In fuga da tutto

Spesso, tornando da Spoleto, verso Perugia, passavo vicino al cimitero di Foligno, dove papà è restato per tanto tempo, a fianco del suo papà. D’inverno, le luci dei loculi dei piani più alti dei moderni padiglioni sono visibili dalla strada, e sembrano una piccola città nella città. Raramente sono andato a fargli visita. Solo pochi, pochissimi, cimiteri aggiungono poesia al ricordo, e dunque non è necessario frequentarli. Almeno per me. Quando con l’auto passavo veloce su quella strada a grande scorrimento, alla vista di quei padiglioni, il primo pensiero era sempre (dopo un “Ciao papà”): sarò stato, finora, all’altezza delle sue aspettative? Dei suoi sogni su di me? Su suo figlio? Che cosa pensava di me? Come mi vedeva, da adulto? Come si immaginava sarei diventato? Non lo so. Non lo saprò mai con certezza. Nessuno potrà dirmelo in maniera convincente. Oramai, davvero nessuno potrà più farlo. Chi muore porta via con sé tutte le risposte, e lascia solo le domande. So solamente che non sono così bravo a fare soldi, come lui era. Né ho la sua capacità seduttiva. Non sono un tombeur de femmes, come lui sembra che fosse. Non ho il suo sorriso, né il suo modo di fare, la sua spavalderia, che è quello che doveva aver affascinato mia madre. Non la sua prestanza atletica: correva in bicicletta e per fare le gare nelle città vicine partiva già in bicicletta da Foligno (scuderia Ugolinelli). Da quello che mi hanno raccontato, abbiamo solo lo stesso vezzo di alzarci presto, molto presto, di andare a prendere il caffè al bar e il giornale la mattina. E il “vizio” di vestirsi bene: lui sempre, io quando posso. Mi dicono che la camicia bianca era una sua “fissa”, ed era coccolato da madre e sorella in questo. Ho solo due o tre ricordi “diretti” di lui, che ripasso mentalmente di tanto in tanto, per paura di perderli. Il resto sono ricordi di racconti di nonna, di zia, di zio: ricordi di ricordi, dunque. E’ andato in fuga, di quelle fughe che si fanno da soli, a 33 anni. Oggi si direbbe “un ragazzo”. Ma io me lo ricordo come un uomo, adulto: negli anni ’60 si diventava uomini prima. E adesso sono nella condizione paradossale di essere padre e di ricordare un padre che avrebbe potuto essere mio figlio. La mia vita è andata come è andata, va come va, ho fatto il meglio che potevo per non deluderlo. Chissà se gli sarei piaciuto.

