31 dicembre 1985

Avevo cucinato funghi champignons (la cosa mi fa sempre ridere: a me, a cui è rimasta un po’ di Francia addosso, sembra di dire funghi funghi), carote e panna. Poi una bottiglia di spumante, un po’ di pandoro e l’ananas. Avevo guardato Blob (una trasmissione cinica dell’epoca), e poi mi ero goduto il film Cotton Club. Infine avevo preso l’Alfasud ed ero andato in alto, sotto al ripetitore di Monte Martano, a circa 1000 m di quota. Il militare di leva, dall’interno della garitta, mi guardava con sospetto, e lo posso capire. Comincia a nevicare: ci speravo fortissimamente. Nevica. Compone (da noi si dice così quando la neve adagia il suo mantello a terra). Fiocchi grandi e pesanti che diventavano gialli e poi tornano bianchi, illuminati prima, in alto, dai lampioni arancioni della zona militare e poi dai fanali della macchina, che ogni tanto metto in moto per non restare troppo al freddo. E, confesso, per godermi lo spettacolo.
Avevo portato due o tre cassette di Lucio Battisti e le facevo inghiottire, scegliendo un po’ i lati A o B, dall’impianto “Marantz” dell’Alfasud.
Era il Capodanno successivo all’anno di leva, che avevo passato tra l’Ospedale Militare nel complesso di Santa Giuliana a Perugia, la caserma di Orvieto e casa. L’anno era servito: mi ricordo di uno strano senso di maturità, di potenza, di cose da fare. Riprendere a studiare, per esempio. Il servizio militare era stato deleterio, da questo punto di vista, e non avevo superato alcun esame. Anzi, avevo archiviato la mia richiesta di iscrizione a Roma (“Rinuncia agli studi” era stata la formula corretta per tornare in fretta in possesso del diploma), e mi ero re-iscritto, ex-novo, a Firenze. E come guadagnare allo stesso tempo un po’ di soldi, senza pesare sulla famiglia? Continuare a scrivere i miei “Zibaldini”, i miei diari? Perché? Continuare a leggere Krishnamurti, la cui critica mi assorbiva molte energie, poco meno di quelle che liberava? E che fare con miei amori impossibili? Smettere di pensare a R., ormai nelle braccia di un altro; azzardare con E., fidanzata, ma che sento “tentennare”; rispondere a M., che mi ha scritto lettere piene di fiori nell’anno del militare; chiedere a C. il significato del suo sorriso e del suo “ho capito che sei un amico” …?
Penserò a tutto questo, comunque, il 2 gennaio 1986. Oggi, cioè la fine dell’anno 1985, voglio pensare a me.
Guardo il volo scomposto di queste morbide e bianche farfalle che vogliono atterrare. Sono farfalle che volano solo all’ingiù, farfalle a cui solo la gravità dà una direzione. Cerco di individuarne una e di seguirla fino in fondo, ma è impossibile: si perde si nasconde si confonde tra le altre, innumerevoli, che continuano a scendere. Con la macchina spenta, e ammutolito anche Battisti, mi sembra quasi di sentire il rumore dei fiocchi che si posano uno sull’altro e che coprono in fretta il parabrezza. Fa’ freddo. “Pensare a me” senza pensare ad altro diventa una paradossale prigione: una formula retorica, un girare a vuoto, senza senso. “Bru’: torniamo giù”, mi dico.

