Sui cambi d’uso in Umbria, con particolare riguardo allo Spazio Rurale

La normativa regionale, in tema di cambi d’uso, è segnata da una certa ambiguità, e in particolare modo è complicata nello Spazio Rurale. Nonostante la LR 1/2015 (e il successivo RR 2/2015), abbiano significativamente ridotto la complessità pre-esistente, la lettura è spesso resa difficile da una scrittura quasi narrativa della norma. La legge regionale, in materia edilizia e urbanistica (LR 1/2015 e RR 2/2015), usa in maniera combinata o alternativa le parole “uso”, “utilizzo”, “destinazione d’uso”, “attività”, “tipologie d’attività”, “categorie funzionali”, “attività connesse all’attività agricola”, senza fare un grande sforzo di definizione, per cui occorre interpretare, spesso riferendosi al DPR 380/2001 o alla giurisprudenza.

Cercherò qui di mettere in luce i nodi più critici, partendo dall’articolo principale, il 155 della LR 1/2015, e richiamando poi alla bisogna gli altri articoli. Infine farò un richiamo alla LR 1272015, in materia di agricoltura, per chiudere con le sanzioni in casi di cambi d’uso illeciti. Nessuna risposta definitiva sull’argomento: solo una prima esplorazione. Mi aspetto integrazioni o segnalazioni di errori o di lacune. Mi riservo poi di integrare lo schema con l’onerosità o meno del cambio d’uso.

In rosso la normativa, in nero il mio commento.
Partiamo dall’art. 155 LR 1/2015, rubricato (Mutamenti della destinazione d’uso degli immobili e titolo abilitativo)
LR 1/2015 art. 155 – (Mutamenti della destinazione d’uso degli immobili e titolo abilitativo)
co. 1. Gli strumenti urbanistici generali e i piani attuativi dei comuni stabiliscono le destinazioni d’uso ammesse in un insediamento. Si considera prevalente la destinazione d’uso qualificante gli insediamenti. Sono compatibili le destinazioni d’uso funzionali, similari o che integrano e supportano la destinazione d’uso prevalente.
Il primo punto critico qui è capire quali siano gli strumenti urbanistici generali. In Umbria abbiamo infatti sia il PRG Strutturale che il PRG Operativo in molti comuni. Quali sono dunque gli strumenti che definiscono le destinazioni d’uso in un insediamento: il PRGS o il PRGO? O entrambi? E in questo caso, con quale rapporto tra essi? Ancora più complicato è stabilire il ruolo di un piano attuativo che stabilisca le destinazioni d’uso. Che grado di libertà può avere? Tra l’altro oggi gli insediamenti possono essere solo due, se leggo bene la LR 1/2015, all’art. 21 (relativo alla Parte Strutturale del PRG): gli insediamenti che hanno valore storico e gli insediamenti che non ne hanno. Per avere un’elencazione più articolata degli insediamenti bisogna andare a leggere il RR 2/2015, alla Sezione IV. La “e” tra gli strumenti generali e i piani attuativi deve intendersi come congiuntiva o come disgiuntiva? Sono i PRG o i Piani Attuativi a stabilire le destinazioni d’uso?
L’articolo poi passa a distinguere tra destinazioni d’uso prevalenti e compatibili in maniera vaga, usando per la destinazione d’uso “prevalente” solo l’aggettivo “qualificante”. E’ solo il co. 2 a chiarire che la prevalenza è decisa in termini di SUC, ma solo per gli edifici o per le unità immobiliari e non per gli insediamenti. Rimane ancora inespresso chi debba fare questa distinzione: il PRGS, il PRGO o il Piano Attuativo.  Vi è poi il blocco logico delle destinazioni d’uso funzionali, similari o che integrano e supportano la destinazione d’uso prevalente. Anche qui vi sarebbe da capire se “funzionali”, “similari”, “che integrano e supportano”, siano tre (o quattro, addirittura), destinazioni diverse o se siano appunto un unico insieme logico. Anche volendosi limitare alla ragionevolezza come criterio operativo, la vaghezza della frase non aiuta: cosa rende una destinazione d’uso funzionale a un’altra? La residenza è funzionale al commercio? La destinazione produttiva è funzionale alla residenza? La sola differenza dalla destinazione prevalente le qualifica immediatamente come funzionali? La destinazione funzionale è diversa dalla categoria funzionale, che troveremo tra un po’?Vi è poi tutta un’altra difficoltà gestionale, quotidiana, nelle trasformazioni edilizie. Infatti le destinazioni d’uso sono stabilite per gli insediamenti. Ora, la definizione di “insediamento” deducibile dalla LR 1/2015 e dal RR 2/2015 qualifica quest’ultimo come un aerale, una parte di territorio, di tessuto, ecc. Quindi una pluralità di edifici. Come si fa a controllare nel tempo il dato quantitativo di SUC attribuito nel momento della pianificazione? Se la prevalenza è data dal 70% di SUC attribuita alla residenza, per esempio, gli uffici tecnici comunali dovranno controllare nel tempo che questa percentuale non venga mai meno. Tema di difficilissimo controllo e gestione.

 
LR 1/2015 art. 155 – (Mutamenti della destinazione d’uso degli immobili e titolo abilitativo) co. 4. Costituisce mutamento rilevante della destinazione d’uso ogni forma di utilizzo degli edifici o di singole unità immobiliari diversa da quella in atto, tale da comportare il passaggio tra le categorie funzionali, indipendentemente dalle diverse tipologie di attività riconducibili alle stesse, quali: 

a) residenziale;
b) turistico  ricettiva;
c) produttiva e direzionale;                                                                                                                                                     d) commerciale;
e) rurale. 

Il co. 4 introduce delle definizioni significative. Sembra infatti che il mutamento della destinazione d’uso sia possibile solo in edifici o in singole unità immobiliari. E che dunque debba escludersi il mutamento di destinazione d’uso per singoli locali.  Vedremo più tardi, tuttavia, che il cambio di destinazione d’uso sarà possibile anche per singoli locali e per gli insediamenti.  Ancora: si dice che è significativo il passaggio tra le categorie funzionali, indipendentemente dalle diverse tipologie di attività riconducibili alle stesse. Se ne deduce che le “tipologie di attività” sono diverse dalle categorie funzionali, e che sono un sotto-insieme logico di quest’ultima. Abbiamo dunque 5 categorie funzionali, delle tipologie di attività e delle destinazioni d’uso. Anche in questo caso vi è un’innovazione rispetto al DPR 380/2001, che rimane indefinita, e che è la “tipologia di attività”.

 

 

LR 1/2015 art. 155 – (Mutamenti della destinazione d’uso degli immobili e titolo abilitativo) co. 5. La categoria funzionale direzionale di cui al comma 4, lettera c) ricomprende le attività di cui all’ articolo 7, comma 1, lettera l) , fatta eccezione per le attività commerciali. 

Comma di difficile comprensione. Infatti la lettera richiamata recita: “l) “attività di servizi”, si intendono quelle a carattere socio-sanitarie, direzionale, pubbliche o private atte a supportare i processi insediativi e produttivi, comprese le attività commerciali, di somministrazione di cibi e bevande, turistico- produttive, ricreative, sportive e culturali;”

Se viene riscritto con la precisazione del co. 5, esso diventa: “l) “attività di servizi”, si intendono quelle a carattere socio-sanitarie, direzionale, pubbliche o private atte a supportare i processi insediativi e produttivi, comprese [le attività] di somministrazione di cibi e bevande, turistico- produttive, ricreative, sportive e culturali;”. Con la conseguenza che la categoria funzionale direzionale, comprende al suo interno attività turistico-produttive! Con l’ulteriore dubbio se le attività turistico-produttive siano altro dalla categoria turistico ricettiva!

 

 

LR 1/2015 art. 155 – (Mutamenti della destinazione d’uso degli immobili e titolo abilitativo) co. 6. Per la determinazione del contributo di costruzione di cui al Titolo V, Capo IV della presente legge e alle norme regolamentari, Titolo I, Capo II si tiene conto di quanto segue:  

a) il mutamento della destinazione d’uso di cui al comma 4 produce effetti ai fini del contributo sugli oneri di urbanizzazione di cui all’ articolo 131, comma 3 e all’ articolo 37 delle norme regolamentari; 

b) le categorie funzionali turistico-ricettiva, direzionale e commerciale di cui al comma 4, appartengono alla definizione di attività di servizi di cui all’ articolo 7, comma 1, lettera l) ; 

c) l’entità del contributo di urbanizzazione primaria e secondaria per gli interventi di mutamento della destinazione d’uso tra le categorie funzionali di cui alla lettera b) è stabilita dal Comune applicando i valori di cui all’ articolo 39 delle norme regolamentari; 

d) ai fini del contributo sul costo di costruzione di cui all’ articolo 135, nella categoria produttiva sono ricomprese le attività produttive rurali. 

Altro comma particolare, che a mio avviso va letto solo ai fini della determinazione del contributo di costruzione, altrimenti si entra in un loop logico. Si veda infatti la lettera b), che inverte completamente la gerarchia stabilita nei commi precedenti. Finora avevamo infatti l’insieme delle categorie funzionali che comprendeva le attività (cfr. co. 5). Adesso abbiamo l’inversione: è l’attività che comprende le categorie funzionali! Alla lettera d) si fa riferimento a “attività produttive rurali”, mai definite in alcun luogo.

 

LR 1/2015 art. 155 – (Mutamenti della destinazione d’uso degli immobili e titolo abilitativo) co. 7. Per gli interventi di mutamento della destinazione d’uso di cui al comma 4, fatto salvo quanto previsto all’ articolo 118, comma 2, lettere e) ed h), il titolo abilitativo richiesto è: 

a) la SCIA nel caso di modifica della destinazione d’uso o per la realizzazione di attività agrituristiche o di attività connesse all’attività agricola, realizzate senza opere edilizie o nel caso in cui la modifica sia contestuale alle opere di cui all’articolo 118, comma 1;

b) il permesso di costruire o la SCIA in relazione all’intervento edilizio, da effettuare con opere, al quale è connessa la modifica della destinazione d’uso. 

