L’abbondanza della cattiveria

C’è sempre qualcosa di gratuito nella cattiveria. C’è sempre qualcosa di eccedente, di sovrabbondante, di ricercato. Se il dolore procurato, infatti, fosse equilibrato e proporzionato al dolore ricevuto, sarebbe giustizia. La cattiveria è proprio quello che va oltre la giustizia (la giustezza). E questa sovrabbondanza è una delle poche cose che ancora riesce a meravigliarmi. No, non è vero: io riesco ancora a meravigliarmi per le cose semplici. E’ una delle poche cose che le persone fanno e che riescono ancora a meravigliarmi. E’ una delle poche occasioni in cui l’uomo si mostra generoso, produttivo, ridondante. Dà più di quello che riceve. C’è qualcosa, nella cattiveria, che arriva da lontano. Una cosa che era in cammino da tempo, che travolge le cose lungo il percorso. Quando arriva al dunque poi, non si ricorda nemmeno da dove era partita e che cosa inseguisse. Dove voleva arrivare. La cattiveria si smarrisce. Erra.

Cosa pensare la sera di giugno

Cosa pensavano mia nonna, mio zio, mia zia, dopo una durissima giornata di lavoro, di sudore, di sole, quando si mettevano seduti al tramonto sotto l’olmo a guardare verso nord verso il Subasio, verso Foligno?
Cosa pensavano di queste giornate che non finivano mai, di questo odore di grano tagliato, di paglia, di terra, di acetello, di luce finalmente acquietata, contenti di quel poco di fresco che arrivava verso sera, di quel filo di vento, dei suoni dei trattori in lontananza, persi per altri campi …
E dopo cena, con il buio e le stelle, con la sola compagnia dei grilli, delle lucciole, di qualche coppia di fanali di auto ai primi tornanti, che come un faro terrestre andava e veniva? Dove attingere il coraggio necessario per andare avanti in un mondo che non dava alcun valore a quello che si era riusciti a produrre? Dove attingere questo coraggio se non nel pozzo dell’incoscienza e della tenacia? Bisognava necessariamente guardare lontano, con un orizzonte lungo. Immagino che nonna vedesse le cose dall’alto della sua età. Ma anche questa è un po’ una frase fatta. In quegli anni nonna aveva 70 anni e non 700. L’orizzonte lungo non era anagrafico, era volitivo.

