Alcune brevissime note su Leopardi, il paesaggio, la fatica.

«Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura»
Giacomo Leopardi, 1837

Il paesaggio è come il tempo per sant’Agostino. Tutti sappiamo cos’è, ma non lo sappiamo definire. E se abbiamo già difficoltà a definire le cose limitate, figuriamoci quelle illimitate, quelle di cui è difficile tracciare un confine, una cornice, un recinto. Tuttavia, per parlarne, per farne l’oggetto di un discorso, dobbiamo convenire su alcune definizioni.

Posso provare a dare un piccolo contributo, per via negativa, cercando di eliminare le incrostazioni dal concetto di paesaggio. Ne vedo tre, al momento.
a) Il paesaggio non è l’ambiente. Anche se vi è stato un notevole schiacciamento tra i due termini, direi che l’ambiente è base nuda, lo sfondo, la matrice (come direbbero gli ambientalisti) più “naturalistica”, su cui il paesaggio si fonda.
b) Il paesaggio non è il territorio. Il territorio, luogo forse privilegiato dagli urbanisti è il dato asciutto: al massimo è il luogo dove prevedere, con sovrastimate capacità demiurgiche, la localizzazione di ferrovie, strade, case, scuole, campi.
c) Il paesaggio non è il panorama, soprattutto se vogliamo superare quella concezione “visibilistica” o solo visibilistica del paesaggio. È una relazione strana: ogni panorama è sicuramente un paesaggio. Non necessariamente il paesaggio è un panorama. Pensiamo per esempio a un paesaggio urbano, un paesaggio industriale, una grande radura nel bosco, per usare un’immagine cara ai filosofi.

Se dobbiamo pensare a definizioni “positive”, posso partire forse da quella più nota, più prosaica: la Convenzione Europea del Paesaggio. Tuttavia la Convenzione Europea, che tutti conoscono, a me pare non aiuti: lo dico con umiltà. Chiedo al lettore di seguirmi un po’. L’art. 1 della convenzione del 20 ottobre 2000, apre così:
“Ai fini della presente Convenzione:
a. “Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;”.

All’art. 2 continua poi così: “Articolo 2 – Campo di applicazione.
Fatte salve le disposizioni dell’articolo 15, la presente Convenzione si applica a tutto il territorio delle Parti e riguarda gli spazi naturali, rurali, urbani e periurbani. Essa comprende i paesaggi terrestri, le acque interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, che i paesaggi della vita quotidiana e i paesaggi degradati.”

I profili critici di questa definizione sono stati evidenziati da autori enormemente più prepararti di me sul tema. Ne voglio ribadire, solo per esigenze che poi attengono alla gestione pratica del paesaggio, solo alcuni. Il paesaggio designa una determinata parte di territorio. Il punto è come definire, delimitare una parte. Dove finisce questa parte? Come è percepita dalle popolazioni? Quali? In che modo capiremo come sono percepiti? Il carattere di un paesaggio che cosa è? Già il tema del “carattere” in architettura ha portato a versare fiumi di inchiostro, come si dice oggi. Definire il carattere di un paesaggio è sfida intellettuale e culturale improba.
L’art. 2 aumenta ancora la difficoltà, poiché se tutto può essere paesaggio, tutto è paesaggio. Ma è evidente che bisogna distinguere tra paesaggio e paesaggio tra il casello di melegnano e Piazza Navona. E dunque che c’è bisogno di una costruzione valoriale e di una governance specifica per l’attribuzione o il riconoscimento di detti valori.
E’ ben nota questa frase della scuola di Palo Alto: “È impossibile non comunicare”. Tradotto nel nostro contesto vuol dire che è impossibile non essere in un paesaggio. Noi siamo sempre in un paesaggio, solo che non lo sappiamo. Solo che non lo sappiamo dire.
E allora bisogna rassegnarsi e cambiare l’oggetto del discorso: il tema non è il paesaggio: il tema è il valore che daremo al paesaggio, e cioè il valore che daremo a una certa porzione di territorio che avremo convenzionalmente delimitato.

Devo introdurre poi un altro argomento: cos’è questa interazione umana di cui parla la Convenzione del Paesaggio, se non la ricerca costante e continua dell’Uomo nel voler ottimizzare l’Energia? Il nostro paesaggio, che non è più naturale (non lo è mai stato, da quando ci siamo noi), è allora il frutto della trasformazione dell’ambiente, del territorio, al fine di ricavare la massima energia possibile dall’ambiente circostante e al fine di consumare il minimo di energia. Tutto il paesaggio è correlato fortissimamente all’energia: dalle città granaio dell’Anatolia, alle cittadine che si sono disposte sui versanti come Trevi, alle città “terapeutiche” di Leon Battista Alberti, al Barone Haussmann. Per fermarsi all’Italia, ai boschi che sono stati totalmente sacrificati dalla necessità di legname da costruzione, di legno per le navi e i remi, di legna da ardere.
Dalle strade, che sono state fatte per ottimizzare la fatica e le pendenze impossibili. Si mettevano i sacchi di calce sulla schiena dei muli e si bucavano, lasciandoli salire quasi lungo le isoipse naturali del terreno.
Dalle piccole centrali idroelettiche, ai nostri molini d’acqua, alle concerie, ai molini a vento, agli invasi artificiali, tutto è stato fatto per sfruttare le energie presenti sul luogo.
Le case sono state fatte per l’energia, i portici a sud, le limonaie, gli impluvi, i cortili, i recinti murari degli agrumi a Pantelleria sono fatti per l’energia.
Gli acquedotti romani sono una questione di energia, che siano in piena luce come il Ponte delle Torri di Spoleto o nascosti nel fianco della montagna come il Sanguinone. L’evoluzione del paesaggio non sarebbe altro che la storia sociale della fatica umana.