Un filo d’erba fortissimo


Tutto quello che è venuto dopo aver trebbiato il grano è stato orpello, decorazione. Fuori da quel campo di calcetto, da quella strada, non siamo nulla. Fuori da quel campo d’avena sativa non siamo che evanescenze. Quello che siamo ora era già lì, in nuce. Chi era stronzo allora è rimasto stronzo. Certo: migliorato, civilizzato, incravattato, ma sempre stronzo.
Ormai sbaglio pochissime volte. Guardo negli occhi delle persone e vedo il loro passato le loro paure, le loro esitazioni, i loro sostegni … Vedo e capisco che non passavano i compiti in classe, non marinavano la scuola, che si innamoravano distrattamente, come una cosa che bisogna fare: senza passione, senza sofferenza.
Sto perdendo tempo: dovrei solo tornare lassù a falciare il fieno, a innaffiare le fragole, a tagliare la legna nel bosco. E invece sto ancora qui a sentire questo fantasma che vuole insegnarmi l’urbanistica concertata “dal basso” (che se fosse una cosa musicale avrebbe perlomeno un altro appeal …). Gente a cui tutto è arrivato, ma che non ha ereditato nulla, che non ha mai riconquistato nulla.
Siamo cresciuti facendoci credere che essere avvocato, ingegnere, imprenditore, fosse importante. Ma non era vero: tutte finzioni, tutte medaglie di latta. Tutti fantasmi. A volte questo senso di irrealtà mi prende così forte che devo fare uno sforzo di ri-piombatura, di zavorramento.
Quello che contava, quello che conta, è essere innamorati, avere le mani sporche di terra, la schiena bruciata dal sole.

C.S.A.R. n. 1


Io mi sono aggrappato a Lucio Battisti come all’unico scoglio quando fuori era tutto un’onda furiosa e disordinata. Battisti mi ha dato gli strumenti per “digerire” le cose importanti della vita, per metterle in una giusta cornice: i grandi temi, le necessità quotidiane, la levità, le sorprese, i dolori, le delusioni, le piccole felicità, il tempo perso, i tradimenti …
C’era una tale concordanza del sentire, nel sentire, che era impressionante. A volte pareva che mi leggesse dentro. O che io gli avessi detto quello che pensavo.
Quando i miei amici sentivano Claudio Lolli, Antonello Venditti, io ascoltavo “Emozioni”. Quando più tardi avrebbero ascoltato i Liftiba o i CCCP io cantavo “Le cose che pensano”. Lo sfasamento, insomma, come una costante della mia vita.
Ho pensato così di ri-scrivermi, di ri-velarmi, a distanza di anni, prendendo lo spunto dalle sue canzoni. Una piccola serie che quindi intitolo così: C.S.A.R. (Cosa Succederà Al Ragazzo: forse avrebbe sorriso di questa cosa.)

“Oramai, tra di noi, solo un passo, …”.
Solo un passo, un piccolo passo. Ma quel passo è sempre stato infinitamente, atrocemente lungo: un abisso, una voragine spazio-temporale, una piega della piega della volontà. Quel passo non era un muro. Un muro mi avrebbe respinto, fatto male, costretto a fare i conti con la propria durezza, con la propria logica. No, quel passo era invece una nebbia, una terra di nessuno, una selva, dove ci si poteva solo perdere. E mi ci perdevo, infatti. Un lago, un mare, un oceano, un blu sempre più scuro, un velluto corvino, un imbuto, un coro di sirene che mi invitavano a immaginare, a pensare sempre più, a cercare di decifrare, a non sbagliare alcuna mossa. “Io vorrei …, non vorrei …”. Vorrei dirti che ti amo, che farei tutto per te. Ma non vorrei, non voglio, non posso permettermi una risposta negativa, ferma, che io prenderei come definitiva, lapidaria, scolpita, eterna. Vorrei dirti che non sei una delle tante, anche di quelle che dovessero venire, che questa cosa non passerà mai. Vorrei dirti fammi dire quello che provo, ma non dirmi di no, vorrei dirti non chiudere per sempre la porta. Vorrei dirti che non posso rischiare questa cosa. Vorrei dirti che ho paura, che ho paura di perderti prima ancora di averti avuta, che ho paura di non prenderti, che ho paura che guardi quell’altro come a volte mi è parso che tu guardassi me, come se volessi … Come se volessi sorridermi, accettarmi, accogliermi. Mi sorridi, mi inviti, mi sfiori, ti aggiusti i capelli, ma poi sposti le mani, e per un attimo rimangono ferme, come nell’Annunciazione di Antonello da Messina, come se ci fosse ancora tempo, come se avessi io i pezzi bianchi, come se ci fosse ancora un tempo …
Finché il tempo, il tempo vero, il tempo insipido, il tempo degli orari, degli orologi, finiva inesorabilmente. Il mondo si riprendeva lei, tutta, con i suoi impegni, il suo ragazzo, la scuola, la mamma, le amiche, il lavoro, e io tornavo a casa pensando alla prossima volta. Ma succedeva anche (doveva succedere), che un’altra volta non ci sarebbe stata. C’è sempre una prossima volta che non c’è mai stata.

