Charlie

Una riflessione si impone, a seguito dei fatti del 7 gennaio a Parigi e delle azioni di Boko Haram in Africa. Una riflessione che non vuole essere di appoggio o contro una particolare fazione politica. Una riflessione che cerco di fare per cercare di capire. Una riflessione rapsodica, non esaustiva, non sistematica,  che forse riflette il pensiero anche di qualcun altro e che avrebbe bisogno di una sintesi politica “alta”.
E’ evidente che dobbiamo tracciare una diversità tra noi e gli attentatori. A me pare il punto di partenza: se non conveniamo su questo è inutile andare avanti. Faccio anche un’altra concessione allo spirito di indagine, di ricerca: di preciso non so chi siano “loro”. Non so di preciso che parte politica abbiano, che disegno strategico abbiano, non so se credano veramente in Allah o meno. Quello che so è che io sono diverso. Sono diverso perché tengo a dei valori che ho scelto e che  continuo a scegliere ogni giorno. Un valore è quello della libertà d’opinione. Io vorrei poter esprimere la mia opinione e vorrei che tutti potessero esprimere la loro, senza paura di essere uccisi per questo. Se tu non sei disposto ad accettare questo valore, siamo diversi: cominciamo ad essere diversi.
Un altro valore è quello della reciprocità.  Siamo diversi perché sostengo e difendo un valore che si chiama rispetto reciproco: una derivazione dell’égalité illuministica. In Europa siamo soliti appendere un crocifisso nelle aule scolastiche. Devo toglierlo perché può offendere chi non crede in Cristo (una minoranza)? Bene: ci sarà pure una minoranza cattolica nei paesi arabi: io pretendo che si tolga voce al muezzin, allora, poiché il suo canto può offendere chi non crede in Allah. Adesso qualcuno si alza e mi dice che sono un provocatore. E io rispondo sempre che se chi rivela le cose con semplicità è un provocatore, allora sono un provocatore. Chiunque dica “Il Re è nudo” di fronte alla evidente nudità del Re è un provocatore: sta bene. Io non sono cattolico, ma mi sembrerebbe una bella operazione di par condicio. Aspetto comunque una risposta ragionevole: perché non si può fare? Perché non si può nemmeno dire?
Non continuo con gli esempi perché, come diceva Benedetto Croce, sono troppo facili.
I fatti di Parigi  dicono che questi tizi sono entrati nella sede del giornale e hanno sparato per vendicare il profeta.  Finché qualcuno non smentisce queste cose, i fatti dicono questo.
Considero l’ironia un fatto positivo, la satira un diritto, un valore da difendere. Posso capire che per alcuni sbeffeggiare il loro Dio è come distruggere i massimi monumenti per noi. Ma anche nel caso di monumenti, noi al massimo arriviamo a calcolare un “danno ambientale” e non uccidiamo più nessuno. Considero questo un fatto positivo, una conquista di civiltà. Preferisco vivere in questa civiltà, piuttosto che in una in cui si uccide perché ho dissacrato un monumento (cartaceo che sia). Torno a dire che posso capire chi non sopporta questa “iconoclastia”. E per questo torno a dire che siamo diversi. Io non voglio rinunciare a questa conquista di civiltà. Io voglio poter essere blasfemo.
Credo che dare alla donna lo stesso grado di libertà che si riconosce all’uomo sia una conquista di civiltà e non vi voglio rinunciare. Preferisco vedere una donna nuda su Playboy (anche mercificata, sì, anche il modello delle “veline”, sì), piuttosto che una donna mascherata e presa a bastonate da marito e padre perché ha violato non so quale norma di condotta civile. Preferisco vedere una sedicenne Lolita piuttosto che una sedicenne uccisa in piazza con blocchi di cemento e pneumatici di camion. E non mi importa se quelli che gridano (facendo tutto questo e riprendendolo col telefonino) “Allah è grande” facciano questo in conformità alla loro legge sacra, alla loro religione. Io non voglio che si faccia questo a una sedicenne. Punto. Se tu vuoi continuare a farlo, liberissimo di farlo (purtroppo), ma non a casa mia, non nel mio nome. Siamo sempre più diversi.
Un altro valore che voglio difendere e a cui non voglio rinunciare è la tolleranza. La tolleranza non è accondiscendenza.
Io tollero che le “Femen” si infilino il crocifisso dove meglio credono: non le uccido per questo. A me non piace lo spettacolo, ma considero un fatto positivo che lo possano immaginare e lo possano fare senza aver paura di morire.  Possiamo immaginare altrettanto nei paesi musulmani? C’è un’ermeneutica “liberale” del Corano che consente questo?
Io sono disposto a riconoscere l’altro, anche in quanto diverso. Se vuoi venire a pranzo a casa mia sei il benvenuto: sappi che si mangia il maiale. Per una volta potrò usare la cortesia di non portarlo in tavola. Per il resto dell’anno non puoi essere tu a decidere il mio menu. Mi sembra una norma di condotta ragionevole: sono un provocatore?
La diversità non è una brutta cosa, se essa serve a convivere in pace e giustizia. Se per eliminare la diversità io devo eliminare la giustizia e tutti gli altri valori a cui tengo, sto facendo la cosa sbagliata. L’integrazione non è necessariamente un valore positivo, se questo non è fondato sulla reciprocità, sul riconoscimento della pari dignità, sulla condivisione dei valori. Per integrare gli inglesi non consentiamo ad essi di guidare a sinistra. La convivenza pacifica non presuppone l’integrazione.
Forse qualcuno mi insulterà per questo, ma credo che il valore ultimo da preservare non sia la pace. Il valore ultimo è la giustizia. La pace, intesa come assenza di guerra, può includere teoricamente anche la schiavitù, o la discriminazione. L’Iran, al suo interno, è in pace. La Cina è in pace: non c’è una guerra civile. Quel tipo di pace non mi interessa. La giustizia contempla la pace: l’inverso non è sempre vero. La giustizia non è perfetta. La nostra giustizia è terrena (ed è anche questo un valore da difendere). Ci siamo affrancati da una giustizia divina e dagli interpreti di questa giustizia. La nostra giustizia deriva da un accordo civile tra uomini, e non è l’espressione di un Dio trascendente. La giustizia presuppone la pace, la ricerca, la persegue. La pace chiede solo che le armi da fuoco tacciano. Mi sembra un obiettivo più “debole” rispetto alla giustizia. Alla pace a volte si arriva perché uno dei due si arrende. Non è una bella cosa: è solo il risultato di una constatazione delle forze in gioco. E’ solo la fine di una forma violenta di conflitto perché una parte non può più sostenerla: non vedo cosa ci sia di onorevole, di buono, in questo.
Ultimo spunto di riflessione: Islam moderato. Il convitato di pietra in tutto questo è il cosiddetto islam moderato. Un silenzio assordante. Si obietta da più parti che questi tizi di Parigi non sono dei veri musulmani: sono dei terroristi. Mi sia consentito avanzare qualche dubbio su questo terrorismo che non chiede soldi, non chiede liberazioni di prigionieri “politici”, non rivendica teorie politiche particolari. L’unica cosa che ripetono è che Allah è grande e che fanno parte di Al Qaeda. Un terrorismo che annienta interi paesi in Africa. Queste cose prima si chiamavano guerre, genocidi, ecc., ma se si vuole chiamarle azioni terroristiche non sarò io a formalizzarmi sul termine che gli si vuole dare.  O questo islam moderato ha in sé la forza di espellere questi estremisti o allora dimostra di essere non dico complice, ma tollerante sì. In fondo il lavoro sporco lo fa la parte estremista (integralista) ed è abbastanza facile smarcarsi da questa quando succedono fatti troppo truculenti. O l’Islam moderato ha la capacità di fermare questi estremisti o noi dobbiamo averla. E’ vero: non tutti i musulmani sono estremisti, forse chi è morto era musulmano anch’esso. I fatti sono tuttavia ostinati, e dicono sempre le stesse cose: coloro che hanno sparato dicevano che Allah è grande e dicevano di farlo per vendicare il loro Dio. Dobbiamo capire chi è d’accordo con questi soggetti e chi non è d’accordo. Le foto e i video che ognuno può guardare su Youtube mostrano una folla di persone ansiose di lanciare la prima pietra su donne incappucciate, ansiose di riprendere tutto con il telefonino, ansiose di riprendere i propri figli con un mitra in mano. E a me questa folla non sembra costretta da nessuno a questi gesti: sono tutti estremisti? Tutti integralisti?
O l’Islam moderato ci dice con chiarezza, forza, determinazione, costanza, ripetutamente, che la donna è uguale all’uomo, che l’adulterio non va punito con la morte, che la poesia d’amore è concessa, che la satira è possibile, o allora, semplicemente, come dice un arabo su twitter, l’islam moderato è quello che ti lapida con pietre più piccole. Che a me non interessa integrare.