E’ evidente (almeno per me), che manca allora una estetica nuova per capire il paesaggio, quella che mi diverto a chiamare kepostica. E’ evidente che tra le Saline di Trapani (questione di energia), e il parco eolico della pianura di Foggia vi è un salto di qualità. Ma questo salto mi sembra non siamo ancora in grado di gestirlo, di capirlo, di argomentarlo, di discuterlo.
“Lesione dei valori paesaggistici”, “Impatto significativo sul paesaggio”, e altre formule burocratiche simili non reggono a una discussione seria e approfondita. Se il valore paesaggistico è dato dal suo status quo, qualsiasi intervento è lesivo. Se il valore è lo status quo, qualsiasi intervento ha un impatto significativo. E d’altra parte locuzioni simili negano da subito la possibilità di qualsiasi intervento migliorativo, assolutizzando il fatto che il paesaggio attuale è il migliore che ci possa essere. Il che è un assurdo.

Rimane infine un punto che in questa sede è impossibile trattare a causa di una lunghezza eccessiva dello scritto, che non si addice ai social.
CHI decide dove finisce un paesaggio? CHI decide del suo valore?
Perché paradossalmente, in materia di paesaggio, il tracciare un limite non è mai questione anodina, quantitativa, asciutta, oggettiva, ma implica già una scelta di valore. E delle responsabilità, che noi tendiamo a disperdere in mille rivoli di crocette e analisi multifattoriali, ma che resistono ostinate, e che qualcuno deve prendersi. Quella parte è paesaggio, ed è una parte proprio perché le ho riconosciuto già delle qualità, qualità che sono diffuse in un continuo, che devo sezionare. Tema non facile.

Les lauriers-roses

Mamma adorava gli oleandri. Le facevano pensare all’Italia. A Nancy non ce n’erano, o almeno io non me li ricordo. Passo per il Viale della Stazione di Spoleto e ripenso a lei e al primo viaggio che facemmo per venire in Italia nell’estate del 1972.
Che coraggio aveva! Partire da Nancy con 4 figli piccoli per approdare nel centro dell’Umbria! Donna sola, vedova, doveva essere una decisione coraggiosa: almeno così mi sembra oggi.
Mi ricordo di quella Ford Taunus 17 azzurrina. Siamo sull’autostrada dopo Milano e rivedo quel jersey a dividere la carreggiata con gli oleandri bianchi e rosa tutti in fiore. Mi affaccio in avanti dal sedile posteriore e vedo la lancetta del tachimetro (una lancetta arancione che spazza da sinistra a destra un tachimetro oblungo, e che a me pare subito mal disegnato, visto che nella parte centrale del tachimetro almeno metà di questa lancetta scompare sotto il profilo superiore della maschera di plastica), che segna i 170 km all’ora. La cosa mi fa un po’ paura e mi rende euforico allo stesso tempo. Abbasso il finestrino e cerco di mettere la mano fuori, ma il vento me la spinge violentemente all’indietro: cerco di controllarla e faccio prendere alla mano più o meno aria, inclinandola in su o in giù rispetto al terreno. Scopro che l’aria è consistente e scopro che l’acqua che mi pare di vedere sull’asfalto, in lontananza è solo un effetto del calore: è un miraggio! Azzardo a mettere fuori un po’ la testa con l’aria che mi si infila nella bocca e che mi gonfia la guancia in maniera insostenibile.
Poi il viaggio continua: rivedo solo questa strada lunga e poco frequentata e un sole pazzesco, e mia madre che ci dice di guardare le stazioni di servizio con scritto su Coupons per fermarsi a fare benzina, perché l’euro ancora non c’è e immagino che mamma pensi bene di mantenere le lire cambiate in Francia per le spese che avremo nel restare a Spoleto per qualche tempo.
E poi ancora e ancora km e arriviamo alla prima curva che sale e che scopre il Lago Trasimeno sulla destra, prima di Passignano. Imploriamo mamma di fermarsi poiché vogliamo fare il bagno. Il lago ci sembra un paradiso: bello, azzurro, grandissimo (eravamo abituati al lago di Gérardmer, piccolo lago tra Nancy e Mulhouse, nei Vosgi). Ma mia madre resiste e tira diritto, immagino tra i nostri pianti. Poi Spello con una fila di cipressi piramidali lungo la strada sulla destra: mi ricordo questo ritmo serrato di luce ombra, anche fastidioso, a tratti. Detto en passant, Spello è l’ultima città umbra in cui vi è, direi, quasi una cultura del cipresso, quasi Toscana. Infine il cartello stradale “Spoleto”: sappiamo di essere arrivati. Il Viale della Stazione è costeggiato da prunus e da oleandri. Arriviamo proprio davanti al bar gestito da zia, con Patrizio seduto sotto l’ombrellone di tela, un gelato enorme in mano.
Con l’oleandro realizziamo nei giorni seguenti le prime “lance” o le frecce di archi improbabili, insieme agli amici che ci facciamo a Spoleto (io lego subito con Carlo). Tra l’oleandro si nascondono spesso le lucertole a cui diamo la caccia, e il cui colore brunastro si confonde con le foglie secche. La siepe d’oleandro sarà anche la siepe che ci permetterà di giocare a calcio nei giardinetti e di evitare che il pallone finisca sempre nel Viale della Stazione, costituendo una sorta di fitta barriera.
L’oleandro punteggia insomma la mia vita: sull’autostrada verso l’Italia nel 1972, l’infuso che mi preparo (e bevo), nel 1985, nel mio periodo da militare, per cercare di alterare il mio ritmo cardiaco per ottenere una licenza di convalescenza maggiore di quella che normalmente riesco già ad ottenere. L’oleandro infine unico arbusto che riesce a crescere intorno alla casa di campagna, con pochissima acqua, nessuna potatura, pochissima “manutenzione”. Una delle ultime foto di mia nonna la ritraggono seduta sulla sedia del bar, vicino all’oleandro: mi rendo conto adesso che hanno la stessa durezza e la stessa fierezza.
Ora che andiamo spesso in vacanza in Puglia, noto che l’autostrada diventa, in maniera preponderante in Abruzzo, un trionfo di oleandri: alti, esuberanti, densi di fiori bianchi e rosa. Ci sono gli oleandri, andiamo verso il sud, verso il nostro Midi, non può succedere nulla di male. Guardo nel retrovisore i miei figli, seduti sul retro, e per simmetria mi lascio guardare (anche se fingo di non vedere). Torno sulla strada e mi faccio accompagnare dagli oleandri ai lati della strada: chissà quanto sarebbero piaciuti alla mia mamma.