Paesaggio italiano n. 47 – Trani

Motorino Benelli (2)


Poi ci fu, come sempre, un’ultima volta, preceduta da un antefatto, che è questo.
Tornando da Uncinano, misi dell’alcol nel serbatoio. Un po’ per fare una prova e un po’ perché il problema del motorino era quello che bisognava dargli da mangiare o meglio da bere (la miscela), e io al solito non avevo soldi. Tornavo dalla spesa al negozio del paese e avevo comprato dell’alcol perché nonna doveva fare delle iniezioni di Voltaren. Lungo il percorso mi venne l’idea di spremere tutto il litro d’alcol nel serbatoio (a nonna avrei detto che al negozio l’alcol non c’era). Il motorino fece circa 3 km in perfetta normalità, poi cominciò a tossire allegramente, poi uscì una fiamma molto lunga dal tubo di scappamento, poi si spense. Tornai spingendo il motorino per 4 km circa, di notte, sulla strada sterrata. Per rimetterlo in sesto dovetti faticare un po’ e spendere un po’ di soldini.
Poi l’addio. Al crepuscolo, un giorno di aprile, andai a controllare le pecore, che non volevano saperne di rientrare all’ovile, decidendo di prendere una strada poco frequentata (allora poco frequentata: oggi è una bellissima strada a schiena d’asino, con ghiaia e con cunette di guardia). Il fanale era quello che era e non vidi una buca davanti a me, un po’ nascosta dall’erba. La buca non era grandissima, ma le ruote della minimoto erano di piccolo diametro (non so: 30-40 cm), e quindi la ruota anteriore ci sprofondò dentro: feci una capriola in avanti, netta come un tuffatore professionista. Solo che il Benelli fece pressappoco la stessa cosa e ricadde sopra a me. Il tubo di scarico mi stava bruciando la gamba e quindi scalciai per togliermelo: cosa che si stava rivelando più difficile del previsto. Non riuscivo proprio a divincolarmi e non riuscivo a capire il motivo di quella difficoltà gestuale apparentemente semplice per un giovanotto di 18 anni. Non riuscivo proprio a capire cosa mi tenesse attaccato al motorino, se una tasca del giaccone o altro. Lo verificai solo tastando in fretta e scalciando, poiché la luce era sempre più scarsa e il tubo di scappamento mi stava sempre bruciando la gamba. Il motivo era questo: la leva del freno si era infilzata nella coscia, al livello dell’inguine. Stavo cercando di uscire nella direzione sbagliata, quella in cui la leva impediva la manovra di uscita. Pensavo che il ferro avesse bucato solo i pantaloni, invece era entrato nella carne per pochi centimetri, come verificai tastando con le mani. Mi divincolai, mi rimisi in piedi e mi abbassai i pantaloni, per vedere. Nonostante la pochissima luce che ormai rimaneva del giorno, constatai che stranamente usciva pochissimo sangue. Il motorino non voleva saperne di ripartire, e la forcella si era tutta disallineata rispetto alla ruota. Tornai a casa spingendo il motorino (un’altra volta), zoppicando il meno possibile: dissi che le pecore non le avevo viste. Andai a lavarmi in bagno e di questa cosa non dissi mai nulla a nessuno. Il giorno dopo rammendai in silenzio il buco dei pantaloni. La storia d’amore con il Benelli era finita.

