Architettura è Accoglienza*

Grazie a tutti voi, innanzi tutto.
Grazie a Pietro Carlo, che ha avuto l’idea di questa mostra.
Grazie agli architetti-artisti che hanno dato il loro contributo con la loro opera.
Grazie agli sponsor che voglio nominare uno a uno. Innanzi tutto il Comune di Assisi, con la bellissima sala qui sotto, poi l’Ordine degli Architetti, la ditta Samuele Pelucca srl, DEA illuminazione, Giannoni & Santoni, Edilglobal, Visiona. I loro loghi e siti sono sulla locandina.
Grazie infine alla Fondazione, che ha scelto di proporre questa mostra a Assisi. E grazie a Simone Menichelli e Mattia Mattioli, che hanno fatto tutto ciò che c’è da fare per una mostra: dal trasporto, all’allestimento, alla locandina, agli inviti. Con pochissimi mezzi e in pochissimo tempo.

Devo premettere, per onestà intellettuale e per serietà verso chi soffre, che l’idea della mostra è partita prima del precipitare degli eventi in Ucraina. Non vi è insomma un aggancio immediato tra la mostra e l’attualità.
Anche se, e su questo la mostra è in perenne attualità, il mondo ha sempre bisogno di accoglienza, perché il mondo ha sempre bisogno dell’architettura.
Se l’accoglienza implica anche la protezione (ti accolgo per proteggerti), allora l’architettura nasce come accoglienza. Che si rinvii l’origine dell’architettura alla caverna, alla tenda, alla capanna originaria, all’invenzione del muro (per chi scrive), essa nasce proprio per accogliere, per proteggere, per stare. Anche a seguire Adolf Loos fino all’ultima conseguenza logica, l’architettura coincide con il tumulo: con la terra, quindi. Nostra ultima accoglienza, nostra ultima architettura.
Dunque davvero oggi non ci sarebbe molto da aggiungere sul tema trattato dagli architetti e dagli artisti di questa mostra, se non la necessità dell’estetica. E davvero l’estetica è uno dei criteri che ci distingue dagli animali. Il riso bergsonniamo non può nascere che sul viso di un animale estetico. L’uomo è dunque e soprattutto homo aestheticus. Sono molto d’accordo con Gianluca Peluffo, quando dice: “Il Mediterraneo non ha mai distinto etica ed estetica.” L’uomo estetico è dunque anche uomo etico.

Mi sia consentito introdurre un secondo punto, forse un po’ contro il mainstream, che chiamerò per brevità “L’elogio del muro”.
Oggi ce l’abbiamo tutti contro il muro perché è visto come strumento di divisione, di separazione, di esclusione.
Ma il muro è sicuramente anche strumento di protezione. Le persone scappano oggi dalle case e si rifugiano negli scantinati (dove il muro è più solido). Le persone scappano oggi dall’Ucraina e vengono in Italia perché in Italia si aspettano di trovare dei muri.
Il muro è anche strumento di inclusione, dunque.
Il fatto che noi non vogliamo più confini di nessun tipo deriva dalla credenza (tutta ancora da dimostrare), che l’assenza di confini porti all’assenza di conflitti. Far saltare tutti i confini porta all’indebolimento dell’identità. Evitare tutti i confini non porta a una personalità “liquida”, ma porta a una società gassosa, evanescente. La qualità che serve, invece, anche ai fini dell’accoglienza, è quella di poter dialogare con l’altro, anche se l’altro è molto diverso da me. Occorre una “razionalità ben temperata”, per citare (a memoria) Ratzinger.

I risultati degli artisti (sia consentito riunirli qui sotto quest’unica etichetta), chiamati a contribuire a questa mostra lo dimostrano: l’accoglienza è un’accoglienza pensata: una riflessione che guarda all’accoglienza sotto molti profili e che ci ritorna l’importanza e la fertilità di un tema così importante.
Che ovviamente avrebbe bisogno di ulteriori eventi e momenti di questo tipo.
La Fondazione Umbra per l’Architettura è dunque onorata di aver contribuito a questa mostra.

* Traccia dell’intervento di apertura della mostra.