Paesaggio italiano n. 38 – Bastia Umbra

Motorino Benelli (1)

Era un piccolo motorino giallo, di quelli bassi (adesso vedo su internet che si chiama mini-bike, ma forse si chiama così solo adesso): un Benelli giallo 50 cc. Per me è stata la libertà assoluta, per un po’ di mesi, per fare qualche giretto lì intorno, senza essere sposato ad alcuna corriera.

Una volta tornai di sera, da Spoleto, d’inverno, con una pioggia importante. Sulla strada regionale cercavo di seguire, fin quando potevo, i fanalini rossi delle auto davanti a me. Quando la distanza tra noi si faceva importante dovevo rallentare, illuminando la strada con il fioco fanale del Benelli. La strada che conoscevo così bene (che presumevo conoscere bene, devo dire), mi era parsa subito più lunga del solito, fatta solo di catarifrangenti e targhe ettometriche. Senza casco, senza occhiali, il mio giaccone verde era tutto bagnato e schizzato (un quadro pointilliste e vivant), a causa delle auto davanti e di quelle che mi sorpassavano. Volendo riposarmi (e farmi vedere da Carla), mi ero fermato a casa sua, che era lungo il tragitto. Carla era una ragazza bellissima, ovviamente, e l’occasione di fare colpo mi si era presentata come una folgorazione. Ero completamente fradicio: dalle scarpe, a ogni passo usciva dell’acqua, facendo una sorta di piccola schiuma ai lati. L’avrei sicuramente intenerita, pensavo, avvicinandomi al campanello. Quando si è giovani si è anche un po’ stupidi. La madre, nel venire ad aprire la porta, si era spaventata, perché avevo la faccia totalmente coperta di schizzi, acqua sporca, ed ero appunto tutto zuppo, dalle scarpe ai capelli. Mi aveva invitato subito a andare in bagno a lavarmi. Ho sporcato tutto il suo bel pavimento con le mie scarpe schiumose e sonore, come due rospi che saltavano alternandosi in avanti. E così, in bagno, mi sono guardato allo specchio: una visione orribile. Non avrei intenerito nessuno, al massimo avrebbe(ro) pensato che fossi un cretino. Mi sono lavato il viso, ho farfugliato qualcosa a Carla e alla madre, dicendo che non potevo far tardi e che a quel punto asciugarmi tutto sarebbe stato ancora peggio, poiché avrei poi dovuto comunque riprendere la strada, e sono ripartito. Sono arrivato a casa in condizioni disperate, poiché gli ultimi 4 km di strada erano in ghiaia, senz’asfalto: i parafanghi non “paravano” più nulla e il fanale era sepolto da una patina di fango acquoso e giallastro, che avevo già cercato di pulire più volte con le mani. Sono entrato in casa come un uomo d’argilla.