Architettura, identità, inclusività

Ieri sono stato al Palazzo Lucarini di Trevi, una bella realtà che frequento da sempre. C’era la presentazione del testo Ars interpretandi, con Maurizio Coccia, Franco Purini e Enrico Ansaloni. Oltre ai commenti interessanti di Franco Purini, di Ruggero Lenci, di Laura Thermes e di altri intervenuti, ha chiuso la giornata l’amico Enrico Ansaloni dicendo (sintetizzo a memoria): “[….] la critica non c’è più perché noi non prendiamo più posizione [….] va bene tutto [….] il valore di questo testo sta anche nel fatto che coloro che vi hanno scritto hanno preso posizione …”
E’ un tema che mi appassiona molto, e da tempo. Ieri ha risuonato ancora in me. E mi pare di essere arrivato a questa conclusione (provvisoria). Vedo due temi principali: il primo riguarda l’oscillazione tra l’identità e l’inclusività; il secondo riguarda il modo di formarsi delle idee prevalenti.
Identità-Inclusività: siamo sottoposti a due spinte contrapposte: dobbiamo prendere posizione (scegliere, decidere), e dobbiamo essere inclusivi, il più inclusivi possibile. A me sembra una schizofrenia epistemologica. L’inclusività, che si vuole spingere sempre più in là, amplia il suo dominio, e quindi molte definizioni e differenze scompaiono. Includere significa accogliere, abbracciare, far entrare all’interno di un gruppo. E quindi le differenze devono farsi minime se non scomparire. Non posso accettarti, non posso includerti, se rimani completamente diverso da me. Quindi io mi devo un po’ modificare, e tu ti devi un po’ modificare. Più alta è la tua rigidità e più io mi devo adeguare, flettere, plasticizzare. E questo ogni volta che c’è qualche elemento estraneo che cerco di integrare, di includere. Il mio cerchio si fa sempre più ampio, più capiente, più inclusivo. Ma io che cosa divento? Voglio dire, in sintesi, che il concetto di inclusività, fa a mio avviso svanire il concetto di identità. O rischia di farlo saltare, di indebolirlo. Si ha paura di affermare la propria identità. Come se la rivendicazione della propria identità fosse inconciliabile con la convivenza e con l’integrazione. Porto all’estremo, al limite, il ragionamento: se io includo tutti nel mio gruppo, non c’è più nessun altro diverso da me, o abbastanza diverso da me. E dunque per tornare all’esortazione di Enrico Ansaloni, che la spingeva anche su un territorio etico, perché dovrei prendere posizione? Per tornare al nostro soggetto (l’architettura): perché dovrei criticare aspramente il bosco verticale di Boeri? Perché dovrei criticare gli scheletri di Calatrava, la laminatura di Koolhas? Vogliamo o non vogliamo integrare le esigenze ambientali nella pratica architettonica? Nella teoria architettonica? Vogliamo o no integrare l’urbanistica tattica nei nostri tentativi di rigenerazione urbana? Vogliamo o no valorizzare l’architettura ipogea? Vogliamo o no includere i mercati a km zero? Vogliamo o no coltivare il fascino dell’autorialità? Vogliamo o non che il nostro ultimo oggetto architettonico sia valutato anche sui flussi di cassa che consentirà di far affluire nelle casse comunali? Se dobbiamo includere qualsiasi cosa, di noi non resta più nulla. La nostra malattia è una anoressia assiologica. Se vogliamo costruire solo ponti e non più muri (com’è bello dirlo, com’è facile dirlo), sarà impossibile un giorno distinguere le città. Il “prendere posizione” è allora una posizione epistemologica forse di retroguardia. Non è più il caso di prendere posizione. Se non diamo un valore ad alcune cose non c’è niente per cui prendere posizione. Se la vita di un albero è questione di fondamentale importanza per la città, non c’è più niente da fare. Se la vita di un animale vale quanto la vita di un essere umano, non c’è più niente da fare. Se il Broletto di Aldo Rossi a Perugia vale quanto i palazzi dell’INPS lì di fronte, la guerra è già persa.
Secondo tema. E’ cambiato e molto, anche il modo in cui si forma l’opinione. Mentre qualche decennio fa l’opinione vincente (prevalente, dominante), poteva formarsi solo a seguito di un processo medio lungo di selezione, di affinamento, di dibattiti, di libri, di convegni, oggi l’opinione si forma in un tempo velocissimo, e le idee non hanno più il tempo di subire una critica argomentata. Oggi l’opinione si forma immediatamente, sui social, e produce un proprio effetto valanga. Un’idea avrebbe potuto prendere tutta un’altra strada, un altro sviluppo, un’altra efficacia, se nei primi momenti fosse stata veicolata in quel certo modo o su quel canale. Anche per le idee si apre un mondo fatto di sliding doors. Una volta preso quel treno, tornare indietro è molto difficile.
E perché poi prendere posizione (soprattuto contraria allo Zeitgeist)? Per rischiare di essere marginalizzato dal mercato? Di essere contro il mainstream? Non si sta meglio (molto meglio), trasportati invece dalla corrente? Non abbiamo più il coraggio di manifestare la propria idea, quando dopo pochi minuti saremo sommersi di commenti negativi (se va bene), o di insulti (se va meno bene).

Un primo commento al R.R. 2/2015 (Umbria)

