C’era solo l’Alfasud in casa e dunque, avendo conseguito anche io la patente di guida, dovevamo un po’ dividercela con Patrizio. Quel giorno d’estate era uno dei “miei” giorni. Ci eravamo accordati perché lui lasciasse la macchina vicino alla stazione ferroviaria, nel grande piazzale che vi era tra la recinzione del vecchio cotonificio e l’area dei binari. Il piazzale era ancora in ghiaia. La stazione di Spoleto si trova in fondo al Viale della Stazione (appunto), lungo circa 700 m, e con un dislivello significativo rispetto all’innesto con Via Flaminia. Era costume tra noi lasciare le chiavi dietro la ruota lato guidatore, a terra.
Io volevo uscire con lei, il pomeriggio. Le avevo anticipato qualche giorno prima che quel pomeriggio sarei passato alle 16,30 al massimo a casa sua. Dunque mi sono messo la camicia buona e ho fatto in piena estate i quasi 4 km di strada bianca che portavano alla fermata dell’autobus delle 15,40. Avevo messo da parte anche pochissimi soldi per poterle offrire qualcosa. All’arrivo a Spoleto, alle 16 circa, ecco che viene giù il diluvio universale, mentre io mi incammino dalla fermata di fine corsa verso la stazione. Ma non era certo un temporale estivo che poteva preoccuparmi a vent’anni. Dunque continuo a camminare sotto la pioggia, anche se questa comincia a diventare un vero e proprio diluvio. Decido dunque, a tre quarti del percorso di rifugiarmi sotto una vetrina di un negozio e comincio a guardare questo temporale pazzesco che non sembra voler finire presto. Mi dico che comunque ho ancora tempo (mi prendevo sempre, come ora, un po’ di anticipo). Guardo infine questo fiume d’acqua che scende lungo il viale, le cui caditoie non riescono più ad assorbire una tale mole d’acqua. Seguo con lo sguardo piccoli oggetti trascinati dalla corrente: mucchi di aghi di pino, foglie vecchie, pacchetti di sigarette, volantini vari e realizzo che tutta quest’acqua è destinata … al parcheggio sterrato della stazione!!! Comincio a correre verso la stazione inzuppandomi completamente e da lontano vedo che l’Alfasud è circondata da un quindici centimetri di acqua sporca. Mi tolgo le scarpe, arrotolo i pantaloni fino ai polpacci, la camicia fino al gomito, e mi avvicino di gran carriera all’auto. Ci sono diversi spettatori di questa scena, al sicuro, sotto la grande pensilina della stazione: chi aspetta l’autobus, chi qualcuno che lo venga a prendere, chi è molto in anticipo sul treno … Immagino che mi prendano per un tipo strano, ma non mi importa: il mio unico timore è che chiamino i carabinieri o la polizia. Arrivo alla macchina e comincio a tastare il terreno dietro la ruota e fortunatamente lì non c’è stata corrente e quindi le chiavi ci sono ancora. Le asciugo (si fa per dire), entro e metto finalmente in moto. Mi tolgo la camicia, srotolo i pantaloni e metto l’aria calda al massimo. I vetri cominciano subito ad appannarsi quindi decido di aprire un po’ i finestrini (il temporale sta finendo), e faccio due giri interi di Spoleto in seconda marcia con il motore su di giri e l’aria calda al massimo. La strategia funziona, solo che sto facendo tardi e a me non piace e poi penso è uno dei primi appuntamenti con la macchina a disposizione: lei può, io no. Passo al bar vicino a casa sua e decido di comprarle un cornetto Algida, diminuendo subito del 25% il mio budget. Parcheggio sotto casa, faccio i tre piani di corsa, suono il suo campanello, con il gelato in mano, ancora in buono stato. Lei apre la porta e con quel sorriso che mi ha sempre fregato, mi dice: “Oggi non ho voglia di uscire, mi dispiace. Non ho proprio voglia.” Non ricordo quale altra giustificazione adduce, ma insomma mi pare molto determinata e quindi comincio a scendere le scale. Non so cosa pensare. Non voglio dirle che ho fatto un’ora di camminata sotto il sole per prendere l’autobus, e tutto il resto per avere la macchina, perché a quel punto lei si sentirebbe obbligata a uscire con me a causa del senso di colpa. Per me è inaccettabile, una sorta di ricatto, un ottenere il risultato con un raggiro. Prima cosa, dunque, mangiare il cornetto algida che si sta sciogliendo. Seconda cosa: ridere. A chi raccontare infatti questa storia senza farsi prendere in giro da amici o da Patrizio? E’ una storia inenarrabile. Terza cosa: come continuare con lei? E soprattutto: continuare?
