Racconti rurali – Il camino

Il camino era veramente il cuore di quella casa colonica costruita nel 1936. Era nel centro del vano principale (la cucina), posto al primo piano. La cucina disimpegnava tutti gli altri locali, che di fatto erano camere e basta. In verità avevamo lasciato una delle stanze a nord-est come piccolo magazzino e sala “per la salata”, e cioè la stanza dove si mettevano sotto sale o ad asciugare i pezzi del maiale macellato, e quindi prosciutti, salsicce, ecc. Il pavimento era in pianelle di laterizio, che abbiamo coperto con delle brutte piastrelle in occasione del secondo restauro della casa. Adesso possiamo dire che fu un errore: allora ci sembrò un ulteriore riavvicinamento alla civiltà.

Il piano terra era destinato a stalla (mai usata), con relative mangiatoie, a cantina e fondo. Erano tre locali: quasi quadrato, più grande, la stalla: due vani più piccoli la cantina e la dispensa. Il pavimento era finito con cemento lisciato con boiacca, così come le mangiatoie.

Il tetto era in tegole marsigliesi, appoggiate su elementi in laterizio (tavelle), sostenute da travicelli e travi di legno. Le travi principali appoggiavano sul muro centrale, di spina, e “spingevano” sulle pareti perimetrali. Un tipico tetto a capanna, insomma. Nel tempo il tetto era scivolato un po’, spingendo sui muri laterali, in mattoni, e tegole e tavelle si erano leggermente sconnesse. I primi tempi dormivo nella camera di nord-est, nel letto con mia nonna. L’ampiezza dello scollamento tra il muro di spina e le tegole era così grande che, prendendo bene la posizione, si vedeva qualche stella. Le finestre erano dei semplici infissi di abete con delle specchiature di vetro di spessore cipollineo (si può dire?). Vi erano degli oscuranti interni che non combaciavano perfettamente con la cornice della finestra, cosicché il buio, nei giorni d’estate, non era mai completo. D’inverno era così freddo (non c’era riscaldamento, ovviamente), che i jeans di Patrizio e Cristina gelavano e rimanevano rigidi come stoccafissi. Io non ho mai indossato jeans, ma non per pregiudizi di chissà quale tipo, solo perché il taglio sulle gambe era sempre molto stretto e mi rendevano più goffo di quello che già mi pareva di essere. Patrizio li metteva nel letto prima di indossarli, cercando così di ammorbidirli e di riscaldarli. L’unica fonte di calore era il benedetto camino, su cui facevamo ardere quella poca legna che riuscivamo a rimediare. Non avevamo la motosega e quindi tagliavamo la legna con una sega ordinaria, in metallo, in due. Tagliare la legna nel bosco e andarla a prendere con l’OTO era una fatica enorme. Quindi cercavamo di tagliarla ai margini del bosco, in prossimità della casa e il più vicino possibile alla strada. La legna era dunque spesso verde e di cattiva qualità: ginestre, olmi, pioppi, salici, qualche quercia. Zio Claude raccattava sempre dei pezzi irregolari, spesso ciocchi o rami di olivo, sempre bitorzoluti, e che quindi entravano malamente nel camino, attirandosi i commenti sarcastici di mia nonna. Ma alla fine quella poca legna bastava per scaldarci tutti.

Intorno al fuoco, dopo cena, parlavamo e basta: nonna raccontava le sue esperienze sul Monte Catria, noi le nostre scemate. Io facevo qualche scherzo, buttando di nascosto del sale grosso in mezzo al fuoco (che scoppia), o buttandovi sopra dell’olio consumato. Oppure prendevamo tra le mani piccoli pezzi di brace e ce li passavamo in velocità da una mano all’altra. E poi ascoltavamo Radio Subasio, le prime “dediche”, i cantautori, le canzoni pop che andavano cambiando. Il focolare serviva a far bollire l’acqua per la pasta, a preparare i nostri cibi: la bruschetta, le patate sotto la cenere. Il caldaro andava appeso sulla catena proprio al centro del fuoco, ma le cose più buone si preparavano sulle pentole e casseruole appoggiate sopra “la serva” (un piccolo treppiede), da mettere vicino al fuoco, sulla brace. Zia era riuscita a scovare, non so dove, un ferro da stiro che andava riempito con la brace e poi sventolato di tanto in tanto, per mantenerla viva. Con gli anni avevamo accumulato anche una certa competenza sul tipo di legna adatto per i vari usi. Così i pomodori arrosto sulla graticola erano più buoni con le fascine della potatura della vigna o con la potatura minuta dell’olivo. Per dare un profumo particolare andava meglio il biancospino, l’alloro, il legno di frutta (pero, melo). Per una brace duratura occorreva la roverella, la quercia, l’olmo. Il salice ha un odore particolare, ma brucia male e fa una brace inconsistente, quasi come il pioppo. La sera si andava a letto solo dopo la “benedizione” (ovviamente), e dopo aver coperto con abbondante cenere il fuoco: la mattina avremmo ritrovato, con lo stesso gusto di una sorpresa che si sa, sarà comunque bella, della buona brace pronta a ravvivare il fuoco. La cenere veniva poi gettata nell’orto, dove avrebbe migliorato la struttura della nostra terra così argillosa, e dove avrebbe allontanato le formiche. Nonna era riuscita a farne, i primi due anni, anche del sapone per lavare i vestiti, ma diciamo che lei era una fuoriclasse.

Era un camino semplice e molto ampio per la stanza in cui si trovava e di conseguenza faceva molto fumo. Per pulirlo, quando era chiaro che anche la canna era ostruita dalla fuliggine, andavo a prendere delle ginestre, che infilavamo da sotto nella canna fin dove possibile, e poi appiccavamo il fuoco. Le fiamme a quel punto salivano nella canna e la pulivano un po’, bruciando la fuliggine. Noi andavamo fuori, sul piazzale, a vedere questo spettacolo delle fiamme che uscivano addirittura dal cappello dalla canna. Nonna non era molto contenta, memore di qualche tetto incendiato, ma in quel momento non vi erano alternative, poiché non eravamo attrezzati per pulire una canna fumaria.

Nei pomeriggi invernali giravamo la schiena al focolare per leggere e fare i compiti, appoggiandoci al tavolo, alla luce delle candele. Immagino che i nostri vestiti odorassero di fumo (puzzassero, per qualcuno), ma all’epoca per noi era impossibile sentirlo. O forse, da ragazzi, non si dà nessuna importanza a queste cose. Quando abbiamo ristrutturato la casa, il camino di sopra è stato smantellato e ne abbiamo realizzato uno al piano terra, più piccolo, più “moderno”, in un angolo di quella che era la stalla la cui mangiatoia avevo demolito poco tempo prima con la mazza, ascoltando le prime “cassette” di Keith Jarrett.

Racconti rurali – La collina dei desideri

Salivo quella piccola collina dietro casa come fosse l’ascesa a uno spazio sacro. Quel posto mi apparteneva, o meglio, come avrei realizzato molti anni dopo, io appartenevo a quel posto. Fino ai 15 anni sognavo quasi tutte le notti di volare, decollando da quella collina, nuotando nell’aria. Poi, dopo essermi schiantato con un piccolo deltaplano che mi ero costruito con delle canne palustri e un telo di plastica cucito alla bell’e meglio, ho cominciato a “diradare” i sogni. Ma questa è la versione di chi mi vuole prendere in giro. Anche se io, a ben guardare, non ho altro da contrapporre. Insomma non so perché non sogno di volare come prima.