Le rose dello stagno

Quando siamo arrivati in campagna, zia Natalina aveva fatto piantare, ai lati dell’ultimo tratto di strada che inquadrava la casa secondo un perfetto angolo “acropolico”, dei cipressi. Cento cipressi cento, piramidali, di cui attecchirono solo tre, ma che oggi sono imponenti. In prossimità dell’angolo di casa, sempre a sinistra e a destra, due cespugli di rose. Roselline quasi selvatiche, di colore rosa pallido, ma profumatissime. Alla lunga ne resistette solo uno, quello sulla destra. Verso maggio queste rose non curate, mai potate, divenute nel tempo un cespuglio cupoliforme, ci regalavano un profumo intenso, che si apprezzava soprattutto la sera. Non so perché non le curavamo: in fondo erano l’unica concessione a un mondo durissimo: erano l’unica nota di gentilezza. Il cespuglio è cresciuto lì per 20 anni e forse più: indisturbato, solitario, sdegnoso, autosufficiente, mai malato. Solo io lo vedevo? Solo a me faceva un po’ compassione? Avevo preso dunque una talea e l’avevo piantata in un vaso (in realtà un pozzetto di ispezione in c.a.), e portata in camera, nella mia camera blu. Per un po’ di tempo la talea era cresciuta, aveva messo delle foglie, ma poi si era ammalata. Al centro della camera non batteva mai il sole, il terreno non era ben calibrato, non respirava. E in fondo era ingiusto tenerla in casa (in gabbia), quando fuori avevamo ettari e ettari di terreno disponibili. Non ero riuscito a salvarla, dunque ero umilmente tornato da loro. Anche quell’anno avevo aspettato maggio, con un’idea in testa. Ne avevo colte due o tre esemplari, da portare in omaggio a R., e le avevo nascoste in un immancabile libro (un libro grande, in questi casi), che avevo sempre con me quando andavo a Spoleto. Ma una volta arrivato, avevo dovuto constatare che le rose erano tutte ammosciate, e quindi le avevo buttate poco prima di salire le sue scale. Il tempo del viaggio in autobus non era sufficiente ad essiccarle, a renderle minimamente stabili. Non erano quei bei fiori secchi che si trovano di tanto in tanto in qualche vecchio libro, e non erano appena colte: un disastro a mezza via! Rubarle a Spoleto, sì, avrei potuto (conoscevo i punti giusti, andando verso Villa Redenta), ma non profumavano come le mie e dunque non l’ho mai fatto. Comprarne una sola sarebbe stato ridicolo: un mazzo sarebbe eccessivo (con quale giustificazione? In quale occasione? In un perfetto e anonimo mercoledì pomeriggio?). Ho provato più di una volta a coniugare il profumo del fiore con la decenza estetica dell’omaggio, con il suo “portamento”, ma non ha mai funzionato. O il profumo o la struttura. Ho provato anche (certo che ho provato), a trarre un profumo dalle mie rose, ma senza alcol, alambicchi e attrezzature varie, il massimo che riuscivo a fare era un’”acqua di San Giovanni”. Fresca, colorata, ma anch’essa troppo fragile e effimera. Poco intensa, dal colore impresentabile anche solo dopo pochi giorni. Dovevo inventarmi qualche altro regalo. Così ho ripreso a divertirmi con lo stagno fuso, scoprendo che gettare lo stagno fuso nell’acqua fredda creava dei monili dalle forme molto curiose, di un bel grigio lucente, quasi cromato. In un solo atto avevo calibrato la giusta quantità di stagno, la temperatura dell’acqua, l’altezza da cui far cadere la fusione. Un piccolo gioiello di gestualità. Non avevo un profumo, ma una forma sì. Una bella forma mi avrebbe salvato, come sempre.

Il salice

Quando le api si avvicinavano al salice, io capivo che la vera primavera era arrivata: le api gli ronzavano intorno. Lo avevamo piantato sopra la vecchia vasca di recupero dell’acqua piovana che zia Natalina aveva fatto tombare appena arrivati. Il salice è cresciuto bello e rigoglioso per tanti anni, e per tanti anni mi sono lasciato fisicamente accarezzare dalle sue fronde quando vi era un filo di vento. L’ombra del salice è delicata per cui ci si può sempre stare, anche quando si è sudati. Il salice è cresciuto per molti anni senza alcuna potatura, poi è morto, poco prima che anche zia se ne andasse. Il salice è uno dei primi alberi a fiorire, quando sta per arrivare la primavera. I fiori (i miei amici botanici mi diranno che non sono tecnicamente “fiori”, ma ci siamo capiti lo stesso), non sono appariscenti, ma sono dolci, ed è forse per questo che le api, appena uscite dall’inverno, vanno subito a rifocillarsi. Tra l’altro credo che dal salice le api traggano anche qualche sostanza fondamentale per loro, come dal pioppo. In effetti, l’acido salicilico (l’aspirina), deriva dalla corteccia del salice.
Quante ore passate in sua compagnia! Non so perché non sono riuscito mai a dargli un nome, anche se lo avrebbe meritato. Alla sua ombra ho immaginato e scritto un breve romanzo in cui il salice riusciva a leggere i miei pensieri e i pensieri di chiunque altro si fosse seduto lì sotto. Sopra il salice mi sono riposato qualche volta con Fabio mentre stavamo ristrutturando la casa. Il suo verde chiaro la ingentiliva. Sotto questo salice ho studiato da solo per l’esame di Storia dell’architettura II del Prof. Godoli, e letto per la prima volta del cubismo cecoslovacco, quando a Forlì uccidevano il senatore Ruffilli. Sotto il salice ho provato a parlare con mamma, quando ero indeciso se continuare a studiare a Firenze o trasferirmi a Nancy, dove c’era una Facoltà “paradiso” (60 insegnanti, 472 studenti). Forse riusciva a leggere i nostri pensieri, ma non era in grado di suggerire le parole giuste. Un salice piangente silente.

