Una volta Spoleto era mia. La conoscevo palmo a palmo: ogni singola pietra. Conoscevo i vicoli, le ore, le ombre, i profumi, anche. Oggi è cambiata (per me Spoleto è una donna, ovviamente). Non la riconosco più, non riconosco più quella sterminata area che ha consumato in periferie poco curate. Vederla desertificata, disabitata, abbandonata, mi angoscia. Sì, c’è qualche intervento che ha restaurato qualche palazzo. Ma le incompiute sono maggiori. Non so, mi sembra che abbiamo perso la poesia in cambio di qualche parcheggio in più. Una volta la passeggiavo di notte, la accarezzavo, spesso da solo, a volte con qualche amico. Soprattutto d’inverno, con la pioggia e la nebbia, mi appariva meravigliosa. Il Duomo la notte si rifletteva sui mattoni bagnati della piazza e sembrava di stare più a Venezia che a Spoleto. E così la fontana di Piazza del Mercato, Piazza Pianciani, San Gregorio … O quella volta d’inverno che nevicava e io feci a tarda sera il cosiddetto “Giro della Rocca”, scoprendo che i fari di luce arancione che illuminavano il Ponte delle Torri stavano illuminando il Ponte con una luce verde-blu: la neve (molta), aveva piegato i rami dei lecci lì vicino e la combinazione di luce arancione, neve, e verde intenso dei lecci restituiva una luce irreale, da sogno. Sono tornato altre volte, quando nevicava, ma non ho mai più avuto quella fortuna.
Ho frequentato le scuole medie annesse all’Istituto d’Arte, che allora erano a Palazzo Collicola. Davanti al palazzo c’era una bella fontana settecentesca, fornita di una cannella di ottone, che consentiva di bere l’acqua sempre corrente. La vasca era di grandi blocchi di calcare bianco, con belle curve. A fianco c’era un carrozziere e pareva una cosa del tutto normale.
Le aule della scuola non erano sicuramente “a norma”, la palestra era lontana (bisognava scendere vicino a San Domenico, in una piccola chiesa sconsacrata il cui pavimento era stato coperto da parquet). Oppure andare direttamente allo stadio: una passeggiata urbana di 10 minuti. La scuola, nel suo complesso, non rispettava sicuramente gli standard del notorio DM del ’75, eppure … Eppure, che esperienza salire quelle scale così larghe e ben voltate, che esperienza guardare i nostri soffitti a cassettoni, o andare nell’ala dove il preside aveva il suo ufficio, con le pareti e le volte dipinte a grottesche. Che emozione vedere quei muri scavati con delle nicchie, delle porte dipinte en trompe l’oeil che nascondevano piccolissime scale a chiocciola. E poi le finestre enormi, i lampadari, dei quadri, dei busti …
Oggi i nostri figli li mandiamo in scuole prefabbricate (se va bene) degli anni 80 e 90, chiuse nei loro recinti, fuori dal centro storico, dove si può arrivare con le auto. Tutto “a norma”, ma che tristezza!
L’esame di terza media lo facemmo nel grande corridoio, o meglio nella grande loggia che dava verso sud. Oggi la chiameremmo una “serra solare”. Il soffitto era dipinto, le vetrate con archi a tutto sesto erano amplissime, ed entrava una luce limpidissima. Dal mio posto riuscivo a vedere il profilo del Monte Pincio, i suoi alberi, sullo sfondo di un cielo azzurro implacabile. Il pavimento era in cotto, ormai vissuto e disconnesso in qualche giunto, ma di un bel colore aranciato. Erano bellissime giornate di giugno. Guardavo Francesca, il suo profilo francese, ma lei guardava un altro. In verità aveva sempre guardato un altro, per tre anni. E io mi ero illuso che in quei tre anni avrebbe cambiato idea. Ormai, anche se non lo sapevo, non l’avrei più rivista: le mie chances erano finite con l’ultima sessione orale dell’esame, in cui il professor Falconi mi chiese la differenza tra la scherma, il fioretto e la sciabola. Quando uscii dall’aula, con la consapevolezza che sarei stato promosso, lei non c’era più, aveva tagliato il presente, e chiuso un ciclo.