Comma di non facile lettura. La salvezza riguarda l’attività libera ex art. 118, rubricato (Attività senza titolo abilitativo), al comma 2 lett. e): “e) le modifiche interne di carattere edilizio, sempre che non riguardino le parti strutturali dei fabbricati adibiti ad esercizio d’impresa, ovvero la modifica della destinazione d’uso dei locali adibiti ad esercizio di impresa, con l’esclusione della destinazione residenziale; 

Al di là del pleonastico richiamo al carattere edilizio delle modifiche interne queste sono liberalizzate se non riguardano parti strutturali dei fabbricati adibiti a esercizio d’impresa. Sono altresì liberalizzate le modifiche di destinazione d’uso dei locali adibiti a esercizio d’impresa. L’esclusione della destinazione residenziale è criptica: sembra riferirsi alla prima parte del periodo e cioè a tutte le modifiche interne di carattere edilizio. E’ l’unico caso in cui parla di modifica di destinazione d’uso nel caso di locali, il che può avere un senso, se si immagina la complessità di definire delle Unità Immobiliari all’interno di fabbricati produttivi.

L’art. 118 comma 2 lett. h), recita invece: “h) mutamento di attività tra le destinazioni d’uso consentite all’interno delle categorie, di cui all’ articolo 155, comma 4.”

Al di fuori di questi casi, fatti salvi, c’è ancora un’altra articolazione.
La SCIA è necessaria per i sottocasi che seguono.

  1. Modifica della destinazione d’uso (senza opere, pare di capire).
  2. Modifica della destinazione d’uso con opere completamente liberalizzate ex art. 118 co. 1.
  3. Realizzazione di attività agrituristiche (senza opere).
  4. Realizzazione di attività connesse all’attività agricola (senza opere).

Vi è poi il caso residuale dove vi sono opere e queste decidono se è necessaria la SCIA o il PdC.

 

 

LR 1/2015 art. 155 – (Mutamenti della destinazione d’uso degli immobili e titolo abilitativo) co. 8. Il mutamento della destinazione d’uso all’interno della stessa categoria funzionale di cui al comma 4 si considera non rilevante ed è consentito, purché non risulti in contrasto con le disposizioni degli strumenti urbanistici comunali, della presente legge o delle norme regolamentari, previa comunicazione di cui all’articolo 118, commi 2 e 3 e nel rispetto delle condizioni di cui al medesimo articolo 118 , commi 4, 5 e 6

In maniera esplicita qui finalmente si chiarisce il rapporto tra categoria funzionale e destinazione d’uso, dove la prima contiene la seconda. Anche qui appare pleonastico il richiamo alla conformità alle norme vigenti.

 

 
LR 1/2015 art. 155 – (Mutamenti della destinazione d’uso degli immobili e titolo abilitativo) co. 9. La realizzazione di attività di tipo agrituristico o di attività connesse all’attività agricola o le attività di vendita al dettaglio dei prodotti dell’impresa agricola in zona agricola, attraverso il recupero di edifici esistenti, non costituiscono modifica della destinazione d’uso e i relativi interventi sono soggetti al titolo abilitativo previsto per l’intervento edilizio al quale è connessa tale realizzazione. L’attività di vendita diretta dei prodotti agricoli da parte dell’impresa agricola non comporta modifica della destinazione d’uso dei locali ove si svolge la vendita e può esercitarsi su tutto il territorio comunale a prescindere dalla destinazione urbanistica della zona o dell’insediamento in cui sono ubicati i locali a ciò destinati.

La specificazione della possibilità della vendita in zona agricola è pleonastica, visto che il successivo periodo del comma amplia la possibilità della vendita diretta su tutto il territorio comunale, senza alcuna esclusione (e quindi anche in zona agricola). Il fatto che le attività connesse siano distinte dall’attività di vendita al dettaglio dei prodotti agricoli lascia presumere che ci sia appunto una differenza tra queste, chiarito poi in parte dall’art. 88 co. 2. L’altra condizione posta è che queste attività  che siano realizzate attraverso il recupero di edifici esistenti. Qui emergono due profili critici. Il primo è se sia necessario recuperare tutto l’edificio esistente o se se il recupero possa essere anche solo parziale. La logica propende per questa seconda opzione, anche in coerenza con il secondo periodo. Il secondo profilo è che non è chiaro se l’edificio debba essere esistente alla data del 13/11/97 (o altra data). Poiché non vi è previsione esplicita, e poiché non vi è raccordo con l’art. 88 della stessa legge, propendo per il fatto che sia possibile recuperare l’edificio esistente alla data della richiesta dell’attività.

 

LR 1/2015 Art. 88 – (Definizioni)  co. 2.  Nell’ambito delle attività connesse all’attività agricola si intendono anche le attività di fattoria didattica e di fattoria sociale di cui al Titolo VIII della legge regionale 9 aprile 2015, n. 12 (Testo unico in materia di agricoltura) la cui realizzazione è consentita come previsto all’ articolo 91 , commi 6, 8 e 9

Le attività connesse vengono indicate all’art. 88 della LR 1/2015, ma non vengono definitive in maniera tassativa, sicché il dubbio su quali siano queste attività connesse rimangono. La particella “anche” lascia presumere infatti che si tratti di una categoria più ampia.

 

 

LR 1/2015 Art. 91 – (Interventi relativi agli edifici esistenti)  co. 5. Negli edifici di cui al comma 4, nonché in altri edifici appositamente censiti dai comuni, tenendo conto della presenza delle necessarie opere infrastrutturali, sono consentite destinazioni d’uso per attività di servizi di cui all’articolo 7, comma 1, lettera l), con esclusione di quelle commerciali.
La formulazione finale della frase lascia intendere che ci sia una destinazione d’uso che consente l’attività di servizi.  C’è un ulteriore profilo di criticità tra questo comma e quello dell’art. 155 co. 9 della stessa LR che consente la vendita (e quindi attività commerciali), all’azienda agraria. O allora bisogna intendere che l’attività di vendita diretta dei propri prodotti non sia attività commerciale.

 

 

LR 1/2015  Art. 91 – (Interventi relativi agli edifici esistenti)  co. 8. Gli interventi negli edifici destinati a residenza di cui ai commi 1 e 4 possono comprendere anche il cambiamento di destinazione d’uso dell’intero edificio, comprese le parti non residenziali, incluso l’eventuale ampliamento, ai fini residenziali, per attività extralberghiere, per residenze d’epoca, nonché per attività connesse all’attività agricola.

Innanzi tutto il comma sembra applicarsi a tutti gli edifici residenziali esistenti, senza termini. Tuttavia questo articolo va letto tenendo presente anche l’articolo 88, che introduce la data del 13/11/97 come discriminante. Sarebbe opportuno precisare edifici esistenti, insomma. Infine, sempre sotto il profilo della scrittura, appare poco felice il dire che negli edifici residenziali è consentito il cambiamento di destinazione d’uso ai fini residenziali.

 

 

LR 1/2015 Art. 95 – (Criteri e normative per gli ambiti urbani e per gli insediamenti residenziali, produttivi e per servizi) co. 6. Negli insediamenti produttivi esistenti o di nuova previsione definiti dagli strumenti urbanistici generali comunali, sono consentite tutte le destinazioni d’uso per attività di tipo produttivo, nonché per attività per servizi di cui all’articolo 7, comma 1, lettera l) , nel rispetto delle norme in materia di igiene e sanità, di sicurezza e di tutela del patrimonio storico, culturale e ambientale e delle condizioni per l’accessibilità viaria.

Un altro articolo che amplia ancora la casistica. C’è anche in questo caso un richiamo inessenziale alle attività di tipo produttivo consentite negli insediamenti produttivi.  Ora, se appare pacifico che le attività produttive non abbiano bisogno di cambio di destinazione d’uso per realizzarsi in insediamenti produttivi, appare meno pacifico per le attività di servizi.  Infatti il co. 6 dell’art. 155 inverte il rapporto logico tra categoria funzionale e attività, anche se (forse) limitato alla sola determinazione del contributo di costruzione. Il che pone ad ogni modo qualche problema in sede di gestione quotidiana.

 

LR 1/2015 Art. 119 –  (Interventi subordinati a permesso di costruire)
co. 1 [….]
d) di modifica della destinazione d’uso secondo quanto previsto  all’ articolo 155, comma 7, lettera b)  e fatto salvo quanto previsto all’ articolo 118, comma 2, lettera e) ;
Un’altra disposizione che complica la lettura organica della norma. Per quanto riguarda l’art. 118 co. 2 lett. e) dobbiamo rinviare a quanto discusso sopra.

 

LR 1/2015  Art. 137 – (Agibilità)
1. L’agibilità attesta che l’opera realizzata corrisponde al progetto comunque assentito, dal punto di vista dimensionale, della destinazione d’uso e delle eventuali prescrizioni contenute nel titolo abilitativo o negli atti di assenso o autorizzazioni rilasciate, nonché attesta la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità degli edifici, di risparmio energetico e di sicurezza degli impianti negli stessi installati, valutate secondo quanto dispone la normativa vigente.
Un veloce cenno anche alla agibilità è necessario. Infatti il co. 1 dice che l’agibilità attesta, tra le altre cose, la rispondenza del progetto a quanto realizzato anche per ciò che concerne la “destinazione d’uso”. La categoria funzionale ovviamente non viene presa in considerazione. Né si parla delle attività, che rimangono definite all’art. 7 solo per quelle di servizi.

 

LR 1/2015  Art. 137 – (Agibilità)
2. L’agibilità è acquisita con il procedimento di cui all’ articolo 138, con riferimento ai seguenti interventi anche sottoposti alla comunicazione di cui all’ articolo 118, comma 2, lettera e) :

a) nuove costruzioni limitatamente a quelle di cui all’ articolo 7, comma 1, lettera e), numeri 1) e 5);

b) ristrutturazione edilizia ed urbanistica;

c) modifica delle destinazioni d’uso e delle attività.

Innanzi tutto bisogna immaginare che il richiamo all’art. 118 co. 2 lett. e) valga solo per la lettera c) di questo comma. Non è chiaro poi se la lettera c) debba essere sottoposta a una lettura congiuntiva o se la “e” debba essere intesa come disgiuntiva. Ne deriverebbero conseguenze curiose. Nel caso della lettura congiuntiva, il procedimento tratteggiato dal legislatore per l’agibilità si attiverebbe solo quando si verificano le due condizioni (cambio di destinazione d’uso + cambio attività). Nel caso in cui non si verificassero? Più plausibile quindi che si debba intendere una lettura disgiuntiva e che quindi anche nel caso di cambio di attività debba essere attivato il procedimento dell’art. 138. Tuttavia rimane sempre indefinita la parola “attività”.