L’ultima domanda trova risposta poco tempo dopo, poiché si fidanza (all’epoca si diceva così), con un tizio, un altro natural winner, sorriso spavaldo e sicuro, qualche anno più di me, macchina nera sportiva e occhiali Rayban da top gun ante litteram. Da lì in poi è solo un aumentare la distanza tra noi. Lei è bellissima, salta in alto come una farfalla, corre come una gazzella, ha l’eleganza naturale della pantera. Ma è destinata ad altri. Fine.
Ci rivediamo circa 30 anni dopo, piove forte, e decidiamo di fare una passeggiata prendendo un misero ombrellino dall’auto. Ognuno con la propria vita: mariti mogli separazioni compagni figli lavoro genitori ecc. A un certo punto mi dice: “Ho pensato spesso a quello che mi dicevi quando ci vedevamo, tanti anni fa. Ma allora non lo capivo …” E io, cercando di fare il “ganzo”: “Eh, lo so, io sono sempre stato avanti ….”. Lei, con un tono e un sorriso che non saprei come definire: “Guarda che con le donne essere avanti non è sempre un vantaggio: vuol dire solo che sei fuori tempo.”
Già, il tempo: ormai siamo tornati al punto di partenza, fradici entrambi, e ognuno rientra nella propria auto, nella propria vita. I vetri si annebbiano immediatamente …
Categoria: Humanitas
La Ginestra
Sulla ginestra ho già detto tante cose. Penso che insieme alla cicoria sia stata una delle piante che ci ha aiutato di più a sopravvivere nei primi anni in campagna. Le foglie sono diverse da quelle che siamo abituati a vedere sulle altre piante: sono lunghe e lisce, come se fossero le “spine” di un istrice, e quindi non c’è un sopra o un sotto. E’ un arbusto molto leggero e poco denso, quindi la sua ombra è sempre un’ombra molto leggera e quindi è un’ombra buona, a differenza dell’ombra del noce, per esempio, che è troppo cupa. D’estate quando si è sudati non va bene sedersi all’ombra del noce: molto meglio un salice o un bell’arbusto di ginestra. Anche se verde, la ginestra arde benissimo e crèpita nel fuoco, come l’alloro e funziona quasi da starter per accendere il fuoco. Le sue foglie, raccolte e legate hanno fatto da tamponamento esterno in molte baracche, riparandoci dal vento e dalla pioggia e fornendo alloggio a pecore e capre. Le stesse foglie, legate e piegate in modo diverso, servivano per pulire la canna fumaria del camino. Ancora le stesse foglie servivano a scaldare il forno dove cuocevamo i primi pani fatti in casa. E infine servivano a fare le prime ramazze per la pulizia delle stalle o dei piazzali. Nonna raccontava sempre che da piccola, nei torrenti ai piedi del Monte Catria, battevano la ginestra, la sfibravano, e con quei fili rudimentali facevano anche dei vestiti …
Le ginestre sono state le prime ad arrivare su quei terreni resi ancora più brulli dal passaggio del bulldozer che zia aveva voluto per spianare le pendenze troppo forti. Chissà perché questa “fissa” di zia: le colline un po’ livellate avevano creato dei riporti di terra con pendenze molto più forti. Chissà perché questo puro esercizio di potere, di dominio: un gesto da Capricorno? I primi anni il paesaggio dei campi era “lunare” perché in alcuni punti in alcune aree lo scavo era andato ben oltre il metro di profondità e si vedeva l’argilla grigio-bluastra, che avrebbe resistito per molto tempo. Le ginestre, comunque, sono pioniere e quindi riuscivano a crescere su quei terreni.
Le ginestre sono di due tipi: quella cosiddetta dei carbonai, che da noi cresceva solo nel bosco, e quella comune. La pioniera è questa ultima: forse l’altra ha bisogno di maggiore ombra, di maggiore umidità. Quella dei carbonai è più morbida, più mite, più piccola. La ginestra comune ha i fiori gialli di un bel giallo intenso, e profumati, e duraturi. E’ proprio un bello spettacolo vedere cespugli e macchie di ginestre in fiore con il contrasto giallo-verde. I primi fiori arrivano a maggio e poi continuano per un bel po’ durante l’estate. Dopo una pioggia sono piene di lumache, che salgono dal basso sui rami lisci. Il profumo della ginestra per noi significava solo che la scuola stava per finire. E mi dispiaceva che un mio idolo, Leopardi, avesse connotato negativamente la ginestra nelle sue ultime composizioni.