Assisi 12 marzo 2022

La Pace a ogni costo: pensieri controcorrente

Se la pace è la condizione opposta alla guerra e se la pace è il valore assoluto (il primo valore), allora c’è un modo molto semplice per ottenerlo: arrendersi. Sottomettersi.

Se l’Ucraina oggi si arrendesse e consegnasse le chiavi di Kiev a Putin, non vi sarebbe più alcuna guerra. E’ questo quello che si vuole? Se la Pace è il valore assoluto, il Bene primario, questo lo possiamo avere anche sotto la schiavitù, sotto la dittatura, sotto la paura, sotto il terrore. E’ questo ciò che si vuole?

Se non è quello che si vuole, bisogna togliere le bandiere arcobaleno su cui mettiamo la scritta Pace, mettere delle nuove bandiere su cui scrivere Giustizia, e agire di conseguenza. Agire di conseguenza significa modulare la risposta (diplomatica, economica, mediatica, certo), ma non escludendo l’intervento armato. Purtroppo (o per fortuna), la Giustizia è il bene primario, e non la Pace. E la Giustizia è un fiore che va coltivato, che non può darsi per scontato. Che non può darsi per acquisito una volta per tutte. E’ un fiore per cui vale la pena anche combattere. Certo: occorre riflettere bene, prima di morire. Occorre anche riflettere e distinguere il pacifismo radicale dalla non-violenza, la guerra dal terrorismo, la guerriglia dal sabotaggio, la sanzione diplomatica dal boicottaggio.

Le nostre sanzioni avranno ripercussioni, anche pesanti, sul popolo ucraino. Possiamo dirci soddisfatti perché avremo voluto la pace, l’assenza di guerra? La Pace a ogni costo ha un costo, appunto. Siamo disposti a pagarlo?

NoVas

Ho creato un nuovo movimento politico ambientale trasversale! Si chiama NoVAS! Basta con questi soprusi! Basta con queste valutazioni! Il Vas pass non può essere obbligatorio per tutti i piani! Architetti di tutta Italia unitevi! Aderite anche voi con una mail a bruno.broccolo@novas.org !!!!

Grazie all’ing. Massimo Palombo per questa gradita citazione nell’ultimo numero dell’Ingegnere Umbro.

Qualche nota sulla “nuova” Ristrutturazione Edilizia

La ristrutturazione edilizia in Umbria dopo la L. 120/2020 presenta qualche difficoltà applicativa, soprattutto in due casi: nello Spazio Rurale e negli ambiti vincolati ai sensi del Dlgs. 42/2004.

Quest’analisi parte ovviamente dal presupposto che la definizione degli interventi edilizi è prerogativa statale e che non vi sia dunque possibilità per le regioni di modificarla. Vediamo allora oggi la definizione di ristrutturazione edilizia prevista dal DPR 380/2001:

<<d) “interventi di ristrutturazione edilizia”, gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi altresì gli interventi di demolizione e ricostruzione di edifici esistenti con diversi sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche e tipologiche, con le innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica, per l’applicazione della normativa sull’accessibilità, per l’istallazione di impianti tecnologici e per l’efficientamento energetico. L’intervento può prevedere altresì, nei soli casi espressamente previsti dalla legislazione vigente o dagli strumenti urbanistici comunali, incrementi di volumetria anche per promuovere interventi di rigenerazione urbana. Costituiscono inoltre ristrutturazione edilizia gli interventi volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a tutela ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, nonché, fatte salve le previsioni legislative e degli strumenti urbanistici, a quelli ubicati nelle zone omogenee A di cui al decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444, o in zone a queste assimilabili in base alla normativa regionale e ai piani urbanistici comunali, nei centri e nuclei storici consolidati e negli ulteriori ambiti di particolare pregio storico e architettonico, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove siano mantenuti sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche e tipologiche dell’edificio preesistente e non siano previsti incrementi di volumetria;>>