Paesaggio italiano n. 37 – Latina

L’acquazzone


C’era solo l’Alfasud in casa e dunque, avendo conseguito anche io la patente di guida, dovevamo un po’ dividercela con Patrizio. Quel giorno d’estate era uno dei “miei” giorni. Ci eravamo accordati perché lui lasciasse la macchina vicino alla stazione ferroviaria, nel grande piazzale che vi era tra la recinzione del vecchio cotonificio e l’area dei binari. Il piazzale era ancora in ghiaia. La stazione di Spoleto si trova in fondo al Viale della Stazione (appunto), lungo circa 700 m, e con un dislivello significativo rispetto all’innesto con Via Flaminia. Era costume tra noi lasciare le chiavi dietro la ruota lato guidatore, a terra.
Io volevo uscire con lei, il pomeriggio. Le avevo anticipato qualche giorno prima che quel pomeriggio sarei passato alle 16,30 al massimo a casa sua. Dunque mi sono messo la camicia buona e ho fatto in piena estate i quasi 4 km di strada bianca che portavano alla fermata dell’autobus delle 15,40. Avevo messo da parte anche pochissimi soldi per poterle offrire qualcosa. All’arrivo a Spoleto, alle 16 circa, ecco che viene giù il diluvio universale, mentre io mi incammino dalla fermata di fine corsa verso la stazione. Ma non era certo un temporale estivo che poteva preoccuparmi a vent’anni. Dunque continuo a camminare sotto la pioggia, anche se questa comincia a diventare un vero e proprio diluvio. Decido dunque, a tre quarti del percorso di rifugiarmi sotto una vetrina di un negozio e comincio a guardare questo temporale pazzesco che non sembra voler finire presto. Mi dico che comunque ho ancora tempo (mi prendevo sempre, come ora, un po’ di anticipo). Guardo infine questo fiume d’acqua che scende lungo il viale, le cui caditoie non riescono più ad assorbire una tale mole d’acqua. Seguo con lo sguardo piccoli oggetti trascinati dalla corrente: mucchi di aghi di pino, foglie vecchie, pacchetti di sigarette, volantini vari e realizzo che tutta quest’acqua è destinata … al parcheggio sterrato della stazione!!! Comincio a correre verso la stazione inzuppandomi completamente e da lontano vedo che l’Alfasud è circondata da un quindici centimetri di acqua sporca. Mi tolgo le scarpe, arrotolo i pantaloni fino ai polpacci, la camicia fino al gomito, e mi avvicino di gran carriera all’auto. Ci sono diversi spettatori di questa scena, al sicuro, sotto la grande pensilina della stazione: chi aspetta l’autobus, chi qualcuno che lo venga a prendere, chi è molto in anticipo sul treno … Immagino che mi prendano per un tipo strano, ma non mi importa: il mio unico timore è che chiamino i carabinieri o la polizia. Arrivo alla macchina e comincio a tastare il terreno dietro la ruota e fortunatamente lì non c’è stata corrente e quindi le chiavi ci sono ancora. Le asciugo (si fa per dire), entro e metto finalmente in moto. Mi tolgo la camicia, srotolo i pantaloni e metto l’aria calda al massimo. I vetri cominciano subito ad appannarsi quindi decido di aprire un po’ i finestrini (il temporale sta finendo), e faccio due giri interi di Spoleto in seconda marcia con il motore su di giri e l’aria calda al massimo. La strategia funziona, solo che sto facendo tardi e a me non piace e poi penso è uno dei primi appuntamenti con la macchina a disposizione: lei può, io no. Passo al bar vicino a casa sua e decido di comprarle un cornetto Algida, diminuendo subito del 25% il mio budget. Parcheggio sotto casa, faccio i tre piani di corsa, suono il suo campanello, con il gelato in mano, ancora in buono stato. Lei apre la porta e con quel sorriso che mi ha sempre fregato, mi dice: “Oggi non ho voglia di uscire, mi dispiace. Non ho proprio voglia.” Non ricordo quale altra giustificazione adduce, ma insomma mi pare molto determinata e quindi comincio a scendere le scale. Non so cosa pensare. Non voglio dirle che ho fatto un’ora di camminata sotto il sole per prendere l’autobus, e tutto il resto per avere la macchina, perché a quel punto lei si sentirebbe obbligata a uscire con me a causa del senso di colpa. Per me è inaccettabile, una sorta di ricatto, un ottenere il risultato con un raggiro. Prima cosa, dunque, mangiare il cornetto algida che si sta sciogliendo. Seconda cosa: ridere. A chi raccontare infatti questa storia senza farsi prendere in giro da amici o da Patrizio? E’ una storia inenarrabile. Terza cosa: come continuare con lei? E soprattutto: continuare?
L’ultima domanda trova risposta poco tempo dopo, poiché si fidanza (all’epoca si diceva così), con un tizio, un altro natural winner, sorriso spavaldo e sicuro, qualche anno più di me, macchina nera sportiva e occhiali Rayban da top gun ante litteram. Da lì in poi è solo un aumentare la distanza tra noi. Lei è bellissima, salta in alto come una farfalla, corre come una gazzella, ha l’eleganza naturale della pantera. Ma è destinata ad altri. Fine.
Ci rivediamo circa 30 anni dopo, piove forte, e decidiamo di fare una passeggiata prendendo un misero ombrellino dall’auto. Ognuno con la propria vita: mariti mogli separazioni compagni figli lavoro genitori ecc. A un certo punto mi dice: “Ho pensato spesso a quello che mi dicevi quando ci vedevamo, tanti anni fa. Ma allora non lo capivo …” E io, cercando di fare il “ganzo”: “Eh, lo so, io sono sempre stato avanti ….”. Lei, con un tono e un sorriso che non saprei come definire: “Guarda che con le donne essere avanti non è sempre un vantaggio: vuol dire solo che sei fuori tempo.”
Già, il tempo: ormai siamo tornati al punto di partenza, fradici entrambi, e ognuno rientra nella propria auto, nella propria vita. I vetri si annebbiano immediatamente …