Il fiore contiene sparteina, o meglio solfato di sparteina, che nelle mie letture adolescenziali avevo compreso essere un componente del siero antivipera. Il nome del composto era già così allusivo che mi immaginavo bastasse strofinare sul morso dei fiori pestati per avere salva la vita. Da ragazzino a Spoleto infatti mi divertivo a cacciare le lucertole (ovviamente), e poi in campagna ero passato ai serpenti e dunque alle vipere. Ne ho catturate un paio: mi ero fatto una cultura su di esse, sul fatto che non hanno orecchie e che, prese per la punta della coda, non riescono a tornare su e a mordere. La cosa mi aveva fatto sorridere poiché anche le vipere non avevano abbastanza “addominali” per tornare su con la testa. Rocky Balboa sì e le vipere no.
Quando sarò ricco pianterò nel mio giardino molte ginestre: glielo devo.
Un piccolo autobus verde
Andavamo a scuola prendendo questo piccolo autobus verde che passava nella strada provinciale di fondovalle alle 7,20. Per prenderlo ci alzavamo alle 6,40. Con la bella stagione non vi erano grandi problemi. Solo che la bella stagione arrivava quando la fine della scuola si avvicinava. Da ottobre ad aprile era uno strazio poiché lo stradello che percorrevamo era appunto una strada su cui potevano passare solo trattori era di terra. Quindi di fango, tutta in discesa. In inverno ci alzavamo con il buio: Patrizio si alzava un po’ prima e metteva i jeans nel letto prima di indossarli, a causa del freddo. Si lavava come si lavano i gatti (come gli ripeteva nonna), prendendo poche gocce d’acqua e pulendosi a malapena gli occhi. Io mi lavavo un po’ più intensamente, prendendo un po’ d’acqua dal grande fusto, nei primi anni. All’epoca non usavamo ovviamente deodoranti: erano proprio fuori dal nostro orizzonte e poi li avremmo considerati anche un po’ cose “da femmine”, se non peggio.
Raramente il focolare era in funzione e dunque zia e nonna si alzavano per ravvivarlo, metterci su qualche tizzone e prepararsi un caffè, che sarebbe arrivato molto tempo dopo che noi eravamo usciti.
Ci mettevamo gli stivali, ci arrotolavamo i pantaloni e poi partivamo nel buio completo, senza torce. Il buio non è mai completamente buio e dunque arrivavamo alla fermata in tempo. In fondo alla strada di terra, prima del ponticello, lasciavamo le scarpe buone in una busta di plastica, che nascondevamo sotto un grande pino domestico, in mezzo alla ripa, ma accessibile con una certa facilità. Tempo dopo, il proprietario di una casa lì vicino, avendo scoperto in silenzio e con discrezione il nostro “traffico” per il cambio delle scarpe, ci offrì di fare il “pit-stop” nel suo garage. Le scarpe sarebbero state sempre asciutte, calde (d’inverno, fuori, erano infatti molto fredde), e avremmo potuto sederci comodamente con calma per cambiarci. Perché tra l’altro dovevamo cambiarci le scarpe in piedi, appoggiandoci a qualche albero o l’un l’altro. Credo che il suo nome fosse Dante: bisogna che io lo ringrazi, seppure tardivamente. Ci sono persone che si incontrano nella vita e che fanno piccoli grandi gesti di altruismo, di gentilezza. Non l’ho mai ringraziato all’epoca, a voce, di persona, per timidezza (la mia solita timidezza). Come può ringraziare un ragazzino di 15 anni per un gesto di gentilezza che viene ad un adulto, da un vecchio (così sembrava allora), quando il ragazzino sa di essere ragazzino, nonostante capisca la bellezza del gesto ma nonostante questo sa di non poter ringraziare con una profondità e con una consapevolezza che normalmente non ci si aspetta da lui?
Scendendo il sentiero in fretta e a volte correndo per non arrivare in ritardo i nostri vestiti si macchiavano di fango, di terra, e quindi bisognava correre in un certo modo, senza “tallonare” troppo. La cosa era un po’ complicata e buffa, a rivederla oggi: una sorta di “passo dell’oca”, di corsa. Più di una volta sono scivolato in quelle discese piuttosto ripide e fangose, e dunque sono tornato a casa, con il lato positivo del non essere andato a scuola, anche se con il ritorno a casa moriva la possibilità di vedere per qualche minuto (forse), le ragazze che mi piacevano.