Nell’ambito della ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche gli interventi di demolizione-e-ricostruzione con diversità di sedime e di sagoma. In breve: è possibile fare un nuovo edificio, da un’altra parte. L’unico limite è quello della capacità edificatoria (SUC, in Umbria). Nelle “canoniche” zone B, C, D, F o nei nuovi insediamenti di cui al R.R. 2/2015, la cosa sembra non destare alcuna difficoltà. Gli unici limiti qui saranno dati dalle distanze dai confini di proprietà e con altri edifici. Tuttavia qui non ci interessa più di tanto. Il tema è, come dicevo in apertura, nello spazio rurale. Infatti la LR 1/2015 consente, per gli edifici residenziali esistenti, interventi fino alla ristrutturazione edilizia. Ma oggi, come abbiamo visto, la legge nazionale consente, nell’ambito della ristrutturazione edilizia, di demolire e ricostruire un fabbricato (a mio avviso anche con l’incremento dei 100 mq in ampliamento), senza fedeltà di sedime. Il che, torno a dire, può significare ricostruire il fabbricato anche a centinaia di metri di distanza. Se la Regione Umbria non è d’accordo con questa “libertà” che la legge nazionale oggi permette è bene che corra ai ripari con una modifica normativa alla LR 1/2015 e al R.R. 2/2015.

In ambiti sottoposti a tutela ai sensi del DLgs 42/2004 il discorso si fa ancora più complicato. Riscrivo tuttavia la norma per renderla più facile.

“Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a tutela ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove siano mantenuti sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche e tipologiche dell’edificio preesistente e non siano previsti incrementi di volumetria.

Fatte salve le previsioni legislative e degli strumenti urbanistici, in riferimento agli immobili ubicati:

a) nelle zone omogenee A di cui al decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444;

b) in zone assimilabili alle zone omogenee A in base alla normativa regionale e ai piani urbanistici comunali, 

c) nei centri e nuclei storici consolidati;

d) negli ulteriori ambiti di particolare pregio storico e architettonico;   

gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove siano mantenuti sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche e tipologiche dell’edificio preesistente e non siano previsti incrementi di volumetria;

In prima istanza la norma fa riferimento, nello stesso periodo, a immobili e poi a edifici. Le due categorie non corrispondono (immobile è più ampia di edifici), e sarebbe bene fare chiarezza.

In secondo luogo la norma statale non ha ristretto l’ambito della ristrutturazione edilizia sugli edifici vincolati puntualmente dal Codice (per il quale è necessario comunque il parere preventivo ex art. 21 dello stesso Codice). Né ha voluto restringere ai casi previsti dalle prime tre lettere del comma 1 dell’art. 136 del Codice. E dunque la lettura sembra dover essere estensiva e di conseguenza applicarsi anche agli immobili (edifici?), posti per esempio in aree vincolate ope legis (i cosiddetti “galassini”).

L’effetto finale di questa sintetica premessa normativa è la paralisi di alcune operazioni di rigenerazione urbana. Faccio degli esempi presi dal vissuto quotidiano.

Il recupero di un annesso rurale in ambito vincolato, composto da quattro muri di tufo o da laterizi di vario genere, con altezze che variano da 2,20 m a 3 m, con copertura di una semplice lastra di eternit, non ammissibile oggi per nessuna normativa sismica, impiantistica, energetica, dovrà essere realizzato “com’è dov’è”. Questo è infatti il precipitato architettonico della fedeltà di sagoma, sedime, prospetti, ecc.

Il vecchio edificio in muratura a tre piani, che magari ha finestre disallineate, le cui aperture non consentono nemmeno l’innalzamento “a piombo” di un pilastro (se non passando davanti alla finestra, appunto), dovrebbe essere riproposto così come è. Il che non è possibile, se non a meno di chissà quali acrobazie strutturali e costi conseguenti. Vecchi edifici che se riproposti tali e quali oggi non hanno né i corretti coefficienti aero-illuminanti (per nuovi utilizzi interni), né le altezze minimamente vivibili secondo i parametri di comfort (non di lusso), odierni. Penso ai sottotetti o ai piani terra di nostri edifici anni ’60.