Proprio in cima al poggio c’era il “bottino dell’acqua”: un pozzetto di servizio dell’acquedotto comunale, costituito da un tubo in cemento di circa 80 com di diametro, infisso verticalmente nel terreno, chiuso da un coperchio di metallo e da un lucchetto. Per qualche anno quel semplice manufatto ha rappresentato per noi il limite della civiltà: lì si fermava l’acquedotto. Solo anni dopo, infatti, riuscimmo a portare l’acqua, a spese nostre, fino all’angolo di casa.

Quel pozzetto era situato sul punto più alto della collina (avrei scoperto molto più tardi, visionando una Carta Tecnica Regionale, che il toponimo era Colle Francia: a volte le coincidenze sono veramente curiose: avrebbe fatto piacere a Zio Claude). Su quella collina ho fatto l’amore per la prima volta, nel settembre del 1981. Ricordo la data perché l’avevo segnata sul mio “zibaldino” (sì: scimmiottavo Leopardi, e poi quella parola mi faceva pensare a Zio Ubaldo, di Gubbio, di cui ammiravo la rudezza, e che in famiglia chiamavamo Zi’ Baldino). Raramente rileggo quei quaderni, ma era capitato, anni fa, e non avevo potuto evitare di notare la coincidenza con una data diventata tristemente famosa e quindi ormai indimenticabile. Il luogo non era nascosto, ma isolato, e c’era un bel vento fresco: mi era parso pieno di “potere”, per citare Carlos Castaneda. Mi era sembrato altresì un bel gesto averla portata lì, perché in fondo la facevo entrare nella mia “stanza” più intima, a dispetto della vastità oggettiva. Né saprei dire dove saremmo potuti andare, se non banalizzando il tutto.

A parte quest’episodio, io salivo solo sul dosso, e solo per sedermi su quel coperchio arrugginito a pensare, a guardare il paesaggio, ad ascoltare il vento, che c’era sempre. Che c’è sempre. Ogni stagione aveva la propria aria, il proprio odore, la propria forza. I momenti più belli erano i tramonti di fine agosto, quando il grosso dei lavori agricoli era fatto e c’era questa atmosfera di cosa compiuta, di lavoro ben fatto, di pienezza. Il primo taglio del fieno era stato fatto, la trebbiatura del grano anche: ora non c’era che da arare e da aspettare l’uva e le olive.

Da lì si aveva una vista straordinaria a 360 gradi: verso nord, su Montefalco, la pianura intorno a Foligno, sul Subasio. Verso est il castello di Morgnano e poi Monte Pettino, verso sud est la Rocca di Spoleto, Monteluco. Verso sud i monti che dividono da Terni, Monte Bibico. Verso ovest infine i Monti Martani, Monte Capoccia Pelata.

A mezza costa di quell’altura Patrizio e io (più raramente anche Cristina), giocavamo al pallone, perché vi era una piccola sella e il terreno pianeggiava. La collina non era nostra: era di un milanese che l’aveva comprata, insieme ad altri 18 ettari, nello stesso periodo in cui zia aveva deciso di trasferirci lì. Lui veniva solamente in estate a soggiornare un po’ di tempo con la moglie e le figlie, immagino con qualche difficoltà di gestione famigliare, date le dure condizioni che anche loro pativano. La strada di terra che saliva fino in cima divideva un po’ due mondi: sulla sinistra l’erba medica, la sulla, o più raramente il grano o l’orzo, che “il milanese” (lo chiamavamo così), aveva seminato. Sulla destra una no man’s land, una fascia incolta che arrivava fino al nostro confine, a mezza costa, che qualche olivo si contendeva con cespugli di biancospini o olmi campestri ancora giovani.

In poche altre occasioni ho avuto questa sensazione di comprensione, di serenità, di totalità, come l’osservare da lì il paesaggio che si svolgeva tutt’intorno. Avevo l’impressione di profonda unità con il mondo intero e, allo stesso tempo, di distacco. Inoltre percepivo una dilatazione del tempo, che andava più piano, con un respiro più lento. Quand’ero lassù c’era tempo per tutto, ci sarebbe stato tempo per tutto: ero lo gnomone di una meridiana inutile. Contrariamente all’ampiezza della vista (che porta spesso la maggior parte delle persone alla dismisura), a me lì i desideri si riducevano. Lassù mi chiedevo di cos’altro avrei avuto bisogno: la collina era un freno ai miei desideri, un rallentatore, un filtro. Desiderare è una abilità che nessuno ci insegna, che richiede il senso dell’orizzonte, pensavo tra me e me, camminando verso casa.

Racconti rurali – Chicchio

“Ecco San Francesco che parte.” Questa è la frase che i nostri dirimpettai dicevano quando con il binocolo mi vedevano partire per la macchia con la capretta bianca, il cane, il gatto e il passerotto (Chicchio).

Seppi solo molti anni più tardi che i vicini (i vicini più prossimi stavano comunque a 4 km di distanza), mi chiamavano così, quando mi invitarono a lavorare al frantoio e ancora prima alla raccolta delle presse del fieno. Se al fatto che partivo in compagnia di questi animali si aggiunge che da maggio a settembre camminavo molto a piedi scalzi si capisce che la frase poteva sembrare non del tutto fuori luogo. Riuscivo a camminare a piedi nudi sulla strada bianca e nella stoppia del grano appena mietuto. Questo richiede una tecnica tutta particolare. Bisogna strisciare il passo e non alzarlo come si fa di solito. I miei amici che venivano dalla città rimanevano piuttosto impressionati da questa mia capacità. C’era un po’ di vanità (è ovvio, a vent’anni), ma vi era da parte mia il piacere tattile di sentire sui piedi le differenze di fondo. Camminare a piedi nudi presuppone una certa attenzione sul dove mettere i piedi, un passo dopo un altro, e a me questa attenzione sul qui e ora non dispiaceva affatto. Era bellissimo passare dai sassi della strada alla freschezza dell’erba (cercare il ciuffo d’erba come una pietra da guado), e dall’erba alla terra sminuzzata dall’erpice, o schiacciare una piccola zolla rimasta intatta, e sentirla franare sotto il mio peso. E infine il piacere sublime di camminare a piedi nudi su un tappeto di fiori d’olmo (in realtà sono i semi, ma possiamo convenire tranquillamente sui fiori). La sera, a casa, sentire i piedi ipercapillarizzati, dilatava questo piacere per un paio d’ore. Certo, ogni tanto c’era qualche spina di cardo da togliere, ma con l’ago ho la mano fermissima e sono tutt’ora il riferimento in famiglia per togliere le spine a chiunque.

Non ricordo che nome avesse la capretta: il cane era Birillo (eravamo andati a vedere il primo film di Rocky), il gatto Zorro e il passerotto Chicchio.

In autunno mi avviavo nella macchia con la motosega Castor molto pesante, una roncola, l’olio per la catena, la miscela per la Castor, un grosso panino con la frittata e l’acqua. Avevo legato tutte queste cose a un bastone, che portavo sulla spalla come una sorta di viandante.