 

 LR 1/2015 Art. 264 – (Norme transitorie generali e finali in materia edilizia, urbanistica e finanziaria)
9. Nel territorio agricolo è consentito il trasferimento della destinazione d’uso dall’edificio residenziale all’edificio rurale non adibito a residenza, esistenti alla data del 27 novembre 2008, purché della stessa proprietà fondiaria ed a compensazione delle rispettive superfici utili coperte.
Come sanno i tecnici di parte e gli istruttori degli uffici comunali, raramente le superfici collimano. Bisogna quindi ricorrere a partizioni interne surrettizie e avere parti di edifici con una destinazione d’uso e parti con un’altra destinazione d’uso. Poiché insomma si hanno raramente unità immobiliari coincidenti, bisogna crearle, o cambiare destinazione d’uso a singoli locali, il che, per la destinazione d’uso residenziale non è sempre possibile.

 

Come detto in apertura, il quadro già di per sé non facile è ulteriormente complicato dalla LR 12/2015 “Testo unico in materia di agricoltura” (successiva alla LR 1/2015).
LR12/2015 Articolo 147 – (Locali e strutture per attività di fattoria didattica)
1. Per le attività di fattoria didattica sono utilizzati gli edifici che rientrano nella disponibilità dell’impresa agricola come previsto dall’articolo 91, comma 9 della l.r. 1/2015 .
2. I locali utilizzati per le attività di fattoria didattica sono assimilabili ad ogni effetto ai fabbricati rurali e sono considerati beni strumentali dell’azienda agricola.
3. Le attività di fattoria didattica possono essere svolte sia in edifici con destinazione agricola che in edifici classificati come civile abitazione, nonché in locali siti nell’abitazione principale dell’imprenditore agricolo ubicata nel fondo.
Anche questo articolo non dice esplicitamente nulla rispetto ai cambi d’uso anche se lascia presumere che l’attività di fattoria didattica non costituisca cambio di destinazione d’uso. Né vengono posti limiti quantitativi.

 
LR 12/2015  Art. 209  – (Requisiti edilizi ed igienici dei locali)
3. L’utilizzo di un locale come laboratorio per le lavorazioni o le trasformazioni di cui all’articolo 208 non determina la necessità di un cambiamento di destinazione d’uso dello stesso e può essere collocato anche in una zona residenziale.
Al di là della comunicazione ai fini commerciali o sanitari, bisogna capire se l’utilizzo diverso dei locali dall’utilizzo previsto debba essere comunicato al Comune per il profilo edilizio. La formulazione poco felice parla di zona residenziale e dobbiamo prenderla per un’imprecisione. Il richiamo all’art. 208 e all’elenco ivi contenuto non mi sembra tassativo, sicché immagino sia possibile lavorare o trasformare anche altro. 

 

 

****** Profili sanzionatori

LR 1/2015 Art. 139 – (Determinazione delle variazioni essenziali) 1. Costituiscono variazioni essenziali rispetto al permesso di costruire o alla SCIA:

a) il mutamento della destinazione d’uso nelle zone agricole di annessi rurali a fini residenziali, ovvero il mutamento della destinazione d’uso assentita che risulti in contrasto con la disciplina urbanistica o che comporti pregiudizio sotto il profilo igienico-sanitario;

Tutto l’annesso rurale? O è sufficiente una parte dell’annesso?
Art. 145 LR 1/2015 (Interventi eseguiti in parziale difformità dal permesso di costruire)  8. Non costituiscono altresì parziale difformità dal titolo abilitativo le opere interne agli edifici e quelle che non comportano modifiche della sagoma, della SUC e che non modificano la destinazione d’uso dell’edificio.
Segnalo questo comma poiché non sembra essere disciplinata, ai fini della vigilanza e delle sanzioni, il cambio di destinazione d’uso di un singolo locale o di più locali (che siano diversi cioè dall’edificio). Anche qui la tecnica redazionale non aiuta a capire se occorra fare una lettura congiuntiva o disgiuntiva della “e” (sagoma, SUC, destinazione). Difficile tuttavia immaginare una modifica della SUC senza una conseguente modifica della sagoma. Bisogna propendere per una lettura parzialmente disgiuntiva, leggendo insieme alla norma sanzionatoria la norma relativa ai titolo edilizi. Provo una riscrittura:

8. Non costituiscono altresì parziale difformità dal titolo abilitativo:

  1. le opere interne agli edifici
  2. quelle che non comportano [congiuntamente] modifiche della sagoma, della SUC e della destinazione d’uso dell’edificio.

 

 LR 1/2015 Art. 147 – (Mutamenti di destinazione d’uso realizzati in assenza di titolo abilitativo)
1. I proprietari degli immobili che modificano la destinazione d’uso in atto in un edificio o in una singola unità immobiliare  senza il titolo abilitativo di cui all’articolo 155, comma 4 sono soggetti alle seguenti sanzioni: […]
Anche in questo caso, sembra addirittura con maggiore precisione, vengono escluse dalla sanzionabilità le parti di edifici che non abbiano la consistenza dell’unità immobiliare o dell’edificio. L’art. 155 co. 4 non tratta tuttavia dei titoli abilitativi necessari.

 

 

Art. 154 – (Accertamento di conformità) co. 1 [….] . Per le violazioni di cui all’ articolo 147, limitatamente al solo mutamento di destinazione d’uso, senza opere edilizie, il titolo abilitativo a sanatoria è rilasciato se l’intervento risulti conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente al momento della presentazione della domanda.

Riporto questo stralcio dell’art. 154 perché aiuta a comprendere che il mutamento di destinazione d’uso è soggetto a titolo abilitativo, poiché si parla di titolo abilitativo “a sanatoria”.

 

 

Mi sembra di aver passato in rassegna i luoghi più significativi del tema che, come anticipato, non appare molto semplice.

A B C D
Data Destinazione d’origine Destinazione d’arrivo
13/11/1997 Residenza Agriturismo, fattorie didattiche, Residenze d’epoca, Fattorie sociali
Altra Destinazione Residenza (max 200 mq) Agriturismo
Edifici esistenti al Residenza Qualificata Agriturismo, fattorie didattiche, Residenze d’epoca, Fattorie sociali, Servizi (escluso commercio)
31/0372006 Tutti Agriturismo, fattorie didattiche, Fattorie sociali
27/11/2008 Tutti A compensazione tra residenza e altra destinazione

Racconti rurali – Il camino

Il camino era veramente il cuore di quella casa colonica costruita nel 1936. Era nel centro del vano principale (la cucina), posto al primo piano. La cucina disimpegnava tutti gli altri locali, che di fatto erano camere e basta. In verità avevamo lasciato una delle stanze a nord-est come piccolo magazzino e sala “per la salata”, e cioè la stanza dove si mettevano sotto sale o ad asciugare i pezzi del maiale macellato, e quindi prosciutti, salsicce, ecc. Il pavimento era in pianelle di laterizio, che abbiamo coperto con delle brutte piastrelle in occasione del secondo restauro della casa. Adesso possiamo dire che fu un errore: allora ci sembrò un ulteriore riavvicinamento alla civiltà.

Il piano terra era destinato a stalla (mai usata), con relative mangiatoie, a cantina e fondo. Erano tre locali: quasi quadrato, più grande, la stalla: due vani più piccoli la cantina e la dispensa. Il pavimento era finito con cemento lisciato con boiacca, così come le mangiatoie.

Il tetto era in tegole marsigliesi, appoggiate su elementi in laterizio (tavelle), sostenute da travicelli e travi di legno. Le travi principali appoggiavano sul muro centrale, di spina, e “spingevano” sulle pareti perimetrali. Un tipico tetto a capanna, insomma. Nel tempo il tetto era scivolato un po’, spingendo sui muri laterali, in mattoni, e tegole e tavelle si erano leggermente sconnesse. I primi tempi dormivo nella camera di nord-est, nel letto con mia nonna. L’ampiezza dello scollamento tra il muro di spina e le tegole era così grande che, prendendo bene la posizione, si vedeva qualche stella. Le finestre erano dei semplici infissi di abete con delle specchiature di vetro di spessore cipollineo (si può dire?). Vi erano degli oscuranti interni che non combaciavano perfettamente con la cornice della finestra, cosicché il buio, nei giorni d’estate, non era mai completo. D’inverno era così freddo (non c’era riscaldamento, ovviamente), che i jeans di Patrizio e Cristina gelavano e rimanevano rigidi come stoccafissi. Io non ho mai indossato jeans, ma non per pregiudizi di chissà quale tipo, solo perché il taglio sulle gambe era sempre molto stretto e mi rendevano più goffo di quello che già mi pareva di essere. Patrizio li metteva nel letto prima di indossarli, cercando così di ammorbidirli e di riscaldarli. L’unica fonte di calore era il benedetto camino, su cui facevamo ardere quella poca legna che riuscivamo a rimediare. Non avevamo la motosega e quindi tagliavamo la legna con una sega ordinaria, in metallo, in due. Tagliare la legna nel bosco e andarla a prendere con l’OTO era una fatica enorme. Quindi cercavamo di tagliarla ai margini del bosco, in prossimità della casa e il più vicino possibile alla strada. La legna era dunque spesso verde e di cattiva qualità: ginestre, olmi, pioppi, salici, qualche quercia. Zio Claude raccattava sempre dei pezzi irregolari, spesso ciocchi o rami di olivo, sempre bitorzoluti, e che quindi entravano malamente nel camino, attirandosi i commenti sarcastici di mia nonna. Ma alla fine quella poca legna bastava per scaldarci tutti.

Intorno al fuoco, dopo cena, parlavamo e basta: nonna raccontava le sue esperienze sul Monte Catria, noi le nostre scemate. Io facevo qualche scherzo, buttando di nascosto del sale grosso in mezzo al fuoco (che scoppia), o buttandovi sopra dell’olio consumato. Oppure prendevamo tra le mani piccoli pezzi di brace e ce li passavamo in velocità da una mano all’altra. E poi ascoltavamo Radio Subasio, le prime “dediche”, i cantautori, le canzoni pop che andavano cambiando. Il focolare serviva a far bollire l’acqua per la pasta, a preparare i nostri cibi: la bruschetta, le patate sotto la cenere. Il caldaro andava appeso sulla catena proprio al centro del fuoco, ma le cose più buone si preparavano sulle pentole e casseruole appoggiate sopra “la serva” (un piccolo treppiede), da mettere vicino al fuoco, sulla brace. Zia era riuscita a scovare, non so dove, un ferro da stiro che andava riempito con la brace e poi sventolato di tanto in tanto, per mantenerla viva. Con gli anni avevamo accumulato anche una certa competenza sul tipo di legna adatto per i vari usi. Così i pomodori arrosto sulla graticola erano più buoni con le fascine della potatura della vigna o con la potatura minuta dell’olivo. Per dare un profumo particolare andava meglio il biancospino, l’alloro, il legno di frutta (pero, melo). Per una brace duratura occorreva la roverella, la quercia, l’olmo. Il salice ha un odore particolare, ma brucia male e fa una brace inconsistente, quasi come il pioppo. La sera si andava a letto solo dopo la “benedizione” (ovviamente), e dopo aver coperto con abbondante cenere il fuoco: la mattina avremmo ritrovato, con lo stesso gusto di una sorpresa che si sa, sarà comunque bella, della buona brace pronta a ravvivare il fuoco. La cenere veniva poi gettata nell’orto, dove avrebbe migliorato la struttura della nostra terra così argillosa, e dove avrebbe allontanato le formiche. Nonna era riuscita a farne, i primi due anni, anche del sapone per lavare i vestiti, ma diciamo che lei era una fuoriclasse.