Autore: bmbarch
Il salice
Quando le api si avvicinavano al salice, io capivo che la vera primavera era arrivata: le api gli ronzavano intorno. Lo avevamo piantato sopra la vecchia vasca di recupero dell’acqua piovana che zia Natalina aveva fatto tombare appena arrivati. Il salice è cresciuto bello e rigoglioso per tanti anni, e per tanti anni mi sono lasciato fisicamente accarezzare dalle sue fronde quando vi era un filo di vento. L’ombra del salice è delicata per cui ci si può sempre stare, anche quando si è sudati. Il salice è cresciuto per molti anni senza alcuna potatura, poi è morto, poco prima che anche zia se ne andasse. Il salice è uno dei primi alberi a fiorire, quando sta per arrivare la primavera. I fiori (i miei amici botanici mi diranno che non sono tecnicamente “fiori”, ma ci siamo capiti lo stesso), non sono appariscenti, ma sono dolci, ed è forse per questo che le api, appena uscite dall’inverno, vanno subito a rifocillarsi. Tra l’altro credo che dal salice le api traggano anche qualche sostanza fondamentale per loro, come dal pioppo. In effetti, l’acido salicilico (l’aspirina), deriva dalla corteccia del salice.
Quante ore passate in sua compagnia! Non so perché non sono riuscito mai a dargli un nome, anche se lo avrebbe meritato. Alla sua ombra ho immaginato e scritto un breve romanzo in cui il salice riusciva a leggere i miei pensieri e i pensieri di chiunque altro si fosse seduto lì sotto. Sopra il salice mi sono riposato qualche volta con Fabio mentre stavamo ristrutturando la casa. Il suo verde chiaro la ingentiliva. Sotto questo salice ho studiato da solo per l’esame di Storia dell’architettura II del Prof. Godoli, e letto per la prima volta del cubismo cecoslovacco, quando a Forlì uccidevano il senatore Ruffilli. Sotto il salice ho provato a parlare con mamma, quando ero indeciso se continuare a studiare a Firenze o trasferirmi a Nancy, dove c’era una Facoltà “paradiso” (60 insegnanti, 472 studenti). Forse riusciva a leggere i nostri pensieri, ma non era in grado di suggerire le parole giuste. Un salice piangente silente.
Sanare nel paesaggio
Con la recente Circolare del Ministero della Cultura, appare evidente che le Soprintendenze locali non potranno più esimersi dall’esaminare nel merito le richieste formulate anche ai sensi dell’art. 36-bis del DPR 380/2001. Ciò significa, in sostanza, valutare la sanabilità di irregolarità commesse in aree tutelate, anche nel caso in cui abbiano comportato aumenti di superfici e volumi. Qui la circolare: https://t.me/bruno_broccolo_architetto
Estetica solare …
Rilancio questa molto interessante Sentenza del Consiglio di Stato su pannelli fotovoltaici e beni culturali. La rilancio soprattutto perché c’è una bellissima frase della sentenza in cui si motiva la possibilità dei pannelli in base all’impossibilità di applicare ad essi le categorie estetiche tradizionali. Che è il punto su cui insisto da tempo: noi guardiamo con occhi vecchi un paesaggio che deve necessariamente evolversi (come sempre ha fatto), e con elementi che hanno bisogno di una visione complessiva delle nostre esigenze. Qui sotto il link anche alla sentenza.
Alcune idee in materia di paesaggio, architettura e materie correlate
Elenco qui una serie di punti/suggerimenti in materia di architettura, urbanistica, paesaggio e materie affini, che a mio avviso avrebbero bisogno di essere oggetto di approfondimento, di discussione, di indagine, ovviamente secondo i vari livelli di government e con le più varie forme di governance. Alcuni punti sono più “generalisti”, altri più tecnici: ogni lettore potrà modulare il suo grado di interesse. Certo (1): ho dimenticato qualcosa. Certo (2): ci sono cose più importanti a cui pensare. Certo (3): non ho fornito soluzioni esplicite, ma apparentemente solo l’indicazione di temi. Solo che finora, questi temi, pure importanti, a me cari, languono dimenticati da qualche parte. Argomenti che ormai nessuno, sia esso singolo cittadino, sia esso organismo collettivo, sia esso istituzionale, mi sembra porti sui tavoli dell’attualità. Dunque li propongo qui in maniera molto semplice, a-sistematica, quasi come “messaggi in bottiglia”, con la sola speranza che forse qualcuno ne potrà trarre idee migliori, o domande migliori, che sarebbe già una bellissima cosa.