Chicchio lo avevamo trovato e allevato a Spoleto, prima del trasloco, dove aveva riempito di deiezioni un’enciclopedia De Agostini, con la copertina verde, che non riuscimmo a completare, oggi diremmo a causa della spending review. Lo aveva trovato per terra Cristina e lo aveva allevato nonna, con pane bagnato e poca carne macinata. Era un maschietto: nonna ci aveva insegnato a riconoscerli dal piccolo cravattino nero che hanno sul petto, oltre al marrone più intenso del piumaggio. Era straordinario: mangiava gli spaghetti come un’aquila mangia un serpente, beveva acqua e vino dal mio bicchiere, ubriacandosi un po’ e barcollando. Volava di spalla in spalla o sulla mia testa. Faceva i suoi giri con altri passeri e poi bastava chiamarlo per vederlo tornare. Veniva con me nella macchia, allontanandosi quando accendevo la motosega, per tornare quando la spengevo. Credo di avere ancora da qualche parte una foto meravigliosa in cui sulla loggetta d’ingresso al primo piano della casa, dormono il cane, il gatto e Chicchio. E’ morto mangiando un chicco di concime. L’ho ritrovato stecchito in un solco nel campo di mais. Ho pianto come un bambino, o semplicemente com’è giusto piangere per qualcosa d’importante. L’ho seppellito vicino al pozzo, mettendolo in una scatola di scarpe riempita di fieno e ovatta. Poi ho fatto una piccola croce di legno che ho infisso vicino al lato corto della scatola, immaginando di dare un senso in più a questo piccolo rito.

E’ facile voler bene agli animali. Anzi, oggi mi sembra che sia più facile voler bene agli animali che agli uomini. Ma Chicchio era particolare. Avere l’affetto e la fiducia di un esserino così piccolo e indifeso (se mettevo un pinolo in fondo alla bocca vi entrava a prenderlo senza timore alcuno), era fonte perpetua di gioia. Vederlo giocare in compagnia del gatto e del cane, era come essere lo spettatore unico di un piccolo e delicato circo in miniatura. Sono stato proprio fortunato ad averlo avuto vicino per un po’ di tempo.

Racconti rurali – L’acqua

I primi tempi l’acquedotto non arrivava fino a casa. Andavamo al pozzo, distante una cinquantina di metri da casa. Io, zia e Patrizio tiravamo su dal pozzo dei secchi da dieci litri con la corda, che poi portavamo in cucina e versavamo in un grande recipiente di plastica, coperto da un telo. Cristina aiutava nel portare i secchi tra la casa e il pozzo. Quell’acqua ci serviva per lavare e mangiare, facendola bollire. È stato dopo un po’ di tempo che Guerrino ha agganciato una carrucola, ricavandola dalla ruota di una Vespa, su una delle travette in ferro che reggevano la copertura del pozzo. Per noi è stata una grande cosa: si faticava veramente molto meno a tirare su i 200 litri d’acqua che ci servivano quotidianamente. D’estate l’incombenza del pozzo diventava ancora più pesante, poiché bisognava avere l’acqua anche per innaffiare un po’ di orto che, si sa, è molto vorace. Nei primi tempi l’orto era limitato a poche decine di mq e a poche piante, che non richiedevano molta acqua. All’inizio piantammo anche meloni e cocomeri e credo fummo gli unici ad avere cocomeri bonsai, poiché questi potevano stare in una mano! Appena arrivati, Zia aveva fatto tombare una cisterna interrata che raccoglieva l’acqua del tetto per paura che noi, ancora piccoli, ci cadessimo dentro. Con il senno di poi avrebbe fatto comodo, ma capisco che avere tre ragazzini in giro intorno a una cisterna di una quindicina di mq, di cui si ignorava anche la tenuta del solaio, avrebbe messo paura a qualsiasi genitore.

Verso il 1978 zia commissionò ad un ruspista di fare uno scavo per allacciarci all’acquedotto comunale, il cui punto di raccordo distava circa 150 m. Portammo il tubo fino all’angolo sud della casa, dove c’è ancora un rubinetto esterno. Avremmo portato l’impianto all’interno qualche anno dopo, con l’occasione della ristrutturazione dell’abitazione. Ma già quella piccola grande comodità ci parve un risultato straordinario. L’acqua era potabile, era vicina, e per riempire le taniche era sufficiente girare il rubinetto e aspettare! Il primo giorno lasciammo aperto il rubinetto aperto per qualche buona ora, con un tubo che portava l’acqua nell’orto, un po’ per pulire le tubature e un po’ per verificare fosse tutto vero!

Scoprimmo poco dopo che l’acquedotto comunale entrava in sofferenza d’estate e spesso siamo rimasti senz’acqua per tre giorni di seguito. Facevamo delle riserve, ma spesso queste finivano, e ad ogni modo l’acqua delle taniche non era buona da bere, dopo un giorno di “fermo” in quella plastica. Ho imparato a mie spese (poi, più tardi, i libri sul Taoismo me lo avrebbero confermato), che le cose migliori devono fluire, scorrere. E soprattutto l’aria e l’acqua.

Quando l’acqua “tornava” (tornava sempre di notte), faceva un grande rumore nei tubi. Allora ci alzavamo in fretta e riempivamo tutti i secchi ed i catini disponibili. Dormivano sempre sperando di sentire quel gran tremore nei tubi, perché voleva dire che per un po’ di ore avremmo avuto acqua corrente! Il che significava che avremmo avuto un po’ d’acqua anche per l’orto. Innaffiare la mattina presto era una delle mie attività preferite. Mi mettevo a piedi nudi, stendevo il tubo e prima dell’alba me ne stavo in santa pace a dare acqua ai pomodori e ai fagiolini. Partivo dal fondo, da valle, e poi risalivo i solchi, godendomi il fresco, e il rumore rilassante dell’acqua sulla terra o sulle foglie. Con l’acqua abbondante siamo diventati bravissimi a coltivare le fragole, impegno che piaceva molto a mio zio Claude. Ne mangiavamo a chili, nelle più varie forme, e ne regalavo altrettanti chili a amici. A un postino, persona molto gentile d’altri tempi, lasciavamo la libertà di coglierne a sua discrezione quando veniva a portare la corrispondenza.

Nonostante l’acqua corrente e le comodità in casa, d’estate non rinunciavo al mio bagno al tramonto, nel grande tino, di un paio di metri di diametro, che avevo riempito già dalla mattina. Era un’abitudine che avevo preso quando non c’era la vasca o la doccia in casa, e che avevo deciso di mantenere anche dopo, e che coltivavo il più spesso possibile. L’acqua si era scaldata durante tutto il giorno e al tramonto era bellissimo infilarsi nudo in quel tepore, in quella micro-piscina personale con vista sul Subasio e sulla pianura, solo con il garrito delle rondini.

Racconti rurali – Zia

Zia era nata il 25 dicembre, e quindi i miei nonni l’avevano chiamata Natalina. Poi crescendo, invece, l’avrebbero chiamata sempre Lina: un nome più asciutto, più deciso. Aveva seguito mio padre in Francia, partito come emigrante, e lì aveva conosciuto il suo futuro marito, che per me e Cristina sarebbe diventato Zio Claude. Aveva aperto un bar a Nancy, in Rue Phalsbourg, con una scritta dipinta sul vetro del sopralluce: “Chez Lina”, da pronunciarsi ovviamente con l’accento tonico sulla “a”. Per quelle strane coincidenze della vita che fanno riflettere sul senso del tempo, ho un’immagine molto chiara di me stesso il giorno del mio ottavo compleanno: sono seduto proprio davanti alla porta del bar, sul cordolo in pietra che delimita il marciapiede, con i piedi sulla strada, in corrispondenza della caditoia stradale (che in Francia è spesso un’asola verticale sul ciglio del marciapiede), e faccio il conto di quanto manca ai miei venti anni, che immagino come un traguardo liberatorio e che visualizzo purtroppo molto in là: 18 marzo 1983. Ebbene, il 18 marzo 1983, in occasione della morte del papà di Zio Claude, e quindi di un nostro viaggio a Nancy, nel bel mezzo di una passeggiata solitaria e senza meta, ripasso davanti a quella porta e a quel marciapiede, e l’immagine di quel ragazzino mi si presenta in maniera talmente forte che per un attimo mi devo appoggiare al muro. Per un lungo momento ho paura della mia memoria e di questa coincidenza, e spero anche di sbagliarmi. Rifaccio i calcoli, mi sforzo di richiamare alla memoria ricordi, date, eventi significativi, ma niente: l’immagine è troppo forte e precisa: è andata proprio così. Mi allontano con questo senso di forte straniamento pensando che lascio su quell’angolo di strada due fantasmi: quello del 1970, e quello del 1983, che guarda quello del 1970.