Idee varie

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Disegni su schizzi di Gian Carlo Leoncilli Massi per la Farmacia Amici a Spoleto
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Disegni su schizzi di Gian Carlo Leoncilli Massi per la Farmacia Amici a Spoleto

 

La carne

La carne
Io sono vegetariano dal 13/07/1983. Non mangio dunque carne da allora, se non rompendo una volta l’anno la regola che mi sono dato. E non mangio nemmeno il pesce, anticipando la domanda che più di uno mi ha fatto. Il pesce è carne che vive sott’acqua, come rispondo. Anche perché andando avanti con queste distinzioni un po’ ingenue si potrebbero escludere gli uccelli, gli anfibi, i rettili, ecc. Dunque la carne è carne.
Perché sono diventato vegetariano? Perché avevo allevato una piccola capretta nata da un parto trigemino e la madre l’aveva abbandonata. Una piccola capretta bianca, Sannen, tipo Heidi, sì. Ma la campagna è dura e noi la mia famiglia, noi, allevavamo animali da cortile galline, maiali, pecore, conigli, piccioni, anatre, per mangiarli, alla fine. Io stesso ho ucciso tanti di quegli animali … Ed ho continuato, per pietà, anche dopo essere diventato vegetariano. Sì, perché molti animali venivano uccisi da mia nonna che però a causa dell’anzianità e dell’artrosi deformante non riusciva più a dare una morte dignitosa a questi poveri animali, che alla fine subivano amputazioni, colpi e tagli vari. Dunque i piccoli animali da cortile li uccidevo io. Aiutavo ad uccidere il maiale, che in campagna è sempre un evento. Ora, l’urlo degli animali che si sentono in trappola e che forse sentono che vanno a morire è sempre impressionante. Ma il belato di un agnello di 40 giorni è duro da dimenticare. Il belato di un capretto è insostenibile. Tra l’altro la capra non bela, ma “maggia” ed effettivamente il suo verso è diverso da quello dell’agnello.  Il capretto chiama ed il suo richiamo è “mamma”. È un bambino che chiama la mamma. Non è una metafora: chi non lo ha sentito probabilmente non lo capisce.
La mia capretta, allevata con il biberon a latte artificiale, diventata un cucciolo più domestico e simpatico di un cane, è morta chiamando “mamma”, schiumando il proprio sangue dalla gola tagliata da un piccolo coltello. L’ho guardata morire, l’ho tenuta ferma con le mani, per farla morire: questa è la scena. Leggevo già Gandhi, Steiner, Krishnamurti, ecc.: mi è parso che fosse giunto il momento di smettere di mangiare la carne. A fronte delle previsioni catastrofistiche dei miei amici, sono ancora qui. Dal punto di vista nutritivo mi sembra evidente che avessero torto. Ma non c’ alcun piacere nel dire questo: la mia fu una scelta inconsapevole, “al buio”, e non pretendeva di dimostrare nessuna verità scientifica.
È da poco passata la Pasqua, e sui social network sono stai visti video e commenti contro l’uccisione degli agnelli o dei vitelli, scandalizzandosi di fronte alle modalità con cui si uccidono gli animali. Che sono i modi ordinari che si usano in tutto il mondo. Sono stupito di questo stupore. Ci si aspettava che gli agnelli svenissero da soli alla vista del macellaio? Che alle mucche facessero prima un’iniezione di morfina? Che la morte non comportasse dolore, sangue, merda, puzza, organizzazione, fatica, bestemmie, errori, sofferenza, agonia?
C’è il dolore della morte, è ovvio. Ma c’è anche il dolore della cattività dell’allevamento. Bisogna considerarla perché pesa, in un bilancio del dolore, se si potesse fare un bilancio simile. Gli allevamenti di galline ovaiole, di maiali, sono inumani e crudeli forse più della morte. Una bella morte è forse preferibile ad una intera vita in gabbia. Chiedete ad un uomo sotto tortura  se non preferirebbe un bel taglio della testa: io credo di sì. E credo che valga anche per gli animali. E per un animale avere lo spazio appena sufficiente per girarsi credo sia una tortura. Guardate come vengono allevate scrofe e maialini da latte, con la scrofa che può piegarsi solo su un lato. Galline che non sanno camminare, oche obbligate a mangiare per ottenere un bon foie gras.
Ecco allora che l’uccisione di animali da cortile, vissuti nella fattoria in condizioni discrete, in una cattività che non è nemmeno una cattività (conigli e galline e piccioni, per esempio girano nell’aia), mi appare molto più ragionevole. L’animale ha in fondo vissuto abbastanza bene, anche grazie al nostro cibo, ed ora gli tocca morire. Morire in pochi istanti. Morire come sarebbe morto in natura, braccato dai suoi predatori.
Anche la questione della caccia va rivista integralmente, se caccio per mangiare quello che caccio. Certo, c’è un’asimmetria ineliminabile tra la potenza di fuoco di un moderno cacciatore con fucile ed un animale solitario e spaventato. Non so come risolverla: non credo che i cacciatori vorrebbero tornare indietro e cacciare con lance e frecce, ristabilendo una sorta di equilibrio. E’ un’ingiustizia, che solo la coscienza del singolo cacciatore può risolvere, in una sorta di moderazione dei propri appetiti. Io non mangerei i passerotti, per esempio, ma anche questa è una questione che non può essere posta ragionevolmente sul tavolo, se si ammette l’esercizio della caccia. Il cacciatore sembra alla fine quello che ha più diritto a mangiare e utilizzare l’animale ucciso. Certo, vi sono pratiche degeneri: il bracconaggio, le reti, le trappole, ecc. E le consideriamo degeneri in virtù del discorso che facevo prima sulla sofferenza: meglio morire subito o morire di stenti preso in una rete? Meglio morire subito o morire poco a poco con una gamba nella tagliola? E poi c’è una questione che ha sempre dato fastidio e che riguarda coloro che mangiano tranquillamente la carne, ma che si rifiutano di uccidere con le loro mani un animale. O che si rifiutano di pulirlo, di sviscerarlo. Pur essendo vegetariano ho sempre sentito come legittima la posizione di chi mangiava carne essendo capace di uccidere con le proprie mani. Mi sembrava e mi sembra tuttora che questa posizione rimetta un po’ in equilibrio le posizioni, che riconosce l’uomo come uno dei predatori del pianeta.
Poi c’è la questione della pelle, come dice Stefano Di Michele in un recente saggio. Perché uccidiamo gli animali e ne usiamo anche la pelle. Del maiale, come si diceva in campagna, non si butta nulla. Ora: quando l’animale è ucciso è bene che se ne usi ogni parte, a mio avviso. Mi sembra che così facendo si dimostri quanto dipendiamo da lui, quanto sia importante. Certo, uccidere animali solo per la pelle è un’idea che a prima vista non può piacere. La barbarie di certe randellate su cuccioli di foca, per restare all’attualità, non può piacere. Ma dal punto di vista dell’animale non è che faccia molta differenza. L’idea ripugna perché immaginiamo che ci possano essere altri modi di vestirsi, più “ecologici”, che comportino minor sofferenza. Ma la stessa cosa si può dire per l’alimentazione, e io ne sono la prova vivente, insieme a qualche altro milione di persone. Anche questa posizione è  intellettualmente debole, in definitiva.
Poi c’è la questione della dimensione. Sì perché la posizione di chi non mangia carne per non uccidere gli animali, come me, è legata alla dimensione percepibile degli animali. Non uccido un agnello, ma un ragno sì, una zanzara sì. Dov’è il limite? Posso uccidere una lucertola? Un topo? Una vipera? Non sono questioni banali, se inquadrate in una logica di principio e se il principio è: non uccidere animali. Ma la mia semplice esistenza quotidiana comporta l’eliminazione di tanta altra vita. La stessa cottura del cibo è fatta (anche), per eliminare altra vita: batteri, germi, ecc. Ma basta camminare o andare in auto, per eliminare una quantità sterminata di vita: formiche, moscerini, cavallette. Basta che io mi lavi la mattina per eliminare altra vita.
E dunque bisogna essere intellettualmente onesti e dire che si è vegetariani e che non si uccidono animali sotto una certa soglia fissata discrezionalmente. Una soglia che non ci disturba perché non ha voce: non bela. Ecco perché (anche), non sono stato mai un integralista, un talebano del vegetarianesimo: perché mi sembra una posizione epistemologicamente comunque debole. La mia (la nostra) è una posizione come un’altra, che non consente di fare prediche dall’alto di una posizione etica diversa, più “pura”. Meglio essere più modesti e dire che si è vegetariani solo per questioni nutrizionistiche: penso che la carne sia un alimento insano, tutto qui. Una posizione legittima, e che permette di conciliare vari aspetti.
L’essere vegetariani non rende più intelligenti o più buoni (si dice che anche Hitler lo fosse), e quindi non c’è nessun insegnamento da trasmettere. Ci sono dei presupposti, forse, che dovrebbero valere in ogni caso. La nostra vita comporta inevitabilmente la fine di altra vita, di tanta altra vita. Ma in ogni piccola vita c’è un valore  e bisognerebbe esserne consapevoli. Se è vero che “Mors omnia aequat”, è ancor più vero il contrario: che la vita ci rende tutti uguali.