01) Finanziare una cattedra di Paesaggistica a Perugia.
02) Finanziare una cattedra di Restauro architettonico a Perugia. Rilancio qui un’idea la cui primogenitura (almeno per quello che mi riguarda), si deve all’amico Paolo Belardi.
03) Finanziare una cattedra di Urbanistica a Perugia. [Per questi tre primi punti, data la loro importanza e necessità in Umbria, credo non ci sia bisogno di particolari giustificazioni. Finanziare una cattedra significa attrarre un professore ordinario, che auspicabilmente possa iniziare a costruire una “scuola”.]
04) Approvare il Piano Paesaggistico regionale (PPR), “vestendo” così i vincoli e snellendo quindi alcuni procedimenti.
05) Aprire un tavolo con il Ministero Beni Culturali per risolvere le questioni legate alle sanatorie e ai condoni rilasciati nel tempo in assenza di autorizzazioni paesaggistiche.
06) Insistere presso il Ministero Beni Culturali per avere in Umbria e concordare un’interpretazione univoca dei procedimenti di sanatoria in ambiti vincolati dopo il Decreto “Salvacasa”.
07) Creare un archivio digitale unico dei progetti. Ogni ente (Comune, Regione, Provincia, ASL, ARPA), è profilato e vi va a “pescare” il dato che gli serve. Ogni cittadino, ogni tecnico, carica una sola volta il proprio contenuto su un unico server (once only).
08) Aprire a tutti, con molta più incisività, i dati (open data), che riguardano lo stato dell’ambiente e del territorio.
09) Incaricare le Province (o lasciare alla Regione), il compito di fare i Quadri Conoscitivi dei Piani Regolatori per le parti strutturali (vincoli, stato dell’ambiente, ecc.) del PRG, senza che ogni più piccolo Comune spenda soldi per rifare un’analisi del contesto che si sovrappone o duplica altri lavori. Questi Quadri Conoscitivi dovrebbero essere basati su sistemi GIS, quindi in formato shp. Consentire di conseguenza ai Comuni di fare Documenti “Strutturali” molto più leggeri.
10) Rimettere in funzione il “Tavolo permanente di confronto” previsto dalla legge regionale 1/2015 per discutere della stessa legge e delle materie correlate. Il tavolo di confronto dovrebbe prevedere la rappresentanza dei professionisti umbri, indicati quindi dalla RPT o scelti in altro modo dalla Regione, della amministrazione pubblica comunale e possibilmente anche della Soprintendenza.
11) Nel merito della LR 1/2015 rivedere ruolo, responsabilità e funzionamento della CQAP. La Commissione dovrebbe essere più qualificata, possibilmente intercomunale, più remunerata, più trasparente, e anche con qualche responsabilità amministrativa in più in caso di contenzioso per aspetti “estetici”.
12) Coordinare meglio i procedimenti di formazione dei PRG con le procedure di VAS. Oggi c’è ancora qualche disallineamento, che si ripercuote sui tempi.
13) Creare un fondo regionale per la demolizione dei detrattori paesaggistici e ambientali. La premialità attuale non riesce ad innescare un effetto volano per costruire nel costruito.
14) Per le operazioni di rigenerazione urbana (costruire nel costruito), bisogna abbinare una fiscalità che consenta un radicale e significativo abbassamento dei costi degli interventi nei brownfield rispetto ai greenfield. Se il suolo è un valore, questo valore deve essere pagato da qualcuno. Se il privato non trova il suo equilibrio perché oggettivamente oggi non è raggiungibile, una parte di questi costi deve essere necessariamente assunto dalla collettività.