Dopo la morte di mio padre (suo fratello), zia era tornata in Italia, immagino con un po’ di attrito con suo marito, che invece aveva deciso di restare in Francia. In Italia aveva preso un piccolo bar lungo il Viale della Stazione di Spoleto, che condusse per circa 5 anni. Stanca di quella vita fatta di orari sballati e priva di un significato appagante, comprò il casolare nel 1975 con 500.000 lire, chieste in prestito a suo cugino Carlo per pagare il notaio.

Bisogna riconoscerle il coraggio, o l’incoscienza, di una scelta così spavalda e ambiziosa: acquistare 17 ettari di terreno con un casolare disabitato da tempo, senza riscaldamento, senza energia elettrica, senza acqua corrente. E ancora di più bisogna valutare la decisione di andarci a vivere con tre ragazzi di 16, 13, 12 anni, con la madre di 68 anni, senza l’automobile, a 4 km dalla fermata dell’autobus più vicina. Oggi non saprei come giudicare questa scelta: da una parte non posso che avere un’ammirazione smisurata; dall’altra sono spaventato dal rischio che ha corso. In ogni caso bisogna riconoscerle una capacità, una tenacia, una determinazione, non comuni.

Piccola parentesi sullo zodiaco. Pur non credendo all’oroscopo quotidiano, devo ammettere che mi diverto a vedere se ci sono alcuni tratti simili tra persone dello stesso segno. Tra le persone del capricorno che ho incontrato, molto importanti nella mia vita, ho sempre notato questa tenacia (al limite dell’ostinazione, direi), e anche questa scarsa capacità di valutare compiutamente le persone, di tenere in conto anche il peso dei sentimenti o dell’irrazionalità nell’agire umano, che hanno invece una forte valenza. Per le persone di questo segno che ho conosciuto da vicino, gli obiettivi si traducevano in porte da sfondare, in muri da abbattere, sfide da vincere. Il panorama che c’è dall’altra parte del muro è meno importante dell’aver abbattuto il muro. Il bellissimo panorama che c’è di là diventa solo la analitica certificazione che hanno vinto la sfida, di cui spesso hanno dimenticato la ragione.

Tornando a zia, i suoi cugini, all’epoca benestanti, non avevano condiviso la scelta, anzi. Per confermare la piccola e debole teoria di poco sopra sullo zodiaco, più loro dicevano che non ce l’avrebbe fatta, più aumentava la motivazione. I figli di questi cugini cominciarono ad evitarci, e in effetti non vennero mai nemmeno una volta in campagna a renderci visita, mentre a Spoleto ci frequentavamo spesso.

Non ho più visto una persona dedita al lavoro come zia, se non una vecchia signora, che venne nel 1977 a cogliere il tabacco con noi e che rispetto alle altre donne aveva un’età più avanzata: oggi dovrebbe essere centenaria. Il suo nome era Domitilla, che ovviamente tutti arrotondavamo a “Mitilla” e poi, nel lavoro, per non sprecare fiato, troncavamo a “Mitì”. La immagino ancora viva e ancora più curva su se stessa, intenta a raccogliere erba campagnola, a curare l’orto, a dar da mangiare alle galline. Tra le due donne vi era grande stima, tant’è vero che zia la chiamò ad aiutarla in cucina quando l’agriturismo cominciò a impegnarla molto.

Rispetto a Mitilla, Zia aveva comunque una capacità di calcolo impressionante (calcolo mentale, da commerciante), e calcolo inteso come capacità di traguardare obiettivi a lungo termine. Tutto era messo in una prospettiva ventennale. Nello scegliere il casolare, e la vita di sacrifici che ne sarebbe conseguita, lei confessò anni dopo che puntava sul fatto che gli adolescenti che eravamo sarebbero diventati presto dei giovanotti e poi degli uomini, apportando così sia capacità operativa nel lavoro, sia nuove idee. E per un periodo andò infatti in questo senso, finché la vita non si mise a sparigliare un po’ le carte.

Aveva gli occhi neri e luminosi, con un’impareggiabile capacità di arrangiarsi in cucina e di creare buoni pranzi, e buone cene, con 4 elementi, sempre quelli: patate, pomodori, un po’ di carne, fagiolini, formaggio … I primi anni dell’agriturismo funzionavamo anche come piccolo ristorante su prenotazione: amici benestanti di Spoleto telefonavano chiedendo di poter stare a cena sotto il grande olmo davanti alla casa. Sapevano che sarebbero stati in un luogo tranquillo, con la sicurezza della massima discrezione, con una brezza fresca, con un vino rosso di campagna senza pretese. Così capitava che io portassi a tavola a professori di storia dell’arte, architetti affermati, politici regionali, direttori di banche, con la scontrosità di cui solo chi è timido conosce la fonte, conigli alla cacciatora, patate in insalata, pomodori arrosto, e, a volte, un poderoso cous-cous con harissa (appreso quando era in stata in Francia).

L’ho vista camminare interi pomeriggi nella polvere dietro l’aratro dell’OTO, dietro l’estirpatore, mungere le pecore fino a sera, fare il formaggio e contemporaneamente pensare e poi preparare la cena per noi tutti, lavare i vestiti con l’acqua del pozzo, cogliere le olive con un freddo implacabile fino ad avere le dita viola, e vomitare la sera, per la fatica, in disparte. Insomma sacrifici (no cinema, no teatro, no balere, no sagre), per anni, dolore e sudore in quantità. Il tutto senza mai un lamento. Il tutto anzi con l’ottimismo pacato e sicuro di chi pensa che adesso è difficile, ma che domani andrà sicuramente meglio.

Tra noi non c’era bisogno di molte parole, considerate in gran parte superflue. Io facevo l’imitazione di Ollio o di Enrico Montesano e la facevo ridere, e lei mi chiedeva poche cose, molto più prosaiche, ma che le servivano, lo capisco solo oggi, per capire se andava tutto bene. Poi, o meglio: prima, c’era il fare: lavorare, studiare, onorare i debiti, aiutare chi stava peggio. L’insegnamento passava attraverso l’esempio silenzioso, senza aggettivi, fermo come le montagne.