Le ragioni di questa idea.
Questa breve nota intende accompagnare il commento che ho fatto al RR 2/2015. Allego un file pdf scaricabile con il R.R. 2/2015 e con un mio primo commento nei box riquadrati, con la font in Times.
Si tratta di un commento che si focalizza maggiormente sugli articoli per i quali ritengo di avere maggior competenza. Il commento è dunque parziale, e probabilmente laconico, a tratti. Per alcuni articoli si tratta di poco di più di un segnaposto, lo ammetto.
Vuole essere un testo aperto. Sono cioè più che disponibile a integrare il testo con i commenti e con le interpretazioni che verranno da altre parti. Così come sono disponibile a cambiare idea, se l’argomentazione è convincente. E ringrazio fin d’ora tutti coloro che vorranno arricchire questa costruzione. Integrerò via via il testo con le interpretazioni che reputerò significative. I commenti e le varie interpretazioni, anche dei singoli commi, potranno essere “in chiaro” o anonimi. Chi vuole restare anonimo lo dovrà solo dire.
Il testo è dunque “in progress” per definizione. Un pre-testo.
Mi assumo ovviamente la responsabilità di quello che ho scritto. Sicuramente ci saranno degli errori, avrò dato luogo a qualche “allucinazione” anche io (è di attualità). Credo tuttavia che il testo possa costituire un buon palinsesto sul quale convenire nel tempo, un testo organico e utile per gli operatori del settore, siano essi dipendenti pubblici o professionisti. Un testo che può stratificare, nel tempo, qualche elemento di dialogo con il legislatore. Che ha insomma una sua validità, non fosse altro che per instillare qualche dubbio. Un testo che è anche un elemento di apertura e di conoscenza reciproca tra chi vorrà partecipare. Il valore è forse più qui che nel merito. Se l’esperimento avrà successo, potrò replicarlo, magari con l’aiuto di qualche giurista, alla LR 1/2015.
Qualcuno mi potrà rimproverare una insopportabile pignoleria e precisione nell’uso dei termini della lingua italiana. Anche in questo caso la giustificazione è molto prosaica e semplice: la redazione di un testo normativo non è un tema di italiano o un romanzo, in cui si debbono fuggire come la peste le ripetizioni ravvicinate. Un testo normativo è un testo funzionale, servente, e se contiene due ripetizioni, in luogo di termini ambigui o circonvoluzioni linguistiche, ben vengano le ripetizioni! La scrittura aggettivale e avverbiale andrebbe messa a frutto in altri domini.
Tengo a precisare un’ultima cosa: molti criticano il binomio formato dalla LR 1/2015 e dal RR 2/2015 in maniera pregiudiziale, reiterando e tornando su facili luoghi comuni: “quelli della Regione non sanno bene quello che scrivono”; “non sono mai stati in prima linea in Comune”; “non hanno mai avuto uno studio da portare avanti”; ecc. Costoro forse non ricordano che cosa fosse la legislazione umbra precedente, e molti di costoro non sarebbero in grado di scrivere un testo normativo “chiuso”. Spesso sono critico e in disaccordo con gli uffici regionali su alcuni passaggi, su alcune interpretazioni, ma lo faccio da una posizione da cui, comunque, reitero a questi colleghi (sono stato qualche anno anche io nell’amministrazione pubblica), grande rispetto e stima. E che ringrazio sinceramente per il lavoro fatto dal 2015 fino a oggi.

Io camminerò

La sera l’autobus che partiva alle 19,40 da Piazza Garibaldi a Spoleto ci lasciava a San Martino alle 8,20: 4 km di strada per tornare a casa. Estate a parte, dunque, le porte dell’autobus si riaprivano e ci consegnavano al buio e al silenzio. Dopo i primi 50 metri, in cui il lucore dei lampioni della strada provinciale ancora accompagnava i passi, subentrava po’ di paura. Paura ordinaria del buio, soprattutto dei cani pastore. Ma non c’era alternativa: adattarsi un po’ a quel nero e andare avanti, pensando a altro. Ricordo che una sera, appena sceso, ho continuato a cantare la canzone che stava passando alla radio dell’autobus: “Io camminerò”, la canzone di Umberto Tozzi o Fausto Leali (non ricordo bene). Cammino e canto. E mi immagino una storia d’amore importante, dove posso dire a una donna: “Perché sei così bella, se non sai quello che vuoi?” Mi rendo conto che il significato, il vero significato, mi sfugge. La melodia e il ritornello mi ipnotizzano (la potrei cantare ancora oggi), ma ci deve essere un altro significato: non può essere questa frase, quasi priva di senso. M’immagino una donna ideale, una composizione raffaellesca (questo lo dico oggi), di parti di altre donne: gli occhi di Mireille Mathieu, la voce un po’ roca di F., la dolcezza di P., la risata travolgente di E., il profumo di mandarino di quella signora che mi è passata vicino oggi… Non so come, ma la cosa sembra funzionare. Continuo a cantare e a pensare alle parole: “[….] e una sera impazzirò, quando mi dirai che un figlio avremo, avrò [….]”. La canto a voce alta, e cerco di immaginarmi cosa voglia dire, cosa si possa provare nel sentire una donna che ti dice questa cosa. Cosa vuol dire diventare padre? Cosa vuol dire avere un figlio? Si impazzisce veramente? Come reagirei? Come reagirò? Come dovrei reagire? Mi faccio tutte queste domande mentre mi rendo conto che ancora non ho mai fatto l’amore con una ragazza. Come si fa? Come si chiede? Si chiede? O in quei momenti si diventa muti e si capisce lo stesso? E come si arriva a quei momenti? E dove si va a far l’amore a quindici anni? Si fa l’amore solo d’estate? E Patrizio come ha fatto? A chi potrei chiedere senza sembrare del tutto ignaro dell’argomento? Una domanda alla volta, un ritornello alla volta, arrivo a casa. Il camino è acceso, ho fame: anche le domande se ne vanno in fumo.