15) Dopo il COVID sarebbe stato necessario ripensare radicalmente il nostro abitare. E ancora siamo in tempo. Favorire e incentivare, con Legge Regionale, nella costruzione di nuovi edifici, almeno una stanza in più per il tele-lavoro e una stanza in più all’aperto (balcone, loggia). Quindi diritto al sole (e all’aria): è noto infatti che l’aria indoor è molto più inquinata dell’aria outdoor.
16) Rivedere, nella legge regionale 1/2015, quali sono le reali dotazioni territoriali necessarie in ogni Comune (le dimensioni dei Comuni a mio avviso obbligano a una granularità e articolazioni degli standard).
17) Qualificare e gestire i nuovi usi del mondo contemporaneo: RSA, Residenze per Anziani Autosufficienti (RAA), Student housing, vertical farm, edifici per generazione di energia, data center, edifici per accumulo di energia, glamping, case sugli alberi, ecc.
18) Recepire il Regolamento Edilizio Tipo approvato in Conferenza Unificata: la Regione Umbria è ormai la sola a non averlo fatto. E produrre un unico Regolamento tipo di dettaglio per tutti i comuni dell’Umbria.
19) Chiedere ai privati i dati tecnici dell’intervento in formato excel in modo da poter estrarre le informazioni per iniziare a popolare i GIS comunali con i dati provenienti dal basso, nel momento in cui i tecnici incaricati trasmettono una “pratica” in Comune.
19) Incentivare chi vuole “tornare indietro” e riconsegnare i suoi terreni allo spazio rurale. Gli incentivi potrebbero essere anche diritti edificatori. E dunque istituire il Registro dei crediti edificatori (o almeno aiutare i Comuni a istituirlo). Tra l’altro non si vede perché non si possa pensare a un mercato regionale di questi crediti.
20) Riorganizzare e fornire una disciplina omogenea per tutti i Comuni per i procedimenti in variante al PRG per gli insediamenti produttivi tramite il SUAP (DPR 160/2010).
21) Fare chiarezza su cosa si intende per consumo di suolo, distinguendo da una parte la qualità reale dei suoli e dall’altra tenendo in considerazione gli eventuali diritti acquisiti.
22) Favorire in modo molto più incisivo i concorsi di progettazione, anche presso i Comuni più piccoli, per innalzare la Qualità dell’Architettura. All’Architettura di qualità deve essere concessa qualche operazione coraggiosa in più, anche e soprattutto nei centri storici.
23) Avere un solo portale, valido per tutti i Comuni umbri in materia di edilizia (SUE). O imporre che i portali funzionino tutti con la stessa architettura logica e la stessa struttura.
24) Avere una sezione FAQ nel sito regionale (o obbligare i Comuni a metterlo nei loro siti), in materia di edilizia e urbanistica: il 70% del tempo del front-office è impiegato dagli istruttori a rispondere alle stesse domande da parte dei diversi tecnici: un patrimonio di conoscenze che viene ripercorso ogni volta. La sezione FAQ potrebbe essere affiancata o sostituita dall’Intelligenza Artificiale perché le risposte sono in buona parte attività automatizzabili.
25) In materia di energie rinnovabili, a mio avviso il problema è più estetico che tecnico (ecco tornare di nuovo l’importanza dei primi 3 punti, anche se con i tempi siamo in ritardo), e occorre in rapidità un’operazione capillare e continua di sensibilizzazione sul tema del paesaggio e, in contemporanea, sul tema del nostro fabbisogno (crescente), di energia. Il Valore del Paesaggio e il Costo dell’Energia: il Costo del Paesaggio e il Valore dell’Energia.
26) Nei limiti delle possibilità consentite dalla normativa nazionale, condensare l’attività edificatoria in due titoli abilitativi.
27) Rivedere la costruzione delle tabelle per la determinazione degli oneri “concessori” (il Contributo di Costruzione), in funzione anche della Qualità dell’Architettura.
28) Creare un fondo di anticipazione regionale per consentire ai Comuni di progettare in anticipo e di avere un “parco progetti” spendibile per finanziamenti dell’Unione Europea o dello Stato. Se si aspettano i bandi si arriva sempre in ritardo nella progettazione del lavoro pubblico.