Sanare nel paesaggio

Con la recente Circolare del Ministero della Cultura, appare evidente che le Soprintendenze locali non potranno più esimersi dall’esaminare nel merito le richieste formulate anche ai sensi dell’art. 36-bis del DPR 380/2001. Ciò significa, in sostanza, valutare la sanabilità di irregolarità commesse in aree tutelate, anche nel caso in cui abbiano comportato aumenti di superfici e volumi. Qui la circolare: https://t.me/bruno_broccolo_architetto

Lo “Scudo”

Cristina e io decidemmo di andare a trovare nostra madre a Nancy nell’estate del 2002. Partimmo con un vecchio “Scudo” della FIAT, che chiesi in prestito a Patrizio. Beatrice aveva 16 mesi e quindi ancora prendeva il latte al biberon. Pietro era più grande, ma sempre un bambino. Lo Scudo aveva un solo problema, che Patrizio mi aveva anticipato: dopo un po’ di km l’acqua del radiatore si scaldava e bisognava fermarsi. Partimmo senza cellulare, senza navigatori, senza carte stradali, piantine o altro. In fondo eravamo stati tante volte in Francia e quindi non sarebbe stato difficile. Solo che avevamo deciso di passare da Digione, dove all’epoca abitava mio fratello Enrico. E dunque il viaggio che mi ero prefigurato prevedeva di andare verso Milano, di girare a sinistra a un certo punto verso Torino, di trovare il passo o la galleria del Monte Bianco, e di uscire in Francia andando fino a Digione. Partimmo di sera perché così avremmo rischiato di meno con l’acqua del radiatore dello Scudo. Arrivammo a Milano, sbagliammo tangenziale e prendemmo la est invece della ovest, in piena notte. Chiedemmo informazione a una pattuglia della Polizia in una stazione di servizio, che ci consigliò di tornare indietro. Cosa che facemmo. Nulla di grave: un’oretta di ritardo sulla tabella di marcia. Andando verso Torino attraversammo questo paesaggio piatto e diradato (solitario, a tratti), che non avevo mai visto, e di cui ricordo solo la quantità infinita di insetti che si spiaccicavano sul parabrezza. E dunque mi fermavo spesso a mettere l’acqua nel serbatoio dell’acqua tergicristalli. In prossimità di Torino seguimmo le indicazioni per il tunnel del Monte Bianco. “Le tunnel du Mont Blanc” era un mito della mia giovinezza in Francia: mia madre ne parlava sempre con sua sorella, con le sue amiche, con Philippe, con Zio Claude, con zia. Con gli adulti insomma. E a me sembrava una cosa mostruosa da sconfiggere.
Arrivati al tunnel ci fu un po’ di attesa da fare (sfruttammo il tempo per dare da mangiare a Beatrice e per cambiarla, poi si addormentò con Pietro vicino).
Piccola digressione: quando faccio un viaggio in auto, l’unica cosa che mi mette ansia (prima molto di più, e pour cause, viste le mie avventure con vecchie automobili), è capire come posso uscire d’impaccio se la macchina ha un guasto improvviso. E dunque ripasso mentalmente una mappa e una lista di amici a cui potrei chiedere aiuto in caso di necessità. Se sono verso Forlì penso a Francesco, verso Modena penso a Sara, a Firenze a Alessandra, a Milano a Stefano. Ma a quel tempo verso Torino non avevo nessuno a cui far riferimento, e dunque non vedevo l’ora di passare il confine. Digione era lontana, ma se avessimo avuto un guasto mio fratello Enrico mi avrebbe tirato fuori, in un modo o nell’altro.
Passato il tunnel arrivammo poi al primo casello autostradale francese che era ancora un po’ buio. Chiedemmo indicazioni per arrivare a Digione e dormimmo un paio d’ore in macchina. Arrivammo da Enrico leggendo i cartelli stradali e dopo pochi giorni di sosta eravamo da mia madre, a Nancy.
Poi venne il momento di ripartire. Ricordo mia madre e i miei fratelli che ci salutano con le lacrime agli occhi, con mia madre preoccupata. Partimmo di giorno, perché volevo fare il percorso in Francia con la luce del sole, arrivare in Italia con la notte, in un paesaggio conosciuto. Il viaggio di ritorno prevedeva Sainte Marie aux mines, Basilea, la Svizzera, Chiasso, Milano e poi casa. Il ritorno fu punteggiato dalle nostre soste tecniche e dal mangiare ogni tanto, ma comunque seguimmo il programma (che era solo latente, in testa). Solo a Basilea ci sbagliammo (Basilea era sempre un cantiere), e tra interruzioni e deviazioni sbucammo in Germania. Anche qui piccolo dietro front con risate dei doganieri tedeschi e nostro conseguente “vaffanculo kartoffen”. Poi le tre ore e mezza della Svizzera e poi finalmente altro luogo mitico di famiglia: Chiasso. Mi ricordo che a Milano era notte fonda e che ero molto stanco. Ci fermammo alla stazione di servizio San Giuliano a mettere il gasolio e prendere un caffè buono (finalmente!). Alla ripartenza puntai una stella che mi sembrava più lucente delle altre, verso sud est, verso casa. Il motore diesel aveva fatto un buon lavoro, con il suo ritmo lento e rassicurante. Ripartendo lo ringraziai. Da Milano in giù, in Italia, d’estate, non poteva succederci più nulla di grave.

