Innanzi tutto buongiorno a tutti e grazie agli organizzatori per avermi invitato a questo tavolo.
Come d’abitudine il mio intervento è diviso in due parti: nella prima faccio più che altro domande; nella seconda metto sul tavolo qualche piccola proposta, sicuramente non geniale, ma magari foriera di sviluppi. Starò nei 20-25 minuti.
Perché è importante la città? Perché torniamo ad interrogarci sulla città? Perché l’80% della popolazione italiana vive in città. La città è diventato il soggetto principe di questo terzo millennio. Nella città si produce ormai molto del nostro prodotto interno lordo. A livello planetario siamo vicini alla soglia del 50% della popolazione in aree urbane. A fronte dell’importanza sempre più alta di questo soggetto, la politica nazionale prima e regionale poi sembra muoversi in ritardo. Alla fine degli anni ’80 vi era stata la precognizione del tema ed a livello nazionale si era dotata anche di articolazioni ministeriali per le città (Nicolazzi, Tognoli). C’era stata la L. 142/90 che aveva istituito le città metropolitane. Il momento di picco sono stati anche i PRU (Programmi di Riqualificazione Urbana) del 1994, tra l’altro sotto il Ministero dei LLPP, poi la cosa è stata riassorbita. Ora la nuova stesura del decreto sviluppo sembra mettere l’accento di nuovo sulle città e sui piani di riqualificazione urbana. Speriamo che sia l’inizio di una nuova stagione.
Come sarà la città di domani? Beh, innanzi tutto non esiste un solo tipo di città. Diciamo anzi che la dimensione, nella città, è fattore non solo quantitativo ma qualitativo. Ci sono le grandi città e le piccole città, come Bastia, che vivono ancora in un equilibrio sostenibile tra servizi offerti e difficoltà. Sotto una certa soglia non parliamo di città, ma paesi. Non è solo una differenza di numero di abitanti, come immaginate, ma una differenza qualitativa. In questi pochi minuti farò delle riflessioni che si adattano a città grandi ed a città meno grandi, come Bastia.
Parto dalle questioni forse più difficili: la forma della città. E’ ancora possibile dare una forma alla città? Una forma ben definita, intendo. E domanda ancora più cattiva: è necessario dare una forma alla città? La città può essere ancora regolata? E quali possono essere gli strumenti che la governano, che la controllano? Il PRG è ancora uno strumento efficace? Dopo di me parlerà l’arch. Patrizio, che ci racconterà delle cose sul QSV. Mi pare evidente che i QSV costituiscono, in sé, una critica al PRG. Senza una crisi del PRG non avremmo avuto i QSV. Tra l’altro mi pare che sia ancora un nodo da sciogliere, quello dell’integrazione tra PRG e strumenti strategici o trasversali. QSV, VAS, Piani Strategici, tutti gli strumenti di pianificazione e controllo ormai integrano la parola strategico al loro interno. E il PRG, che fino a poco tempo fa aveva valore a tempo indeterminato, non poteva assumere valenza strategica?
Perché dunque dobbiamo pianificare? Perché dobbiamo conformare? Per varie ragioni: per ragioni positive, proattive da una parte: incrementare, facilitare lo sviluppo di una comunità. Per ragioni distributive, di equità sociale dall’altra: ripartire i costi della trasformazione urbana su tutti i cittadini. Per ragioni sociali: nel momento della pianificazione si ha un momento di partecipazione e di crescita collettiva che altrimenti non si ha: la città riflette si se stessa, si interroga.
Il PRG è nato e si fonda sul territorio, sul terreno, sulle localizzazioni, perché probabilmente buona parte della ricchezza nasceva dal rapporto con il territorio. Adesso la nostra economia dovrà invece sempre più basarsi su incrementi di valore dati da ulteriore conoscenza, idee, innovazioni. Ma in un’epoca in cui l’economia sarà governata per i prossimi anni dalla conoscenza, dalla creatività, dall’innovazione, quale ruolo può avere uno strumento che si occupa principalmente di territorio, di localizzazioni, di indici, di mq?
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