L’autobus faceva un giro enorme perché “perlustrava” tutte le frazioni e arrivavamo a Spoleto verso le 8, comunque ancora presto per entrare a scuola. In quella mezz’ora si apriva un florilegio di opzioni, che però partiva da una prima scelta: marinare la scuola (fare sega). In quella mezz’ora c’era appunto la possibilità di vedere Roberta passare e accompagnarla per andare a scuola alle “Magistrali”, oppure più tardi Eloisa, o Manuela. Impossibile convincerle a marinare o assentarsi dal lavoro (Manuela lavorava già). Era una cosa, marinare, che facevamo soprattutto io e Francesco. Andavamo poi ad allenarci (arti marziali), oppure a giocare al pallone, o a conoscere Spoleto, con la sua macchina fotografica.
Il ritorno con l’autobus verde era lunghissimo: partiva da Spoleto alle 13,40 e arrivava alla nostra fermata alle 14,30. Da lì percorso a ritroso: cambio delle scarpe e via per la salita sulla strada di terra. La fame era pazzesca, poiché le nostre risorse quotidiane prevedevano i soldi solo per la merenda di mezza mattina. Patrizio aveva più fame di tutti perché lasciava spesso indietro Cristina e me. Spesso anche io prendevo qualche metro su Cristina per cui si formava questa piccola formazione lineare, anche perché in campagna, con il terreno disagevole, il sentiero è uno e si batte quello. Di qua o di là significava solo più fango, più fatica, più tempo. Lo stesso fango negli ultimi mesi di scuola (maggio, per me), si sarebbe asciugato a una velocità folle e avrebbe lasciato delle fessure molto ampie nel terreno. A volte sembrava di sentire la terra respirare attraverso quelle crepe. Interi tratti di strada soprattutto dove l’acqua aveva ristagnato si riconfiguravano su una estesa rete di spaccature, di fessure, di disegni ipnotici.
Anni dopo, con l’Alfasud, una volta usciti dal medioevo, è capitato di incrociare quell’autobus e di provare quella strana sensazione di nostalgia. Mi sono fermato e ho guardato con attenzione il conducente, per vedere se lo riconoscevo e ho sperato che dentro ci fosse qualcuno, ma era vuoto. Quel parallelepipedo verde, illuminato da dentro, con una luce che tanti anni dopo avrei ritrovato solo nei quadri di Hopper, era surreale: eravamo surreali. Siamo stati surreali, per un momento. Poi siamo tornati a fingere di fare cose importanti: il lavoro, i pensieri, il tragitto, la prossima fermata, lo sgarbo di un amico …
Vi segnalo questa bella iniziativa di Fondazione Sorella Natura, come ogni anno, ad Assisi.

Solo grazie
#seed360 e #spaziosacro è stata un’esperienza fantastica! Per me sono stati 7 giorni di grande formazione e educazione: formazione è infatti riduttivo. Quindi posso solo ringraziare. Certo, ci sono state delle sbavature da parte mia e me ne prendo ovviamente la responsabilità. Qualche intervento è stato sotto alle aspettative (mie), e altri sopra. Ho scoperto amicizie e messo in luce sensibilità o fragilità altrui, e di questo mi dispiace. Credo tuttavia che luci e ombre, rose e spine, facciano parte di un’iniziativa così complessa e articolata. Ritengo di aver fatto il meglio che potessi fare, e mi pare un bel risultato per poter continuare a pensare a qualcosa di buono, in futuro. Abbiamo già ringraziato ufficialmente i nostri partner (privati e pubblici), e compagni di viaggio, e sono stati ringraziamenti veri, che però non posso ripetere adesso. Allo stesso tempo voglio evocare alcune persone con cui è nata una certa complicità o che comunque mi hanno colpito per lo spirito di abnegazione e per la generosità dimostrata in maniera del tutto spontanea e immediata. Dunque grazie a #nicolapalumbo con cui abbiamo condiviso avventure ambientali estreme “al limite della sopravvivenza” per “catturare” le riprese di Mario Botta a Mendrisio e di Paolo Portroghesi a Calcata. Grazie a #barbaracadeddu per aver tenuto sempre il timone a dritta anche quando il resto della ciurma si distraeva, a #barbaraargiolas per la sua calma sorniona, a #graziellatrudu per la discrezione e delicatezza, a #francescogubbiotti che ci osserva da dietro i suoi grandi e strani occhiali e ormai penso ci guardi come fossimo anche noi dei video da caricare sulla piattaforma. Grazie infine in ordine di tempo al sindaco di Bevagna #annaritafalsacappa che ci ha ospitato sabato sera e che ha incantato i nostri relatori con una serata piacevolissima fatta di gnocchi al sagrantino e iscrizioni medievali. Grazie A.M. (ma questa era prevedibile).