29) Redigere un documento guida, dal taglio pratico e concreto, per supportare i Comuni nella redazione della SUM (Struttura Urbana Minima). Disaccoppiare amministrativamente questo strumento dal PRG per fare in modo che il suo aggiornamento e la sua implementazione siano molto più veloci rispetto al procedimento di formazione del PRG, e che possa dunque essere approvato anche in variante al PRG. Questo strumento può essere redatto con l’aiuto dell’Università, certo, ma soprattutto del Centro Regionale di Foligno.
30) Redigere un testo unico sulla ricostruzione, non tanto per gli aspetti tecnici (abbiamo un’ottima struttura per questo), quanto per gli aspetti economici e sociali. Il tema non è COME ricostruire: il tema è PER CHI ricostruire.
31) Spingere (nudge) verso il BIM anche la filiera privata delle costruzioni.
Lo “Scudo”
Cristina e io decidemmo di andare a trovare nostra madre a Nancy nell’estate del 2002. Partimmo con un vecchio “Scudo” della FIAT, che chiesi in prestito a Patrizio. Beatrice aveva 16 mesi e quindi ancora prendeva il latte al biberon. Pietro era più grande, ma sempre un bambino. Lo Scudo aveva un solo problema, che Patrizio mi aveva anticipato: dopo un po’ di km l’acqua del radiatore si scaldava e bisognava fermarsi. Partimmo senza cellulare, senza navigatori, senza carte stradali, piantine o altro. In fondo eravamo stati tante volte in Francia e quindi non sarebbe stato difficile. Solo che avevamo deciso di passare da Digione, dove all’epoca abitava mio fratello Enrico. E dunque il viaggio che mi ero prefigurato prevedeva di andare verso Milano, di girare a sinistra a un certo punto verso Torino, di trovare il passo o la galleria del Monte Bianco, e di uscire in Francia andando fino a Digione. Partimmo di sera perché così avremmo rischiato di meno con l’acqua del radiatore dello Scudo. Arrivammo a Milano, sbagliammo tangenziale e prendemmo la est invece della ovest, in piena notte. Chiedemmo informazione a una pattuglia della Polizia in una stazione di servizio, che ci consigliò di tornare indietro. Cosa che facemmo. Nulla di grave: un’oretta di ritardo sulla tabella di marcia. Andando verso Torino attraversammo questo paesaggio piatto e diradato (solitario, a tratti), che non avevo mai visto, e di cui ricordo solo la quantità infinita di insetti che si spiaccicavano sul parabrezza. E dunque mi fermavo spesso a mettere l’acqua nel serbatoio dell’acqua tergicristalli. In prossimità di Torino seguimmo le indicazioni per il tunnel del Monte Bianco. “Le tunnel du Mont Blanc” era un mito della mia giovinezza in Francia: mia madre ne parlava sempre con sua sorella, con le sue amiche, con Philippe, con Zio Claude, con zia. Con gli adulti insomma. E a me sembrava una cosa mostruosa da sconfiggere.
Arrivati al tunnel ci fu un po’ di attesa da fare (sfruttammo il tempo per dare da mangiare a Beatrice e per cambiarla, poi si addormentò con Pietro vicino).
Piccola digressione: quando faccio un viaggio in auto, l’unica cosa che mi mette ansia (prima molto di più, e pour cause, viste le mie avventure con vecchie automobili), è capire come posso uscire d’impaccio se la macchina ha un guasto improvviso. E dunque ripasso mentalmente una mappa e una lista di amici a cui potrei chiedere aiuto in caso di necessità. Se sono verso Forlì penso a Francesco, verso Modena penso a Sara, a Firenze a Alessandra, a Milano a Stefano. Ma a quel tempo verso Torino non avevo nessuno a cui far riferimento, e dunque non vedevo l’ora di passare il confine. Digione era lontana, ma se avessimo avuto un guasto mio fratello Enrico mi avrebbe tirato fuori, in un modo o nell’altro.