Ordine

Mi sono candidato, insieme agli altri amici che vedi qui sotto, per tre ragioni. Con due premesse: che i compiti che l’Ordine è chiamato a svolgere sono quelli fissati dalla legge, e che la differenza la fa il COME e dunque, in ultima istanza, le PERSONE.
Le ragioni (in sintesi).
1) Riavvicinare gli iscritti all’Ordine e l’Ordine al territorio. Mi sembra che negli ultimi anni questi due rapporti si siano sempre più sfibrati. Alle assemblee partecipano pochi architetti: questo è il segno più evidente.
2) Rivalutare definitivamente il ruolo reciproco tra Fondazione Umbra per l’Architettura e l’Ordine. Anche qui ultimamente si è scelto di fare della FUA la “fotocopia” dell’Ordine. Ritengo sia una scelta sbagliata. L’ultima attività, tra FUA e Ordine, ha dimenticato la componente culturale (prima ancora che formativa), del nostro essere architetti.
3) Fornire un contributo di visione equilibrata e a tutto tondo ai colleghi architetti. Credo che la mia età (sì: a volte è un vantaggio); la mia esperienza, sia nel mondo professionale (P.A. e privata), sia nel mondo dell’insegnamento (Firenze e Perugia), sia nel mondo istituzionale (Ordine e FUA, per restare strettamente sull’argomento), possano appunto costituire un piccolo patrimonio da offrire ai colleghi, soprattutto quelli più giovani.

Ti invito a votare efficacemente dalla seconda sessione in poi (dal 20 al 23 maggio). Questo perché credo che nella prima sessione difficilmente si raggiungerà il quorum necessario (50% degli aventi diritto). La procedura di voto telematico è molto semplice: basta avere con sé il cellulare e un computer con linea internet. Ci vogliono veramente pochissimi minuti e comunque qui puoi vedere la simulazione del voto. https://www.youtube.com/watch?v=4paWuzdm2zw

Spero che accorderai a me e ai miei amici la tua preferenza. Ti segnalo che Andrea Matcovich, Lamberto Caponi e Davide Pescari, pur essendo candidati, non vanno votati. Sono qui per dire che “ci sono” e che supportano attivamente la nostra lista.