Era un camino semplice e molto ampio per la stanza in cui si trovava e di conseguenza faceva molto fumo. Per pulirlo, quando era chiaro che anche la canna era ostruita dalla fuliggine, andavo a prendere delle ginestre, che infilavamo da sotto nella canna fin dove possibile, e poi appiccavamo il fuoco. Le fiamme a quel punto salivano nella canna e la pulivano un po’, bruciando la fuliggine. Noi andavamo fuori, sul piazzale, a vedere questo spettacolo delle fiamme che uscivano addirittura dal cappello dalla canna. Nonna non era molto contenta, memore di qualche tetto incendiato, ma in quel momento non vi erano alternative, poiché non eravamo attrezzati per pulire una canna fumaria.

Nei pomeriggi invernali giravamo la schiena al focolare per leggere e fare i compiti, appoggiandoci al tavolo, alla luce delle candele. Immagino che i nostri vestiti odorassero di fumo (puzzassero, per qualcuno), ma all’epoca per noi era impossibile sentirlo. O forse, da ragazzi, non si dà nessuna importanza a queste cose. Quando abbiamo ristrutturato la casa, il camino di sopra è stato smantellato e ne abbiamo realizzato uno al piano terra, più piccolo, più “moderno”, in un angolo di quella che era la stalla la cui mangiatoia avevo demolito poco tempo prima con la mazza, ascoltando le prime “cassette” di Keith Jarrett.

Racconti rurali – La collina dei desideri

Salivo quella piccola collina dietro casa come fosse l’ascesa a uno spazio sacro. Quel posto mi apparteneva, o meglio, come avrei realizzato molti anni dopo, io appartenevo a quel posto. Fino ai 15 anni sognavo quasi tutte le notti di volare, decollando da quella collina, nuotando nell’aria. Poi, dopo essermi schiantato con un piccolo deltaplano che mi ero costruito con delle canne palustri e un telo di plastica cucito alla bell’e meglio, ho cominciato a “diradare” i sogni. Ma questa è la versione di chi mi vuole prendere in giro. Anche se io, a ben guardare, non ho altro da contrapporre. Insomma non so perché non sogno di volare come prima.

Proprio in cima al poggio c’era il “bottino dell’acqua”: un pozzetto di servizio dell’acquedotto comunale, costituito da un tubo in cemento di circa 80 com di diametro, infisso verticalmente nel terreno, chiuso da un coperchio di metallo e da un lucchetto. Per qualche anno quel semplice manufatto ha rappresentato per noi il limite della civiltà: lì si fermava l’acquedotto. Solo anni dopo, infatti, riuscimmo a portare l’acqua, a spese nostre, fino all’angolo di casa.

Quel pozzetto era situato sul punto più alto della collina (avrei scoperto molto più tardi, visionando una Carta Tecnica Regionale, che il toponimo era Colle Francia: a volte le coincidenze sono veramente curiose: avrebbe fatto piacere a Zio Claude). Su quella collina ho fatto l’amore per la prima volta, nel settembre del 1981. Ricordo la data perché l’avevo segnata sul mio “zibaldino” (sì: scimmiottavo Leopardi, e poi quella parola mi faceva pensare a Zio Ubaldo, di Gubbio, di cui ammiravo la rudezza, e che in famiglia chiamavamo Zi’ Baldino). Raramente rileggo quei quaderni, ma era capitato, anni fa, e non avevo potuto evitare di notare la coincidenza con una data diventata tristemente famosa e quindi ormai indimenticabile. Il luogo non era nascosto, ma isolato, e c’era un bel vento fresco: mi era parso pieno di “potere”, per citare Carlos Castaneda. Mi era sembrato altresì un bel gesto averla portata lì, perché in fondo la facevo entrare nella mia “stanza” più intima, a dispetto della vastità oggettiva. Né saprei dire dove saremmo potuti andare, se non banalizzando il tutto.

A parte quest’episodio, io salivo solo sul dosso, e solo per sedermi su quel coperchio arrugginito a pensare, a guardare il paesaggio, ad ascoltare il vento, che c’era sempre. Che c’è sempre. Ogni stagione aveva la propria aria, il proprio odore, la propria forza. I momenti più belli erano i tramonti di fine agosto, quando il grosso dei lavori agricoli era fatto e c’era questa atmosfera di cosa compiuta, di lavoro ben fatto, di pienezza. Il primo taglio del fieno era stato fatto, la trebbiatura del grano anche: ora non c’era che da arare e da aspettare l’uva e le olive.

Da lì si aveva una vista straordinaria a 360 gradi: verso nord, su Montefalco, la pianura intorno a Foligno, sul Subasio. Verso est il castello di Morgnano e poi Monte Pettino, verso sud est la Rocca di Spoleto, Monteluco. Verso sud i monti che dividono da Terni, Monte Bibico. Verso ovest infine i Monti Martani, Monte Capoccia Pelata.

A mezza costa di quell’altura Patrizio e io (più raramente anche Cristina), giocavamo al pallone, perché vi era una piccola sella e il terreno pianeggiava. La collina non era nostra: era di un milanese che l’aveva comprata, insieme ad altri 18 ettari, nello stesso periodo in cui zia aveva deciso di trasferirci lì. Lui veniva solamente in estate a soggiornare un po’ di tempo con la moglie e le figlie, immagino con qualche difficoltà di gestione famigliare, date le dure condizioni che anche loro pativano. La strada di terra che saliva fino in cima divideva un po’ due mondi: sulla sinistra l’erba medica, la sulla, o più raramente il grano o l’orzo, che “il milanese” (lo chiamavamo così), aveva seminato. Sulla destra una no man’s land, una fascia incolta che arrivava fino al nostro confine, a mezza costa, che qualche olivo si contendeva con cespugli di biancospini o olmi campestri ancora giovani.

In poche altre occasioni ho avuto questa sensazione di comprensione, di serenità, di totalità, come l’osservare da lì il paesaggio che si svolgeva tutt’intorno. Avevo l’impressione di profonda unità con il mondo intero e, allo stesso tempo, di distacco. Inoltre percepivo una dilatazione del tempo, che andava più piano, con un respiro più lento. Quand’ero lassù c’era tempo per tutto, ci sarebbe stato tempo per tutto: ero lo gnomone di una meridiana inutile. Contrariamente all’ampiezza della vista (che porta spesso la maggior parte delle persone alla dismisura), a me lì i desideri si riducevano. Lassù mi chiedevo di cos’altro avrei avuto bisogno: la collina era un freno ai miei desideri, un rallentatore, un filtro. Desiderare è una abilità che nessuno ci insegna, che richiede il senso dell’orizzonte, pensavo tra me e me, camminando verso casa.

Racconti rurali – Chicchio

“Ecco San Francesco che parte.” Questa è la frase che i nostri dirimpettai dicevano quando con il binocolo mi vedevano partire per la macchia con la capretta bianca, il cane, il gatto e il passerotto (Chicchio).

Seppi solo molti anni più tardi che i vicini (i vicini più prossimi stavano comunque a 4 km di distanza), mi chiamavano così, quando mi invitarono a lavorare al frantoio e ancora prima alla raccolta delle presse del fieno. Se al fatto che partivo in compagnia di questi animali si aggiunge che da maggio a settembre camminavo molto a piedi scalzi si capisce che la frase poteva sembrare non del tutto fuori luogo. Riuscivo a camminare a piedi nudi sulla strada bianca e nella stoppia del grano appena mietuto. Questo richiede una tecnica tutta particolare. Bisogna strisciare il passo e non alzarlo come si fa di solito. I miei amici che venivano dalla città rimanevano piuttosto impressionati da questa mia capacità. C’era un po’ di vanità (è ovvio, a vent’anni), ma vi era da parte mia il piacere tattile di sentire sui piedi le differenze di fondo. Camminare a piedi nudi presuppone una certa attenzione sul dove mettere i piedi, un passo dopo un altro, e a me questa attenzione sul qui e ora non dispiaceva affatto. Era bellissimo passare dai sassi della strada alla freschezza dell’erba (cercare il ciuffo d’erba come una pietra da guado), e dall’erba alla terra sminuzzata dall’erpice, o schiacciare una piccola zolla rimasta intatta, e sentirla franare sotto il mio peso. E infine il piacere sublime di camminare a piedi nudi su un tappeto di fiori d’olmo (in realtà sono i semi, ma possiamo convenire tranquillamente sui fiori). La sera, a casa, sentire i piedi ipercapillarizzati, dilatava questo piacere per un paio d’ore. Certo, ogni tanto c’era qualche spina di cardo da togliere, ma con l’ago ho la mano fermissima e sono tutt’ora il riferimento in famiglia per togliere le spine a chiunque.

Non ricordo che nome avesse la capretta: il cane era Birillo (eravamo andati a vedere il primo film di Rocky), il gatto Zorro e il passerotto Chicchio.

In autunno mi avviavo nella macchia con la motosega Castor molto pesante, una roncola, l’olio per la catena, la miscela per la Castor, un grosso panino con la frittata e l’acqua. Avevo legato tutte queste cose a un bastone, che portavo sulla spalla come una sorta di viandante.

Chicchio lo avevamo trovato e allevato a Spoleto, prima del trasloco, dove aveva riempito di deiezioni un’enciclopedia De Agostini, con la copertina verde, che non riuscimmo a completare, oggi diremmo a causa della spending review. Lo aveva trovato per terra Cristina e lo aveva allevato nonna, con pane bagnato e poca carne macinata. Era un maschietto: nonna ci aveva insegnato a riconoscerli dal piccolo cravattino nero che hanno sul petto, oltre al marrone più intenso del piumaggio. Era straordinario: mangiava gli spaghetti come un’aquila mangia un serpente, beveva acqua e vino dal mio bicchiere, ubriacandosi un po’ e barcollando. Volava di spalla in spalla o sulla mia testa. Faceva i suoi giri con altri passeri e poi bastava chiamarlo per vederlo tornare. Veniva con me nella macchia, allontanandosi quando accendevo la motosega, per tornare quando la spengevo. Credo di avere ancora da qualche parte una foto meravigliosa in cui sulla loggetta d’ingresso al primo piano della casa, dormono il cane, il gatto e Chicchio. E’ morto mangiando un chicco di concime. L’ho ritrovato stecchito in un solco nel campo di mais. Ho pianto come un bambino, o semplicemente com’è giusto piangere per qualcosa d’importante. L’ho seppellito vicino al pozzo, mettendolo in una scatola di scarpe riempita di fieno e ovatta. Poi ho fatto una piccola croce di legno che ho infisso vicino al lato corto della scatola, immaginando di dare un senso in più a questo piccolo rito.