Traccia della lezione del 25 ottobre 2012

Il Danteum di Leoncilli*

Ringrazio il prof. Paolo Belardi per avermi chiamato a fare questa lezione. Dovrei essere abituato a parlare in pubblico. Nonostante tutto, sono emozionato. Ci sono degli amici laureati da tempo e più bravi di me, che mi fanno il gesto di grande gentilezza, di grande cortesia, di venirmi a sentire. E poi parlare di Leoncilli è sempre emozionante, dato che è stato per me come un padre.

Questa lezione ha anche una sfumatura di commemorazione, se me lo consentite.  Certo, potrei raccontarvi una miriade di aneddoti personali su Leoncilli ed il suo carattere: magari lo farò, a fine corso, davanti a un buon vino. Oggi no, mi sembrerebbe di rendergli poco onore. Credo che il miglior modo di commemorare Leoncilli sia quello di rilanciare idee che egli ci ha trasmesso o che ha cercato di trasmettere, orizzonti che ci ha lasciato intravvedere.

Vi dico subito che ho poche immagini. Anche questo deriva da un suo insegnamento. Con lui vi erano intere lezioni basate solo sull’approfondimento di alcuni concetti, domande, interlocuzioni con gli studenti. Se aveva bisogno di illustrare qualcosa poteva andare alla lavagna o chiamare il suo pupillo, Andrea Ricci, che avrebbe disegnato in due minuti delle prospettive e delle assonometrie complesse. Non ha mai fatto lezione proiettando sue opere.

Un’ultima premessa, prima di affrontare i temi veri e propri della lezione.  E riguarda l’evento tenutosi ad Assisi con il Cardinale Ravasi, Ermanno Olmi, Giorgio Napolitano ed altri, che vi invito ad ascoltare su internet, perché ne vale la pena. Ha cambiato le mie opinioni sulle cose. Ed ho riorganizzato un po’ la mia comunicazione sulla base di quelle convinzioni che man mano che Ravasi e Olmi parlavano, si andavano a ricostruire.

Beh, ad un certo punto Ermanno Olmi, con la sua voce molto flebile, con poche parole, con semplicità risponde ad una domanda molto difficile dell’intervistatore. La domanda è questa: “In questo momento di profonda crisi, che cosa si può fare, qual è il messaggio che può lanciare ai giovani, qual è la giusta azione da fare?”. Perché voi siete giovani e forse non ve ne rendete del tutto conto, com’è giusto che sia, ma è una crisi che sta sconvolgendo tutto, io dico le istituzioni e la cultura prima di tutto.

La risposta di Olmi: “Dire la verità, anche a costo di pagarla cara. Dire sempre la verità, anche quando è scomoda.”

Ecco, la frase di Olmi ha risuonato in me profondamente, come un basso continuo. La frase ha cambiato in parte anche questa lezione.

Anche Leoncilli diceva sempre la verità, ed ha pagato molto caro questa sua esigenza.

Ed io? L’ho sempre detta? Sarei stato in grado di mantenere questo standard? Per questa lezione, che cosa significava dire la verità? La verità per noi è ovviamente l’onestà intellettuale: non mi interessa la verità di chi vuol diventare santo.

La verità è che l’invito di Paolo Belardi soddisfaceva il mio ego: sono comunque invitato da un professore a parlare in un’aula universitaria, lo posso mettere nel curriculum,  forse non sono ancora da buttare via, me ne posso vantare, ecc. Le debolezze umane, insomma. Dall’altra parte sono stato molto tentato di declinare l’offerta perché ho sempre pensato, e penso, che chi parla dovrebbe avere l’autorevolezza, prima che l’autorità, per farlo. E, onestamente, quale autorevolezza avevo, io? E che tipo di autorevolezza deve avere un architetto? In prima istanza, l’autorevolezza delle cose costruite o almeno progettate. Anche Purini o lo stesso Rossi, prima di arrivare al momento clou della costruzione, hanno faticato non poco. Ma avevano comunque progettato molto. Paolo sa invece che non ho costruito nulla di importante, di significativo. Cosa avrei potuto dirvi, onestamente? Qui ci sono, a parte Paolo, altri giovani (Andrea Dragoni, Alessandro Bulletti), che hanno costruito cose molto belle, anche premiate, che io stesso ho lodato in pubblico, e che quindi hanno molta più autorevolezza di me, sotto questo profilo.

Benché io mi ritenga un discreto architetto, non posso dimostrarlo. Quindi Paolo Belardi si prende il rischio di chiedervi un piccolo atto di fede.

Ma ragionando ancora sull’autorevolezza, mi pare di poter dire che, dal De Re Aedificatoria in poi, l’architetto esercita la sua professione anche su un altro versante, con altri mezzi. Un altro profilo che regala autorevolezza è la critica, il pensiero intellettuale, l’investigazione sull’architettura. Ecco, lì mi sento più a mio agio perché è un territorio che bene o male ho frequentato, che mi piace, per il quale posso dimostrare qualcosa (i titoli, come diceva il professore). Questo aspetto implica però una cosa: che si dia un valore positivo alla critica d’architettura nella sua migliore accezione, alla cultura architettonica. Le poche significative parole di Paolo Belardi di lunedì scorso mi hanno rincuorato e rassicurato. Vado a memoria, ma egli diceva che il suo corso dà importanza alla cultura, che aveva scelto noi perché ci riteneva persone colte. E lo ringrazio di riportare, ancora una volta, in un corso di progettazione digitale, il fattore cultura come argomento importante. Con questa rassicurazione posso dunque inoltrarmi nella “selva”.

Affronterò tre temi: la teoria dell’architettura, il tempo, la composizione. Li affronto in maniera incompleta. Preferisco però aprire nuove finestre, farvi intravvedere nuovi orizzonti da scoprire, piuttosto che esaurire (semmai fosse possibile), un solo tema.

Io credo che sia importante una teoria dell’architettura: ribadisco l’importanza della teoria.

Che cosa intendo per teoria? Scrivere libri? No, non necessariamente. Per teoria intendo la necessità intima di interrogarsi e di darsi delle risposte su alcuni elementi basilari dell’architettura, senza i quali, a mio avviso, l’architettura rischia di essere un gioco troppo semplice. La teoria ha bisogno di essere necessariamente scritta? No: vedremo poi che i miei amici Andrea, Ada, Gerardo, Giovanni scrivevano poco e disegnavano molto, schizzavano molto. Ognuno trova il proprio mix di strumenti. Il significato etimologico di teoria è anche osservare uno spettacolo, una processione, un corteo. Da qui deriva anche il significato che normalmente gli diamo: mettere le cose in fila, ben ordinate, secondo uno schema. La teoria è ovviamente cultura.

C’è uno psicologo della Gestalt tedesca che dice, variando una frase di Leonardo: “Non c’è nulla di più pratico di una buona teoria”. E’ verissimo. A cui ne aggiungo un’altra: “E’ impossibile non avere una teoria”. La conferma ve la do subito. Quando si dice: “Ho il terrore del foglio bianco”, in realtà si sta dicendo “Non ho una teoria, non ho una teoria forte”. Avete forse una tante idee, ma nessuna in fila, nessun ordine: nessuna gerarchia. Ed allora la differenza tra voi ed un altro la fa la teoria, le idee che avete sull’architettura.

Quali sono questi elementi minimi su cui dovete per forza ragionare? Parto dai primi: che cos’è un angolo in architettura, che cos’è un attacco a terra, un attacco al cielo, che cos’è una cornice, che cos’è un muro per arrivare a quelli più astratti: chi è il mio committente, come declino il suo programma oggi, quanto vi devo aderire, ecc.

Se non vi interrogate su questi elementi non credo che diverrete buoni architetti. Ed interrogarsi significa anche andare a vedere come hanno fatto gli altri, i grandi architetti, prima di voi. Significa aprire gli occhi. Significa fare quel rilievo poietico, di cui parlo nel mio libro sulle proporzioni. Giorgio Grassi dice di interrogare i monumenti.

Avere una teoria significa anche avere degli strumenti di pensiero per valutare ciò che vi viene detto da altri o in lezioni come queste, dalle riviste, da internet. Per esempio, avere qualche idea con cui confrontare le cose dette da Attilio Terragni a Foligno. Lo so, non era una vera e propria lezione, non era preparata, tuttavia proprio la scioltezza con cui ha toccato punti importanti mi dà l’occasione per criticarlo, anche perché molti architetti di successo pensano come lui. Con onestà intellettuale, senza polemica personale. Se non fosse per il fatto che eravamo lì e molti di voi erano lì potremmo anche dimenticare il nome, visto che le cose dette sono piuttosto comuni oggi. Beh, non è possibile che il rapporto con la storia si esaurisca nel fare un taglio al mio edificio in modo tale che inquadri una porzione dell’edificio storico che gli sta di fronte. Non può essere così, non deve essere così!