In fuga da tutto

Spesso, tornando da Spoleto, verso Perugia, passavo vicino al cimitero di Foligno, dove papà è restato per tanto tempo, a fianco del suo papà. D’inverno, le luci dei loculi dei piani più alti dei moderni padiglioni sono visibili dalla strada, e sembrano una piccola città nella città. Raramente sono andato a fargli visita. Solo pochi, pochissimi, cimiteri aggiungono poesia al ricordo, e dunque non è necessario frequentarli. Almeno per me. Quando con l’auto passavo veloce su quella strada a grande scorrimento, alla vista di quei padiglioni, il primo pensiero era sempre (dopo un “Ciao papà”): sarò stato, finora, all’altezza delle sue aspettative? Dei suoi sogni su di me? Su suo figlio? Che cosa pensava di me? Come mi vedeva, da adulto? Come si immaginava sarei diventato? Non lo so. Non lo saprò mai con certezza. Nessuno potrà dirmelo in maniera convincente. Oramai, davvero nessuno potrà più farlo. Chi muore porta via con sé tutte le risposte, e lascia solo le domande. So solamente che non sono così bravo a fare soldi, come lui era. Né ho la sua capacità seduttiva. Non sono un tombeur de femmes, come lui sembra che fosse. Non ho il suo sorriso, né il suo modo di fare, la sua spavalderia, che è quello che doveva aver affascinato mia madre. Non la sua prestanza atletica: correva in bicicletta e per fare le gare nelle città vicine partiva già in bicicletta da Foligno (scuderia Ugolinelli). Da quello che mi hanno raccontato, abbiamo solo lo stesso vezzo di alzarci presto, molto presto, di andare a prendere il caffè al bar e il giornale la mattina. E il “vizio” di vestirsi bene: lui sempre, io quando posso. Mi dicono che la camicia bianca era una sua “fissa”, ed era coccolato da madre e sorella in questo. Ho solo due o tre ricordi “diretti” di lui, che ripasso mentalmente di tanto in tanto, per paura di perderli. Il resto sono ricordi di racconti di nonna, di zia, di zio: ricordi di ricordi, dunque. E’ andato in fuga, di quelle fughe che si fanno da soli, a 33 anni. Oggi si direbbe “un ragazzo”. Ma io me lo ricordo come un uomo, adulto: negli anni ’60 si diventava uomini prima. E adesso sono nella condizione paradossale di essere padre e di ricordare un padre che avrebbe potuto essere mio figlio. La mia vita è andata come è andata, va come va, ho fatto il meglio che potevo per non deluderlo. Chissà se gli sarei piaciuto.

Le rose dello stagno

Quando siamo arrivati in campagna, zia Natalina aveva fatto piantare, ai lati dell’ultimo tratto di strada che inquadrava la casa secondo un perfetto angolo “acropolico”, dei cipressi. Cento cipressi cento, piramidali, di cui attecchirono solo tre, ma che oggi sono imponenti. In prossimità dell’angolo di casa, sempre a sinistra e a destra, due cespugli di rose. Roselline quasi selvatiche, di colore rosa pallido, ma profumatissime. Alla lunga ne resistette solo uno, quello sulla destra. Verso maggio queste rose non curate, mai potate, divenute nel tempo un cespuglio cupoliforme, ci regalavano un profumo intenso, che si apprezzava soprattutto la sera. Non so perché non le curavamo: in fondo erano l’unica concessione a un mondo durissimo: erano l’unica nota di gentilezza. Il cespuglio è cresciuto lì per 20 anni e forse più: indisturbato, solitario, sdegnoso, autosufficiente, mai malato. Solo io lo vedevo? Solo a me faceva un po’ compassione? Avevo preso dunque una talea e l’avevo piantata in un vaso (in realtà un pozzetto di ispezione in c.a.), e portata in camera, nella mia camera blu. Per un po’ di tempo la talea era cresciuta, aveva messo delle foglie, ma poi si era ammalata. Al centro della camera non batteva mai il sole, il terreno non era ben calibrato, non respirava. E in fondo era ingiusto tenerla in casa (in gabbia), quando fuori avevamo ettari e ettari di terreno disponibili. Non ero riuscito a salvarla, dunque ero umilmente tornato da loro. Anche quell’anno avevo aspettato maggio, con un’idea in testa. Ne avevo colte due o tre esemplari, da portare in omaggio a R., e le avevo nascoste in un immancabile libro (un libro grande, in questi casi), che avevo sempre con me quando andavo a Spoleto. Ma una volta arrivato, avevo dovuto constatare che le rose erano tutte ammosciate, e quindi le avevo buttate poco prima di salire le sue scale. Il tempo del viaggio in autobus non era sufficiente ad essiccarle, a renderle minimamente stabili. Non erano quei bei fiori secchi che si trovano di tanto in tanto in qualche vecchio libro, e non erano appena colte: un disastro a mezza via! Rubarle a Spoleto, sì, avrei potuto (conoscevo i punti giusti, andando verso Villa Redenta), ma non profumavano come le mie e dunque non l’ho mai fatto. Comprarne una sola sarebbe stato ridicolo: un mazzo sarebbe eccessivo (con quale giustificazione? In quale occasione? In un perfetto e anonimo mercoledì pomeriggio?). Ho provato più di una volta a coniugare il profumo del fiore con la decenza estetica dell’omaggio, con il suo “portamento”, ma non ha mai funzionato. O il profumo o la struttura. Ho provato anche (certo che ho provato), a trarre un profumo dalle mie rose, ma senza alcol, alambicchi e attrezzature varie, il massimo che riuscivo a fare era un’”acqua di San Giovanni”. Fresca, colorata, ma anch’essa troppo fragile e effimera. Poco intensa, dal colore impresentabile anche solo dopo pochi giorni. Dovevo inventarmi qualche altro regalo. Così ho ripreso a divertirmi con lo stagno fuso, scoprendo che gettare lo stagno fuso nell’acqua fredda creava dei monili dalle forme molto curiose, di un bel grigio lucente, quasi cromato. In un solo atto avevo calibrato la giusta quantità di stagno, la temperatura dell’acqua, l’altezza da cui far cadere la fusione. Un piccolo gioiello di gestualità. Non avevo un profumo, ma una forma sì. Una bella forma mi avrebbe salvato, come sempre.