Passato il tunnel arrivammo poi al primo casello autostradale francese che era ancora un po’ buio. Chiedemmo indicazioni per arrivare a Digione e dormimmo un paio d’ore in macchina. Arrivammo da Enrico leggendo i cartelli stradali e dopo pochi giorni di sosta eravamo da mia madre, a Nancy.
Poi venne il momento di ripartire. Ricordo mia madre e i miei fratelli che ci salutano con le lacrime agli occhi, con mia madre preoccupata. Partimmo di giorno, perché volevo fare il percorso in Francia con la luce del sole, arrivare in Italia con la notte, in un paesaggio conosciuto. Il viaggio di ritorno prevedeva Sainte Marie aux mines, Basilea, la Svizzera, Chiasso, Milano e poi casa. Il ritorno fu punteggiato dalle nostre soste tecniche e dal mangiare ogni tanto, ma comunque seguimmo il programma (che era solo latente, in testa). Solo a Basilea ci sbagliammo (Basilea era sempre un cantiere), e tra interruzioni e deviazioni sbucammo in Germania. Anche qui piccolo dietro front con risate dei doganieri tedeschi e nostro conseguente “vaffanculo kartoffen”. Poi le tre ore e mezza della Svizzera e poi finalmente altro luogo mitico di famiglia: Chiasso. Mi ricordo che a Milano era notte fonda e che ero molto stanco. Ci fermammo alla stazione di servizio San Giuliano a mettere il gasolio e prendere un caffè buono (finalmente!). Alla ripartenza puntai una stella che mi sembrava più lucente delle altre, verso sud est, verso casa. Il motore diesel aveva fatto un buon lavoro, con il suo ritmo lento e rassicurante. Ripartendo lo ringraziai. Da Milano in giù, in Italia, d’estate, non poteva succederci più nulla di grave.
Careggi: colonne sonore
I primi tempi è stato Paolo Conte. All’inizio dormivo in un letto di questo grande camerone per tre studenti, ospitato da Sergio e Luigi. Alla sera si mettevano spesso le cassette (audio-cassette), di Paolo Conte, con la sua Verde Milonga o il suo Diavolo rosso, che non conoscevo. Luigi frequentava gruppi emergenti e musica contemporanea (molto contemporanea), tra cui anche i CCCP e gli emergenti Litfiba. A me non piacevano, non li capivo: mi rifugiavo nel mio Lucio Battisti e in lui ritrovavo tutto il ventaglio delle sensibilità e delle emozioni umane. Sergio provava a convincermi con Fabrizio De Andrè e altri cantautori, le cui posizioni politiche o ideologiche, però, me li facevano evitare. Non per motivi politici: è che ritenevo queste incursioni indebolissero la purezza e la forza delle emozioni. Ricambiavo il loro “corso di alfabetizzazione” alla musica con battute ciniche, cercando di tirarmi fuori dall’imbarazzo. Da parte mia, insomma, poche parole: la timidezza e la presunzione si alimentavano a vicenda. Si sarebbero nutrite a vicenda per tanto tempo ancora. Davvero non so come si siano potuti affezionare a me, soprattutto Sergio, con cui il rapporto è stato più intenso e coltivato negli anni a venire. Dopo un po’ di tempo i miei due amici furono trasferiti nella “Torre” di Careggi: stanze singole accoppiate, con il bagno in comune. Un vano più lungo che largo (2×5 m ca.), che prevedeva un tavolino fisso sotto la finestra di fondo, un letto singolo addossato al muro, un tavolo quadrato ricoperto di formica blu, un piccolo armadio a muro. Dunque una stanza larga, nella parte più generosa, non più di 2 m: una cella “laica”.