Racconti rurali – Il castrino, gli Hunza

Il 14 luglio 1983 era il giorno della mia maturità. Il 13, la “Notte prima degli esami”, io ho dormito. Non ho mai fatto “nottate” per lo studio, adesso che ci penso. La sera del 13 luglio ho deciso di diventare vegetariano. La cosa sembra abbastanza banale, oggi. E lo sarebbe, a dimenticarsi il contesto. Quando dico che a un certo punto siamo usciti dal Medioevo, dico che finalmente eravamo tornati in sincrono con la civiltà: acqua corrente, elettricità, automobile, trattore, ecc. “Fuori dal medioevo” significava anche mangiare carne: maiale, soprattutto, e poi agnello, pollame, ecc. Rifiutare tutto questo significava ripiombare, almeno in parte, nel medioevo. Era condannarsi all’emarginazione: nessuno infatti avrebbe avuto tempo di prepararmi un altro tipo di pasto, quando avrei scansato la carne. Facendo una scelta così costosa, mi assumevo anche l’onere di accontentarmi di quello che c’era in comune, o di farmi il pranzo da solo. Nel 1983 a Spoleto non c’erano negozi “bio” (li avremo aperti noi, sei anni dopo), e anche se ci fossero stati non ci sarebbero stati i soldi per comprarmi seitan o tofu, per esempio. In ultimo, ero solo un ragazzo di 20 anni, che faceva una scelta contro tutti, al buio.

La scelta derivava dall’insopportabilità della sofferenza che davamo agli animali. Certo, nulla di paragonabile agli allevamenti intensivi che vedevamo dal vero presso altre aziende o di cui avevamo notizia da parte di chi frequentava le stalle del nord Italia. Ma pur sempre sofferenza. A parte il rito dell’uccisione del maiale a fine anno, piuttosto cruento, vi erano anche altre occasioni di sofferenza. Una molto difficile, per me, era la castrazione dei maiali, soprattutto le femmine. Ai piccoli maschi era più facile tagliare quel che c’era da tagliare. Io e Patrizio tenevamo il maialino sollevandolo per le zampe posteriori e il “castrino” (en passant, lo stesso soggetto che mi aveva portato a Forlì con le pecore), tagliava la pelle con un bisturi, infilava un dito, tirava fuori i genitali non ancora formati e con lo stesso bisturi tagliava il piccolo cordone che portava ai genitali non ancora formati. Poi spruzzava uno spray viola, immagino disinfettante. Il maialino non era contento e tenerlo fermo era comunque un bello sforzo, anche per due giovanotti quali eravamo. Per le femmine la cosa era più cruenta. Le tenevamo sempre per le zampe posteriori, ma il “castrino” questa volta faceva un’incisione piuttosto profonda sul fianco dell’animale, che urlava di dolore, infilava due dita a cercare non so bene cosa, che comunque riusciva a tirare fuori e a tagliare. L’operazione non era velocissima, perché la maialina si dibatteva molto più fortemente dei maschi, il che complicava la ricerca tattile del “castrino”, e si alimentava un circolo vizioso. In qualche modo si riusciva a spruzzare anche a loro il disinfettante viola.

Altre occasioni di sofferenza “gratuita” erano date dai tentativi di mia nonna di ammazzare le anatre o i conigli. A causa dell’artrite deformante alle mani e a causa dell’età, i suoi colpi non erano né precisi né potenti, con il risultato che il coniglio prendeva tre o quattro colpi tra le orecchie e la schiena, e l’anatra delle accettate sul collo senza che queste lo troncassero definitivamente.

Dunque ero diventato macellaio (boia), per pietà. Ammazzavo io anatre, oche, conigli, galline, piccioni, che poi lasciavo alla lavorazione successiva di nonna, di zia, di Cristina, che aveva imparato a pulire gli animali, a macellare e a tagliare.

La decisione di non mangiare carne la presi con un certo ritardo rispetto ad un evento che mi aveva molto impressionato. Avevo allevato una capretta bianca (Saanen, quelle di Heidi, per intenderci), che la madre, dopo un parto trigemino, non aveva voluto allattare. L’avevo salvata dandole il latte mattina e sera con il biberon. Anche sapendo che la fine era segnata fin dall’inizio, mi ci ero affezionato ed era diventata come un cane. Le capre sono intelligentissime e divertentissime. Giocano gran parte della giornata, si arrampicano, saltano, fanno gli scherzi agli altri animali, mangiano di tutto. La mia mangiava anche il cornetto Algida, i cappelli di stoffa del consorzio agrario di Guerrino, i libri, le cortecce degli alberi da frutta. Era diventata più che domestica: un animale da compagnia. Poi è venuta la sua ora. Ogni animale ha un suo grido di sofferenza: il maiale piuttosto intenso, l’agnello pressoché muto. La capretta invece emette un grido lancinante e sembra che chiami “mamma”. Il suo belato è diverso da quello della pecora e sembra proprio “mamma”. Poiché la mia capretta era appunto più che domestica, è venuta sul ceppo e si è lasciata sgozzare senza intuire nulla. Tuttavia quando il coltello le ha trapassato la gola, si è messa a chiamare “mamma” e sembrava guardarmi. Purtroppo (o per fortuna, in questo caso), gli occhi delle capre hanno geometrie e colori completamente diverse dalle nostre, perché sostenere uno sguardo quasi umano sarebbe stato impossibile per me.

L’episodio mi ha segnato: la scena ha continuato a riproporsi. L’immagine ha continuato a lavorare. Ho comprato un libro sugli Hunza, ho riletto Gandhi, e mi sono determinato a non mangiare più carne. Questo ha significato che molte volte mi sono preparato il mio pranzo, o una parte di esso, perché mia zia non aveva assolutamente tempo di variare in cucina e di preparare cose differenti. Serviva una data particolare, un giorno particolare, per comunicare questa intenzione, e siccome avevo perso l’occasione della morte della capretta, ho scelto il giorno prima della maturità. Poiché odio le regole meccaniche e assolute, rompo questa mia legge una volta l’anno.

Quando ho scelto, ovviamente molti profetizzavano la mia desistenza, altri prefiguravano scenari di denutrizione, morte in giovane età, assenza di amminoacidi essenziali, ecc. Avevano torto, ma io non ho alcun piacere a dirlo: è andata così. I fatti sono ostinati.

Oggi è diventato di moda essere vegetariani, ed è anche facile trovare buoni prodotti sostitutivi. E’ diventato troppo di moda, e mi rendo conto che se tutti diventassimo vegetariani occorrerebbe un altro pianeta da coltivare a soia. Così come per essere integralmente “bio”. Sono diventato vegetariano per evitare di dare tanta sofferenza agli animali. Ma riconosco che la mia è una posizione filosoficamente debole e poco coerente. Infatti continuo a ammazzare formiche, mosche, zanzare, vespe, calabroni, qualche ragno che fa paura a Paolo o a Beatrice. E dunque non faccio mai “proselitismo”. La sofferenza è sofferenza, questa è la realtà. So che per condurre la mia esistenza di cittadino occidentale benestante, molte vite devono finire. Cerco solo di farne finire il meno possibile.

Racconti rurali – Le mosche

Le mosche

Le mosche erano onnipresenti, d’estate. Nei campi, nelle stalle, in casa, nei fienili, in strada … C’è una differenza da fare tra moscerini, piccole mosche, mosconi, mosche cavalline (tafani), in funzione soprattutto del loro fastidio. Moscerini e piccole mosche sono poco fastidiose e inducono, più che altro, a pensare alla sporcizia. I mosconi sono molto più noiosi e molto più sporchi. Le mosche cavalline, invece, fanno anche male: la loro puntura è veramente dolorosa. L’unico vantaggio è che si sentono, quando “atterrano”, e che occorre loro un po’ di tempo per assestarsi, e quindi c’è tempo per sentirle e scacciarle. C’erano dei lavori o dei momenti in cui ogni tanto uno si poteva concedere il sollievo di scacciarle tutte con un cappello, una maglietta, le mani, una piccola fronda d’olmo. Ma c’erano lavori in cui si avevano le mani impegnate e non si potevano distogliere per nessuna ragione.