La Ginestra

Sulla ginestra ho già detto tante cose. Penso che insieme alla cicoria sia stata una delle piante che ci ha aiutato di più a sopravvivere nei primi anni in campagna. Le foglie sono diverse da quelle che siamo abituati a vedere sulle altre piante: sono lunghe e lisce, come se fossero le “spine” di un istrice, e quindi non c’è un sopra o un sotto. E’ un arbusto molto leggero e poco denso, quindi la sua ombra è sempre un’ombra molto leggera e quindi è un’ombra buona, a differenza dell’ombra del noce, per esempio, che è troppo cupa. D’estate quando si è sudati non va bene sedersi all’ombra del noce: molto meglio un salice o un bell’arbusto di ginestra. Anche se verde, la ginestra arde benissimo e crèpita nel fuoco, come l’alloro e funziona quasi da starter per accendere il fuoco. Le sue foglie, raccolte e legate hanno fatto da tamponamento esterno in molte baracche, riparandoci dal vento e dalla pioggia e fornendo alloggio a pecore e capre. Le stesse foglie, legate e piegate in modo diverso, servivano per pulire la canna fumaria del camino. Ancora le stesse foglie servivano a scaldare il forno dove cuocevamo i primi pani fatti in casa. E infine servivano a fare le prime ramazze per la pulizia delle stalle o dei piazzali. Nonna raccontava sempre che da piccola, nei torrenti ai piedi del Monte Catria, battevano la ginestra, la sfibravano, e con quei fili rudimentali facevano anche dei vestiti …
Le ginestre sono state le prime ad arrivare su quei terreni resi ancora più brulli dal passaggio del bulldozer che zia aveva voluto per spianare le pendenze troppo forti. Chissà perché questa “fissa” di zia: le colline un po’ livellate avevano creato dei riporti di terra con pendenze molto più forti. Chissà perché questo puro esercizio di potere, di dominio: un gesto da Capricorno? I primi anni il paesaggio dei campi era “lunare” perché in alcuni punti in alcune aree lo scavo era andato ben oltre il metro di profondità e si vedeva l’argilla grigio-bluastra, che avrebbe resistito per molto tempo. Le ginestre, comunque, sono pioniere e quindi riuscivano a crescere su quei terreni.
Le ginestre sono di due tipi: quella cosiddetta dei carbonai, che da noi cresceva solo nel bosco, e quella comune. La pioniera è questa ultima: forse l’altra ha bisogno di maggiore ombra, di maggiore umidità. Quella dei carbonai è più morbida, più mite, più piccola. La ginestra comune ha i fiori gialli di un bel giallo intenso, e profumati, e duraturi. E’ proprio un bello spettacolo vedere cespugli e macchie di ginestre in fiore con il contrasto giallo-verde. I primi fiori arrivano a maggio e poi continuano per un bel po’ durante l’estate. Dopo una pioggia sono piene di lumache, che salgono dal basso sui rami lisci. Il profumo della ginestra per noi significava solo che la scuola stava per finire. E mi dispiaceva che un mio idolo, Leopardi, avesse connotato negativamente la ginestra nelle sue ultime composizioni.
Il fiore contiene sparteina, o meglio solfato di sparteina, che nelle mie letture adolescenziali avevo compreso essere un componente del siero antivipera. Il nome del composto era già così allusivo che mi immaginavo bastasse strofinare sul morso dei fiori pestati per avere salva la vita. Da ragazzino a Spoleto infatti mi divertivo a cacciare le lucertole (ovviamente), e poi in campagna ero passato ai serpenti e dunque alle vipere. Ne ho catturate un paio: mi ero fatto una cultura su di esse, sul fatto che non hanno orecchie e che, prese per la punta della coda, non riescono a tornare su e a mordere. La cosa mi aveva fatto sorridere poiché anche le vipere non avevano abbastanza “addominali” per tornare su con la testa. Rocky Balboa sì e le vipere no.
Quando sarò ricco pianterò nel mio giardino molte ginestre: glielo devo.