La Pace a ogni costo: pensieri controcorrente
Se la pace è la condizione opposta alla guerra e se la pace è il valore assoluto (il primo valore), allora c’è un modo molto semplice per ottenerlo: arrendersi. Sottomettersi.
Se l’Ucraina oggi si arrendesse e consegnasse le chiavi di Kiev a Putin, non vi sarebbe più alcuna guerra. E’ questo quello che si vuole? Se la Pace è il valore assoluto, il Bene primario, questo lo possiamo avere anche sotto la schiavitù, sotto la dittatura, sotto la paura, sotto il terrore. E’ questo ciò che si vuole?
Se non è quello che si vuole, bisogna togliere le bandiere arcobaleno su cui mettiamo la scritta Pace, mettere delle nuove bandiere su cui scrivere Giustizia, e agire di conseguenza. Agire di conseguenza significa modulare la risposta (diplomatica, economica, mediatica, certo), ma non escludendo l’intervento armato. Purtroppo (o per fortuna), la Giustizia è il bene primario, e non la Pace. E la Giustizia è un fiore che va coltivato, che non può darsi per scontato. Che non può darsi per acquisito una volta per tutte. E’ un fiore per cui vale la pena anche combattere. Certo: occorre riflettere bene, prima di morire. Occorre anche riflettere e distinguere il pacifismo radicale dalla non-violenza, la guerra dal terrorismo, la guerriglia dal sabotaggio, la sanzione diplomatica dal boicottaggio.
Le nostre sanzioni avranno ripercussioni, anche pesanti, sul popolo ucraino. Possiamo dirci soddisfatti perché avremo voluto la pace, l’assenza di guerra? La Pace a ogni costo ha un costo, appunto. Siamo disposti a pagarlo?
Temposanto
Il Temposanto è quella cosa che porto con me da tanto tempo e a cui non sapevo dare un nome. L’assonanza con il camposanto fa riflettere e forse non è solo un’assonanza. In effetti, ora che ci penso, il Temposanto è quello che trasforma il cimitero in camposanto. Nel cimitero infatti non è tanto lo spazio a subire una trasformazione (c’è molta edilizia e molta brutta architettura anche lì), quanto invece il Tempo. Chi entra in quel recinto subisce, attua, realizza, coglie, accetta una sospensione del tempo, un suo rallentamento. Tutto ciò avviene in maniera quasi spontanea, ed è molto bello vedere queste persone silenziose, pensose, che curano delle pietre, delle immagini, delle frasi, delle date, dei fiori. Ecco, ogni tanto io riesco a ricreare, a richiamare, questa sorta di Tempo, dove ci sono solo cose semplici e immutabili. Un Tempo basato sui tempi delle cose che tornano sempre, su cui si può fare affidamento: il sole che sorge a est, la pioggia che scende in un solo verso, il vento che fa suonare le foglie secche delle querce. Un Tempo che non conosce la parola immediatezza, un tempo che lascia maturare le cose, un tempo che consente alla ghianda di diventare quercia, dove le cose si fanno più forti, o muoiono. Un Tempo che lascia tempo. A volte sento proprio il bisogno di questo tempo, che agli altri deve apparire sicuramente improduttivo e quindi perso. Di questo tempo che in qualche modo crea spazio, che si fa culla, per idee ancora a venire. Questo tempo, sempre più prezioso, può solo chiamarsi Temposanto.