Altro esempio: vecchi opifici industriali oggi all’interno di tessuti insediativi consolidati. Edifici in cemento armato, con dimensioni ragguardevoli sia in pianta che in altezza. Chi può permettersi il recupero di questi edifici, se bisogna rifarli tali e quali? Perché che questi vadano demoliti non vi è dubbio. Chi può pensare, dopo aver tra l’altro sostenuto i costi di un probabile bonifica dei terreni, di ricostruire questi “fuoriscala” e pensare di riconvertire, sic et simpliciter, queste “navi”, ad un uso oggi sostenibile?

Nessuno. E infatti questi edifici, nell’uno e nell’altro caso, si stanno ruderizzando.

Accenno solo, perché non è questa la sede, e perché i temi sono già molti, la difficoltà di lettura dell’inciso: “Fatte salve le previsioni legislative e degli strumenti urbanistici [….]”.  La “e” è per esempio da leggersi come congiuntiva o elencativa? E come dovrebbero declinarsi nello strumento urbanistico le lettere che ho indicato sopra da a) a d): Variante strutturale al PRG? Semplificata?

Temposanto

Il Temposanto è quella cosa che porto con me da tanto tempo e a cui non sapevo dare un nome. L’assonanza con il camposanto fa riflettere e forse non è solo un’assonanza. In effetti, ora che ci penso, il Temposanto è quello che trasforma il cimitero in camposanto. Nel cimitero infatti non è tanto lo spazio a subire una trasformazione (c’è molta edilizia e molta brutta architettura anche lì), quanto invece il Tempo. Chi entra in quel recinto subisce, attua, realizza, coglie, accetta una sospensione del tempo, un suo rallentamento. Tutto ciò avviene in maniera quasi spontanea, ed è molto bello vedere queste persone silenziose, pensose, che curano delle pietre, delle immagini, delle frasi, delle date, dei fiori. Ecco, ogni tanto io riesco a ricreare, a richiamare, questa sorta di Tempo, dove ci sono solo cose semplici e immutabili. Un Tempo basato sui tempi delle cose che tornano sempre, su cui si può fare affidamento: il sole che sorge a est, la pioggia che scende in un solo verso, il vento che fa suonare le foglie secche delle querce. Un Tempo che non conosce la parola immediatezza, un tempo che lascia maturare le cose, un tempo che consente alla ghianda di diventare quercia, dove le cose si fanno più forti, o muoiono. Un Tempo che lascia tempo. A volte sento proprio il bisogno di questo tempo, che agli altri deve apparire sicuramente improduttivo e quindi perso. Di questo tempo che in qualche modo crea spazio, che si fa culla, per idee ancora a venire. Questo tempo, sempre più prezioso, può solo chiamarsi Temposanto.

Racconti rurali – L’ altra metà del cielo

Sono stato sempre innamorato delle donne, della loro bellezza. Quand’ero ancora poco più che bambino, a Nancy, mi piacevano Sylvie Vartan e soprattutto Mireille Mathieu. Ero rimasto ipnotizzato da quegli occhi scuri e brillanti che mi sembravano entrare direttamente nel cervello. Alle elementari, in Francia, nella stessa classe avevo tre fidanzatine a cui scrivevo letterine e piccoli pensieri: Isabelle, Corinne, ed un’ultima, di cui non ricordo il nome. Poi intercettò il carteggio il severissimo Maitre Kessler e lesse pubblicamente una mia lettera: il che sancì la fine immediata di tutte le tresche. In Italia non cambiò molto. Mi innamoravo sempre di bellissime ragazze che sapevo (certissimamente) sarebbero diventate belle donne. (A distanza di anni le ho riviste, ed ho sempre avuto ragione.)  Alle medie, in Italia, ho incontrato Francesca, convittrice, come si diceva allora. Ma a lei piaceva il natural winner, Luca, e quindi non ci fu nulla da fare. Poi mi sono innamorato di Roberta. Avevo 18 anni, lei 13 circa. Lei era una cascata di capelli lisci, un profumo pervasivo di mandarino e un viso di una finezza “medievale”. Amici mi dicevano che era troppo giovane, e io ci credevo, e cercavo di evitarla. Ma poi tornavo a non poter fare a meno di quel sorriso, che mi illuminava la giornata. Per lei facevo 4 km a andare il pomeriggio e 4 km a tornare, la sera, spesso in pieno buio. Tutto ciò per vederla cinque minuti, magari per accompagnarla. Era di una grazia particolare, che avrei ritrovato solo più tardi nella giovane Madonna di Antonello da Messina. In ogni caso lei preferì un altro, un ragazzo più grande di me di tre anni, con una BMW sportiva. Un personaggio ai miei occhi un po’ fatuo, un po’ spavaldo. Ma tant’è: è stata con lui per qualche anno e poi si è sposata con un altro uomo, ancora più grande. Poi ci sono stati gli occhi profondissimi di Manuela e la bellezza assoluta di Eloisa, che mi pietrificava e a cui avrei confessato la mia passione solo dopo essermi ubriacato, recitando una battuta di Woody Allen. Che forse faceva ridere, ma certo non conquistare.