Un piccolo autobus verde

Andavamo a scuola prendendo questo piccolo autobus verde che passava nella strada provinciale di fondovalle alle 7,20. Per prenderlo ci alzavamo alle 6,40. Con la bella stagione non vi erano grandi problemi. Solo che la bella stagione arrivava quando la fine della scuola si avvicinava. Da ottobre ad aprile era uno strazio poiché lo stradello che percorrevamo era appunto una strada su cui potevano passare solo trattori era di terra. Quindi di fango, tutta in discesa. In inverno ci alzavamo con il buio: Patrizio si alzava un po’ prima e metteva i jeans nel letto prima di indossarli, a causa del freddo. Si lavava come si lavano i gatti (come gli ripeteva nonna), prendendo poche gocce d’acqua e pulendosi a malapena gli occhi. Io mi lavavo un po’ più intensamente, prendendo un po’ d’acqua dal grande fusto, nei primi anni. All’epoca non usavamo ovviamente deodoranti: erano proprio fuori dal nostro orizzonte e poi li avremmo considerati anche un po’ cose “da femmine”, se non peggio.
Raramente il focolare era in funzione e dunque zia e nonna si alzavano per ravvivarlo, metterci su qualche tizzone e prepararsi un caffè, che sarebbe arrivato molto tempo dopo che noi eravamo usciti.
Ci mettevamo gli stivali, ci arrotolavamo i pantaloni e poi partivamo nel buio completo, senza torce. Il buio non è mai completamente buio e dunque arrivavamo alla fermata in tempo. In fondo alla strada di terra, prima del ponticello, lasciavamo le scarpe buone in una busta di plastica, che nascondevamo sotto un grande pino domestico, in mezzo alla ripa, ma accessibile con una certa facilità. Tempo dopo, il proprietario di una casa lì vicino, avendo scoperto in silenzio e con discrezione il nostro “traffico” per il cambio delle scarpe, ci offrì di fare il “pit-stop” nel suo garage. Le scarpe sarebbero state sempre asciutte, calde (d’inverno, fuori, erano infatti molto fredde), e avremmo potuto sederci comodamente con calma per cambiarci. Perché tra l’altro dovevamo cambiarci le scarpe in piedi, appoggiandoci a qualche albero o l’un l’altro. Credo che il suo nome fosse Dante: bisogna che io lo ringrazi, seppure tardivamente. Ci sono persone che si incontrano nella vita e che fanno piccoli grandi gesti di altruismo, di gentilezza. Non l’ho mai ringraziato all’epoca, a voce, di persona, per timidezza (la mia solita timidezza). Come può ringraziare un ragazzino di 15 anni per un gesto di gentilezza che viene ad un adulto, da un vecchio (così sembrava allora), quando il ragazzino sa di essere ragazzino, nonostante capisca la bellezza del gesto ma nonostante questo sa di non poter ringraziare con una profondità e con una consapevolezza che normalmente non ci si aspetta da lui?
Scendendo il sentiero in fretta e a volte correndo per non arrivare in ritardo i nostri vestiti si macchiavano di fango, di terra, e quindi bisognava correre in un certo modo, senza “tallonare” troppo. La cosa era un po’ complicata e buffa, a rivederla oggi: una sorta di “passo dell’oca”, di corsa. Più di una volta sono scivolato in quelle discese piuttosto ripide e fangose, e dunque sono tornato a casa, con il lato positivo del non essere andato a scuola, anche se con il ritorno a casa moriva la possibilità di vedere per qualche minuto (forse), le ragazze che mi piacevano.
L’autobus faceva un giro enorme perché “perlustrava” tutte le frazioni e arrivavamo a Spoleto verso le 8, comunque ancora presto per entrare a scuola. In quella mezz’ora si apriva un florilegio di opzioni, che però partiva da una prima scelta: marinare la scuola (fare sega). In quella mezz’ora c’era appunto la possibilità di vedere Roberta passare e accompagnarla per andare a scuola alle “Magistrali”, oppure più tardi Eloisa, o Manuela. Impossibile convincerle a marinare o assentarsi dal lavoro (Manuela lavorava già). Era una cosa, marinare, che facevamo soprattutto io e Francesco. Andavamo poi ad allenarci (arti marziali), oppure a giocare al pallone, o a conoscere Spoleto, con la sua macchina fotografica.
Il ritorno con l’autobus verde era lunghissimo: partiva da Spoleto alle 13,40 e arrivava alla nostra fermata alle 14,30. Da lì percorso a ritroso: cambio delle scarpe e via per la salita sulla strada di terra. La fame era pazzesca, poiché le nostre risorse quotidiane prevedevano i soldi solo per la merenda di mezza mattina. Patrizio aveva più fame di tutti perché lasciava spesso indietro Cristina e me. Spesso anche io prendevo qualche metro su Cristina per cui si formava questa piccola formazione lineare, anche perché in campagna, con il terreno disagevole, il sentiero è uno e si batte quello. Di qua o di là significava solo più fango, più fatica, più tempo. Lo stesso fango negli ultimi mesi di scuola (maggio, per me), si sarebbe asciugato a una velocità folle e avrebbe lasciato delle fessure molto ampie nel terreno. A volte sembrava di sentire la terra respirare attraverso quelle crepe. Interi tratti di strada soprattutto dove l’acqua aveva ristagnato si riconfiguravano su una estesa rete di spaccature, di fessure, di disegni ipnotici.
Anni dopo, con l’Alfasud, una volta usciti dal medioevo, è capitato di incrociare quell’autobus e di provare quella strana sensazione di nostalgia. Mi sono fermato e ho guardato con attenzione il conducente, per vedere se lo riconoscevo e ho sperato che dentro ci fosse qualcuno, ma era vuoto. Quel parallelepipedo verde, illuminato da dentro, con una luce che tanti anni dopo avrei ritrovato solo nei quadri di Hopper, era surreale: eravamo surreali. Siamo stati surreali, per un momento. Poi siamo tornati a fingere di fare cose importanti: il lavoro, i pensieri, il tragitto, la prossima fermata, lo sgarbo di un amico …

Estetica architettonica post-generativa

Titolo altisonante, forse. A parziale giustificazione, non vi ho dedicato molto tempo, confidando più sul contenuto. Per tentare di unire qualche puntino sul quadro dell’architettura e del giudizio estetico sulle opere di architettura mi è parso sufficiente.
Il primo è che tra l’architettura (o forse l’archistruttura)
parametrica e l’intelligenza artificiale, il momento produttivo,
generativo, della forma architettonica subisce un’accelerazione.
L’intelligenza artificiale sarà pronta tra pochissimo per accettare
come input non solo un testo, ma immagini, disegni tecnici, fotografie e di integrare tutte queste fonti per generare un progetto
architettonico, decine di progetti architettonici, con velocità impression­ante. Non parlerei nemmeno più di velocità, perché parliamo di immediatezza.
Il computer produrrà decine di immagini architettoniche coerenti
tra pochissimo. Dico coerenti e forse dovrei dire congruenti perché saranno immagini dotate di una certa solidità disciplinare: immagini di un’architettura che potrebbe essere vera.
E questo, ci chiede di apprendere subito una prima abilità (o co-abilità: il senso sarà subito chiaro), sarà quella di imparare a creare con l’algoritmo, in una sorta di dialogo, di tentativi, di correzioni, di raffinamenti. Sarà una co-abilità perché anche l’algoritmo sarà chiamato ad apprendere da noi come rendere questo dialogo il più fluido e produttivo possibile.