O il corto circuito che lui fa tra trasparenza (vetro) e democrazia. Ma vi pare possibile che il problema della nostra decadenza morale si possa risolvere con edifici trasparenti? A parte i precedenti storici e culturali che dimostra di ignorare, vi pare possibile ridurre tutto a cose così? Basterebbe il Palazzo di vetro dell’ONU per risolvere i problemi del mondo. E il cenno sull’architettura di successo? Anch’io sono d’accordo sulla necessità di un’architettura di successo: basta mettersi d’accordo, anche qui sul tempo. La piazza del Bernini davanti a San Pietro è una piazza di successo da 4 secoli. E fare un’architettura di successo per l’oggi è stato sempre facile: basta dare alla gente quello che la gente vuole ora, in presa diretta. Ma cosa pensate che voglia la gente, la stessa gente che guarda Uomini e nonne, la stessa gente che ha eletto Fiorito, Lusi, Scajola, la gente che va a vedere il Mulino Bianco e dimentica l’abbazia lì vicino? Pensate che Casa del Fascio sia stata un’opera che ha ricevuto subito un successo di pubblico così facile? Insomma quello che vuole la maggior parte della gente, che siamo anche noi. Ecco allora la differenza tra un compositore ed un progettista. Il compositore è un intellettuale colto, critico, attento, che si dà un committente più esigente, che pone una distanza tra sé e la committenza, tra sé ed il programma, che mette in dubbio il proprio ruolo rispetto alla società odierna.

Domenica 21 ottobre è comparso sull’inserto Lettura del Corriere della Sera una risposta di Gregotti ad una nota di Luca Molinari. Dice delle cose interessanti e le dice meglio di quanto probabilmente posso fare io, quindi permettetemi di riportarlo qui.

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Torniamo ad Attilio Terragni: alla domanda di Paolo se avesse un suggerimento per il vostro progetto, la sua risposta (la sua teoria), è che non c’è bisogno in fondo di nessuna teoria: basta andare lì e mettersi a disegnare, e provare. Ma non può essere così! Su Il Sole 24 Ore (l’inserto domenicale), di circa un mese fa è uscita la recensione di un libro sulla creatività. Il libro, per ora in edizione inglese, sintetizza anche i risultati di una ricerca a lungo termine condotta in America, dalla quale si deduce che per avere dei risultati innovativi (delle idee), basta impegnarsi su quell’argomento dalle 5.000 alle 10.000 ore. Il che equivale ad un impegno cerebrale continuativo di 5/10 anni. Ciò che traduce il pensiero di Edison, credo: “Il genio è 95% traspirazione ed il 5% ispirazione”.

L’architettura è una cosa seria: non può essere assimilata in tutto e per tutto all’arte. Credere che l’architettura esca fuori, magicamente, mettendosi lì a fare schizzi, scarabocchi, è un’idea sbagliata. I surrealisti francesi potevano anche pensare alla scrittura automatica come possibilità artistica, ma per l’architettura non vale: non c’è un’architettura automatica. Disegnare senza avere uno straccio di idea è pericoloso, nel senso che magari una bella forma può anche uscire dalla matita. Ma spesso la bella forma non risolve tutti i problemi compositivi. La teoria come coerenza tra quello che pensate e quello che disegnate. La teoria vi consente di “aiutare” la vostra architettura, perché spesso avrete bisogno di sorreggerla con relazioni, interventi in pubblico, presentazioni.

Un’ultima cosa rispetto all’onestà intellettuale, e anche questa deriva dall’ascolto delle lezioni di Assisi. L’onestà comprende anche il dubbio. Mentre Leoncilli affermava la propria verità in buona fede  (e in maniera spavalda), e non era capace di tornare indietro, la verità che vi chiedo di investigare comprende anche il dubbio.

E quindi in umiltà, nella possibilità di imparare ancora.

Il tempo poi, per il nostro tema. Il tempo, in architettura, è storia: storia dell’architettura, appunto. Il rapporto con la storia, con il tempo, è a mio avviso il punto cruciale su cui la poetica e la didattica leoncilliana si sono affaticati di più. E’ il punto in cui c’è stata maggior tensione, maggiore attrito (a volte anche inconsapevole), ed è stato uno dei punti più fertili, più caldi.

Purtroppo Leoncilli non era un teorizzatore (nel senso ortodosso, di ordine, che diamo a questo termine), e non è mai riuscito a scrivere nel modo in cui avrebbe voluto e dovuto.

Permettetemi una digressione sul  corso del Danteum a Firenze. In prima battuta occorre dire che i temi di progetto dei suoi corsi non erano mai consueti. Negli altri corsi il tema poteva essere: Casa per studenti a Scandicci, Museo alle Cascine, Auditorium alla Stazione Leopolda.

I suoi corsi avevano sempre temi e titoli importanti: La casa di Adamo, Il Danteum a Firenze, e così via. La bibliografia del corso era “decimatoria”: Le affinità elettiveLe metamorfosiLa Divina Commedia, ecc.

A dispetto del titolo, nella maggior parte dei casi la scelta del luogo era sempre nel corpo vivo della città storica, in pieno centro o ai margini, ma sempre nella città “murata”.

Anche nel caso del Danteum la scelta cadde su un luogo di tutto rilievo. Non ricordo perché fu scelto quel luogo, alla fine. Non ha importanza: l’importante è capire che la periferia era un luogo troppo semplice e didatticamente poco interessante, proprio perché poteva eludere il rapporto immediato con la storia.

Perché era così difficile fare l’esame con Leoncilli? Perché non avevi molte risposte facili. Anzi avevi soprattutto domande: domande esplicite “Quanti anni c’hai?” “Che fa tuo padre?”, “Perché non fai così?”, “Come mai sei così somaro?” “Perché non fai come Schinkel a Berlino?”, “Come mai ti metti l’orecchino?” “Ma tu sei gay?” e poi domande che invece erano appena accennate e che ti portavi a casa e che credo, in tutta umiltà, dovreste segnarvi.

Che cos’è la storia dell’architettura? Che cos’è per un architetto compositore, non per uno storico dell’architettura? A cosa serve? E’ ineliminabile? Che cos’è la cultura per un architetto compositore? Come pensa un architetto compositore?

A che serve il disegno? A che serve, anche qui, per un architetto compositore?

Ecco l’esame era difficile perché poneva queste domande e non solo per la capacità grafica che pretendeva (poiché alla fine qualcuno dei mozzi si occupava di dare una mano a chi non era versato nel disegno). E chi dava l’impressione di non aver faticato intorno a questi temi veniva subito “sgamato” come direste voi e rischiava anche un brutto voto. Nonostante le leggende che sono circolate, Leoncilli non ha mai verbalizzato bruttissimi voti o bocciato: semplicemente ti consigliava di non dare l’esame a quella sessione, ma alla prossima. Generalmente i suoi esami erano tutti bei voti, quindi.

Torniamo al punto, al tempo. Tempo che per noi si traduce anche in Zeitgeist, in spirito del tempo, in rapporto con la storia, rapporto con il luogo. Forse oggi si può dire anche mainstream.

Siamo fuori dalla storia? Siamo così diversi da chi ci ha preceduto? Sì? E in cosa? O qualcosa ci lega? La storia ha ancora qualcosa da insegnarci? Anche noi dobbiamo essere oppositivi, come dice Gregotti?

Rispetto alla Storia, al luogo, al contesto, registro generalmente due posizioni molto distinte e facili: una, per la quale va mantenuto tutto (ed è una posizione che ritroverete nella professione da parte di alcuni funzionari molto zelanti); l’altra, di norma solo didattica o provocatoria, del non tenere affatto conto del contesto.

In mezzo c’è una prateria immensa di scelte da fare. Che cosa terremo, che cosa terrete di Piazza Italia? Il Palazzo della Provincia? La Rocca? Quello che ne rimane? I giardini? Tutto? E perché? Vedete come la teoria vi serve, subito. Senza una teoria rischiate di fare lavori incoerenti.

A proposito della Storia, lasciate che vi legga questo passo brevissimo di Galli della Loggia, del 20 ottobre scorso.

[c’era invece “un mostruoso conformismo di massa, che abbiamo tutti convalidato (parlo della parte di generazione che agiva negli ambiti intellettuali) non abbiamo valutato l’idea che esisteva un retaggio nazionale, che c’era una storia antica che chiedeva di essere onorata, rielaborata, perché modernizzazione non significava che quella storia non esisteva più. In seguito ho cercato, come potevo, di rimediare con le cose scritte sull’identità italiana e sulla morte della patria. Ma penso che, come appartenente alla mia generazione, oggi questa autocritica vada fatta”.] E. Galli della Loggia, su Il Foglio del 20 ott 2012

La storia, per un architetto compositore, paradossalmente, me ne rendo conto mentre lo dico, non esiste. Non esiste in quanto i grandi architetti, le grandi architetture, sono classiche (e dirò tra poco cosa intendo per classico), e quindi mi sono coeve. La storia fatta di date, di attribuzioni, non è la nostra materia, ma quello dello storico di professione. Le colonne di Villa Adriana sono per me coeve a quelle di Schinkel a Berlino, e contemporanee a quelle di Loos ed a quelle (doriche) di Aldo Rossi nella galleria d’arte di Tokyo. Per il compositore non ci sono forme “fasciste” o forme “democratiche”: Casa del Fascio di Como è fascista? Che vuol dire? Migliora la nostra comprensione? E la Casa del Fascio di Lissone? Non sono queste le domande che noi dobbiamo farci rispetto alla Casa del Fascio.  I problemi compositivi sono bene o male sempre gli stessi: noi non abbiamo problemi diversi da quelli dei nostri padri, eccezion fatta per la tecnologia.

