio), oppure mantengo la mia idea? E questo dilemma si presenta perché sono cambiate le condizioni al contorno, è cambiato il contesto, sono cambiate le persone che avevo intorno. Forse ho valutato male fin dall’inizio queste persone, ma per quello che voglio tratteggiare qui non fa molta differenza se il mondo è oggettivamente cambiato o è cambiata la mia idea sul mondo. Vedo le cose in maniera diversa. Che devo fare? Cambio idea o mi mantengo fermo su quello che avevo già deciso? Se cambio idea non metto in discussione anche la mia identità? Se cambio idea non diventerò, agli occhi degli altri, inaffidabile? Ma agli occhi di chi? Chi è il soggetto che mi guarda e mi giudica? Chi sono i soggetti che mi giudicano? Chi sono i soggetti di cui mi interessa il giudizio? Questo è il punto, perché se è chiaro il soggetto a cui devo rispondere, allora tutte le cose vanno a posto. Devo rispondere a una sola persona? O devo rispondere a più persone? E devo rispondere sulla base di una considerazione fatta nel passato o devo rispondere sulla base di quello che so oggi? Ma se il mondo è cambiato e io tengo fede a una valutazione fatta tempo addietro, non divento inaffidabile verso il pubblico più importante, e cioè verso me stesso?
Altro punto è come dire all’altro che il mio pensiero è cambiato. Questa è la difficoltà. Confessare a se stessi e all’altro di vedere il mondo in maniera diversa. Dire all’altro che è lui ad essere cambiato, forse più di me. Il mondo è cambiato, i fatti sono cambiati, i comportamenti sono cambiati. Ho visto cose che prima non avevo visto, non avevo capito. E allora la mia “colpa” è stata quella di sottovalutare i primi segnali di cambiamento. La mia “colpa” è stata quella di essere indulgente, tollerante, ingenuo, speranzoso. Ho sperato di sbagliarmi, ho sperato che quel tuo piccolo tic, quella tua battuta fosse un lapsus insignificante. E quella battuta, quella frase, quell’allusione, è passata senza colpo ferire, e ha concesso a un’altra piccola battuta di stratificarsi, a un’altra idiosincrasia di essere tollerata, e così via. Così via fino a oggi, quell’oggi in cui mi sento messo in una trappola che ho costruito da solo. Per non rompere questa trappola, allora devo dire che è bellissima, che è una bellissima casa. Per paura di essere preso anche per un co….ne decido che la cosa migliore da fare è passare una mano di doratura su questa bellissima trappola. La doratura della coerenza per consolidare il mio castello di cartapesta.