Monteluco

Monteluco era l’estate interminabile, le lunghe camminate per arrivarci, con mio zio Claude. Salendo ci faceva cantare un ritornello francese: “Un kilometre à pied ça use, ça use les souliers; deux kilometres à pied ça use, ça use ….”. Una canzoncina che non aiutava affatto, e che faceva venire solo una gran sete. Ma a lui piaceva e credo si divertisse a farcela cantare a lungo.
Spesso portavamo con noi un cocomero, comprato il giorno prima. Partivamo molto presto: alle 5, alle 5,30. Una volta arrivati in cima lo mettevamo a bagno nella fontanella proprio all’inizio del bosco. Un’acqua freschissima, allegra, che cancellava in un attimo la fatica fatta per arrivare. Più tardi lo avremmo divorato insieme a qualche panino. Appena finito ci si bagnava tirandoci le bucce del cocomero, o allora rincorrendoci con le pistole a acqua. Piccole pistole che bisognava ricaricare troppo spesso e che, immancabilmente, schizzavano di sghembo un misero filo d’acqua, sicché era inutile prendere la mira. Poi c’era il prato, dove correre dietro al pallone, guardare le prime ragazze, capire il gioco reciproco degli sguardi e dei sorrisi, il rito dei primi approcci: il pallone che inevitabilmente andava a finire nel loro gruppetto, la loro maniera goffa di rendercelo, la nostra maniera goffa di fare qualche complimento.

Poi, però, c’era il bosco. A Monteluco c’era (c’è), un bosco di lecci che ha sempre avuto un grande fascino per me, legato a un non so che di misterioso.
Era sempre pulito, e questo aumentava il senso di ampiezza e di grandiosità. Quel senso di maestoso l’avrei ritrovato solo molti anni dopo, salendo sul Monte Cucco, fermandomi sotto i suoi faggi. Avrei coltivato questo senso di autonomia, di serenità, nel corso del tempo, tornandoci periodicamente, da solo, in una sorta di pellegrinaggio laico, che avrei ripetuto soprattutto in occasione di momenti speciali della mia vita.

Era una cosa solenne e sacra, diversa da quella macchia che avrei conosciuto qualche anno dopo e che si poteva incontrare subito fuori dalla nostra casa in campagna. Una macchia fatta di carpini, ornielli, corbezzoli, ginestre, e qualche roverella. Entrare in quel luogo di grandi lecci, di grandi ombre, senza quasi un sottobosco, voleva dire fare un salto nello spazio e nel tempo. Nello spazio inteso come misura. Gli alberi erano più grandi, gli spazi tra gli alberi erano più grandi, l’ombra era più cupa e verde. Nel tempo perché si intuiva che gli alberi erano lì da molto tempo, da prima che noi arrivassimo, e che sarebbero restati lì anche dopo che noi li avremmo lasciati. Custodisco il suo silenzio come un piccolo tesoro personale. Ci torno ancora, anche d’autunno, anche d’inverno, e ne sono geloso. Come se quel bosco l’avessi capito solo io. Ci sono dei luoghi che ci fanno stare bene, “dei luoghi di potere”, come dice Castaneda, dei luoghi che scegliamo come compagni fidati. Oppure, come mi piace pensare, dei luoghi che ci scelgono, e ci chiamano.