Racconti rurali – L’ altra metà del cielo
Sono stato sempre innamorato delle donne, della loro bellezza. Quand’ero ancora poco più che bambino, a Nancy, mi piacevano Sylvie Vartan e soprattutto Mireille Mathieu. Ero rimasto ipnotizzato da quegli occhi scuri e brillanti che mi sembravano entrare direttamente nel cervello. Alle elementari, in Francia, nella stessa classe avevo tre fidanzatine a cui scrivevo letterine e piccoli pensieri: Isabelle, Corinne, ed un’ultima, di cui non ricordo il nome. Poi intercettò il carteggio il severissimo Maitre Kessler e lesse pubblicamente una mia lettera: il che sancì la fine immediata di tutte le tresche. In Italia non cambiò molto. Mi innamoravo sempre di bellissime ragazze che sapevo (certissimamente) sarebbero diventate belle donne. (A distanza di anni le ho riviste, ed ho sempre avuto ragione.) Alle medie, in Italia, ho incontrato Francesca, convittrice, come si diceva allora. Ma a lei piaceva il natural winner, Luca, e quindi non ci fu nulla da fare. Poi mi sono innamorato di Roberta. Avevo 18 anni, lei 13 circa. Lei era una cascata di capelli lisci, un profumo pervasivo di mandarino e un viso di una finezza “medievale”. Amici mi dicevano che era troppo giovane, e io ci credevo, e cercavo di evitarla. Ma poi tornavo a non poter fare a meno di quel sorriso, che mi illuminava la giornata. Per lei facevo 4 km a andare il pomeriggio e 4 km a tornare, la sera, spesso in pieno buio. Tutto ciò per vederla cinque minuti, magari per accompagnarla. Era di una grazia particolare, che avrei ritrovato solo più tardi nella giovane Madonna di Antonello da Messina. In ogni caso lei preferì un altro, un ragazzo più grande di me di tre anni, con una BMW sportiva. Un personaggio ai miei occhi un po’ fatuo, un po’ spavaldo. Ma tant’è: è stata con lui per qualche anno e poi si è sposata con un altro uomo, ancora più grande. Poi ci sono stati gli occhi profondissimi di Manuela e la bellezza assoluta di Eloisa, che mi pietrificava e a cui avrei confessato la mia passione solo dopo essermi ubriacato, recitando una battuta di Woody Allen. Che forse faceva ridere, ma certo non conquistare.
Nonostante le delusioni, le donne (le ragazze), per me restavano degli esseri bellissimi, di una grazia che noi “maschiacci” non capivamo. Mi innamoravo di un dettaglio, che comunque non tradiva mai: una sineddoche. Bastava un fotogramma dello sguardo (lo sguardo intero sarebbe stato troppo), il modo di camminare, di accennare a un sorriso, il modo di ritrarsi, di dare la mano, di spostare i capelli dietro all’orecchio.
Non avevo soldi, ho avuto un’auto mia a 21 anni, con problemi costanti di rifornimento: non potevo invitarle a vedere il posto dove vivevo perché immaginavo sarebbero scappate a gambe levate. Combattevo con armi impari la battaglia con i miei concorrenti. Mi difendevo con la gentilezza, il garbo, qualche lettera, una passeggiata, un gelato, ma poi sapevo che non avrei potuto dare di più: nessun invito al cinema, a teatro men che mai, né in pizzeria, né in piscina: niente. L’unica cosa che potevo offrire erano i miei paesaggi quotidiani e il modo con cui li guardavo. Ho reputato che non sarebbe bastato, e ho atteso.
Nel 1987, dopo una crisi pazzesca con l’architettura, con la quale avevo deciso di chiudere, mi iscrissi a un corso annuale di formazione in marketing e finanza. Lì ho incontrato Roberta. Folgorato da quegli occhi grigio-verde e dal modo di muovere le mani, le ho scritto 327 lettere, che le ho consegnato tutte insieme “solo” 19 anni dopo, quando la trottola della vita ci aveva fatto fare già molti giri.