Nonostante le delusioni, le donne (le ragazze), per me restavano degli esseri bellissimi, di una grazia che noi “maschiacci” non capivamo. Mi innamoravo di un dettaglio, che comunque non tradiva mai: una sineddoche. Bastava un fotogramma dello sguardo (lo sguardo intero sarebbe stato troppo), il modo di camminare, di accennare a un sorriso, il modo di ritrarsi, di dare la mano, di spostare i capelli dietro all’orecchio. 

Non avevo soldi, ho avuto un’auto mia a 21 anni, con problemi costanti di rifornimento: non potevo invitarle a vedere il posto dove vivevo perché immaginavo sarebbero scappate a gambe levate. Combattevo con armi impari la battaglia con i miei concorrenti. Mi difendevo con la gentilezza, il garbo, qualche lettera, una passeggiata, un gelato, ma poi sapevo che non avrei potuto dare di più: nessun invito al cinema, a teatro men che mai, né in pizzeria, né in piscina: niente. L’unica cosa che potevo offrire erano i miei paesaggi quotidiani e il modo con cui li guardavo. Ho reputato che non sarebbe bastato, e ho atteso.

Nel 1987, dopo una crisi pazzesca con l’architettura, con la quale avevo deciso di chiudere, mi iscrissi a un corso annuale di formazione in marketing e finanza. Lì ho incontrato Roberta. Folgorato da quegli occhi grigio-verde e dal modo di muovere le mani, le ho scritto 327 lettere, che le ho consegnato tutte insieme “solo” 19 anni dopo, quando la trottola della vita ci aveva fatto fare già molti giri.

Racconti rurali – Gli abusi edilizi

Quando avevamo bisogno di costruire una capanna per il fieno, lo facevamo senza tanti scrupoli. E così anche per una piccola tettoia che avevamo realizzato per OTO. Andavamo nel bosco a scegliere i legni giusti (normalmente carpino, olmo, orniello), e poi tornavamo a casa e con Guerrino facevamo delle buche per piantare quelli che sarebbero divenuti i pilastri. Le misure e l’ortogonalità erano un po’ approssimative, ma per i nostri scopi la capanna andava bene. La nostra architettura spontanea era molto vicina alle cripte delle chiese romaniche della zona (per trovare una referenza aulica), dove i pilastri e colonne sono una diversa dall’altra e dove si fa fatica a trovare un angolo retto. Le travi primarie e secondarie erano il più diritte possibili ed erano assicurate alle colonne con del fil di ferro e dei grandi chiodi. La copertura era normalmente in lamiera ondulata. Se c’era bisogno di qualche tamponatura laterale usavamo delle ginestre raccolte e legate in piccoli fasci o delle fronde d’olmo. Cercavamo di rendere più “performanti” (profilo idraulico), le pareti nord e ovest cucendo i sacchi di concime, ormai vuoti, come forse si cuciono le pelli degli animali nelle tende delle civiltà nomadi. Nel 1978 abbiamo costruito anche un ovile in muratura con quello che in dialetto si chiamavano “bolognini” (dei blocchi regolari di calcestruzzo), appoggiati su una platea di cemento, e coperti in lastre di eternit, che allora pareva un gran materiale. Ricordo che la stalla era larga 7 metri e che Guerrino comprò le travi IPE, in ferro, di pochi centimetri più lunghe, giusto per gli appoggi laterali, scoprendo con suo evidente imbarazzo che inclinando la copertura le travi sarebbero state molto corte. La stalla ebbe sempre, dunque, una pendenza minima. In quella stalla zia iniziò a mungere le pecore. Rispetto alle capanne di legno, la stalla aveva l’evidente vantaggio di essere più confortevole, più calda, anche se, scoprimmo dopo, aveva lo svantaggio di non assorbire la parte liquida delle deiezioni delle pecore, con la conseguente necessità di mettere molta paglia. Con l’ulteriore conseguenza di dover tirare fuori il letame in quantità superiore alle stalle che avevano come fondo il terreno naturale, appena spianato. Tra l’altro la porta di ingresso non era grandissima e con il trattore “vero” (non l’OTO), non era possibile entrarvi. Dunque occorreva asportare il letame con piccone, zappe, forche, badile, carriola, dall’interno fino all’esterno, dove il trattore ci poteva dare una mano. E d’estate poi il calore diventava intollerabile perché la ventilazione era di gran lunga peggiore delle capanne di legno. L’abbiamo demolita, qualche anno dopo, e i materiali di risulta sono andati a fare il “fondo” di qualche strada. E’ rimasta solo la platea di cemento sulla quale oggi riposano alcuni attrezzi (pressatrice, sega a nastro, …).