Careggi: colonne sonore

I primi tempi è stato Paolo Conte. All’inizio dormivo in un letto di questo grande camerone per tre studenti, ospitato da Sergio e Luigi. Alla sera si mettevano spesso le cassette (audio-cassette), di Paolo Conte, con la sua Verde Milonga o il suo Diavolo rosso, che non conoscevo. Luigi frequentava gruppi emergenti e musica contemporanea (molto contemporanea), tra cui anche i CCCP e gli emergenti Litfiba. A me non piacevano, non li capivo: mi rifugiavo nel mio Lucio Battisti e in lui ritrovavo tutto il ventaglio delle sensibilità e delle emozioni umane. Sergio provava a convincermi con Fabrizio De Andrè e altri cantautori, le cui posizioni politiche o ideologiche, però, me li facevano evitare. Non per motivi politici: è che ritenevo queste incursioni indebolissero la purezza e la forza delle emozioni. Ricambiavo il loro “corso di alfabetizzazione” alla musica con battute ciniche, cercando di tirarmi fuori dall’imbarazzo. Da parte mia, insomma, poche parole: la timidezza e la presunzione si alimentavano a vicenda. Si sarebbero nutrite a vicenda per tanto tempo ancora. Davvero non so come si siano potuti affezionare a me, soprattutto Sergio, con cui il rapporto è stato più intenso e coltivato negli anni a venire. Dopo un po’ di tempo i miei due amici furono trasferiti nella “Torre” di Careggi: stanze singole accoppiate, con il bagno in comune. Un vano più lungo che largo (2×5 m ca.), che prevedeva un tavolino fisso sotto la finestra di fondo, un letto singolo addossato al muro, un tavolo quadrato ricoperto di formica blu, un piccolo armadio a muro. Dunque una stanza larga, nella parte più generosa, non più di 2 m: una cella “laica”.
Non c’era molto spazio e di conseguenza la sera montavo una brandina da campeggio che Sergio aveva portato (per me), da Jesi, costituita da tubi di metallo e tela di jeans. La brandina andava montata la sera e smontata la mattina. Poiché non vi era proprio spazio per poterla lasciare aperta nella distanza rimasta libero tra il tavolo e la parete, una volta montata andava spostata sotto il tavolino e quindi dormivo per una buona parte infilato lì sotto: una sorta di TAC innocua e silenziosa. Finché non spengevamo la luce, mi divertivo a verificare l’esistenza di qualche disegno misterioso sull’intradosso del tavolo. Mettevo un pigiama blu comprato alla Standa di Piazza Dalmazia e mi coprivo con una coperta simil-militare. Tempo dopo trovammo il modo di non smontare e rimontare quotidianamente la brandina, ma di lasciarla sempre pronta, diritta in piedi tra il muro e il tavolo. Solo che, lasciandola sempre tesa, la struttura cominciava ad allentarsi, quindi dovetti migliorarla con una cordicella che torcevo, la sera, in modo da rimettere tutto in tensione, come facevo con il carico di fieno sul rimorchio, a casa.
Compiuto questo piccolo rituale di preparazione mi stendevo sulla brandina con una gestualità misurata fatta di una sequenza precisa di movimenti. Ci raccontavamo poi le nostre giornate, le preferenze sull’architettura, la nostra vita fuori dall’Università, i miei tormentati amori (platonici), di Spoleto. Poi era come se ci fosse un segnale tra noi, una pausa più lunga, una mancata replica a una battuta: facevamo dunque silenzio, pigiavo il registratore e partiva Chet Baker. Era una cassetta di Chet Baker registrata a Macerata, di nascosto, in un qualche locale di second’ordine, che Sergio aveva recuperato e avuto non so come. Qualità acustica pessima, ma pathos incredibile. C’era anche My funny Valentine, che Chet Baker suonava e “cantava” forse più ubriaco (o peggio), del solito, con una passione così forte che la ricordo ancora adesso. Ho comprato pochi anni fa My funny Valentine su iTunes, e la riascolto in versioni più “pulite”: mi commuovo lo stesso, anche se quella registrazione era ineguagliabile. Il registratore, finito il nastro dell’audio-cassetta, si spengeva. “Tac”: il pulsante di sinistra scattava e io mi addormentavo.
Ho ritrovato Giovanni Lindo Ferretti quando è tornato alle sue radici appenniniche, prima e meglio di quanto abbia fatto io.