Ho detto prima che il classico mi è coevo. Perché? Che cos’è il classico? George Steiner dà secondo me la migliore definizione di classico: “Classico è ciò che non esaurisce mai le risposte”. Tu torni ad interrogarlo, ed ogni volta trovi cose nuove, risposte diverse, risposte interessanti. Vedrete che se tornate a farlo con Villa Adriana o la Casa del fascio, vi daranno sempre nuove risposte (e anche nuove domande).

La storia è infine, ovviamente, anche il contesto. Ma cos’è questo contesto? Il contesto è la storia dell’architettura attraverso le sue espressioni in quel luogo: i palazzi che trovate intorno, le strade, le piazze. Ma il contesto è solo quello? O il contesto a Perugia è anche il Perugino, Dottori, Penna, Caporali, Alessi?

Il contesto non può dunque essere solo fisico: sarà più una koiné, un contesto culturale. Perugia senza parlare degli Etruschi, per esempio, si può? E Aldo Rossi è ormai una presenza a perugia? O è come se non ci fosse mai stato?

Il tempo, infine come durata. Il tempo come durata permette di misurare il vero successo di un’architettura.

La composizione

Se la storia mi è contemporanea, se alcuni elementi basilari dell’architettura si ripetono, la soluzione del problema può forse stare nel comporre questi elementi fissi.

La composizione è accostare parole note in maniera inconsueta. La composizione non si cura di inventare nuove parole. C’è una piccola analogia da tenere a mente con la composizione musicale che piaceva molto al professore: il compositore non inventa nuove note: le note sono sempre quelle sette. Al compositore non interessa il singolo elemento, ma il discorso complessivo, la sinfonia, la poesia, il poema: il componimento. Attenzione all’analogia musicale, che seduce come le sirene Ulisse: in architettura non ci sono le 7 note individuate, non ci sono forme precostituite (sinfonia, concerto, divertimento, ecc.). Questa cosa è molto difficile, quindi cerco di spiegarla meglio, anche perché troverete frasi contrastanti ed architetti diversi. Occorre anche capire che la composizione è un’opera di selezione, di scelta, di scarto.

Le Corbusier dice: “La differenza tra un grande architetto ed uno mediocre è questione di cm.” Lo dice a proposito dell’architetto “plasticien”, della parte scultorea, plastica dell’architetto. Sta parlando di una modanatura.

Aldo Rossi dice: “Se un architetto è ossessionato da dettagli di pochi cm. non ha una grande idea della propria architettura.”

Loos dice: “I Romani erano già troppo avanti e non hanno avuto bisogno di creare un nuovo stile”.

Brahms dice: “Una volta trovato il tema, il resto è lo sviluppo, posso uscire a passeggio”.  Dov’è la verità? Dio è nel dettaglio, oppure la grande architettura è frutto di una grande idea?

Non esiste una sola risposta: dipende, appunto, dal tema. Se il problema è la modanatura, la differenza tra un bravo ed un mediocre architetto è questione di mm., non di cm. Se il problema è altro, la differenza è altra. Di fronte al Teatro del Mondo di Aldo Rossi,  che le assi di legno non siano ben chiodate è relativo: l’idea è così forte che i cm. li possiamo dimenticare.

Quali sono dunque questi elementi minimi, basilari della composizione? Esistono? Sono sempre quelli? E se esistono, come li trovo? A mio avviso non esistono elementi “canonici” del comporre. Il prof. Leoncilli aveva fornito un percorso per poterli trovare: le Figure del Comporre. Confesso (la solita onestà intellettuale che mi frega), che per molto tempo non ho capito cosa fossero queste Figure, e che anche adesso non sono del tutto sicuro di averlo compreso. Provavo una sana invidia per tutti i miei colleghi “mozzi” che parlavano di Figure del Comporre e di Forma del processo di progetto come se dicessero Inter-Milan 2 a 0. Mi sembra di capire, adesso, che le Figure del Comporre siano un metodo completo per il compositore, metodo che parte dall’analisi, dalla lettura ed arriva al progetto attraverso la variazione. Ma le Figure in sé sono state sempre difficili da capire: non erano idee, non erano forme. Per me diventavano una cosa incomprensibile.

Individuare questi elementi minimi è oggetto di de-composizione, di lettura. Occorre sapere leggere con occhi compositivi, anche per de-comporre. Non devo dis-integrare, esplodere, tagliare, rompere: devo trovare come si smonta quell’oggetto. Se sono in grado di smontarlo egli mi rivelerà la sua magia, altrimenti rimarrà del tutto muto, per me.  La nostra non è una lettura filologica, non è una lettura distributiva, non è una lettura materica, non è una lettura strutturale, anche se tutte queste cose possono rientrare nella lettura compositiva.

In genere chi ama comporre è in grado anche di decomporre (direi decostruire se ciò non desse poi credito a risultati come quelli di Libieskind o Gehry). L’opera d’architettura, la grande opera, il capolavoro, sono generalmente dei meravigliosi “oggetti” (a reaction poetique). Prima cosa: devo sapere come smontarli, altrimenti l’oggetto non mi insegna nulla. Ecco che torna l’importanza della cultura e della cultura compositiva: senza quella non ho gli arnesi giusti. Solo quando sono riuscito a smontare l’oggetto senza romperlo, so che posso rimontarlo, e so che forse ne posso ricostruire un altro leggermente diverso.

Forse non è inutile che vi dica che tra i migliori “giraviti” che ci sono per smontare una grande architettura ci sono le proporzioni: non posso approfondire di più. Se cercate di smontare una grande architettura con il metro, con le quantità, non ne uscite più.

E che le migliori “pinze” sono nel disegno (e ri-disegno): sono cose che mi potrete confermare solo quando le farete.

“Gli elementi costruttivi sono la base, l’alfabeto col quale un architetto può comporre più o meno armonicamente. L’architettura non è costruzione e neppure soddisfazione di bisogni di ordine materiale; è qualcosa di più; è la forza che disciplina queste doti costruttive ed utilitarie ad un fine di valore estetico ben più alto. Quando si sarà raggiunta quella “armonia” di proporzioni che induca l’animo dell’osservatore a sostare in una contemplazione, o in una commozione, solo allora allo schema costruttivo si sarà sovrapposta un’opera d’architettura.” (Terragni)

Terragni compositore smonta e rimonta il suo cubo di Rubik e ce ne fa vedere le ossa. C’è tutto: le pareti bianche, il muro, la colonna, l’apertura il chiostro. In Terragni ho sempre visto molto Palladio, ma forse è una mia deformazione.

Leoncilli parla sempre di variazione, non invenzione. Tra l’altro il significato etimologico di invenzione è  quello di “cosa trovata” e quindi vedete che invenzione come creazione ex nihilo è riservata a Dio.

Non invenzione dunque, ma variazione.  La variazione porta alla novità senza rivoluzioni, senza radicalismi.

La variazione obbliga allo studio, allo scavo, alla serietà. La variazione opera nel corpo vivo della storia. La variazione tira fuori il 100% di un’idea. La variazione presuppone quindi il rispetto di un’idea precedente.

La composizione/variazione è un modo particolare di pensare, di ragionare, che trasforma l’idea in forma. Quelle Figure divengono finalmente forma.

La composizione nel piano. Solo nel piano riesco a comparare le cose, a commisurare, a commensurare. Si dice anche nel parlato: “Mettiamoli allo stesso piano”. I personaggi del compositore non hanno bisogno di una immediata definizione nelle loro misure fisiche, metriche. Basta metterli nel piano (che non vuol dire in pianta). Il piano come elemento figurativo è quello che Valery chiama “spazio calcolante”: solo il piano mi permette di misurare la profondità.

Ed anche nello smontare un’opera, nel leggere, la devo leggere nel piano. Solo il piano mi permette di conoscere. La cognitione per comparatione di albertiana memoria si può fare solo nel piano. Il piano è dunque strumento conoscitivo. Anche qui per una buona teoria.

Il piano non è la pianta. Voi sapete (il prof. Paolo Belardi ve lo avrà detto tante volte), che le due operazioni fondamentali del disegno sono la proiezione e la sezione. Ecco, per noi il piano è più vicino alla sezione che non alla proiezione. Taglio, ribalto e vedo. Disegno per vedere, come diceva Carlo Scarpa. Taglio perché voglio vedere il sangue dell’architettura.

* Lezione tenuta alla Facoltà di Ingegneria di Perugia il 25 ottobre 2012.

Grammatica Emotiva #2

“Abracadabra”. E’ una parola aramaica che approssimativamente vuol dire: “Mentre parlo, creo.”

Mi sembra l’esempio perfetto per mettere in luce il rapporto tra la parola e il mondo. Le parole sono importanti perché sono l’etichetta che mettiamo alle cose del mondo.