E’ facile voler bene agli animali. Anzi, oggi mi sembra che sia più facile voler bene agli animali che agli uomini. Ma Chicchio era particolare. Avere l’affetto e la fiducia di un esserino così piccolo e indifeso (se mettevo un pinolo in fondo alla bocca vi entrava a prenderlo senza timore alcuno), era fonte perpetua di gioia. Vederlo giocare in compagnia del gatto e del cane, era come essere lo spettatore unico di un piccolo e delicato circo in miniatura. Sono stato proprio fortunato ad averlo avuto vicino per un po’ di tempo.

Racconti rurali – L’acqua

I primi tempi l’acquedotto non arrivava fino a casa. Andavamo al pozzo, distante una cinquantina di metri da casa. Io, zia e Patrizio tiravamo su dal pozzo dei secchi da dieci litri con la corda, che poi portavamo in cucina e versavamo in un grande recipiente di plastica, coperto da un telo. Cristina aiutava nel portare i secchi tra la casa e il pozzo. Quell’acqua ci serviva per lavare e mangiare, facendola bollire. È stato dopo un po’ di tempo che Guerrino ha agganciato una carrucola, ricavandola dalla ruota di una Vespa, su una delle travette in ferro che reggevano la copertura del pozzo. Per noi è stata una grande cosa: si faticava veramente molto meno a tirare su i 200 litri d’acqua che ci servivano quotidianamente. D’estate l’incombenza del pozzo diventava ancora più pesante, poiché bisognava avere l’acqua anche per innaffiare un po’ di orto che, si sa, è molto vorace. Nei primi tempi l’orto era limitato a poche decine di mq e a poche piante, che non richiedevano molta acqua. All’inizio piantammo anche meloni e cocomeri e credo fummo gli unici ad avere cocomeri bonsai, poiché questi potevano stare in una mano! Appena arrivati, Zia aveva fatto tombare una cisterna interrata che raccoglieva l’acqua del tetto per paura che noi, ancora piccoli, ci cadessimo dentro. Con il senno di poi avrebbe fatto comodo, ma capisco che avere tre ragazzini in giro intorno a una cisterna di una quindicina di mq, di cui si ignorava anche la tenuta del solaio, avrebbe messo paura a qualsiasi genitore.

Verso il 1978 zia commissionò ad un ruspista di fare uno scavo per allacciarci all’acquedotto comunale, il cui punto di raccordo distava circa 150 m. Portammo il tubo fino all’angolo sud della casa, dove c’è ancora un rubinetto esterno. Avremmo portato l’impianto all’interno qualche anno dopo, con l’occasione della ristrutturazione dell’abitazione. Ma già quella piccola grande comodità ci parve un risultato straordinario. L’acqua era potabile, era vicina, e per riempire le taniche era sufficiente girare il rubinetto e aspettare! Il primo giorno lasciammo aperto il rubinetto aperto per qualche buona ora, con un tubo che portava l’acqua nell’orto, un po’ per pulire le tubature e un po’ per verificare fosse tutto vero!

Scoprimmo poco dopo che l’acquedotto comunale entrava in sofferenza d’estate e spesso siamo rimasti senz’acqua per tre giorni di seguito. Facevamo delle riserve, ma spesso queste finivano, e ad ogni modo l’acqua delle taniche non era buona da bere, dopo un giorno di “fermo” in quella plastica. Ho imparato a mie spese (poi, più tardi, i libri sul Taoismo me lo avrebbero confermato), che le cose migliori devono fluire, scorrere. E soprattutto l’aria e l’acqua.

Quando l’acqua “tornava” (tornava sempre di notte), faceva un grande rumore nei tubi. Allora ci alzavamo in fretta e riempivamo tutti i secchi ed i catini disponibili. Dormivano sempre sperando di sentire quel gran tremore nei tubi, perché voleva dire che per un po’ di ore avremmo avuto acqua corrente! Il che significava che avremmo avuto un po’ d’acqua anche per l’orto. Innaffiare la mattina presto era una delle mie attività preferite. Mi mettevo a piedi nudi, stendevo il tubo e prima dell’alba me ne stavo in santa pace a dare acqua ai pomodori e ai fagiolini. Partivo dal fondo, da valle, e poi risalivo i solchi, godendomi il fresco, e il rumore rilassante dell’acqua sulla terra o sulle foglie. Con l’acqua abbondante siamo diventati bravissimi a coltivare le fragole, impegno che piaceva molto a mio zio Claude. Ne mangiavamo a chili, nelle più varie forme, e ne regalavo altrettanti chili a amici. A un postino, persona molto gentile d’altri tempi, lasciavamo la libertà di coglierne a sua discrezione quando veniva a portare la corrispondenza.

Nonostante l’acqua corrente e le comodità in casa, d’estate non rinunciavo al mio bagno al tramonto, nel grande tino, di un paio di metri di diametro, che avevo riempito già dalla mattina. Era un’abitudine che avevo preso quando non c’era la vasca o la doccia in casa, e che avevo deciso di mantenere anche dopo, e che coltivavo il più spesso possibile. L’acqua si era scaldata durante tutto il giorno e al tramonto era bellissimo infilarsi nudo in quel tepore, in quella micro-piscina personale con vista sul Subasio e sulla pianura, solo con il garrito delle rondini.

Racconti rurali – SOCOAM

SOCOAM era la sigla di Società Cooperativa Agricola Martana. Era gestita allora da un prete molto influente, tale Don Enrico. A un paio di km da casa nostra, questa cooperativa aveva costruito un frantoio per le olive. Erano state installate delle macchine della ditta Rapanelli di Foligno. Per farle entrare avevamo dovuto allargare le porte principali dell’edificio. Era un grosso macchinario a coclea orizzontale, che macinava le olive, le riduceva a una pasta marrone, che mandava poi a due centrifughe verticali.

Al piano terra, in linea, avevamo dunque la lavatrice delle olive, un primo vaglio (il pettine, per me), la molitrice, le centrifughe. Queste facevano il loro lavoro e separavano l’acqua di risulta dall’olio, che usciva di un bel verde acceso. L’acqua di scarto finiva in un bacino di raccolta a cielo aperto di circa 500 mq, che la SOCOAM aveva realizzato nelle immediate vicinanze del frantoio. La puzza dell’acqua di lavaggio, rinchiusa in questa pozza, era abbastanza intensa. Fortunatamente d’inverno, quando è freddo, e quindi durante il periodo di molitura, gli odori si spengono, si attenuano, forse a causa del freddo, dell’umidità. O semplicemente perché d’inverno si sta più tempo in casa. Con l’avanzare delle giornate l’acqua percolava, evaporava, e infine restava sul fondo, culla di canne e di rane, fino al novembre successivo.

La sansa veniva invece convogliata attraverso un’altra vite senza fine, su un piccolo piazzale di raccolta, anche questo a ridosso dell’edificio. Una volta alla settimana veniva un misterioso camion da Roma a caricarla, per farne un olio rettificato.

La temperatura interna era altissima, così come l’umidità. I turni di lavoro erano di 12 ore, fatta eccezione per il primo, che fu per me di 24, poiché il cambio turno aveva frainteso e si presentò quindi 12 ore dopo. Lavoravamo quindi, a regime, su turni di 12 ore e in coppia. Io ero insieme a Franco “de Cancelli”, che all’epoca aveva sui 40 anni e che a me pareva molto più grande, come sempre succede quando uno è molto giovane. Crescendo, poi, a 40 anni ci si pensa invece ancora ragazzi e io, per esempio, cerco sempre negli occhi dei giovani, e nelle loro parole, dei dettagli, delle sfumature, dei toni, per capire se loro mi vedono vecchio come io vedevo vecchi i quarantenni di allora. Non erano solo adulti, erano lontani, erano un’altra cosa. Il mondo arrivava fino alle Colonne d’Ercole dei nostri vent’anni: oltre c’era un’età totalmente diversa, una vita diversa.

Ogni tanto la vasca di raccolta delle foglie e di altre impurità si riempiva e andava svuotata, fuori, vicino alla sansa. All’interno, come detto la temperatura era altissima e io e Franco lavoravamo in canottiera, sudando alquanto. Per buttare questo grande catino bisognava uscire fuori, in piena notte, cosa che facevamo senza vestirci, confidando sul breve tempo che sarebbe occorso per vuotare il recipiente e rientrare. Solo che fuori la temperatura era sullo zero (una notte nevicava: controluce vedevo i nostri corpi fumare e i fiocchi sciogliersi direttamente sulle nostre spalle). Franco si prese una polmonite paradossalmente a stagione finita.