Salvare Adriano: Vallice II


Carla, una delle figlie del proprietario, aveva invitato gli amici della nostra classe a passare un pomeriggio a Vallice.
Un pomeriggio di piena estate, a scuola finita. Una quindicina di giovanotti chiassosi sulla spiaggietta di terra. Tra noi, Adriano, che aveva avuto l’idea di imparare proprio quel giorno, chiedendomi: “Come si nuota a stile libero?”. Glielo spiego: si mette giù la testa, si guarda il fondo, si fanno due bracciate, si gira la testa, si prende aria, si rimette giù la testa e si fanno altre due bracciate e così via. Mimo il movimento. Glielo faccio fare anche a lui dal bordo: tutto funziona perfettamente. Ha un fisico tonico, è giovane, i movimenti da sincronizzare sono semplici. Entriamo in acqua e mi rendo conto che devo averlo spiegato benissimo perché ha messo giù la testa e si è avviato verso il centro del lago come un nuotatore provetto. Io penso: “Tu guarda: Adriano, il mite Adriano, il mitissimo Adriano, come mi ha preso in giro! Sapeva già nuotare, lo stronzo!” E invece, alla quarta ripresa dell’aria, si rende conto di essere arrivato quasi al centro del lago, si gira intorno, va subito nel panico, sbraccia e affonda. Io mi tuffo immediatamente e lo raggiungo quando ha già fatto un paio di volte su e giù sott’acqua. Gli altri continuano i loro giochi: schizzi d’acqua, creme solari, musica alta, coca cola… Appena gli arrivo vicino si aggrappa scompostamente a me, mi graffia e mi tira sotto. Cerco di risalire a prendere aria, ma lui mi tiene sotto, cercando così di avere lui la testa fuori dall’acqua. Realizzo che così rischiamo di morire entrambi. Mi allontano da lui passando dietro e riesco a prendere aria. Mentre io risalgo lui sprofonda di nuovo, si rigira e si aggrappa un’altra volta a me. Lo lascio fare: mi affonda, vado sotto, ma lui è fuori con la testa. Gli blocco le gambe e lo tiro su mentre io resto in apnea. Lui prende aria e piano piano mi avvicino a riva, quasi in un nuoto sincronizzato: io sott’acqua, lui fuori come un sirenetto. Quando finisco l’aria risalgo e cerco di tenerlo ancora su, passando da dietro, per quello che posso. Poi mi allontano un po’, prendo aria anche io e lui mi spinge sotto, di nuovo. Questa volta lo cinturo alla vita, da dietro, con un braccio, e con l’altro mi avvicino a riva, sempre completamente sott’acqua, fin quando il fiato me lo permette. Lo rifaccio un’altra volta e un’altra volta ancora e finalmente tocco il fondo, abbiamo piede. Gli altri amici non si sono accorti quasi di nulla, hanno pensato a uno scherzo tra noi. Ci allontaniamo un po’: lui scoppia a piangere e mi dice che mi sarà riconoscente tutta la vita. Io non so che fare, non so che dire. Mi rendo conto che abbiamo rischiato molto. Adriano smette di piangere, ormai è andata: io guardo il verde smeraldo dell’acqua e mi dico che è comunque bella …