Possiamo inventarci un lessico che affievolisce le cose brutte ed esalta quelle belle.  Se segno un gol in coppa dei campioni e sussurro “gol” non fa lo stesso effetto che se corro come Tardelli e grido “Goooaaallll!!!!”. Se dico “Sono furioso, incazzatissimo” posso avere la stessa esperienza emozionale che se dico “Sono leggermente stizzito”?

Le parole modificano il nostro umore, la nostra psiche, la nostra anima. Le parole sono il nutrimento del nostro pensiero. Se ci alimentiamo di cose belle e buone, forse pensiamo e facciamo cose belle e buone. Quindi Buon Anno a tutti i buoni!

P.S. Non ho trovato nulla di così aulico per “Sim Sala Bim”. 🙂

Grammatica Emotiva #1

Prendo spunto da un titolo di Goleman che quasi venti anni fa ha inaugurato tutto un filone di ricerca e di pubblicistica con l’uso del termine “emotiva”.  La piccola intuizione che ho avuto riguarda l’uso delle parole che facciamo, sia verso gli altri, sia verso noi stessi. Sono convinto anche io che alla fine si diventa ciò che si pensa, e poiché spesso pensiamo dicendoci delle cose (o ascoltando delle cose), forse è utile usare le parole con cura. La mia intenzione è di osservare le parole che frequentiamo e di capire che senso hanno e che effetto possono avere. Questa avventura inizia con una piccola battaglia personale (gli amici che mi conoscono meglio ne rideranno di sicuro), contro la locuzione “Sì, ma …” o del simile “Sì, però …”.
Usate dopo aver ascoltato (poco), il nostro interlocutore, hanno l’effetto formale di esprimere un assenso, quando in realtà esprimono un dissenso o almeno una diversità di veduta rispetto a quanto ci viene detto. L’effetto profondo è sicuramente negativo. “Sì, ma …” vuol dire (nella testa dell’altro): “Non c’hai capito niente: adesso ti dico io come stanno realmente le cose.” Lo stesso messaggio transita ovviamente con il “Sì, però …”.
Qualche guru della psicologia o qualche maestro della PNL suggerisce di sostituire queste locuzioni con “Anche se …” “Sebbene …” “Seppure …”. Va già meglio, sicuramente. C’è comunque il pericolo che la locuzione sia solo una formula di facciata per poi comunque rovesciare sul tavolo, poco dopo, la nostra tesi. Credo che se queste formule vengono usate con questa intenzione finiscono per avere un effetto non dissimile dal “Sì, ma …”. A quel punto sarebbe meglio un cordiale e sereno: “Non sono d’accordo con quello che dici per questo e questo.” Il tema non è dunque la formula colloquiale che si usa, quanto la nostra reale intenzione d’ascolto. Se facciamo silenzio riusciamo meglio a capire perché l’altro ha una visione così diversa dalla nostra. E forse riusciamo a prendere qualche elemento positivo su cui trovare un terreno comune. Forse l’altro ha ragione solo sul 10% di quello che dice. 10% è meglio di 0%, no? Se non riusciamo a trovare un argomento valido nel suo ragionamento o una motivazione delle sue tesi è probabilmente perché non stiamo ascoltando: stiamo solo aspettando il tempo giusto per propinargli la nostra idea.

Pensieri disordinati sul paesaggio

Gli elementi ricorrenti del paesaggio agrario sono: i campi lavorati, i campi incolti, le praterie, gli orti, i filari di alberi, i filari di arbusti e siepi, le macchie, i boschi coltivati, gli alberi isolati, i frutteti, gli oliveti, i vigneti, i fossi di scolo, le strade poderali, le strade interpoderali, i casolari tipici, i casolari meno tipici, le stalle, i silos in muratura, i silos in plastica, le serre fredde, i fienili, le recinzioni, le rimesse per le macchine agricole, i frantoi, i molini, i pozzi, le vasche di accumulo, i laghetti collinari, la polvere (d’estate), il silenzio, il buio, il fango (d’inverno). Questo è quello che vedo qui in Umbria e regioni limitrofe. Ma se penso alla Liguria, per esempio, il paesaggio agrario cambia: perde alcuni di questi elementi e ne acquista altri. Penso ai terrazzamenti, alla densità delle serre.

Prima di andare avanti, è giusto che io confessi una mia opinione: l’analisi non è mai del tutto innocente! L’analisi ha sempre la tendenza a convalidare o confermare un’ipotesi di progetto che c’è già, che pre-esiste, ma che forse non si è in grado (o non si vuole), portare alla coscienza e verbalizzare.
Gli elementi ricorrenti del paesaggio urbano sono invece le case, le strade asfaltate, l’illuminazione, il rumore, lo smog, i pannelli pubblicitari, le indicazioni, le insegne, le fogne sotterranee, le tubazioni, gli impianti, le fontane, le piazze, le auto, i grandi palazzi, i monumenti, le scalinate, i muri, i giardini privati, i cortili, i garage sotterranei …
Se questi sono gli elementi tipici di città e campagna, dopo lo sfondamento delle mura urbiche, questi due sistemi hanno cominciato a compenetrarsi, a ibridarsi, e oggi è difficile ormai tracciare un confine netto tra i due.
È possibile ancora individuarli? O questo esercizio tassonomico è già tendenziale? Perché abbiamo bisogno di classificarli? Questa è una domanda che rimane per me ancora senza molte risposte convincenti. Provo a tracciarne una: perché in maniera soggettiva e inconsapevole riusciamo ancora a stabilire un confine tra i due e ad attribuire un valore ai due.
Cerco di essere più chiaro: è evidente che noi dobbiamo dare un valore alle cose (ai paesaggi, nel nostro caso), pena l’ingovernabilità assoluta. Quello che trovo poco convincente è la possibilità di parlare di un paesaggio rurale contrapposto ad un paesaggio urbano.
In maniera ingenua, non scientifica, non oggettiva, siamo in grado (con una buona accuratezza, comunque), di individuare i due estremi della scala: in tutti gli infiniti mezzi siamo un po’ più in difficoltà. Il problema è noto: come attribuire dei valori certi, oggettivi, equi, trasparenti, ad un fenomeno che mal si presta ad essere discretizzato? Un primo modo è quello di sezionare per quanto possibile il fenomeno e attribuire ad ogni piccolo pezzo un valore, cercando così di avvicinarsi di più all’oggettività. Si scompone, si normalizza, e si ricompone, con l’aiuto della matematica e degli indici sintetici.
Un secondo modo è quello di allargare e condividere la decisione. Dobbiamo sacrificare delle colline per il passaggio di un’autostrada? Che sia la collettività a decidere, con un voto a maggioranza.
Anche in questo caso ho presentato i due estremi. Ognuno ha i propri punti deboli. Il mio sospetto è che tuttavia ci sia oggi una forte preferenza verso il primo modo. La pretesa assoluta scientificità del modello consentirebbe così di de-responsabilizzare la scelta, poiché la scelta migliore è uscita da una sorta di black-box assolutamente indipendente e quindi imparziale, equa, giusta. Tuttavia questo modello non è mai “puro”. Alcuni pesi, alcuni criteri, devono essere dati in maniera soggettiva da un esperto, in maniera sintetica e risolutiva. La contropartita sarebbe un’analisi infinita.
Se prendiamo per esempio il valore di rappresentatività di un paesaggio (quanto è espressivo di un’identità locale), ritengo avremmo molte difficoltà a trovare un indicatore simile per via scientifica. Sarebbe meglio invece scegliere chi può stabilire il peso di questo indicatore: un super esperto? Un gruppo di esperti? Un gruppo misto?
Sarebbe auspicabile che per criteri tipo quello portato ad esempio ci fosse un forte contributo della popolazione locale. Dirò di più: la stessa individuazione di un paesaggio locale dovrebbe essere condivisa con la collettività. L’individuazione va infatti (secondo me), sempre a braccetto con l’attribuzione di valore.
Alcuni autori vedono nei concetti di rarità e di integrità dei buoni alleati per stabilire il valore di un paesaggio. (Detto di passaggio: la Convenzione Europea, da questo punto di vista, non ha aiutato. Ha solo differito il problema: ora tutto è paesaggio. Bene, ma non tutto ha lo stesso valore)
La rarità è un concetto che deriva dalla statistica e che ha bisogno di una popolazione per essere definito. Nel nostro caso, è proprio l’individuazione della popolazione a costituire un problema non da poco. Qual è l’insieme dei paesaggi all’interno del quale il nostro paesaggio potrà essere definito come raro? L’insieme dei paesaggi simili per caratteristiche morfologiche? Vegetazionali? Climatiche? Un mix? E il dominio geografico di questi paesaggi deve limitarsi ad una certa prossimità?  O può essere nazionale? O addirittura continentale? Ma quando abbiamo individuato il nostro paesaggio locale non lo abbiamo fatto in virtù di elementi che lo differenziano da altri paesaggi? Quando abbiamo individuato il nostro non abbiamo detto, in definitiva, che è unico? Ma se è unico, ha senso parlare della sua rarità?
Il concetto di integrità è della stessa complessità. Il nostro paesaggio è integro rispetto a un passato? E quale passato prendiamo per buono, per integro? E che conoscenza possiamo avere di un paesaggio del passato? E l’integrità è necessariamente un valore positivo? Forse il concetto di integrità può essere efficace per paesaggi fortemente connotati da componenti naturalistiche (montagne, boschi, ecc.). Lo trovo poco efficace se parliamo di paesaggi rurali ordinari e ancor meno se parliamo di paesaggi urbani.
È curioso come tutti (a parole, almeno), concordiamo nel definire il paesaggio come elemento in continua trasformazione e come tutti, poi, non siamo in grado di pensare ad altro, oltre  alla conservazione del paesaggio.