Le olive erano stipate al primo piano di questo modesto edificio di due piani. Erano accumulate sul pavimento di klinker rosso e confinate con delle sponde di legno o di metallo. Al centro della stanza vi era un buco sul pavimento (una botola quadrata di ca 50 cm di lato), che collimava perfettamente con il collo di questa sorta di imbuto artigianale che era stato costruito allo scopo. Questo grande imbuto era di fatto un tronco di piramide rovesciato, la cui parte più piccola era chiusa da una sorta di tagliola di metallo, che consentiva di aprire il fondo della piramide e di far cadere le olive nella macchina lavatrice che era posta proprio lì sotto. Per passare dal piano terra della molitura al piano primo occorreva prendere della scale un po’ defilate, sul fianco dell’edificio. Ovviamente il primo piano (il magazzino), non era riscaldato e era anzi molto freddo. Il lavoro “di sopra” era riempire questa grande tramoggia con un grande badile, dal manico molto lungo, per non pestare le olive. Una volta riempita la piramide (la clessidra, per me), questa andava fatta collimare con il buco del pavimento, e aperto il fondo della clessidra. La clessidra aveva quattro ruote, che permettevano di spostarla in prossimità dei cumuli di olive e di riportarla sopra la botola. Vedere la clessidra svuotarsi dalle olive era ipnotizzante. Le olive (verdi, viola, marroni), e le le foglie scendevano magicamente di livello e sembravano innumerevoli granelli di una sabbia vegetale e colorata. Muovere la clessidra quando era piena era molto faticoso perché per quanto fosse pulito il pavimento c’era sempre qualche oliva e qualche nocciolo che capitava davanti alle ruote e che impedivano il facile rotolamento. Per riempirla e riportarla in posizione occorreva una buona mezz’ora. Era molto faticoso: in compenso vi era un attimo di pausa dal rumore infernale e continuo. Il rumore delle centrifughe era talmente alto, continuo e profondo che quando tornavo a casa continuavo a sentirlo nella testa per un paio d’ore. Dunque a volte rimanevo un po’ più di sopra, anche se era freddo, per pulire il pavimento del grande magazzino, per arieggiare un po’ le olive e per gustarmi un po’ di silenzio. Cercavo di fare il prima possibile uno stradello tra i mucchi di olive per arrivare a una delle finestre che davano verso est. Franco ed io facevamo infatti il turno di notte, perché non eravamo sposati, (e questo criterio era sembrato sufficiente per chiudere lì la questione). L’avevamo fatta pesare un po’, ma a me la cosa non dispiaceva, perché la notte non avremmo avuto tutte le persone che venivano di giorno a macinare la loro “partita”, a controllare la bascola all’arrivo, a controllare “la resa”, a far finire fino all’ultimo giro la centrifuga. Dunque restavamo lì dalle 19 alle 7 della mattina dopo, in un modo che a me pareva un po’ stoico, ma di cui andavo silenziosamente fiero. La notte sembrava infinita, e quando stavo sopra cercavo, dalle 5 in poi, di scorgere un po’ di chiarore sopra i profili delle colline a est. Era il segno che il turno stava per finire. Andavo alla finestra, pensavo a Ciaula e a come, in piccolo, ogni giorno, io scoprissi il sole.

Mangiavamo verso mezzanotte nel piccolo spazio destinato ordinariamente a ufficio. Franco portava una vera e propria gavetta con della pasta e della carne. Io ero già vegetariano e portavo soprattutto lenticchie, ceci, piselli, che condivo lì, e delle mandorle, che tenevo in tasca e che continuavo a sgranocchiare durante la notte. Franco era dipendente da caffè: ne portava un thermos intero corretto con il mistrà. A volte ho avuto dubbi che fosse più mistrà che caffè. Quando apriva il thermos io da sopra sentivo l’odore dell’anice. Alla fine era diventato un codice di comunicazione tra noi: quando lui apriva il thermos era indizio che appena avevo fatto dovevo scendere per mangiare o più semplicemente per bere il caffè.

In previsione della stagione le grandi botti in cemento dovevano essere pulite. In realtà non erano delle botti così come si possono immaginare: erano grandi contenitori parallelepipedi di circa 2 m x 3 x 3, con una bocchetta di ingresso in testa e una sul lato, in fondo, da dove si poteva far uscire l’olio con il rubinetto. Per pulire queste botti l’unico adatto ero io. Svuotata completamente la botte, si smontava il portello di chiusura. Io riuscivo a infilarmi dentro passando da sopra, restando in precario equilibrio in mezzo al fondo melmoso del deposito dell’olio “stanco”. Qualcuno poi agganciava una lampada, simile a quelle che hanno i meccanici, sulla bocchetta superiore. Infine mi veniva passata una lancia con acqua calda a forte pressione. Da dentro pulivo completamente l’interno, spesso scivolando e cadendo sul fondo. L’aria diventava irrespirabile in pochi minuti, sia per l’odore che per la temperatura. Ogni tanto dovevo fermare il getto di vapore per sentire addosso un po’ di aria fresca penetrare dal portello inferiore. Penso di essere stato il solo ad aver fatto questo lavoro, così rischioso. Stare in un ambiente chiuso con acqua, umidità prossima al 100% e corrente elettrica non era effettivamente una grande idea. Per dimostrare ad altri il proprio coraggio a volte si fanno scemenze stratosferiche, soprattutto quando si è giovani. Gli altri anni venivano pulite (più superficialmente, è ovvio), dal portello basso, cercando di fare il meglio possibile.

Finita la pulizia, restituivo la lampada da sopra, piombavo per un attimo in un’oscurità pressocché totale e mi avviavo a uscire dalla botte attraverso la bocchetta inferiore, come fossi un bambino al parto: fuori mi aiutavano tenendomi la testa e le spalle servendosi di stracci asciutti, poiché io uscivo bagnato e viscido come un nascituro. Buttavo via i pochi vestiti con i quali ero entrato in quelle “caverne” e andavo a fare la doccia con quel sapone in pasta che una volta avevano i meccanici (non so se esiste ancora), molto ruvido al tatto. Come gratificazione, finita la doccia, rivestito e (quasi) profumato, facevamo una piccola festicciola con bruschetta, salsicce, vino rosso. E caffè corretto.

Racconti rurali – Zia

Zia era nata il 25 dicembre, e quindi i miei nonni l’avevano chiamata Natalina. Poi crescendo, invece, l’avrebbero chiamata sempre Lina: un nome più asciutto, più deciso. Aveva seguito mio padre in Francia, partito come emigrante, e lì aveva conosciuto il suo futuro marito, che per me e Cristina sarebbe diventato Zio Claude. Aveva aperto un bar a Nancy, in Rue Phalsbourg, con una scritta dipinta sul vetro del sopralluce: “Chez Lina”, da pronunciarsi ovviamente con l’accento tonico sulla “a”. Per quelle strane coincidenze della vita che fanno riflettere sul senso del tempo, ho un’immagine molto chiara di me stesso il giorno del mio ottavo compleanno: sono seduto proprio davanti alla porta del bar, sul cordolo in pietra che delimita il marciapiede, con i piedi sulla strada, in corrispondenza della caditoia stradale (che in Francia è spesso un’asola verticale sul ciglio del marciapiede), e faccio il conto di quanto manca ai miei venti anni, che immagino come un traguardo liberatorio e che visualizzo purtroppo molto in là: 18 marzo 1983. Ebbene, il 18 marzo 1983, in occasione della morte del papà di Zio Claude, e quindi di un nostro viaggio a Nancy, nel bel mezzo di una passeggiata solitaria e senza meta, ripasso davanti a quella porta e a quel marciapiede, e l’immagine di quel ragazzino mi si presenta in maniera talmente forte che per un attimo mi devo appoggiare al muro. Per un lungo momento ho paura della mia memoria e di questa coincidenza, e spero anche di sbagliarmi. Rifaccio i calcoli, mi sforzo di richiamare alla memoria ricordi, date, eventi significativi, ma niente: l’immagine è troppo forte e precisa: è andata proprio così. Mi allontano con questo senso di forte straniamento pensando che lascio su quell’angolo di strada due fantasmi: quello del 1970, e quello del 1983, che guarda quello del 1970.

Dopo la morte di mio padre (suo fratello), zia era tornata in Italia, immagino con un po’ di attrito con suo marito, che invece aveva deciso di restare in Francia. In Italia aveva preso un piccolo bar lungo il Viale della Stazione di Spoleto, che condusse per circa 5 anni. Stanca di quella vita fatta di orari sballati e priva di un significato appagante, comprò il casolare nel 1975 con 500.000 lire, chieste in prestito a suo cugino Carlo per pagare il notaio.

Bisogna riconoscerle il coraggio, o l’incoscienza, di una scelta così spavalda e ambiziosa: acquistare 17 ettari di terreno con un casolare disabitato da tempo, senza riscaldamento, senza energia elettrica, senza acqua corrente. E ancora di più bisogna valutare la decisione di andarci a vivere con tre ragazzi di 16, 13, 12 anni, con la madre di 68 anni, senza l’automobile, a 4 km dalla fermata dell’autobus più vicina. Oggi non saprei come giudicare questa scelta: da una parte non posso che avere un’ammirazione smisurata; dall’altra sono spaventato dal rischio che ha corso. In ogni caso bisogna riconoscerle una capacità, una tenacia, una determinazione, non comuni.

Piccola parentesi sullo zodiaco. Pur non credendo all’oroscopo quotidiano, devo ammettere che mi diverto a vedere se ci sono alcuni tratti simili tra persone dello stesso segno. Tra le persone del capricorno che ho incontrato, molto importanti nella mia vita, ho sempre notato questa tenacia (al limite dell’ostinazione, direi), e anche questa scarsa capacità di valutare compiutamente le persone, di tenere in conto anche il peso dei sentimenti o dell’irrazionalità nell’agire umano, che hanno invece una forte valenza. Per le persone di questo segno che ho conosciuto da vicino, gli obiettivi si traducevano in porte da sfondare, in muri da abbattere, sfide da vincere. Il panorama che c’è dall’altra parte del muro è meno importante dell’aver abbattuto il muro. Il bellissimo panorama che c’è di là diventa solo la analitica certificazione che hanno vinto la sfida, di cui spesso hanno dimenticato la ragione.

Tornando a zia, i suoi cugini, all’epoca benestanti, non avevano condiviso la scelta, anzi. Per confermare la piccola e debole teoria di poco sopra sullo zodiaco, più loro dicevano che non ce l’avrebbe fatta, più aumentava la motivazione. I figli di questi cugini cominciarono ad evitarci, e in effetti non vennero mai nemmeno una volta in campagna a renderci visita, mentre a Spoleto ci frequentavamo spesso.

Non ho più visto una persona dedita al lavoro come zia, se non una vecchia signora, che venne nel 1977 a cogliere il tabacco con noi e che rispetto alle altre donne aveva un’età più avanzata: oggi dovrebbe essere centenaria. Il suo nome era Domitilla, che ovviamente tutti arrotondavamo a “Mitilla” e poi, nel lavoro, per non sprecare fiato, troncavamo a “Mitì”. La immagino ancora viva e ancora più curva su se stessa, intenta a raccogliere erba campagnola, a curare l’orto, a dar da mangiare alle galline. Tra le due donne vi era grande stima, tant’è vero che zia la chiamò ad aiutarla in cucina quando l’agriturismo cominciò a impegnarla molto.

Rispetto a Mitilla, Zia aveva comunque una capacità di calcolo impressionante (calcolo mentale, da commerciante), e calcolo inteso come capacità di traguardare obiettivi a lungo termine. Tutto era messo in una prospettiva ventennale. Nello scegliere il casolare, e la vita di sacrifici che ne sarebbe conseguita, lei confessò anni dopo che puntava sul fatto che gli adolescenti che eravamo sarebbero diventati presto dei giovanotti e poi degli uomini, apportando così sia capacità operativa nel lavoro, sia nuove idee. E per un periodo andò infatti in questo senso, finché la vita non si mise a sparigliare un po’ le carte.