Non c’era molto spazio e di conseguenza la sera montavo una brandina da campeggio che Sergio aveva portato (per me), da Jesi, costituita da tubi di metallo e tela di jeans. La brandina andava montata la sera e smontata la mattina. Poiché non vi era proprio spazio per poterla lasciare aperta nella distanza rimasta libero tra il tavolo e la parete, una volta montata andava spostata sotto il tavolino e quindi dormivo per una buona parte infilato lì sotto: una sorta di TAC innocua e silenziosa. Finché non spengevamo la luce, mi divertivo a verificare l’esistenza di qualche disegno misterioso sull’intradosso del tavolo. Mettevo un pigiama blu comprato alla Standa di Piazza Dalmazia e mi coprivo con una coperta simil-militare. Tempo dopo trovammo il modo di non smontare e rimontare quotidianamente la brandina, ma di lasciarla sempre pronta, diritta in piedi tra il muro e il tavolo. Solo che, lasciandola sempre tesa, la struttura cominciava ad allentarsi, quindi dovetti migliorarla con una cordicella che torcevo, la sera, in modo da rimettere tutto in tensione, come facevo con il carico di fieno sul rimorchio, a casa.
Compiuto questo piccolo rituale di preparazione mi stendevo sulla brandina con una gestualità misurata fatta di una sequenza precisa di movimenti. Ci raccontavamo poi le nostre giornate, le preferenze sull’architettura, la nostra vita fuori dall’Università, i miei tormentati amori (platonici), di Spoleto. Poi era come se ci fosse un segnale tra noi, una pausa più lunga, una mancata replica a una battuta: facevamo dunque silenzio, pigiavo il registratore e partiva Chet Baker. Era una cassetta di Chet Baker registrata a Macerata, di nascosto, in un qualche locale di second’ordine, che Sergio aveva recuperato e avuto non so come. Qualità acustica pessima, ma pathos incredibile. C’era anche My funny Valentine, che Chet Baker suonava e “cantava” forse più ubriaco (o peggio), del solito, con una passione così forte che la ricordo ancora adesso. Ho comprato pochi anni fa My funny Valentine su iTunes, e la riascolto in versioni più “pulite”: mi commuovo lo stesso, anche se quella registrazione era ineguagliabile. Il registratore, finito il nastro dell’audio-cassetta, si spengeva. “Tac”: il pulsante di sinistra scattava e io mi addormentavo.
Ho ritrovato Giovanni Lindo Ferretti quando è tornato alle sue radici appenniniche, prima e meglio di quanto abbia fatto io.
Paesaggio italiano n. 40 – Latina

Paesaggio italiano n. 39 – Spoleto

L'”asprana”
L’anchusa italica ha i fiori del colore che preferisco: un blu profondo, un blu che non finisce mai, un blu inesauribile, insondabile, frattale. Piccoli fiori che nascono su gambi ricoperti da una fitta peluria anche un po’ irta. La peluria è blandamente urticante (no, urticante è troppo: è fastidiosa, ispida), e se uno la strofina per molto tempo o se è costretto a passarci vicino per ore, come quando andavamo nei campi, può provocare qualche arrossamento. In dialetto la chiamano “asprana” o “aspraina”. Forse perché è dura (aspra), o perché è proprio aspra al gusto. Noi non la mangiavamo, ma probabilmente è commestibile, poiché rassomiglia un po’ alla cicoria.
Quando rientravamo a casa da giornate piene solo di fatica, di sole e di sudore, guardavo questi fiori, inerpicatisi sulle ripe delle strade del ritorno. Il loro blu sembrava rinfrescarmi, o forse era solo il tramonto che illanguidiva il sole sulla nostra pelle. Alla fine del giorno, alla fine di tutto, capitava spesso che la luce quasi orizzontale mettesse questi fragili petali in controluce, in trasparenza. La luce rossastra del sole (tra il rosso e l’arancio), e questo blu profondo erano uno spettacolo formidabile.
I fiori arrivano a giugno e permangono per molto. Avevo provato a trarne un colore strofinandolo sulle mani, ma dopo pochi minuti il blu spariva e diventava marrone, si appesantiva, diventata scuro. Quei fiorellini mi dicevano: siamo piccoli, ma tu non puoi averci. Anni dopo avrei capito che quella lezione mi era tornata comoda per capire la definizione di limite, così come la capivo io (una definizione del tutto ingenua, poetica e personale, che tuttavia mi è rimasta impressa): per quanto tu possa essere delicato (un piccolo numero chiamato epsilon), il valore vero tu non puoi mai acciuffarlo. Il blu ti sfuggirà sempre.