Una pessima idea

E’ pervenuta, agli architetti della Provincia di Perugia, una “Bozza di regolamento per gli architetti membri delle Commissioni Edilizie ed Urbanistiche dei Comuni della Provincia di Perugia e formazione di altre terne.”

Mi sembra una pessima idea.
Innanzi tutto noto che i rappresentanti istituzionali dell’Ordine, intervenendo in convegni e seminari, si lamentano sempre di una iper produzione normativa nazionale, regionale, locale.  Salvo replicare poi, quando serve, il modello. E quindi produrre altre norme.
Detto ciò in forma di premessa, posso entrare brevemente nel merito.
La formazione della Commissione è disciplinata dal Regolamento comunale, con la eventuale partecipazione degli Ordini professionali. Il che vuol dire che il Comune può scegliere i propri commissari indipendentemente da come l’Ordine vuole regolare la faccenda. L’Ordine può certamente (?) redigere un regolamento e sanzionare chi non lo rispetta, ma certamente l’asimmetria si nota. Il primo “certamente” ha un punto interrogativo perché credo che ora un eventuale regolamento di condotta, ulteriore e aggiuntivo rispetto al Codice Deontologico, dovrebbe essere materia di Consiglio di Disciplina.
L’art. 5 è veramente emblematico di un modo dirigistico e corporativo di vedere il mondo, al limite della legalità. Il compito dell’architetto in Commissione non è tutelare i diritti della categoria, non è effettuare un rigoroso controllo sulle competenze professionali, non è segnalare il nome di chi compie scorrettezze, non è denunciare committenti, non è verificare la correttezza amministrativa degli elaborati, non è controllare il numero legale della seduta. L’unico compito dell’architetto, così come di tutti gli altri (a parte il geologo), è esprimere un parere non vincolante, sulla qualità architettonica e paesaggistica del progetto presentato. Tutto qui? Tutto qui.
Tralascio poi di parlare di possibili commissari che non appartengono all’Ordine di Perugia, al fatto che non necessariamente ci sono commissioni uscenti, che non si capisce il perché distinguere i commissari in base all’anzianità di iscrizione e per classi di Comuni, che l’Ordine non può revocare l’incarico perché la nomina non è dell’Ordine ma del Comune, che non sono previste norme transitorie, che forse l’attivazione di procedure disciplinari dovrebbe essere concordata con il nuovo Consiglio di Disciplina,  e così via.
Questo regolamento vuole trasformare gli architetti commissari in censori, in delatori e in istruttori direttivi tecnici. Se proprio vuole fare quest’azione di controllo pernicioso (che a mio avviso non porterà più incarichi agli architetti), il Consiglio istituisca una Commissione di Vigilanza su base volontaria, senza “massacrare” chi vorrebbe solo dare un proprio piccolo contributo alla qualità dell’architettura, spesso senza un’adeguata ricompensa.
Questa bozza di regolamento  è un brutto passo falso e spero che non sia indicativo di una linea “politica”. Chiedo all’Ordine di tornare ai propri compiti istituzionali, che sono sostanzialmente questi, oggi: la gestione dell’albo, la convalida delle parcelle, l’emissione di pareri (quando richiesti) e la gestione, in parte, dell’aggiornamento continuo. Questo tema dovrebbe essere infatti delegato in massimo grado (almeno per tutta la parte operativa), alla Fondazione Umbra per l’Architettura, uno dei motivi per cui era stata creata.

Interventi/Titoli in Umbria

Gentili lettori e amici,

tento qui sotto una prima sistematizzazione, sotto forma di matrice, degli interventi possibili e dei titoli abilitativi necessari in Umbria. Come sempre ogni commento o segnalazione è gradita! Inserisco sia il link per scaricare un pdf che un “brutale” copia e incolla. Scusate l’impaginazione ma di meglio non so fare. Anzi, chi fosse in grado di aiutarmi …

Matrice interventi-titolo

 

 

Attività Libera

Note

01

Manutenzione ordinaria

 

02

Eliminazione di barriere architettoniche che non comporta la realizzazione di rampe o di ascensori esterni, non riguarda elementi strutturali e non comporta la realizzazione di manufatti che alterano la sagoma dell’edificio;

NO su edifici di interesse storico artistico o classificabili come edilizia tradizionale integra, ai sensi della DGR 420/2007

03

Opere temporanee per attività di ricerca nel sottosuolo che hanno carattere geognostico e sono eseguite in aree esterne al centro abitato, con esclusione delle attività di ricerca di idrocarburi;

 

04

Opere interne alle unità immobiliari, di cui all’articolo 3, co. 1, lettera g) ;

Nel rispetto delle normative igienico sanitarie e di sicurezza, il cambio dell’uso in atto nell’unità immobiliare entro il limite del cinquanta per cento della superficie utile dell’unità immobiliare e comunque fino a un massimo di cinquanta metri quadrati, fatti salvi gli aspetti di natura fiscale e tributaria, con esclusione degli annessi agricoli staccati dall’edificio adibito ad abitazione.

NO su edifici di interesse storico artistico o classificabili come edilizia tradizionale integra, ai sensi della DGR 420/2007

No annessi staccati in zona agricola

05

Movimenti di terra strettamente pertinenti all’esercizio dell’attività agricola effettuati con compensazione tra scavo e riporto e senza asportazione di terreno o di altro materiale al di fuori dell’azienda agricola interessata dagli interventi, da effettuare comunque nel rispetto dell’assetto morfologico e paesaggistico locale;

 

06

Pratiche agro silvo-pastorali, da parte dell’impresa agricola, compresi gli interventi su impianti idraulici agrari, relative alla realizzazione di sentieri, percorsi didattici attrezzati, chiudende per le attività zootecniche, cisterne interrate, abbeveratoi o fontanili e condotte idriche;

 

07

Serre mobili e i tunnel stagionali, sprovviste di struttura in muratura e ancorate al terreno senza strutture fondali fisse, funzionali allo svolgimento dell’attività agricola da parte dell’impresa agricola, di cui alla specifica deliberazione della Giunta regionale con altezza massima al colmo di ml. 4,50.

 

08

Interventi relativi all’installazione di impianti solari termici senza serbatoio di accumulo esterno e fotovoltaici realizzati sugli edifici o collocati a terra al servizio degli edifici per l’autoconsumo,

No in zone di cui all’ articolo 18 del r.r. 7/2010 ,

 

Opere pertinenziali degli edifici nei limiti di cui all’articolo 21, comma 2 , lettere a) e b) del regolamento regionale 3 novembre 2008, n. 9 con esclusione delle opere di cui alla lettera b) numeri 3 e 9; *

NO su edifici di interesse storico artistico o classificabili come edilizia tradizionale integra, ai sensi della DGR 420/2007

09

1) i manufatti per impianti tecnologici a rete o puntuali (quali acqua, telefono, energia elettrica, gas, fognature, illuminazione, telecomunicazioni), se posti al di sotto del livello del terreno sistemato ovvero se emergenti da questo, purché aventi superficie utile coperta non superiore a metri quadrati 3,00 ed altezza non superiore a metri lineari 1,80;

 

10

2) opere di pavimentazione e di finitura di spazi esterni anche per aree di sosta che siano contenuti entro l’indice di permeabilità, ove stabilito;

 

11

3) pannelli solari senza serbatoio di accumulo da realizzare al di fuori delle zone di tipo A di cui al d.m. 1444/1968;

 

12

4) elementi di arredo quali panchine, lampioni, giochi per bambini all’aperto, rivestimento di pozzi esterni, fontane, statue, fioriere;

 

13

5) opere pertinenziali per l’eliminazione di barriere architettoniche da realizzare nei limiti e con le modalità di cui all’ articolo 7, comma 1, lettera b) della L.R. n. 1/2004 che, pertanto, non interessino immobili compresi negli elenchi di cui alla parte prima e seconda del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 , nonché gli immobili di cui all’ articolo 4, comma 2, della stessa L.R. n. 1/2004 e quelli di interesse storico, architettonico e culturale individuati dagli strumenti urbanistici. Tali opere non debbono riguardare elementi strutturali né comportare la realizzazione di manufatti che alterino la sagoma di un edificio;

 

14

6) manufatti per il ricovero di animali domestici o da compagnia o manufatti per ripostigli e barbecue di superficie utile coperta complessiva non superiore a mq. 4,00 e altezza non superiore a metri lineari 2,00;

 