Architettura, identità, inclusività

Ieri sono stato al Palazzo Lucarini di Trevi, una bella realtà che frequento da sempre. C’era la presentazione del testo Ars interpretandi, con Maurizio Coccia, Franco Purini e Enrico Ansaloni. Oltre ai commenti interessanti di Franco Purini, di Ruggero Lenci, di Laura Thermes e di altri intervenuti, ha chiuso la giornata l’amico Enrico Ansaloni dicendo (sintetizzo a memoria): “[….] la critica non c’è più perché noi non prendiamo più posizione [….] va bene tutto [….] il valore di questo testo sta anche nel fatto che coloro che vi hanno scritto hanno preso posizione …”
E’ un tema che mi appassiona molto, e da tempo. Ieri ha risuonato ancora in me. E mi pare di essere arrivato a questa conclusione (provvisoria). Vedo due temi principali: il primo riguarda l’oscillazione tra l’identità e l’inclusività; il secondo riguarda il modo di formarsi delle idee prevalenti.
Identità-Inclusività: siamo sottoposti a due spinte contrapposte: dobbiamo prendere posizione (scegliere, decidere), e dobbiamo essere inclusivi, il più inclusivi possibile. A me sembra una schizofrenia epistemologica. L’inclusività, che si vuole spingere sempre più in là, amplia il suo dominio, e quindi molte definizioni e differenze scompaiono. Includere significa accogliere, abbracciare, far entrare all’interno di un gruppo. E quindi le differenze devono farsi minime se non scomparire. Non posso accettarti, non posso includerti, se rimani completamente diverso da me. Quindi io mi devo un po’ modificare, e tu ti devi un po’ modificare. Più alta è la tua rigidità e più io mi devo adeguare, flettere, plasticizzare. E questo ogni volta che c’è qualche elemento estraneo che cerco di integrare, di includere. Il mio cerchio si fa sempre più ampio, più capiente, più inclusivo. Ma io che cosa divento? Voglio dire, in sintesi, che il concetto di inclusività, fa a mio avviso svanire il concetto di identità. O rischia di farlo saltare, di indebolirlo. Si ha paura di affermare la propria identità. Come se la rivendicazione della propria identità fosse inconciliabile con la convivenza e con l’integrazione. Porto all’estremo, al limite, il ragionamento: se io includo tutti nel mio gruppo, non c’è più nessun altro diverso da me, o abbastanza diverso da me. E dunque per tornare all’esortazione di Enrico Ansaloni, che la spingeva anche su un territorio etico, perché dovrei prendere posizione? Per tornare al nostro soggetto (l’architettura): perché dovrei criticare aspramente il bosco verticale di Boeri? Perché dovrei criticare gli scheletri di Calatrava, la laminatura di Koolhas? Vogliamo o non vogliamo integrare le esigenze ambientali nella pratica architettonica? Nella teoria architettonica? Vogliamo o no integrare l’urbanistica tattica nei nostri tentativi di rigenerazione urbana? Vogliamo o no valorizzare l’architettura ipogea? Vogliamo o no includere i mercati a km zero? Vogliamo o no coltivare il fascino dell’autorialità? Vogliamo o non che il nostro ultimo oggetto architettonico sia valutato anche sui flussi di cassa che consentirà di far affluire nelle casse comunali? Se dobbiamo includere qualsiasi cosa, di noi non resta più nulla. La nostra malattia è una anoressia assiologica. Se vogliamo costruire solo ponti e non più muri (com’è bello dirlo, com’è facile dirlo), sarà impossibile un giorno distinguere le città. Il “prendere posizione” è allora una posizione epistemologica forse di retroguardia. Non è più il caso di prendere posizione. Se non diamo un valore ad alcune cose non c’è niente per cui prendere posizione. Se la vita di un albero è questione di fondamentale importanza per la città, non c’è più niente da fare. Se la vita di un animale vale quanto la vita di un essere umano, non c’è più niente da fare. Se il Broletto di Aldo Rossi a Perugia vale quanto i palazzi dell’INPS lì di fronte, la guerra è già persa.
Secondo tema. E’ cambiato e molto, anche il modo in cui si forma l’opinione. Mentre qualche decennio fa l’opinione vincente (prevalente, dominante), poteva formarsi solo a seguito di un processo medio lungo di selezione, di affinamento, di dibattiti, di libri, di convegni, oggi l’opinione si forma in un tempo velocissimo, e le idee non hanno più il tempo di subire una critica argomentata. Oggi l’opinione si forma immediatamente, sui social, e produce un proprio effetto valanga. Un’idea avrebbe potuto prendere tutta un’altra strada, un altro sviluppo, un’altra efficacia, se nei primi momenti fosse stata veicolata in quel certo modo o su quel canale. Anche per le idee si apre un mondo fatto di sliding doors. Una volta preso quel treno, tornare indietro è molto difficile.
E perché poi prendere posizione (soprattuto contraria allo Zeitgeist)? Per rischiare di essere marginalizzato dal mercato? Di essere contro il mainstream? Non si sta meglio (molto meglio), trasportati invece dalla corrente? Non abbiamo più il coraggio di manifestare la propria idea, quando dopo pochi minuti saremo sommersi di commenti negativi (se va bene), o di insulti (se va meno bene).