L'”asprana”

L’anchusa italica ha i fiori del colore che preferisco: un blu profondo, un blu che non finisce mai, un blu inesauribile, insondabile, frattale. Piccoli fiori che nascono su gambi ricoperti da una fitta peluria anche un po’ irta. La peluria è blandamente urticante (no, urticante è troppo: è fastidiosa, ispida), e se uno la strofina per molto tempo o se è costretto a passarci vicino per ore, come quando andavamo nei campi, può provocare qualche arrossamento. In dialetto la chiamano “asprana” o “aspraina”. Forse perché è dura (aspra), o perché è proprio aspra al gusto. Noi non la mangiavamo, ma probabilmente è commestibile, poiché rassomiglia un po’ alla cicoria.
Quando rientravamo a casa da giornate piene solo di fatica, di sole e di sudore, guardavo questi fiori, inerpicatisi sulle ripe delle strade del ritorno. Il loro blu sembrava rinfrescarmi, o forse era solo il tramonto che illanguidiva il sole sulla nostra pelle. Alla fine del giorno, alla fine di tutto, capitava spesso che la luce quasi orizzontale mettesse questi fragili petali in controluce, in trasparenza. La luce rossastra del sole (tra il rosso e l’arancio), e questo blu profondo erano uno spettacolo formidabile.
I fiori arrivano a giugno e permangono per molto. Avevo provato a trarne un colore strofinandolo sulle mani, ma dopo pochi minuti il blu spariva e diventava marrone, si appesantiva, diventata scuro. Quei fiorellini mi dicevano: siamo piccoli, ma tu non puoi averci. Anni dopo avrei capito che quella lezione mi era tornata comoda per capire la definizione di limite, così come la capivo io (una definizione del tutto ingenua, poetica e personale, che tuttavia mi è rimasta impressa): per quanto tu possa essere delicato (un piccolo numero chiamato epsilon), il valore vero tu non puoi mai acciuffarlo. Il blu ti sfuggirà sempre.

Alcune brevissime note su Leopardi, il paesaggio, la fatica.

«Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura»
Giacomo Leopardi, 1837

Il paesaggio è come il tempo per sant’Agostino. Tutti sappiamo cos’è, ma non lo sappiamo definire. E se abbiamo già difficoltà a definire le cose limitate, figuriamoci quelle illimitate, quelle di cui è difficile tracciare un confine, una cornice, un recinto. Tuttavia, per parlarne, per farne l’oggetto di un discorso, dobbiamo convenire su alcune definizioni.

Posso provare a dare un piccolo contributo, per via negativa, cercando di eliminare le incrostazioni dal concetto di paesaggio. Ne vedo tre, al momento.
a) Il paesaggio non è l’ambiente. Anche se vi è stato un notevole schiacciamento tra i due termini, direi che l’ambiente è base nuda, lo sfondo, la matrice (come direbbero gli ambientalisti) più “naturalistica”, su cui il paesaggio si fonda.
b) Il paesaggio non è il territorio. Il territorio, luogo forse privilegiato dagli urbanisti è il dato asciutto: al massimo è il luogo dove prevedere, con sovrastimate capacità demiurgiche, la localizzazione di ferrovie, strade, case, scuole, campi.
c) Il paesaggio non è il panorama, soprattutto se vogliamo superare quella concezione “visibilistica” o solo visibilistica del paesaggio. È una relazione strana: ogni panorama è sicuramente un paesaggio. Non necessariamente il paesaggio è un panorama. Pensiamo per esempio a un paesaggio urbano, un paesaggio industriale, una grande radura nel bosco, per usare un’immagine cara ai filosofi.