Convolvolo minore

I primi maiali che uccidevamo, in inverno, erano magri. Come noi, d’altra parte. Li avevamo
allevati per una decina di mesi, con un po’ di granturco (poco), con gli
scarti dei nostri pranzi, con le ghiande, con un’erba che chiamavano “farfane”, con la pastinaca, e il convolvolo minore, che nonna chiamava “rippio”. Il convolvolo è una pianta erbacea strisciante-rampicante: tenera, fa dei bei fiori a campana che vanno dal rosa al bianco.
In primavera e in estate andavamo a cogliere molta erba, che davamo
ai maiali da sopra il muretto del loro box. Belle foglie tenere, leggermente carnose. Con l’autunno andavamo a raccogliere le ghiande, sfidando l’erba bagnata ai piedi delle querce (roverelle), e la tramontana, che si infilava tra il Monte Subasio e il Monte Pettino. Le querce sono spesso solitarie, o comunque non soffrono la solitudine, e dunque sono più esposte al vento. Con le prime tramontane, le ghiande cadevano anche sulla nostra schiena curva, rimbalzando poco più in là. Le mani si intirizzivano e Zio Claude (prendendoci in giro), ci insegnava a battere le braccia con forza, incrociandole orizzontalmente sul tronco, finché le mani non riprendevano un colore rosso acceso.
I maiali andavano ammazzati d’inverno, perché d’inverno era più facile preparare gli insaccati e farli stagionare al freddo e all’aria. Avevamo lasciato, in casa, la stanza di nord-est, che chiamavamo la “sala della salata”, perché lì andavano messi sotto sale, per molti giorni, i prosciutti. Li posavamo su una tavola inclinata e sotto un grande peso (la base in cemento degli ombrelloni che erano al bar del Viale Trento e Trieste). Le salsicce andavano invece messe ad asciugare, come dei festoni, sulle delle pertiche.
Dicevo che era impensabile comprare, per i maiali, la farina e il mangime (che comunque mai sarebbe entrato in casa). Dunque occorreva nutrirli con altro: gli avanzi dei nostri pasti, il granturco, l’erba, le ghiande … Questi lavori (erba, ghiande e poi tutto il resto adesso che ci penso), erano compiuti sempre in compagnia, il che consentiva di parlare tra noi. Raramente uno solo di noi si avventurava nei campi: forse solo nonna lo faceva, in qualche
pomeriggio. Ecco: si lavorava molto, ma si parlava (anche), molto. Quasi tutte
le occasioni di lavoro e di tempo perso erano occasioni per parlare e
per conoscersi, per confrontarsi, per misurarsi: per capire. Finito il lavoro, anche lo stare intorno al camino o (qualche tempo dopo), davanti alla televisione, era comunque occasione per
stare insieme. Con quelle grandi produzioni RAI stavamo ancora tutti insieme: Orzowei (la sigla delle nostre corse con la lancia in mano!), il Gesù di Zeffirelli, Il ricco e il povero, C’era una volta il west …
Abbiamo cominciato ad allontanarci a causa degli infissi buoni, dei termosifoni, del congelatore, del Festival di Sanremo, che per me fu “divisivo”, come si direbbe oggi. La televisione, in pochi anni, stava cambiando, e non bastava più a tenerci vicini, anzi. Il progresso, che avevamo salutato con entusiasmo, ci ha dispersi in poco tempo, come una lavatrice impazzita a cui si apra lo sportello.

Paesaggio italiano n. 43 – Spoleto