Io camminerò

La sera l’autobus che partiva alle 19,40 da Piazza Garibaldi a Spoleto ci lasciava a San Martino alle 8,20: 4 km di strada per tornare a casa. Estate a parte, dunque, le porte dell’autobus si riaprivano e ci consegnavano al buio e al silenzio. Dopo i primi 50 metri, in cui il lucore dei lampioni della strada provinciale ancora accompagnava i passi, subentrava po’ di paura. Paura ordinaria del buio, soprattutto dei cani pastore. Ma non c’era alternativa: adattarsi un po’ a quel nero e andare avanti, pensando a altro. Ricordo che una sera, appena sceso, ho continuato a cantare la canzone che stava passando alla radio dell’autobus: “Io camminerò”, la canzone di Umberto Tozzi o Fausto Leali (non ricordo bene). Cammino e canto. E mi immagino una storia d’amore importante, dove posso dire a una donna: “Perché sei così bella, se non sai quello che vuoi?” Mi rendo conto che il significato, il vero significato, mi sfugge. La melodia e il ritornello mi ipnotizzano (la potrei cantare ancora oggi), ma ci deve essere un altro significato: non può essere questa frase, quasi priva di senso. M’immagino una donna ideale, una composizione raffaellesca (questo lo dico oggi), di parti di altre donne: gli occhi di Mireille Mathieu, la voce un po’ roca di F., la dolcezza di P., la risata travolgente di E., il profumo di mandarino di quella signora che mi è passata vicino oggi… Non so come, ma la cosa sembra funzionare. Continuo a cantare e a pensare alle parole: “[….] e una sera impazzirò, quando mi dirai che un figlio avremo, avrò [….]”. La canto a voce alta, e cerco di immaginarmi cosa voglia dire, cosa si possa provare nel sentire una donna che ti dice questa cosa. Cosa vuol dire diventare padre? Cosa vuol dire avere un figlio? Si impazzisce veramente? Come reagirei? Come reagirò? Come dovrei reagire? Mi faccio tutte queste domande mentre mi rendo conto che ancora non ho mai fatto l’amore con una ragazza. Come si fa? Come si chiede? Si chiede? O in quei momenti si diventa muti e si capisce lo stesso? E come si arriva a quei momenti? E dove si va a far l’amore a quindici anni? Si fa l’amore solo d’estate? E Patrizio come ha fatto? A chi potrei chiedere senza sembrare del tutto ignaro dell’argomento? Una domanda alla volta, un ritornello alla volta, arrivo a casa. Il camino è acceso, ho fame: anche le domande se ne vanno in fumo.

Ordine

Mi sono candidato, insieme agli altri amici che vedi qui sotto, per tre ragioni. Con due premesse: che i compiti che l’Ordine è chiamato a svolgere sono quelli fissati dalla legge, e che la differenza la fa il COME e dunque, in ultima istanza, le PERSONE.
Le ragioni (in sintesi).
1) Riavvicinare gli iscritti all’Ordine e l’Ordine al territorio. Mi sembra che negli ultimi anni questi due rapporti si siano sempre più sfibrati. Alle assemblee partecipano pochi architetti: questo è il segno più evidente.
2) Rivalutare definitivamente il ruolo reciproco tra Fondazione Umbra per l’Architettura e l’Ordine. Anche qui ultimamente si è scelto di fare della FUA la “fotocopia” dell’Ordine. Ritengo sia una scelta sbagliata. L’ultima attività, tra FUA e Ordine, ha dimenticato la componente culturale (prima ancora che formativa), del nostro essere architetti.
3) Fornire un contributo di visione equilibrata e a tutto tondo ai colleghi architetti. Credo che la mia età (sì: a volte è un vantaggio); la mia esperienza, sia nel mondo professionale (P.A. e privata), sia nel mondo dell’insegnamento (Firenze e Perugia), sia nel mondo istituzionale (Ordine e FUA, per restare strettamente sull’argomento), possano appunto costituire un piccolo patrimonio da offrire ai colleghi, soprattutto quelli più giovani.

Ti invito a votare efficacemente dalla seconda sessione in poi (dal 20 al 23 maggio). Questo perché credo che nella prima sessione difficilmente si raggiungerà il quorum necessario (50% degli aventi diritto). La procedura di voto telematico è molto semplice: basta avere con sé il cellulare e un computer con linea internet. Ci vogliono veramente pochissimi minuti e comunque qui puoi vedere la simulazione del voto. https://www.youtube.com/watch?v=4paWuzdm2zw

Spero che accorderai a me e ai miei amici la tua preferenza. Ti segnalo che Andrea Matcovich, Lamberto Caponi e Davide Pescari, pur essendo candidati, non vanno votati. Sono qui per dire che “ci sono” e che supportano attivamente la nostra lista.