Aveva gli occhi neri e luminosi, con un’impareggiabile capacità di arrangiarsi in cucina e di creare buoni pranzi, e buone cene, con 4 elementi, sempre quelli: patate, pomodori, un po’ di carne, fagiolini, formaggio … I primi anni dell’agriturismo funzionavamo anche come piccolo ristorante su prenotazione: amici benestanti di Spoleto telefonavano chiedendo di poter stare a cena sotto il grande olmo davanti alla casa. Sapevano che sarebbero stati in un luogo tranquillo, con la sicurezza della massima discrezione, con una brezza fresca, con un vino rosso di campagna senza pretese. Così capitava che io portassi a tavola a professori di storia dell’arte, architetti affermati, politici regionali, direttori di banche, con la scontrosità di cui solo chi è timido conosce la fonte, conigli alla cacciatora, patate in insalata, pomodori arrosto, e, a volte, un poderoso cous-cous con harissa (appreso quando era in stata in Francia).

L’ho vista camminare interi pomeriggi nella polvere dietro l’aratro dell’OTO, dietro l’estirpatore, mungere le pecore fino a sera, fare il formaggio e contemporaneamente pensare e poi preparare la cena per noi tutti, lavare i vestiti con l’acqua del pozzo, cogliere le olive con un freddo implacabile fino ad avere le dita viola, e vomitare la sera, per la fatica, in disparte. Insomma sacrifici (no cinema, no teatro, no balere, no sagre), per anni, dolore e sudore in quantità. Il tutto senza mai un lamento. Il tutto anzi con l’ottimismo pacato e sicuro di chi pensa che adesso è difficile, ma che domani andrà sicuramente meglio.

Tra noi non c’era bisogno di molte parole, considerate in gran parte superflue. Io facevo l’imitazione di Ollio o di Enrico Montesano e la facevo ridere, e lei mi chiedeva poche cose, molto più prosaiche, ma che le servivano, lo capisco solo oggi, per capire se andava tutto bene. Poi, o meglio: prima, c’era il fare: lavorare, studiare, onorare i debiti, aiutare chi stava peggio. L’insegnamento passava attraverso l’esempio silenzioso, senza aggettivi, fermo come le montagne.

Racconti rurali – Il castrino, gli Hunza

Il 14 luglio 1983 era il giorno della mia maturità. Il 13, la “Notte prima degli esami”, io ho dormito. Non ho mai fatto “nottate” per lo studio, adesso che ci penso. La sera del 13 luglio ho deciso di diventare vegetariano. La cosa sembra abbastanza banale, oggi. E lo sarebbe, a dimenticarsi il contesto. Quando dico che a un certo punto siamo usciti dal Medioevo, dico che finalmente eravamo tornati in sincrono con la civiltà: acqua corrente, elettricità, automobile, trattore, ecc. “Fuori dal medioevo” significava anche mangiare carne: maiale, soprattutto, e poi agnello, pollame, ecc. Rifiutare tutto questo significava ripiombare, almeno in parte, nel medioevo. Era condannarsi all’emarginazione: nessuno infatti avrebbe avuto tempo di prepararmi un altro tipo di pasto, quando avrei scansato la carne. Facendo una scelta così costosa, mi assumevo anche l’onere di accontentarmi di quello che c’era in comune, o di farmi il pranzo da solo. Nel 1983 a Spoleto non c’erano negozi “bio” (li avremo aperti noi, sei anni dopo), e anche se ci fossero stati non ci sarebbero stati i soldi per comprarmi seitan o tofu, per esempio. In ultimo, ero solo un ragazzo di 20 anni, che faceva una scelta contro tutti, al buio.

La scelta derivava dall’insopportabilità della sofferenza che davamo agli animali. Certo, nulla di paragonabile agli allevamenti intensivi che vedevamo dal vero presso altre aziende o di cui avevamo notizia da parte di chi frequentava le stalle del nord Italia. Ma pur sempre sofferenza. A parte il rito dell’uccisione del maiale a fine anno, piuttosto cruento, vi erano anche altre occasioni di sofferenza. Una molto difficile, per me, era la castrazione dei maiali, soprattutto le femmine. Ai piccoli maschi era più facile tagliare quel che c’era da tagliare. Io e Patrizio tenevamo il maialino sollevandolo per le zampe posteriori e il “castrino” (en passant, lo stesso soggetto che mi aveva portato a Forlì con le pecore), tagliava la pelle con un bisturi, infilava un dito, tirava fuori i genitali non ancora formati e con lo stesso bisturi tagliava il piccolo cordone che portava ai genitali non ancora formati. Poi spruzzava uno spray viola, immagino disinfettante. Il maialino non era contento e tenerlo fermo era comunque un bello sforzo, anche per due giovanotti quali eravamo. Per le femmine la cosa era più cruenta. Le tenevamo sempre per le zampe posteriori, ma il “castrino” questa volta faceva un’incisione piuttosto profonda sul fianco dell’animale, che urlava di dolore, infilava due dita a cercare non so bene cosa, che comunque riusciva a tirare fuori e a tagliare. L’operazione non era velocissima, perché la maialina si dibatteva molto più fortemente dei maschi, il che complicava la ricerca tattile del “castrino”, e si alimentava un circolo vizioso. In qualche modo si riusciva a spruzzare anche a loro il disinfettante viola.

Altre occasioni di sofferenza “gratuita” erano date dai tentativi di mia nonna di ammazzare le anatre o i conigli. A causa dell’artrite deformante alle mani e a causa dell’età, i suoi colpi non erano né precisi né potenti, con il risultato che il coniglio prendeva tre o quattro colpi tra le orecchie e la schiena, e l’anatra delle accettate sul collo senza che queste lo troncassero definitivamente.

Dunque ero diventato macellaio (boia), per pietà. Ammazzavo io anatre, oche, conigli, galline, piccioni, che poi lasciavo alla lavorazione successiva di nonna, di zia, di Cristina, che aveva imparato a pulire gli animali, a macellare e a tagliare.

La decisione di non mangiare carne la presi con un certo ritardo rispetto ad un evento che mi aveva molto impressionato. Avevo allevato una capretta bianca (Saanen, quelle di Heidi, per intenderci), che la madre, dopo un parto trigemino, non aveva voluto allattare. L’avevo salvata dandole il latte mattina e sera con il biberon. Anche sapendo che la fine era segnata fin dall’inizio, mi ci ero affezionato ed era diventata come un cane. Le capre sono intelligentissime e divertentissime. Giocano gran parte della giornata, si arrampicano, saltano, fanno gli scherzi agli altri animali, mangiano di tutto. La mia mangiava anche il cornetto Algida, i cappelli di stoffa del consorzio agrario di Guerrino, i libri, le cortecce degli alberi da frutta. Era diventata più che domestica: un animale da compagnia. Poi è venuta la sua ora. Ogni animale ha un suo grido di sofferenza: il maiale piuttosto intenso, l’agnello pressoché muto. La capretta invece emette un grido lancinante e sembra che chiami “mamma”. Il suo belato è diverso da quello della pecora e sembra proprio “mamma”. Poiché la mia capretta era appunto più che domestica, è venuta sul ceppo e si è lasciata sgozzare senza intuire nulla. Tuttavia quando il coltello le ha trapassato la gola, si è messa a chiamare “mamma” e sembrava guardarmi. Purtroppo (o per fortuna, in questo caso), gli occhi delle capre hanno geometrie e colori completamente diverse dalle nostre, perché sostenere uno sguardo quasi umano sarebbe stato impossibile per me.

L’episodio mi ha segnato: la scena ha continuato a riproporsi. L’immagine ha continuato a lavorare. Ho comprato un libro sugli Hunza, ho riletto Gandhi, e mi sono determinato a non mangiare più carne. Questo ha significato che molte volte mi sono preparato il mio pranzo, o una parte di esso, perché mia zia non aveva assolutamente tempo di variare in cucina e di preparare cose differenti. Serviva una data particolare, un giorno particolare, per comunicare questa intenzione, e siccome avevo perso l’occasione della morte della capretta, ho scelto il giorno prima della maturità. Poiché odio le regole meccaniche e assolute, rompo questa mia legge una volta l’anno.

Quando ho scelto, ovviamente molti profetizzavano la mia desistenza, altri prefiguravano scenari di denutrizione, morte in giovane età, assenza di amminoacidi essenziali, ecc. Avevano torto, ma io non ho alcun piacere a dirlo: è andata così. I fatti sono ostinati.

Oggi è diventato di moda essere vegetariani, ed è anche facile trovare buoni prodotti sostitutivi. E’ diventato troppo di moda, e mi rendo conto che se tutti diventassimo vegetariani occorrerebbe un altro pianeta da coltivare a soia. Così come per essere integralmente “bio”. Sono diventato vegetariano per evitare di dare tanta sofferenza agli animali. Ma riconosco che la mia è una posizione filosoficamente debole e poco coerente. Infatti continuo a ammazzare formiche, mosche, zanzare, vespe, calabroni, qualche ragno che fa paura a Paolo o a Beatrice. E dunque non faccio mai “proselitismo”. La sofferenza è sofferenza, questa è la realtà. So che per condurre la mia esistenza di cittadino occidentale benestante, molte vite devono finire. Cerco solo di farne finire il meno possibile.

Morire sbranati

Quella sera d’estate abbiamo rischiato di morire. Eravamo andati a piedi a trovare una ragazza di cui Patrizio si era infatuato e che abitava dall’altra parte della collina, a 5 km di distanza. Abbiamo camminato nel buio fino a fiancheggiare quella grande casa colonica (Villamane, da Villa Magna: Villa Grande), che normalmente era disabitata e che invece in quel periodo ospitava dei pastori. Pastori “hard” che facevano solo quel lavoro, e che erano aiutati dai cani a pascolare liberamente il gregge nei campi non recintati. I cani che di norma aiutano i pecorai sono pastori maremmani e bastardi, incrociati tra pastore tedesco e pastore belga (i più raffinati). C’erano alcuni pastori che usavano anche i pastori scozzesi, ma il loro pelo lungo, in quei prati incolti, spesso teatro incontrastato di avena selvatica, di orzo selvatico e di bardana, poneva molti problemi, e quindi ce n’erano pochi.