Costruivamo tutte queste capanne e tettoie senza autorizzazione alcuna, ovviamente. A noi non passava per l’anticamera del cervello che occorresse chiedere a qualcuno il permesso per costruire una capanna per il fieno o per il trattore. Anche adesso, non posso che provare simpatia e comprensione per quei contadini che arrivano in ufficio abbastanza stupiti del fatto che non possono costruire come vogliono perché hanno esaurito la “capacità edificatoria” dei propri terreni o perché sono troppo vicini ad un’area boscata. Per un contadino vero è difficile comprendere queste cose, anche perché egli costruisce quando non ne può fare a meno. E certo non pensa ad una speculazione edilizia futura. La “capacità edificatoria” (locuzione giustamente già incomprensibile ai più), per lui è data da un fatto molto semplice: dalla constatazione, oggettiva, fisica, euclidea, che su quel pezzo di terra la capanna può tranquillamente starci: c’entra, e questo basta.

Racconti rurali – La ruota di Stephane

Per un periodo di tempo Cristina e me dormimmo a Villamane. Patrizio aveva spostato lì una parte del gregge e noi facevamo un po’ da guardiani. Era un vecchio aggregato composto da una bella e grande casa colonica, in rovina, e da altri tre fabbricati destinati a fienile, stalla e rimessa. Villamane deriva da Villa Magna, cioè grande, importante. I contadini del posto dicono che era un vecchio castro romano: non ho mai approfondito e me ne dispiace. In effetti da lì c’è un paesaggio simile a quello della cima della “mia” collina e si domina con la vista molto territorio. Patrizio aveva preso in affitto anche una parte dei terreni che appartenevano al patrimonio di Villamane, sui quali soprattutto aveva seminato dell’erba medica per farne fieno. Erano sicuramente una decina di ettari. Al tempo avevamo una pressatrice Gallignani verde e arancio, che faceva abbastanza bene il suo lavoro: dei parallelepipedi di fieno, tenuti insieme da filo di ferro o di nylon. Pur guidando il trattore da molti anni e avendo trainato la pressatrice per diverse stagioni, non conoscevo intimamente il suo funzionamento, che è rimasto sempre per me “un enigma avvolto in un mistero”, per fare una citazione colta.

Non ho mai provato a smontare il meccanismo e i carter per paura di non saperlo rimontare e per attirarmi di conseguenza le critiche di Patrizio. Negli anni, infatti, mi si era appiccicata addosso una sorta di sindrome di Fantozzi: mi si rompevano gli attrezzi, la motosega, l’aratro, ecc. Allora avevamo obbedito a una specie di patto silente: io non mi azzardavo a smontare niente (come la mia natura curiosa mi aveva portato a fare molte volte prima), e se si guastava qualcosa saremmo andati dal meccanico. Dunque, per la pressatrice, io mi limitavo a cambiare il filo quando questo finiva. Rimanevo come sempre incantato dal giunto cardanico che consentiva di trasferire la potenza dal trattore alla pressatrice, con un asse in diagonale. Cercavo di ridisegnarlo sui miei “zibaldini” e ogni volta mi chiedevo come aveva potuto inventarlo nel 1500 questo filosofo padovano. Ma lì mi fermavo, con un po’ di frustrazione, perché avrei voluto inventarlo io.