Uno di questi era la tosatura. Le pecore si tosano ovviamente all’inizio dell’estate, quando le mosche iniziano a popolare le giornate. I primi anni avevamo formato un piccolo gregge, composto in prevalenza da pecore Suffolk e sopravissane. Il loro vello è corto e compatto. Per tosarle bisognava prenderle una ad una, rovesciarle sulla schiena e solo dopo rimetterle in piedi. Ma non c’era un sistema automatico: bisognava tenerle ferme bloccando le zampe con le mani. Dunque eravamo Patrizio e io a tenerle ferme, mentre il tosatore faceva il suo lavoro. Impossibile lasciare la presa, dunque, non solo per il rischio di prendersi qualche calcio scomposto dell’animale, ma anche perché la macchina tosatrice (all’inizio erano grandi forbici), può fare dei tagli e delle ferite alle pecore. Il caldo e l’umidità attiravano parecchie mosche, piccole ma fastidiose. Che arrivavano vicino agli occhi, sul naso, sulla bocca, dalla quale riuscivamo a scacciarle solo sbuffando o scuotendo la testa (come fanno gli animali). Per buona parte del tempo bisognava solo sopportare, avere pazienza, rassegnarsi. Come fanno gli animali. In una società che già da allora puntava sulla competizione, sul natural winner, sul never give up, quelle piccole mosche obbligavano alla rassegnazione, alla resa.

Devo fare una piccola digressione sulla lana: il paradosso della vicenda è che dopo tutta la fatica fatta per tosare, bisognava anche bruciare o sotterrare la lana, perché nessuno la voleva. I primi anni abbiamo pagato per tosare e abbiamo pagato perché qualcuno venisse a prenderla. Solo Nonna Dusolina un anno era riuscita a scardazzare un po’ di lana (previa lavatura), e non so se ne facemmo un materasso. Dopodiché, i miei ragionamenti sulla fiducia nella natura hanno preso il sopravvento: ho detto che se le pecore soffrivano così tanto con la lana d’estate, Dio le avrebbe fatte con il pelo caduco come gli alberi e che se tutto il genere umano fosse morto le pecore avrebbero continuato a vivere lo stesso. Le argomentazioni convinsero il resto della famiglia e non le abbiamo più tosate.

Le mosche davano lo stesso fastidio lavorando con il fieno o con la paglia. Non al momento del taglio o del caricamento in pieno campo, perché lì c’era sempre un po’ di vento e quindi ci sono poche mosche. E poi si aveva una libertà di movimento e delle micropause che nella tosatura non vi erano, che consentivano di scacciarle. Il problema era lo stivaggio di queste “presse”, soprattutto nelle ultime file del fienile o del pagliaio, quando ci si avvicinava fila dopo fila alla copertura (spesso di lamiera), ed era un caldo spaventoso, vi era una polvere micidiale, e un sudore che andava negli occhi. Ecco, a tutto questo si aggiungevano ancora una volta le mosche.

Ovviamente erano anche in casa. Non c’erano zanzariere e la gestione degli oscuranti e delle porte non era eccellente da parte di noi più giovani. Abbiamo provato di tutto: carta moschicida, creme da spalmare, bombolette spray, ecc. Avevo escogitato anche una trappola per ridurre la popolazione in cifra assoluta: lasciavo, dopo il 1981, la finestra del bagno aperta tutto il giorno. Poi la sera la chiudevo e spruzzavo il Raid. Ne morivano molte, ma non abbastanza, evidentemente, perché il giorno dopo il numero mi pareva lo stesso.

Nei lunghi pomeriggi estivi, quando non ero impegnato nelle mie “invenzioni impossibili” (deltaplano, macchina per seminare il mais, trappole per vipere, ecc.), e noi ragazzi facevamo finta di fare la siesta, guardavo queste piccole mosche in camera. Alcune giravano nel centro esatto della stanza. La cosa mi faceva impazzire: ci doveva essere un motivo sul perché giravano nel baricentro della stanza, a quell’altezza, con quella velocità. Nei miei primi libri sulle erbe officinali, si raccontava di come Plinio riferisse che le rondini in greco si chiamano kelidon perché vanno a prendere la celidonia nei campi. E questa celidonia serve a pulire gli occhi dei rondinotti appena nati. Ecco, quello che mi appariva assolutamente straordinario era questa capacità di osservazione della natura, che avevamo irrimediabilmente perso. E che dunque rendeva impenetrabile il girotondo di quei piccoli insetti volanti.

Altre mosche, più grandi, continuavano a tentare di uscire attraverso il vetro della finestra, infilandosi in quella fessura di luce che gli oscuranti interni lasciavano, a causa della loro macroscopica imprecisione. Tentavano e ritentavano senza sosta, fino a esaurire l’energia.

L’ostinazione di quelle mosche sembrava a prima vista l’opposto della rassegnazione. A ben guardare, invece, era ancora null’altro che rassegnazione, ma nell’insistere. Nemmeno l’ostinazione era dunque una risposta. Avevo girato per molto tempo su un’orbita ellittica i cui due fuochi si erano rivelati inconsistenti. Come una mosca.

Racconti rurali – Arare, arare, arare

Arare era uno dei lavori che mi piaceva di più, oltre al tagliare la legna nella macchia. Arare da solo, di notte.

Pensare che all’inizio non amavo affatto questo lavoro, perché di fatto l’aratro era trainato dall’OTO e quindi bisognava andare dietro a quell’unico vomere e sganciare l’ingranaggio a fine solco, in modo che l’aratro si adagiasse su un fianco, ormai inoffensivo, nell’attesa di riagganciare e di riprendere un nuovo solco. Abitavamo in collina, e molti campi potevano essere arati solo “a solco morto”, come si dice, e cioè in discesa. Quindi il viaggio di ritorno era a vuoto, sul trattore o in equilibrio sul manubrio dell’aratro. Anche se anni dopo, sui libri di Tecnologia rurale, erano illustrate tecniche di aratura “a girapoggio”, io non le ho mai viste applicate, da noi. Presumo perché il girapoggio trattiene l’acqua, mentre noi dovevamo pensare a farla defluire al più presto, vista la tendenza a franare delle nostre colline. L’aratura con l’OTO implicava dunque due persone: una sul trattore e una alla manovra dell’aratro. Patrizio era più grande e conduceva lui il trattore, oppure era Guerrino e mia zia dietro. Spesso, in questi terreni incolti, il coltello dell’aratro si caricava di erbe e radici e quindi bisognava liberarlo, alzandolo a mano o fermandosi per liberarlo con calci e bastoni di fortuna. Il campo risultava così punteggiato da questi mucchi di erbacce (gramigna, carote selvatiche). E così anche la capezzagna, dove ovviamente l’aratro “staccava” per curvare e invertire la marcia. Per fortuna questa modalità è durata pochi anni. Nel 1981, infatti, abbiamo comprato un Fiat 451C di seconda mano (45 cavalli di pura potenza!), e l’aratro, sempre a traino, era manovrabile con una corda dallo stesso conducente. Tirandola seccamente, questa faceva scattare una leva e il vomere si alzava completamente dal terreno, sostenuto solo dalle due ruote.