Se dobbiamo pensare a definizioni “positive”, posso partire forse da quella più nota, più prosaica: la Convenzione Europea del Paesaggio. Tuttavia la Convenzione Europea, che tutti conoscono, a me pare non aiuti: lo dico con umiltà. Chiedo al lettore di seguirmi un po’. L’art. 1 della convenzione del 20 ottobre 2000, apre così:
“Ai fini della presente Convenzione:
a. “Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;”.

All’art. 2 continua poi così: “Articolo 2 – Campo di applicazione.
Fatte salve le disposizioni dell’articolo 15, la presente Convenzione si applica a tutto il territorio delle Parti e riguarda gli spazi naturali, rurali, urbani e periurbani. Essa comprende i paesaggi terrestri, le acque interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, che i paesaggi della vita quotidiana e i paesaggi degradati.”

I profili critici di questa definizione sono stati evidenziati da autori enormemente più prepararti di me sul tema. Ne voglio ribadire, solo per esigenze che poi attengono alla gestione pratica del paesaggio, solo alcuni. Il paesaggio designa una determinata parte di territorio. Il punto è come definire, delimitare una parte. Dove finisce questa parte? Come è percepita dalle popolazioni? Quali? In che modo capiremo come sono percepiti? Il carattere di un paesaggio che cosa è? Già il tema del “carattere” in architettura ha portato a versare fiumi di inchiostro, come si dice oggi. Definire il carattere di un paesaggio è sfida intellettuale e culturale improba.
L’art. 2 aumenta ancora la difficoltà, poiché se tutto può essere paesaggio, tutto è paesaggio. Ma è evidente che bisogna distinguere tra paesaggio e paesaggio tra il casello di melegnano e Piazza Navona. E dunque che c’è bisogno di una costruzione valoriale e di una governance specifica per l’attribuzione o il riconoscimento di detti valori.
E’ ben nota questa frase della scuola di Palo Alto: “È impossibile non comunicare”. Tradotto nel nostro contesto vuol dire che è impossibile non essere in un paesaggio. Noi siamo sempre in un paesaggio, solo che non lo sappiamo. Solo che non lo sappiamo dire.
E allora bisogna rassegnarsi e cambiare l’oggetto del discorso: il tema non è il paesaggio: il tema è il valore che daremo al paesaggio, e cioè il valore che daremo a una certa porzione di territorio che avremo convenzionalmente delimitato.

Devo introdurre poi un altro argomento: cos’è questa interazione umana di cui parla la Convenzione del Paesaggio, se non la ricerca costante e continua dell’Uomo nel voler ottimizzare l’Energia? Il nostro paesaggio, che non è più naturale (non lo è mai stato, da quando ci siamo noi), è allora il frutto della trasformazione dell’ambiente, del territorio, al fine di ricavare la massima energia possibile dall’ambiente circostante e al fine di consumare il minimo di energia. Tutto il paesaggio è correlato fortissimamente all’energia: dalle città granaio dell’Anatolia, alle cittadine che si sono disposte sui versanti come Trevi, alle città “terapeutiche” di Leon Battista Alberti, al Barone Haussmann. Per fermarsi all’Italia, ai boschi che sono stati totalmente sacrificati dalla necessità di legname da costruzione, di legno per le navi e i remi, di legna da ardere.
Dalle strade, che sono state fatte per ottimizzare la fatica e le pendenze impossibili. Si mettevano i sacchi di calce sulla schiena dei muli e si bucavano, lasciandoli salire quasi lungo le isoipse naturali del terreno.
Dalle piccole centrali idroelettiche, ai nostri molini d’acqua, alle concerie, ai molini a vento, agli invasi artificiali, tutto è stato fatto per sfruttare le energie presenti sul luogo.
Le case sono state fatte per l’energia, i portici a sud, le limonaie, gli impluvi, i cortili, i recinti murari degli agrumi a Pantelleria sono fatti per l’energia.
Gli acquedotti romani sono una questione di energia, che siano in piena luce come il Ponte delle Torri di Spoleto o nascosti nel fianco della montagna come il Sanguinone. L’evoluzione del paesaggio non sarebbe altro che la storia sociale della fatica umana.

E’ evidente (almeno per me), che manca allora una estetica nuova per capire il paesaggio, quella che mi diverto a chiamare kepostica. E’ evidente che tra le Saline di Trapani (questione di energia), e il parco eolico della pianura di Foggia vi è un salto di qualità. Ma questo salto mi sembra non siamo ancora in grado di gestirlo, di capirlo, di argomentarlo, di discuterlo.
“Lesione dei valori paesaggistici”, “Impatto significativo sul paesaggio”, e altre formule burocratiche simili non reggono a una discussione seria e approfondita. Se il valore paesaggistico è dato dal suo status quo, qualsiasi intervento è lesivo. Se il valore è lo status quo, qualsiasi intervento ha un impatto significativo. E d’altra parte locuzioni simili negano da subito la possibilità di qualsiasi intervento migliorativo, assolutizzando il fatto che il paesaggio attuale è il migliore che ci possa essere. Il che è un assurdo.