In quel periodo era venuto a trovarci dalla Francia anche Stephane, uno dei miei fratelli, dopo la riconciliazione avvenuta con mia madre nel 1985. Stava con noi a Villamane e anche lui era molto curioso nello smontare le cose, nel capire il funzionamento intimo delle macchine. Ma il diktat era stato fermo, e non potevamo toccare nulla di macchine se non in presenza del meccanico.

Mi aiutava nella fienagione e nella pressatura del secondo taglio del fieno, quindi in piena estate. Il secondo taglio è di qualità inferiore perché l’erba è molto asciutta: molti gambi, poche foglie. Il fatto, l’evento, fu questo: che nel bel mezzo di una discesa una ruota della Gallignani si bucò. Come si cambia una ruota di una pressatrice in mezzo a un campo in forte pendenza? Questa era la domanda. Ovviamente quando arrivammo da Patrizio, fece il solito sguardo “rompi sempre tutto”, ma, almeno quella volta ero abbastanza in pace con la mia coscienza: non mi si poteva rimproverare di aver bucato! Decidemmo comunque di risolvere da soli, io e Stephane. Ci organizzammo per farci prestare un cric idraulico da qualcuno, ci infilammo sotto la pressa, tra la terra, la polvere, i gambi arsi di sulla, erba medica, carote selvatiche, e riuscimmo ad alzare la pressatrice e sfilare la ruota! La trascinammo fino in cima al campo e la portammo con la Dyane dal gommista, che ce la riparò in un giorno. La notte Stephane ebbe un sonno molto agitato e si mise seduto sul letto urlando “La discipline de la science!” (La disciplina della scienza), cosa per la quale l’ho sempre preso in giro, poiché la frase era veramente assurda. Il giorno dopo dovevamo dunque rimontarla. Arrivati in cima al campo, una ripa di 3 – 4 metri circa divideva il campo stesso dalla strada. Scaricammo la ruota dalla Dyane e vidi Stephane appoggiare di piatto la ruota a terra sul fianco della ripa. La cosa sembrava ragionevole: lasciar scivolare dolcemente la ruota lungo il breve pendio della scarpata. Solo che la scienza, indisciplinata, ci avrebbe regalato un coup de théâtre. Arrivata in fondo alla scarpata, anche se con pochissima velocità, la ruota si drizzò in piedi, girò il proprio asse verticale di 90 gradi e si mise a rotolare per il campo in direzione della pressatrice! Speravamo che si sarebbe fermata contro la pressatrice o contro il trattore, ma aveva preso talmente tanta velocità che con un ultimo gigantesco rimbalzo passò sopra la pressatrice! Continuò ancora a correre, rimbalzando, fino ad infilarsi nella macchia alla fine del campo. Non racconto nemmeno con che spirito mi avviai verso casa a raccontare a Patrizio quest’ultima “Fantozzata”! Da sopra la macchia era fitta e scoscesa più del campo, impenetrabile anche per me che ero abbastanza esperto. Né riuscivamo proprio a scorgere dove fosse finita la ruota. Occorreva andare a prendere motosega, roncola, e una corda, perché nessuno avrebbe potuto tirarla su con le sole mani. Prendemmo dunque un altro trattore a ruote e il necessario per aprirsi un varco in quella “giungla”. Trovammo la ruota a tarda sera in mezzo a rovi e olmi ormai rinsecchiti e la tirammo su grazie ai fari del trattore. La lasciammo in prossimità della pressatrice e tornammo a casa, esausti e affranti allo stesso tempo, convinti che nessuno avrebbe mai creduto alla nostra storia, convinti che tutti avrebbero pensato che fossimo stati così scemi da cercare di governare in discesa la ruota, facendola rotolare da sopra.