15

7) le serre che non comportano trasformazione permanente del suolo di cui alla D.G.R. 7 giugno 2006, n. 955, destinate alla coltivazione di prodotti per il consumo delle famiglie anche diverse dall’impresa agricola, aventi una superficie utile coperta non superiore a mq. 20,00;

 

16

8) le tende installate in corrispondenza di aperture ovvero su terrazze, balconi, cavedi o logge, escluse quelle aggettanti su spazi pubblici o di uso pubblico;

 

17

9) le strutture a carattere precario facilmente smontabili previste dal Progetto d’Area per la valorizzazione del paesaggio in territorio agricolo approvato ai sensi dell’ articolo 32, comma 2, lettera i) della L.R. n. 11/2005 ;

 

18

10) l’installazione di serbatoi di gpl, fino alla capacità di 13,00 metri cubi purché completamente interrati;

 

19

11) i pergolati con struttura leggera, in ferro o legno, purché collocati a terra senza opere fondali e privi di qualsiasi copertura, destinati esclusivamente a sorreggere essenze vegetali o teli ombreggianti;

 

20

12) opere di scavo e rinterro per la posa in opera di serbatoi prefabbricati per l’accumulo di acque piovane;

 

21

1) recinzioni, muri di cinta e cancellate che non fronteggiano strade o spazi pubblici o che non interessino superfici superiore a metri quadrati tremila come previsto all’ articolo 13, comma 1, lettera f) della L.R. n. 1/2004 ;

 

22

2) opere per la eliminazione di barriere architettoniche quali scale, accessi, rampe, ascensori, apparecchiature elettriche e vani di servizio strettamente correlati, come previsto all’articolo 20, comma 1, lettera d) della L.R. n. 1/2004 ;

 

23

4) impianti sportivi e ricreativi al servizio delle abitazioni o delle attività di tipo ricettivo o agrituristico che non comportano una occupazione di superficie superiore a mq. 400,00 e nuova superficie utile coperta. Tali impianti possono comprendere locali per attrezzature tecnologiche completamente interrati di superficie utile coperta non superiore a mq. 6,00, con la possibilità di prevedere una parete scoperta per l’accesso, avente superficie non superiore a mq. 6,00;

 

24

5) installazione di pannelli solari con serbatoio di accumulo esterno o, relativamente alle zone A, senza serbatoio di accumulo;

 

25

6) installazione di serbatoi di gpl diversi da quelli di cui alla lettera a) , punto 10), purché adeguatamente schermati con essenze vegetali autoctone;

 

26

7) tende aggettanti su spazi pubblici o di uso pubblico;

 

27

8) strutture leggere aggettanti su terrazze, balconi, logge e cavedi;

 
 

Comunicazione telematica

 

28

Interventi di manutenzione straordinaria, purché non riguardino le parti strutturali dell’edificio, non comportino aumento del numero delle unità immobiliari e non implichino incremento dei parametri urbanistici, tranne quanto previsto per le opere interne di cui al comma 1, lettera e) ;

NO su edifici di interesse storico artistico o classificabili come edilizia tradizionale integra, ai sensi della DGR 420/2007

29

Opere dirette a soddisfare obiettive esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità e, comunque, entro un termine non superiore a novanta giorni, purché non utilizzate come abitazioni o ambienti di lavoro e purché non compromettano lo stato dei luoghi in modo irreversibile;

NO su edifici di interesse storico artistico o classificabili come edilizia tradizionale integra, ai sensi della DGR 420/2007

30

Realizzazione, nel rispetto della normativa antisismica, di intercapedini e locali tombati completamente interrati, non accessibili, raggiungibili dall’interno degli edifici, nonché vasche di raccolta delle acque,

NO in insediamenti di cui all’articolo 18 del r.r. 7/2010 e del sottosuolo pubblico;

NO su edifici di interesse storico artistico o classificabili come edilizia tradizionale integra, ai sensi della DGR 420/2007

31

Nel rispetto delle normative igienico sanitarie e di sicurezza, il cambio dell’uso in atto nell’unità immobiliare entro il limite del cinquanta per cento della superficie utile dell’unità immobiliare e comunque fino a un massimo di cinquanta metri quadrati, fatti salvi gli aspetti di natura fiscale e tributaria, (interventi di cui all’articolo 33, comma 6)

NO ad annessi agricoli staccati dall’edificio adibito ad abitazione.

NO su edifici di interesse storico artistico o classificabili come edilizia tradizionale integra, ai sensi della DGR 420/2007

32

Modifiche interne di carattere edilizio dei fabbricati adibiti ad esercizio d’impresa, ovvero la modifica della destinazione d’uso dei locali adibiti ad esercizio di impresa, con l’esclusione della destinazione residenziale.

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33

La realizzazione di strutture a copertura di parcheggi sia pubblici che privati, pertinenziali di edifici residenziali, produttivi e per servizi, non costituisce superficie utile coperta, purché le strutture siano realizzate con copertura in pannelli solari termici o fotovoltaici e siano aperte su tutti i lati.

La distanza minima delle suddette strutture dai confini di proprietà e dalle strade interne ai centri abitati è di ml. 3,00.

NO su edifici di interesse storico artistico o classificabili come edilizia tradizionale integra, ai sensi della DGR 420/2007

 

SCIA

 

34

Tutti gli interventi non riconducibili a attività libera, comunicazione telematica, permesso di costruire;

 

35

Interventi sottoposti a PdC se sono specificatamente disciplinati da piani attuativi o dal (PRG), parte operativa, mediante precise disposizioni relative alla consistenza planovolumetrica, alle caratteristiche tipologiche, costruttive e di destinazione d’uso, la cui sussistenza sia stata esplicitamente dichiarata;

 

36

Varianti a permessi di costruire, presentate anche in corso d’opera, che non incidono sui parametri urbanistici e sulla superficie utile coperta, che non alterano la sagoma dell’edificio e non violano le eventuali prescrizioni contenute nel permesso di costruire, comunque non riconducibili all’elenco di cui all’articolo 13 .

 

37

Interventi di cui ai commi 1 e 2 dell’articolo 7, con esclusione della manutenzione ordinaria, [da 02 a 33 del presente elenco] riguardanti gli edifici di interesse storico artistico o classificabili come edilizia tradizionale integra, ai sensi dell’articolo 45, comma 1, lettera b) .

 
 

le opere pertinenziali di cui all’articolo 21, comma 2, lettera b), n. 3 e lettera c) del r.r. 9/2008 ;

 

38

parcheggi o autorimesse da destinare a servizio di singole unità immobiliari da realizzare nel sottosuolo o al piano terreno dei fabbricati, di cui all’ articolo 9, comma 1 della legge 24 marzo 1989, n. 122 che non comportano deroga agli strumenti urbanistici;

 

39

1) le tettoie, le pergole, i gazebo, i manufatti per barbecue e per il ricovero di animali domestici o di compagnia aventi caratteristiche superiori rispetto a quelle di cui alla lettera a) , punti 6) e 11), per una superficie utile coperta non superiore a mq. 20,00 e di altezza non superiore a metri lineari 2,40, di pertinenza di edifici residenziali e per attività di tipo ricettivo, agrituristico, sportive, ricreative e servizi;

 

40

2) le cabine idriche, le centrali termiche ed elettriche o di accumulo di energia dimensionate in base alle esigenze dell’edificio principale;

 

41

3) i parcheggi o autorimesse da destinare a servizio di singole unità immobiliari da realizzare nel sottosuolo o al piano terreno dei fabbricati esistenti, ai sensi dell’ articolo 9, comma 1 della l. 122/1989 , che comportano deroga agli strumenti urbanistici, con esclusione delle zone agricole;

 

42

4) manufatti per impianti tecnologici a rete o puntuali emergenti dal terreno, aventi dimensioni eccedenti quelle di cui alla lettera a) , punto 1);

 

43

5) i muri di sostegno;

 

44

6) recinzioni, muri di cinta e cancellate di qualunque tipo che fronteggiano strade o spazi pubblici o recinzioni necessarie alle imprese agricole, che interessino superficie superiore a mq. 3.000, purché esclusivamente a protezione di attrezzature, impianti o allevamenti anche allo stato brado o semibrado;

 

45

7) i locali strettamente necessari per i serbatoi, per le cisterne per l’accumulo di acque piovane completamente interrati con la possibilità di prevedere una parete scoperta per l’accesso avente superficie non superiore a metri quadrati 6,00;

 

46

8) gli impianti sportivi e ricreativi al servizio delle abitazioni o delle attività di tipo ricettivo, agrituristico o servizi di dimensione eccedenti quelle previste alla lettera b) , punto 4);

 

47

9) i servizi igienici a servizio delle aree di sosta dei campeggiatori per le attività agrituristiche di cui all’ articolo 4 , commi 3 e 4 della legge regionale 14 agosto 1997, n. 28 , nei limiti di metri quadrati 20,00 di superficie utile coperta.

 
 

Permesso di Costruire

 
     

48

Nuova costruzione

 

49

Ristrutturazione urbanistica

 

50

Ristrutturazione edilizia di edifici ricompresi negli insediamenti di cui agli articoli 18 e 19 del r.r. 7/2010

 

51

Interventi sugli edifici esistenti nelle zone agricole