Rimane infine un punto che in questa sede è impossibile trattare a causa di una lunghezza eccessiva dello scritto, che non si addice ai social.
CHI decide dove finisce un paesaggio? CHI decide del suo valore?
Perché paradossalmente, in materia di paesaggio, il tracciare un limite non è mai questione anodina, quantitativa, asciutta, oggettiva, ma implica già una scelta di valore. E delle responsabilità, che noi tendiamo a disperdere in mille rivoli di crocette e analisi multifattoriali, ma che resistono ostinate, e che qualcuno deve prendersi. Quella parte è paesaggio, ed è una parte proprio perché le ho riconosciuto già delle qualità, qualità che sono diffuse in un continuo, che devo sezionare. Tema non facile.

Les lauriers-roses

Mamma adorava gli oleandri. Le facevano pensare all’Italia. A Nancy non ce n’erano, o almeno io non me li ricordo. Passo per il Viale della Stazione di Spoleto e ripenso a lei e al primo viaggio che facemmo per venire in Italia nell’estate del 1972.
Che coraggio aveva! Partire da Nancy con 4 figli piccoli per approdare nel centro dell’Umbria! Donna sola, vedova, doveva essere una decisione coraggiosa: almeno così mi sembra oggi.
Mi ricordo di quella Ford Taunus 17 azzurrina. Siamo sull’autostrada dopo Milano e rivedo quel jersey a dividere la carreggiata con gli oleandri bianchi e rosa tutti in fiore. Mi affaccio in avanti dal sedile posteriore e vedo la lancetta del tachimetro (una lancetta arancione che spazza da sinistra a destra un tachimetro oblungo, e che a me pare subito mal disegnato, visto che nella parte centrale del tachimetro almeno metà di questa lancetta scompare sotto il profilo superiore della maschera di plastica), che segna i 170 km all’ora. La cosa mi fa un po’ paura e mi rende euforico allo stesso tempo. Abbasso il finestrino e cerco di mettere la mano fuori, ma il vento me la spinge violentemente all’indietro: cerco di controllarla e faccio prendere alla mano più o meno aria, inclinandola in su o in giù rispetto al terreno. Scopro che l’aria è consistente e scopro che l’acqua che mi pare di vedere sull’asfalto, in lontananza è solo un effetto del calore: è un miraggio! Azzardo a mettere fuori un po’ la testa con l’aria che mi si infila nella bocca e che mi gonfia la guancia in maniera insostenibile.
Poi il viaggio continua: rivedo solo questa strada lunga e poco frequentata e un sole pazzesco, e mia madre che ci dice di guardare le stazioni di servizio con scritto su Coupons per fermarsi a fare benzina, perché l’euro ancora non c’è e immagino che mamma pensi bene di mantenere le lire cambiate in Francia per le spese che avremo nel restare a Spoleto per qualche tempo.
E poi ancora e ancora km e arriviamo alla prima curva che sale e che scopre il Lago Trasimeno sulla destra, prima di Passignano. Imploriamo mamma di fermarsi poiché vogliamo fare il bagno. Il lago ci sembra un paradiso: bello, azzurro, grandissimo (eravamo abituati al lago di Gérardmer, piccolo lago tra Nancy e Mulhouse, nei Vosgi). Ma mia madre resiste e tira diritto, immagino tra i nostri pianti. Poi Spello con una fila di cipressi piramidali lungo la strada sulla destra: mi ricordo questo ritmo serrato di luce ombra, anche fastidioso, a tratti. Detto en passant, Spello è l’ultima città umbra in cui vi è, direi, quasi una cultura del cipresso, quasi Toscana. Infine il cartello stradale “Spoleto”: sappiamo di essere arrivati. Il Viale della Stazione è costeggiato da prunus e da oleandri. Arriviamo proprio davanti al bar gestito da zia, con Patrizio seduto sotto l’ombrellone di tela, un gelato enorme in mano.
Con l’oleandro realizziamo nei giorni seguenti le prime “lance” o le frecce di archi improbabili, insieme agli amici che ci facciamo a Spoleto (io lego subito con Carlo). Tra l’oleandro si nascondono spesso le lucertole a cui diamo la caccia, e il cui colore brunastro si confonde con le foglie secche. La siepe d’oleandro sarà anche la siepe che ci permetterà di giocare a calcio nei giardinetti e di evitare che il pallone finisca sempre nel Viale della Stazione, costituendo una sorta di fitta barriera.
L’oleandro punteggia insomma la mia vita: sull’autostrada verso l’Italia nel 1972, l’infuso che mi preparo (e bevo), nel 1985, nel mio periodo da militare, per cercare di alterare il mio ritmo cardiaco per ottenere una licenza di convalescenza maggiore di quella che normalmente riesco già ad ottenere. L’oleandro infine unico arbusto che riesce a crescere intorno alla casa di campagna, con pochissima acqua, nessuna potatura, pochissima “manutenzione”. Una delle ultime foto di mia nonna la ritraggono seduta sulla sedia del bar, vicino all’oleandro: mi rendo conto adesso che hanno la stessa durezza e la stessa fierezza.
Ora che andiamo spesso in vacanza in Puglia, noto che l’autostrada diventa, in maniera preponderante in Abruzzo, un trionfo di oleandri: alti, esuberanti, densi di fiori bianchi e rosa. Ci sono gli oleandri, andiamo verso il sud, verso il nostro Midi, non può succedere nulla di male. Guardo nel retrovisore i miei figli, seduti sul retro, e per simmetria mi lascio guardare (anche se fingo di non vedere). Torno sulla strada e mi faccio accompagnare dagli oleandri ai lati della strada: chissà quanto sarebbero piaciuti alla mia mamma.