Racconti rurali – Gli abusi edilizi
Quando avevamo bisogno di costruire una capanna per il fieno, lo facevamo senza tanti scrupoli. E così anche per una piccola tettoia che avevamo realizzato per OTO. Andavamo nel bosco a scegliere i legni giusti (normalmente carpino, olmo, orniello), e poi tornavamo a casa e con Guerrino facevamo delle buche per piantare quelli che sarebbero divenuti i pilastri. Le misure e l’ortogonalità erano un po’ approssimative, ma per i nostri scopi la capanna andava bene. La nostra architettura spontanea era molto vicina alle cripte delle chiese romaniche della zona (per trovare una referenza aulica), dove i pilastri e colonne sono una diversa dall’altra e dove si fa fatica a trovare un angolo retto. Le travi primarie e secondarie erano il più diritte possibili ed erano assicurate alle colonne con del fil di ferro e dei grandi chiodi. La copertura era normalmente in lamiera ondulata. Se c’era bisogno di qualche tamponatura laterale usavamo delle ginestre raccolte e legate in piccoli fasci o delle fronde d’olmo. Cercavamo di rendere più “performanti” (profilo idraulico), le pareti nord e ovest cucendo i sacchi di concime, ormai vuoti, come forse si cuciono le pelli degli animali nelle tende delle civiltà nomadi. Nel 1978 abbiamo costruito anche un ovile in muratura con quello che in dialetto si chiamavano “bolognini” (dei blocchi regolari di calcestruzzo), appoggiati su una platea di cemento, e coperti in lastre di eternit, che allora pareva un gran materiale. Ricordo che la stalla era larga 7 metri e che Guerrino comprò le travi IPE, in ferro, di pochi centimetri più lunghe, giusto per gli appoggi laterali, scoprendo con suo evidente imbarazzo che inclinando la copertura le travi sarebbero state molto corte. La stalla ebbe sempre, dunque, una pendenza minima. In quella stalla zia iniziò a mungere le pecore. Rispetto alle capanne di legno, la stalla aveva l’evidente vantaggio di essere più confortevole, più calda, anche se, scoprimmo dopo, aveva lo svantaggio di non assorbire la parte liquida delle deiezioni delle pecore, con la conseguente necessità di mettere molta paglia. Con l’ulteriore conseguenza di dover tirare fuori il letame in quantità superiore alle stalle che avevano come fondo il terreno naturale, appena spianato. Tra l’altro la porta di ingresso non era grandissima e con il trattore “vero” (non l’OTO), non era possibile entrarvi. Dunque occorreva asportare il letame con piccone, zappe, forche, badile, carriola, dall’interno fino all’esterno, dove il trattore ci poteva dare una mano. E d’estate poi il calore diventava intollerabile perché la ventilazione era di gran lunga peggiore delle capanne di legno. L’abbiamo demolita, qualche anno dopo, e i materiali di risulta sono andati a fare il “fondo” di qualche strada. E’ rimasta solo la platea di cemento sulla quale oggi riposano alcuni attrezzi (pressatrice, sega a nastro, …).
Costruivamo tutte queste capanne e tettoie senza autorizzazione alcuna, ovviamente. A noi non passava per l’anticamera del cervello che occorresse chiedere a qualcuno il permesso per costruire una capanna per il fieno o per il trattore. Anche adesso, non posso che provare simpatia e comprensione per quei contadini che arrivano in ufficio abbastanza stupiti del fatto che non possono costruire come vogliono perché hanno esaurito la “capacità edificatoria” dei propri terreni o perché sono troppo vicini ad un’area boscata. Per un contadino vero è difficile comprendere queste cose, anche perché egli costruisce quando non ne può fare a meno. E certo non pensa ad una speculazione edilizia futura. La “capacità edificatoria” (locuzione giustamente già incomprensibile ai più), per lui è data da un fatto molto semplice: dalla constatazione, oggettiva, fisica, euclidea, che su quel pezzo di terra la capanna può tranquillamente starci: c’entra, e questo basta.
Racconti rurali – La ruota di Stephane
Per un periodo di tempo Cristina e me dormimmo a Villamane. Patrizio aveva spostato lì una parte del gregge e noi facevamo un po’ da guardiani. Era un vecchio aggregato composto da una bella e grande casa colonica, in rovina, e da altri tre fabbricati destinati a fienile, stalla e rimessa. Villamane deriva da Villa Magna, cioè grande, importante. I contadini del posto dicono che era un vecchio castro romano: non ho mai approfondito e me ne dispiace. In effetti da lì c’è un paesaggio simile a quello della cima della “mia” collina e si domina con la vista molto territorio. Patrizio aveva preso in affitto anche una parte dei terreni che appartenevano al patrimonio di Villamane, sui quali soprattutto aveva seminato dell’erba medica per farne fieno. Erano sicuramente una decina di ettari. Al tempo avevamo una pressatrice Gallignani verde e arancio, che faceva abbastanza bene il suo lavoro: dei parallelepipedi di fieno, tenuti insieme da filo di ferro o di nylon. Pur guidando il trattore da molti anni e avendo trainato la pressatrice per diverse stagioni, non conoscevo intimamente il suo funzionamento, che è rimasto sempre per me “un enigma avvolto in un mistero”, per fare una citazione colta.