Secondo punto, derivato. In questo contesto, a mio avviso, riprenderà grande importanza la capacità di fare un primo schizzo (diagramma, brouillons, schema), di quello che vogliamo fare. Lo schizzo è infatti al momento il mezzo più veloce ed economico per trasmettere un’intenzione progettuale. La frontiera ultima sarà la lettura del pensiero immaginativo, e non è detto che non ci si arrivi in poco tempo.

Terzo punto: l’algoritmo sarà in grado, una volta scelta
la configurazione finale, di produrre tutti gli elaborati tecnici
necessari (architettonici, strutturali, impiantistici, ecc.), congruenti tra essi. La modifica di un elemento sul modello riverbera su tutti gli elaborati specialistici. Senza considerare che alcuni elaborati saranno del tutto obsoleti perché sarà possibile avere in cantiere dei visori che consentiranno una valutazione del lavoro in progress. E dei robot costruttori a cui saranno inviate le informazioni per realizzare l’edificio. E’ evidente insomma che passiamo dal Computer-aided Design (CAD), alla (azzardo un neo-logismo): Robot-aided Construction (RAC), poiché il computer rappresenta solo un elemento di tutta la filiera, composta ovviamente di molto software, ma anche di qualche “macchina evoluta”.

Quarto punto: il digital twin. La capacità di avere gemelli digitali che consentono non sono la simulazione in fase di progetto, ma la simulazione nella fase di esercizio dell’oggetto. Il che significa avere molte più informazioni su cui basare la decisione.

Quinto punto: la capacità di simulare opere architettoniche è già adesso impressionante. Oggi possiamo fare modelli da stampare in 3D o possiamo fare modelli virtuali. E questi modelli, collegati alla Realtà Aumentata, ci consentono una valutazione più accurata di quella che era possibile fare fino a poco fa.

Data per buona la prima co-abilità e la grande capacità produttiva e di simulazione, la sfida culturale per tutti noi è duplice e si sposta sulla capacità di giudizio e la capacità di valutazione critica del progetto. Abbiamo infatti a disposizione una immensa capacità generativa e delle strabilianti capacità di simulazione: come scegliamo il miglior progetto?
Innanzi tutto si può ampliare di molto la platea di coloro che possono esprimere un giudizio sull’opera architettonica. Problema di governance, di partecipazione, di trasparenza. Chi dovrà giudicare? Come? Con quali procedure?
In secondo luogo: quali nuovi criteri dovremo sviluppare per giudicare il progetto d’architettura?
Poiché le valutazioni di tutti i fattori parametrizzabili saranno “algoritmizzate” (le istruttorie tecniche umane saranno azzerate), assumerà strabiliante importanza il giudizio estetico sintetico (nel senso che deve condurre a sintesi), dell’opera architettonica. Di tutto ciò che sfugge, al momento, all’algoritmo.

Una piccola nota sulla necessità della pianificazione e sulla necessità dell’adattamento

E’ evidente che non possiamo immaginare un mondo senza alcuna pianificazione o programmazione (per ora lasciamo indefiniti i due termini).
E’ altrettanto evidente, dall’altra parte, che nell’urbanistica questa necessità della pianificazione si scontra effettivamente con la lentezza della formazione del piano, e con la rigidità della stessa pianificazione di rispondere in qualche modo a eventi improvvisi e imprevisti.
Occorre dunque e necessariamente trovare un punto d’equilibrio tra questi due fenomeni e prassi.
Non è questa la sede per fare un’analisi critica e approfondita del perché il PRG sia così lento, appunto, nel suo farsi. Qui voglio solo prendere anodinamente e oggettivamente atto che per la formazione di un PRGS occorrono di media più di 5 anni. Tempi che sono oggi diventati lunghi, poiché nessun imprenditore di una certa importanza può programmare la sua attività aspettando (con elevati rischi di incertezza), la formazione di uno strumento urbanistico per così tanto tempo.
E’ evidente altresì che alcuni meccanismi localizzativi soprattutto produttivi sono quasi impossibili da prevedere. Sono forse possibili da limitare o da escludere, ma non da prevedere. Possiamo insomma dire che nel bosco la nuova Ikea non la consentiremo, ma non possiamo dire dove Ikea ha previsto di insediarsi, nel resto del territorio.
Il tema è quello della localizzazione di attività produttive (oggi soprattutto logistica), ma anche tutto quello che è il vario mondo produttivo e del commercio su grandi superfici. Questa localizzazione avviene, per ovvie ragioni e senza che ci si debba scandalizzare per questo, poiché attiene a un principio universale, in prossimità di grandi vie di comunicazione: autostrade o simili, ferrovie, aeroporti. Gli stessi strumenti di programmazione territoriale, almeno in Umbria, indicano che la localizzazione di queste attività debba avvenire in prossimità di strade e di svincoli.
Ma lo stesso dicasi per ospedali o per centri universitari, per esempio.
E’ dunque molto probabile che se una grande azienda ha nella sua programmazione l’apertura di una nuova attività, cercherà di localizzarla in queste aree. Possibilmente libere.
Il tema che fa qui la differenza è la dimensione. I tagli medi delle nostre zone industriali, forse frutto anche di una stagione passata, si attestano sui 3.000 mq (sarebbe interessante per esempio che la Regione sostenesse una ricerca su questo, magari coinvolgendo l’Università), dove è possibile costruire circa la metà e quindi avere un fabbricato di 1500 mq. Si tratta di una dimensione che guarda ad una platea di artigiani piuttosto che alle imprese, alla GDO, all’Università o alla Sanità.
Oggi il taglio minimo per un’impresa significativa, che abbia in mente di lasciarsi un minimo di sviluppo per il futuro a medio termine, che non copra più della metà della sua superficie, che corredi il suo impianto degli standard necessari, ha bisogno di almeno 20.000 mq.
Ma pianificare grandi aree industriali, dove poter appunto insediare queste attività, presuppone un modello autoritativo e dirigistico che l’amministrazione pubblica non si può più permettere, perché significa espropriare i legittimi proprietari per consentire, in un futuro, l’atterraggio di qualche grande azienda. Il modello del PIP non funziona più per insediare le aziende, men che mai le grandi aziende. Dunque il legislatore ha pensato di lasciare giustamente l’iniziativa all’impresa e di lasciare agli enti pubblici il verificare la fattibilità dell’insediamento.
Le operazioni di rigenerazione urbana: facile a dirsi. Hanno il tema critico del costo degli interventi. Infatti i brownfield hanno stratificato valore (e quindi costi), sulla stessa area. Banalmente: più passaggi di proprietà vi sono stati e più è aumentato il valore, poiché a ogni passaggio il venditore ha voluto catturare la sua quota di valore.
Il modello autoritativo pubblico è qui ancora più impensabile (occorrono più soldi per espropriare). Spesso occorrono soldi anche per bonificare le aree, che portano il loro costo a valori insostenibili, al momento.