Il complesso colonico era recintato, poiché lì la sera i pastori riportavano il gregge per mungerlo. Per un po’ non ci siamo preoccupati dei cani che abbaiavano perché pensavamo di essere in sicurezza. Non lo eravamo: i cani avevano trovato un piccolo pertugio nella rete e quindi stavano uscendo dal recinto, abbaiando sempre più forte. Abbiamo cominciato a correre a perdifiato per la discesa, ma gli otto cani (li contammo qualche tempo dopo, passandovi con qualcuno), ci stavano raggiungendo. Patrizio mi ha salvato la vita, spingendomi letteralmente nella scarpata di rovi e di biancospino. Poi anche lui si è proprio tuffato. Potrei dire che ci siamo gettati “nel buio più totale”, ma non sarebbe la verità. All’aperto, in campagna, il buio non è mai totale: c’è sempre la possibilità di distinguere la strada bianca, la sagoma degli alberi, di una grande siepe. Ma non molto di più. Ci siamo tuffati par coeur, confidando anche nella memoria, che lì ci proponeva questa scarpata di valle, inaccessibile da sopra. Patrizio mi ha salvato la vita, il che compensa almeno parzialmente il fatto che fosse stato proprio lui a metterla in pericolo, decidendo di andare fin là a piedi.

Nei rovi piangevo: lui pregava e mi diceva di pregare. A me pareva disonesto pregare Gesù solo nel momento del bisogno e quindi mi astenevo. Per rispetto, insomma. Siccome vivevo un periodo un po’ difficile con la religione, con la fede, con Dio, avevo smesso da un po’ di pregare la sera e anche di andare alla messa. Per coerenza, mi pareva troppo ingiusto pregare solo nel momento in cui avevo bisogno. Dunque qualche buona lacrima e i tremori della paura.

Io dicevo a Patrizio che certo morire sbranato dai cani non me lo sarei mai aspettato, e lui mi diceva di non pensarci. I cani continuavano ad avvicinarsi: ci annusavano ma non se la sentivano di infilarsi con convinzione in quel ginepraio di spine.

Non era la prima volta che avevo rischiato di morire.

Avevo rischiato in un laghetto collinare di pessima fattura (un invaso di poche migliaia di metri quadrati), con Carlo, cercando di aiutarlo, in affanno tra canne e fondo melmoso. Avevo rischiato di capovolgermi con il trattore di notte per arare un altro solco su una ripa troppo in pendenza. Avevamo rischiato, tutti noi, camminando di notte sui tetti dei magazzini di Tattini in Viale Trento e Trieste a Spoleto. Avevo rischiato nel bosco, quando l’albero si era piegato nel senso sbagliato (per me), e lo avevo scansato per un attimo.

Ma lì era diverso: vi era più tempo. Mentre nelle altre occasioni il rischio, anche se letale, si era presentato ed era scomparso in un attimo, qui la consapevolezza era diversa. Con il tempo i cani si facevano più audaci e si avvicinavano, sentivano anche il sangue che avevamo su braccia e gambe. Con il tempo vi era più tempo per pensare, per immaginare. E purtroppo era tempo impiegato a ipotizzare soluzioni (che non vi erano), o a visualizzare le immagini dei cani che mi avrebbero azzannato prima il polpaccio, poi le braccia, poi i fianchi. Siccome avevamo visto come i cani si dividevano gli agnelli morti, la prefigurazione non faceva altro che incutere terrore.

Passò un’auto poco dopo il nostro tuffo, ma avemmo solo il coraggio di alzare la testa e di vedere le sagome e gli occhi dei cani che erano in cima alla ripa, sulla strada, illuminati dal bagliore dei fari. Per molto tempo, poi, solo il bisbiglio orante di Patrizio, il ringhio dei cani, i rumori notturni della campagna (qualche trattore in lontananza, delle cicale). Finché sentimmo avvicinarsi una seconda automobile. Uscimmo sulla strada arrancando e sbracciando pieni di spine da tutte le parti, graffiati e sanguinanti. Uscimmo con la speranza di aver indovinato il tempismo (dopo l’ultima curva, ci siamo detti), che l’auto si fermasse e con la consapevolezza che più il tempo passava e meno probabilità di intercettare un’auto ci sarebbero state. Uscimmo infine con il rischio che se l’auto non si fosse fermata saremmo stati alla mercé dei cani. L’auto si fermò: i cani si allontanarono a causa del rumore, dei fari, e delle urla di quell’uomo. Era oltre la mezzanotte: avevamo passato 2 ore e mezza senza muoverci in quella sorta di nicchia fachiresca che si era creata. Questi ci portò prima a casa sua, dove ci fece bere un po’ di whisky, ci fece pulire un po’ e poi ci riportò a casa. Raccontammo solo molto tempo dopo quello che ci era successo.

Racconti rurali – Le mosche

Le mosche

Le mosche erano onnipresenti, d’estate. Nei campi, nelle stalle, in casa, nei fienili, in strada … C’è una differenza da fare tra moscerini, piccole mosche, mosconi, mosche cavalline (tafani), in funzione soprattutto del loro fastidio. Moscerini e piccole mosche sono poco fastidiose e inducono, più che altro, a pensare alla sporcizia. I mosconi sono molto più noiosi e molto più sporchi. Le mosche cavalline, invece, fanno anche male: la loro puntura è veramente dolorosa. L’unico vantaggio è che si sentono, quando “atterrano”, e che occorre loro un po’ di tempo per assestarsi, e quindi c’è tempo per sentirle e scacciarle. C’erano dei lavori o dei momenti in cui ogni tanto uno si poteva concedere il sollievo di scacciarle tutte con un cappello, una maglietta, le mani, una piccola fronda d’olmo. Ma c’erano lavori in cui si avevano le mani impegnate e non si potevano distogliere per nessuna ragione.

Uno di questi era la tosatura. Le pecore si tosano ovviamente all’inizio dell’estate, quando le mosche iniziano a popolare le giornate. I primi anni avevamo formato un piccolo gregge, composto in prevalenza da pecore Suffolk e sopravissane. Il loro vello è corto e compatto. Per tosarle bisognava prenderle una ad una, rovesciarle sulla schiena e solo dopo rimetterle in piedi. Ma non c’era un sistema automatico: bisognava tenerle ferme bloccando le zampe con le mani. Dunque eravamo Patrizio e io a tenerle ferme, mentre il tosatore faceva il suo lavoro. Impossibile lasciare la presa, dunque, non solo per il rischio di prendersi qualche calcio scomposto dell’animale, ma anche perché la macchina tosatrice (all’inizio erano grandi forbici), può fare dei tagli e delle ferite alle pecore. Il caldo e l’umidità attiravano parecchie mosche, piccole ma fastidiose. Che arrivavano vicino agli occhi, sul naso, sulla bocca, dalla quale riuscivamo a scacciarle solo sbuffando o scuotendo la testa (come fanno gli animali). Per buona parte del tempo bisognava solo sopportare, avere pazienza, rassegnarsi. Come fanno gli animali. In una società che già da allora puntava sulla competizione, sul natural winner, sul never give up, quelle piccole mosche obbligavano alla rassegnazione, alla resa.

Devo fare una piccola digressione sulla lana: il paradosso della vicenda è che dopo tutta la fatica fatta per tosare, bisognava anche bruciare o sotterrare la lana, perché nessuno la voleva. I primi anni abbiamo pagato per tosare e abbiamo pagato perché qualcuno venisse a prenderla. Solo Nonna Dusolina un anno era riuscita a scardazzare un po’ di lana (previa lavatura), e non so se ne facemmo un materasso. Dopodiché, i miei ragionamenti sulla fiducia nella natura hanno preso il sopravvento: ho detto che se le pecore soffrivano così tanto con la lana d’estate, Dio le avrebbe fatte con il pelo caduco come gli alberi e che se tutto il genere umano fosse morto le pecore avrebbero continuato a vivere lo stesso. Le argomentazioni convinsero il resto della famiglia e non le abbiamo più tosate.

Le mosche davano lo stesso fastidio lavorando con il fieno o con la paglia. Non al momento del taglio o del caricamento in pieno campo, perché lì c’era sempre un po’ di vento e quindi ci sono poche mosche. E poi si aveva una libertà di movimento e delle micropause che nella tosatura non vi erano, che consentivano di scacciarle. Il problema era lo stivaggio di queste “presse”, soprattutto nelle ultime file del fienile o del pagliaio, quando ci si avvicinava fila dopo fila alla copertura (spesso di lamiera), ed era un caldo spaventoso, vi era una polvere micidiale, e un sudore che andava negli occhi. Ecco, a tutto questo si aggiungevano ancora una volta le mosche.

Ovviamente erano anche in casa. Non c’erano zanzariere e la gestione degli oscuranti e delle porte non era eccellente da parte di noi più giovani. Abbiamo provato di tutto: carta moschicida, creme da spalmare, bombolette spray, ecc. Avevo escogitato anche una trappola per ridurre la popolazione in cifra assoluta: lasciavo, dopo il 1981, la finestra del bagno aperta tutto il giorno. Poi la sera la chiudevo e spruzzavo il Raid. Ne morivano molte, ma non abbastanza, evidentemente, perché il giorno dopo il numero mi pareva lo stesso.

Nei lunghi pomeriggi estivi, quando non ero impegnato nelle mie “invenzioni impossibili” (deltaplano, macchina per seminare il mais, trappole per vipere, ecc.), e noi ragazzi facevamo finta di fare la siesta, guardavo queste piccole mosche in camera. Alcune giravano nel centro esatto della stanza. La cosa mi faceva impazzire: ci doveva essere un motivo sul perché giravano nel baricentro della stanza, a quell’altezza, con quella velocità. Nei miei primi libri sulle erbe officinali, si raccontava di come Plinio riferisse che le rondini in greco si chiamano kelidon perché vanno a prendere la celidonia nei campi. E questa celidonia serve a pulire gli occhi dei rondinotti appena nati. Ecco, quello che mi appariva assolutamente straordinario era questa capacità di osservazione della natura, che avevamo irrimediabilmente perso. E che dunque rendeva impenetrabile il girotondo di quei piccoli insetti volanti.

Altre mosche, più grandi, continuavano a tentare di uscire attraverso il vetro della finestra, infilandosi in quella fessura di luce che gli oscuranti interni lasciavano, a causa della loro macroscopica imprecisione. Tentavano e ritentavano senza sosta, fino a esaurire l’energia.

L’ostinazione di quelle mosche sembrava a prima vista l’opposto della rassegnazione. A ben guardare, invece, era ancora null’altro che rassegnazione, ma nell’insistere. Nemmeno l’ostinazione era dunque una risposta. Avevo girato per molto tempo su un’orbita ellittica i cui due fuochi si erano rivelati inconsistenti. Come una mosca.