Non ho mai provato a smontare il meccanismo e i carter per paura di non saperlo rimontare e per attirarmi di conseguenza le critiche di Patrizio. Negli anni, infatti, mi si era appiccicata addosso una sorta di sindrome di Fantozzi: mi si rompevano gli attrezzi, la motosega, l’aratro, ecc. Allora avevamo obbedito a una specie di patto silente: io non mi azzardavo a smontare niente (come la mia natura curiosa mi aveva portato a fare molte volte prima), e se si guastava qualcosa saremmo andati dal meccanico. Dunque, per la pressatrice, io mi limitavo a cambiare il filo quando questo finiva. Rimanevo come sempre incantato dal giunto cardanico che consentiva di trasferire la potenza dal trattore alla pressatrice, con un asse in diagonale. Cercavo di ridisegnarlo sui miei “zibaldini” e ogni volta mi chiedevo come aveva potuto inventarlo nel 1500 questo filosofo padovano. Ma lì mi fermavo, con un po’ di frustrazione, perché avrei voluto inventarlo io.
In quel periodo era venuto a trovarci dalla Francia anche Stephane, uno dei miei fratelli, dopo la riconciliazione avvenuta con mia madre nel 1985. Stava con noi a Villamane e anche lui era molto curioso nello smontare le cose, nel capire il funzionamento intimo delle macchine. Ma il diktat era stato fermo, e non potevamo toccare nulla di macchine se non in presenza del meccanico.
Mi aiutava nella fienagione e nella pressatura del secondo taglio del fieno, quindi in piena estate. Il secondo taglio è di qualità inferiore perché l’erba è molto asciutta: molti gambi, poche foglie. Il fatto, l’evento, fu questo: che nel bel mezzo di una discesa una ruota della Gallignani si bucò. Come si cambia una ruota di una pressatrice in mezzo a un campo in forte pendenza? Questa era la domanda. Ovviamente quando arrivammo da Patrizio, fece il solito sguardo “rompi sempre tutto”, ma, almeno quella volta ero abbastanza in pace con la mia coscienza: non mi si poteva rimproverare di aver bucato! Decidemmo comunque di risolvere da soli, io e Stephane. Ci organizzammo per farci prestare un cric idraulico da qualcuno, ci infilammo sotto la pressa, tra la terra, la polvere, i gambi arsi di sulla, erba medica, carote selvatiche, e riuscimmo ad alzare la pressatrice e sfilare la ruota! La trascinammo fino in cima al campo e la portammo con la Dyane dal gommista, che ce la riparò in un giorno. La notte Stephane ebbe un sonno molto agitato e si mise seduto sul letto urlando “La discipline de la science!” (La disciplina della scienza), cosa per la quale l’ho sempre preso in giro, poiché la frase era veramente assurda. Il giorno dopo dovevamo dunque rimontarla. Arrivati in cima al campo, una ripa di 3 – 4 metri circa divideva il campo stesso dalla strada. Scaricammo la ruota dalla Dyane e vidi Stephane appoggiare di piatto la ruota a terra sul fianco della ripa. La cosa sembrava ragionevole: lasciar scivolare dolcemente la ruota lungo il breve pendio della scarpata. Solo che la scienza, indisciplinata, ci avrebbe regalato un coup de théâtre. Arrivata in fondo alla scarpata, anche se con pochissima velocità, la ruota si drizzò in piedi, girò il proprio asse verticale di 90 gradi e si mise a rotolare per il campo in direzione della pressatrice! Speravamo che si sarebbe fermata contro la pressatrice o contro il trattore, ma aveva preso talmente tanta velocità che con un ultimo gigantesco rimbalzo passò sopra la pressatrice! Continuò ancora a correre, rimbalzando, fino ad infilarsi nella macchia alla fine del campo. Non racconto nemmeno con che spirito mi avviai verso casa a raccontare a Patrizio quest’ultima “Fantozzata”! Da sopra la macchia era fitta e scoscesa più del campo, impenetrabile anche per me che ero abbastanza esperto. Né riuscivamo proprio a scorgere dove fosse finita la ruota. Occorreva andare a prendere motosega, roncola, e una corda, perché nessuno avrebbe potuto tirarla su con le sole mani. Prendemmo dunque un altro trattore a ruote e il necessario per aprirsi un varco in quella “giungla”. Trovammo la ruota a tarda sera in mezzo a rovi e olmi ormai rinsecchiti e la tirammo su grazie ai fari del trattore. La lasciammo in prossimità della pressatrice e tornammo a casa, esausti e affranti allo stesso tempo, convinti che nessuno avrebbe mai creduto alla nostra storia, convinti che tutti avrebbero pensato che fossimo stati così scemi da cercare di governare in discesa la ruota, facendola rotolare da sopra.