Analogamente, il modello autoritativo della L. 167/1962 o della L. 865/1971 (Legge sull’edilizia residenziale pubblica), non funziona più per l’insediamento delle case “popolari”. E dunque anche qui il legislatore ha dovuto pensare ad altre forme: rigenerazione urbana con premialità, social housing da computare come standard urbanistico, e così via.
Il fenomeno della residenza è apparentemente più facile da prevedere o da controllare. Il ceto più abbiente cerca di realizzare la propria casa isolata in collina o in aperta campagna. E’ da sempre così, non nascondiamoci, e chi riesce ad avere la disponibilità economica sufficiente sogna questo modello. E qui l’amministrazione pubblica deve solo controllare e moderare il fenomeno (eradicarlo sarà impossibile per molti anni ancora).
Sulla necessità dell’abitazione di base, l’amministrazione può avere un ruolo più importante nel momento della scelta localizzativa, lasciando poi comunque all’iniziativa privata il successo dell’operazione di previsione.

Per i grandi servizi pubblici o infrastrutture abbiamo necessità di interventi puntuali e mirati del pubblico (Fondi Comunitari, PNRR, ecc.), in variante spesso al PRG e a molti altri strumenti di pianificazione territoriale. Gli interventi pubblici puntuali sono generalmente attrattori di altre attività e sono generatori di traffico. L’intervento pubblico funziona insomma da catalizzatore, e nell’intorno il valore delle aree è destinato a variare.

Al momento dunque e in maniera sintetica, al momento abbiamo solo tre strade per realizzare le cose: a) l’iniziativa pubblica; b) l’iniziativa privata con il controllo pubblico; c) l’iniziativa mista, la Partnership Pubblico Privato (nelle sue varie forme: Project Financing, Leasing, Disponibilità, Concessione, ecc.).

Tutte queste forme hanno problemi di timing, o meglio: le curve tra il momento della programmazione (pianificazione, previsione), e il momento della reale attuazione sono ormai, nella maggior parte dei casi, disaccoppiate. Possiamo dire che faremo lì quella certa cosa, ma non sappiamo quando. Oppure facciamo qui ora questa cosa, ma non l’avevamo mai prevista.

Come conciliare dunque l’esigenza della programmazione con la velocità delle dinamiche insediative di oggi? Provo a mettere sul tavolo qualche argomentazione.
La prima è ridurre al minimo i tempi della formazione del Piano. Se si vuole continuare a credere nella utilità della pianificazione occorre ridurre drasticamente il tempo di approvazione dello strumento. Tra lo studio e l’approvazione formale occorrono circa 10 anni per arrivare all’efficacia completa di un PRG: non più sostenibile.
La seconda è rivedere la necessità dei limiti amministrativi del Piano. Spesso gli insediamenti in variante al PRG hanno ricadute che travalicano i confini comunali. La Regione o la Provincia (se potrà finalmente avere un destino), faccia il Quadro Strutturale per tutti i Comuni dell’Umbria. Questo Quadro Strutturale (non solo conoscitivo), deve essere possibilmente concordato anche con il Ministero della Cultura. Se si vuole, il PPR potrebbe essere una buonissima base di partenza per questo Quadro. Ai fini della formazione di questo Quadro, i Comuni potrebbero concorrere con un Documento Consiliare di orizzonte strategico. Gli interventi che sono in variante al Quadro Strutturale siano subito incardinati in una cabina di regia regionale. In conferenza di servizi il Comune sarà comunque e ovviamente chiamato e potrà dire la sua.
La terza è rivedere l’ambito d’applicazione del Piano (il dominio della sua funzione). Se la Regione produce il Quadro Strutturale (evitando così lo stesso sforzo o quasi a tutti i Comuni, soprattutto a quelli più piccoli), al Comune non resta che concentrarsi sulle operazioni locali e sul mettere un focus sulla qualità dei progetti di trasformazione.
La quarta è pensare a un meccanismo di plasticizzazione che consenta legittimamente (ma velocemente), al Piano (qualunque Piano, di qualunque livello), di assorbire e trarre nuova energia dall’evento imprevisto. Pensare a un meccanismo che trasformi, anche linguisticamente, la “variante” in evoluzione, in miglioramento, in modello.