Motorino Benelli (1)

Era un piccolo motorino giallo, di quelli bassi (adesso vedo su internet che si chiama mini-bike, ma forse si chiama così solo adesso): un Benelli giallo 50 cc. Per me è stata la libertà assoluta, per un po’ di mesi, per fare qualche giretto lì intorno, senza essere sposato ad alcuna corriera.

Una volta tornai di sera, da Spoleto, d’inverno, con una pioggia importante. Sulla strada regionale cercavo di seguire, fin quando potevo, i fanalini rossi delle auto davanti a me. Quando la distanza tra noi si faceva importante dovevo rallentare, illuminando la strada con il fioco fanale del Benelli. La strada che conoscevo così bene (che presumevo conoscere bene, devo dire), mi era parsa subito più lunga del solito, fatta solo di catarifrangenti e targhe ettometriche. Senza casco, senza occhiali, il mio giaccone verde era tutto bagnato e schizzato (un quadro pointilliste e vivant), a causa delle auto davanti e di quelle che mi sorpassavano. Volendo riposarmi (e farmi vedere da Carla), mi ero fermato a casa sua, che era lungo il tragitto. Carla era una ragazza bellissima, ovviamente, e l’occasione di fare colpo mi si era presentata come una folgorazione. Ero completamente fradicio: dalle scarpe, a ogni passo usciva dell’acqua, facendo una sorta di piccola schiuma ai lati. L’avrei sicuramente intenerita, pensavo, avvicinandomi al campanello. Quando si è giovani si è anche un po’ stupidi. La madre, nel venire ad aprire la porta, si era spaventata, perché avevo la faccia totalmente coperta di schizzi, acqua sporca, ed ero appunto tutto zuppo, dalle scarpe ai capelli. Mi aveva invitato subito a andare in bagno a lavarmi. Ho sporcato tutto il suo bel pavimento con le mie scarpe schiumose e sonore, come due rospi che saltavano alternandosi in avanti. E così, in bagno, mi sono guardato allo specchio: una visione orribile. Non avrei intenerito nessuno, al massimo avrebbe(ro) pensato che fossi un cretino. Mi sono lavato il viso, ho farfugliato qualcosa a Carla e alla madre, dicendo che non potevo far tardi e che a quel punto asciugarmi tutto sarebbe stato ancora peggio, poiché avrei poi dovuto comunque riprendere la strada, e sono ripartito. Sono arrivato a casa in condizioni disperate, poiché gli ultimi 4 km di strada erano in ghiaia, senz’asfalto: i parafanghi non “paravano” più nulla e il fanale era sepolto da una patina di fango acquoso e giallastro, che avevo già cercato di pulire più volte con le mani. Sono entrato in casa come un uomo d’argilla.