I trattori Fiat all’epoca erano tutti di un colore curioso: un arancio spento, e così gli attrezzi (aratro, estirpatore, erpice, ecc.). Noi guardavamo, o almeno io, al verde intenso dei John Deere, o al bellissimo blu dei Landini, al rosso dei SAME, e non riuscivo a capire un arancio così sottotono.

Il vomere dell’aratro rovesciava una striscia di terra di circa 40 cm di media. Il nostro campo più grande era largo 200 m, il che significava 500 passaggi, senza considerare le capezzagne in testa e in fondo al campo. Il campo era lungo circa 450 m: un passaggio durava 3-4 minuti, più il ritorno un po’ più veloce. Per farla breve occorrevano giorni (e notti), intere per arare. Qualche volta ci siamo alternati, Patrizio e io: lui il giorno, io la notte. Striscia dopo striscia. Il giorno presentava la scomodità del caldo (il 451C era scoperto), del sudore delle gambe sul sedile in finta pelle, delle mosche, e il vantaggio della luce e quindi di poter guardare il paesaggio, almeno. Di giorno, per più anni, c’è stato un pettirosso, impavido, a tenermi compagnia. Mi anticipava di pochi metri, sulle zolle appena rovesciate. Poi quando ero troppo vicino, volava di altri 5-6 metri in avanti. Probabilmente sfruttava la paura che le vibrazioni del terreno potevano produrre sui piccoli insetti e che praticamente gli saltavano in bocca. Così per buona parte dei pomeriggi. Le rondini, invece, più prudentemente, sfrecciavano basse solo sul campo arato, dietro di me. La notte era più fresco, ovviamente, ma l’unica cosa che si poteva guardare era il solco illuminato dai fari del trattore. Non c’era nessun pettirosso: si era soli, con il rumore del motore, lo sferragliare dei cingoli, la polvere in controluce.

Arare era diventato per me un esercizio di disciplina, di pazienza. Nonostante la noia e la delusione pazzesca di dover ricominciare daccapo un solco che sembrava quello del viaggio precedente, e il rumore del motore che rendeva completamente rimbambiti, dopo tante ore, bisognava andare avanti, nella polvere, solco dopo solco. E andavo avanti.

Arare libera il profumo della terra. Forse solo chi lo ha fatto riesce a capirlo: ogni luogo, ogni terra ha un suo profumo. Soprattutto di notte, dove i sensi sono più attenti, e dove l’umidità li amplifica, potevo distinguere i vari profumi e sapere in che zona del campo mi trovavo anche senza fari. Ogni tanto bisognava liberarsi il naso, poiché la polvere lo aveva ostruito quasi completamente. Era l’occasione per bere e per fare pipì. Fare pipì in piena notte, da solo, sotto un cielo stellato, era (è: si può dire?), una cosa bellissima. Una pipì sana, trasparente, liberatoria, era un’esperienza di comunione con il creato. E per godermela appieno spesso mettevo il gas al minimo, spengevo i fari e mi allontanavo di qualche metro.

Poi via, riprendere il solco, continuare ad arare, continuare a lavorare. Nel dialetto spoletino arare si dice sempre “lavorare”, forse perché è l’operazione più importante, quella che dà il via a un ciclo che sta per ripartire …

I miei amici di allora non capivano che cosa ci fosse di bello in quel tipo di lavoro. Rivedo ancora gli sguardi di Francesco, di Fabio, di Roberto, che intuiscono che c’è qualcosa di più per me in quel “lavoro”, ma che nonostante ciò continua a sfuggir loro. Probabilmente pensano sia un’altra delle mie stranezze, un’altra di quelle cose che mi rende particolare.

Arare mi ha “consacrato” nel coraggio di cominciare un lavoro che all’inizio appare sovrumano. A dire il vero, molti altri lavori di quei tempi, “insegnavano” la stessa cosa. Molti lavori, prima di iniziarli sembravano dire: è impossibile, non ce la farai mai, è troppo grande, ce ne sono troppe, è troppo lontano, ecc. Ripenso per esempio alla vera e propria paura che prendeva a guardare lo stesso campo (quello grande), disseminato di innumerevoli “presse” di fieno o di paglia, che bisognava radunare in piccoli gruppi, mettere in verticale (con la legatura in basso), trascinandole con un gancio … Allora le presse erano rettangolari, e sembravano zollette di zucchero sparpagliate su un tavolo giallo-oro da Polifemo o da un altro gigante.

Ecco, arare “insegnava” in maniera più intensa. Non sapevi quanto ci avresti messo, non potevi contare i solchi a venire: dovevi solo iniziare. Quando mi avviavo per affondare il coltello del vomere mi tornava sempre in mente una frase che avevo letto in “La Via dello Zen” di Alan W. Watts molti anni prima: “Un viaggio di cinquemila li inizia sempre con un passo”. A me faceva sempre pensare, oltre all’iniziare, che il viaggio fosse in effetti fatto di cinquemila “lì”. Di cinquemila altrove, insomma. Ogni passo era dunque diverso dall’altro. Ogni solco era diverso dall’altro.

Racconti rurali – Il tabacco

Per portare un po’ di soldi a casa, nell’estate del 1977 mia zia, Patrizio ed io fummo costretti ad andare “a tabacchi”, come si diceva. Mia sorella Cristina, più piccola, restò invece a casa ad aiutare la nonna nei lavori domestici. Il mio primo giorno di lavoro fu di 17 ore. La sera vomitai dalla fatica, mi misi a piangere e dissi che non volevo più tornare.

Non avevamo mai lavorato (in fondo venivamo comunque dalla città, per quanto piccola, e io avevo 14 anni), e quello ci sembrò l’inferno. Alle 5 del mattino eravamo praticamente in mezzo al campo. Il titolare dei campi di tabacco, Giovanni, era un pazzoide (ex muratore convertito sic et simpliciter a coltivatore), e ci veniva a prendere dove finiva il sentiero di terra e dove iniziava l’asfalto (altro segno di civiltà, per noi), con una FIAT 850. Vi salivamo in 8: 5 donne dentro, io e Patrizio davanti, sul cofano, sopra i fanali. Il pazzoide andava molto piano, questo è vero, ma la mattina alle 5 è sempre molto fresco.

Io e Patrizio, ignari di quello che ci attendeva, ci eravamo presentati il primo giorno con scarpe da ginnastica e calzoncini corti, una maglietta e tanta ingenuità. Dopo 15 minuti di “carreggio” (portavamo le foglie dalle donne, che coglievano, ad un piccolo telaio “telarino”, dove un’altra donna le sistemava e le infilava con un controtelaio con degli aghi, in modo da infilzare le foglie e bloccarle), eravamo fradici a causa della rugiada mattutina. Completamente bagnati e infreddoliti. Capimmo perché le donne, una volta arrivate al campo, si vestivano come soldatesse pronte per la guerra.

Aspettammo la levata del sole come una liberazione. Verso le 9 il sole era già alto e questa volta eravamo fradici di sudore. A quel punto ci siamo tolti la maglietta continuando a “carreggiare” a torso nudo. L’altra cosa che non sapevamo e che le foglie di tabacco appena colte, dal gambo, rilasciano la linfa, che contiene nicotina. La linfa, quando si asciuga diventa una colla terribile, ed infatti si erano impiastricciati tutti i pochi peli che avevamo sulle braccia e a Patrizio sul petto. Quando siamo andati alla prima pausa della colazione (già stravolti), ci siamo resi conto del perché le donne e tutti gli altri avevano dei guanti: il tabacco è amarissimo. Non siamo riusciti a mangiare la nostra colazione (due fette di pane con un formaggino Galbani in mezzo): tutto ciò che toccavamo diventava immangiabile. Nel campo non c’era acqua corrente e per lavarsi bisognava andare sulla riva di un laghetto artificiale o sacrificare l’acqua da bere. A pranzo riuscimmo ad andare al laghetto a lavarci le mani, che si rivelò operazione non semplicissima. Senza sapone occorreva prendere della sabbia e della terra e poi strofinarsi vivacemente. La tortura del primo giorno si concluse verso le 20. Tornammo a casa sconvolti. Gli ultimi metri, camminando verso casa, pensavo che non sarebbe stato possibile ricominciare anche l’indomani e misi a piangere. Arrivati a casa, eravamo così stanchi che non ci lavammo nemmeno: io e Patrizio ci mettemmo sul letto vestiti così come eravamo. La notte sognai di stare ancora in mezzo al campo a “carreggiare” il tabacco. Anche mia zia era probabilmente distrutta, ma non ci fece capire nulla.

Due nostri coetanei, il giorno dopo non si presentarono e dunque la loro esperienza “a tabacchi” si fermò quel primo giorno. Il giorno Patrizio e io ci vestimmo con dei pantaloni lunghi e delle camicie lunghe: i guanti ed i stivali non avevamo avuto tempo di comprarli e li avemmo qualche giorno più tardi, quando avevamo riempito i due forni con “la prima foglia” (quella più bassa, che spaccava la schiena). Poi comprammo anche degli impermeabili, imparando a modulare il vestiario in funzione della rugiada, del sole, del tipo di foglia.

Le donne, contrariamente a quello che pensavo, erano piuttosto immediate e impudiche nei loro racconti, che andavano dalla loro vita di casalinghe, alle loro preferenze e esperienze sessuali, alle loro battutacce riservate alle proprie suocere. A volte ero un po’ in imbarazzo (avevo 14 anni e facevo finta di non sentire), mentre Patrizio lo era molto meno.

I fiori del tabacco sono molto belli, di un rosa pallido e delicato, a forma di piccolo calice, e contrariamente alla linfa delle foglie, raccoglievano dell’acqua piovana o della rugiada che a berla era molto dolce.

Nonostante ciò, ho cominciato a odiare le piante di tabacco e quel modo di concepire l’agricoltura che noi non riuscivamo a ottenere. Le piante crescevano in file ordinatissime, con un ritmo preciso sia tra le file che sulla stessa fila. Crescevano in maniera sincronizzata, maturavano in maniera sincronizzata, fiorivano dunque negli stessi giorni. Tra le file non c’era nemmeno un filo di erba infestante, mentre noi conducevamo a casa una lotta titanica contro la gramigna e i cardi selvatici, a colpi di zappa. Mi resi conto poi che tra quelle file ordinate non solo non vi erano erbe infestanti, ma non vi era nemmeno la vita: non c’erano cavallette, grillotalpe, lucertole, orbetti, serpi, nidi di uccelli, … niente di quello che trovavo nei nostri campi a casa.

Quella non era terra: era un sostrato marrone inodore, con un fuso granulometrico perfetto, atto a sostenere delle cose che vi crescevano fino ai due metri di altezza. I fiori venivano tagliati appena possibile, e mi sembra di ricordare che quando venivano cimate a queste piante si iniettava una sorta di ormone che impediva nuove fioriture. La cosa mi faceva un po’ tristezza e ho cominciato a sviluppare lì l’idea che quella non fosse agricoltura, ma una grande officina meccanica-chimica, di cui gli operai erano quelle povere piante, parte di innumerabili catene di montaggio verticali.

Racconti rurali – La cicoria

La cicoria selvatica ha tenuto su la nostra famiglia per circa tre anni. La cicoria di campo ha rappresentato infatti la nostra cena per 3 anni. O meglio: la cicoria rappresentava il contorno, di cui la “bruschetta” rappresentava il primo ed il secondo. E’ stato così, immancabilmente, per 3 anni. A pranzo vi era la pasta con il sugo di “battuto” (grasso del maiale tritato fino e conserva di pomodoro), e la sera bruschetta e cicoria. Questa abitudine necessaria era interrotta solo il giorno di Natale e di Capodanno, quando il negoziante del paese ci regalava un panettone ed una bottiglia di spumante dolce. Forse ce lo regalava per compassione, visto che all’epoca non avevamo liquidità ed il quaderno dove registrava le nostre spese era spesso in rosso. Ma a noi quella compassione andava benissimo, e le nostre donne erano talmente forti da accettare questi regali senza farselo e farcelo pesare. Solo nel 1980 abbiamo cominciato ad uscire dal medioevo, come l’ho definito in seguito, ed anche il nostro pasto è cambiato. Abbiamo (io almeno) ho ri-mangiato dopo anni una banana, per esempio.

Vi erano invero altre due o tre occasioni in cui questa routine alimentare si interrompeva ed era nel giorno della trebbiatura, per esempio, o per una festa, una cresima. In quel giorno nonna ammazzava un’anatra. Le anatre sono più “spartane” delle galline, mangiano di tutto, allevarle è meno costoso. Nei primi anni sono state loro, insieme ai piccioni (praticamente autonomi nel procacciarsi il cibo), a essere la nostra fonte di proteine.

Avevamo seminato anche una piccola area vicino al pozzo con della cicoria che andava tagliata periodicamente e che ricresceva di continuo. Questa non poteva essere venduta, perché si presentava male nella busta (eravamo attenti al packaging, si direbbe). Mentre invece il tarassaco (piscialetto), si presentava benissimo, così come i crispigni, ancora interi e con le loro radici.

La cicoria fa dei bellissimi fiori, che sono i primi ad aprirsi la mattina e che tendono a richiudersi con il caldo più torrido. Anche se il mio colore preferito è il blu della cosiddetta “asprana” (in italiano Bluglossa Azzurra), la cicoria presenta molte nuance delicate di un blu azzurro violetto da cui anni e anni fa si tirava pure una tintura. Solo che quando “è andata in fiore” la cicoria è troppo dura e amara per essere mangiata.

Dunque: in prima istanza la cicoria era il nostro cibo principale. In secondo luogo ci consentiva di fare un po’ di liquidità. Nonna andava di giorno a raccogliere la cicoria nei campi, e poi l’andava a vendere il giorno dopo presso le famiglie borghesi di Spoleto. La metteva in una busta di plastica trasparente, veniva con noi alla fermata dell’autobus e all’arrivo partiva per il suo giro di vendite, che consisteva semplicemente nel suonare a tutte le porte dei condomini del Viale Trento e Trieste, di Via Cerquiglia, di Via Flaminia, finché non aveva venduto tutta la cicoria e intascato due o tremila lire. Liquide, esentasse. Per noi erano una salvezza. Quei pochi soldi si trasformavano subito in zucchero, farina, sigarette, un paio di scarpe …

Più tardi Nonna avrebbe portato a vendere delle galline o dei polli con la stessa modalità. I polli erano vivi e, sebbene, fossero legati, facevano rumore nel sacco di plastica e noi ci vergognavamo che lei venisse con noi sullo stesso autobus. Quando Patrizio e io abbiamo cambiato squadra di calcio e quindi avevamo a disposizione una borsa più grande e di finta pelle per fare l’allenamento (era una borsa Superga, oblunga, rossa e bianca), usavamo una di quelle per metterci i polli. Poi nonna passava di porta in porta, vendeva l’animale e, se la proprietaria voleva, nonna uccideva seduta stante la gallina o il pollo e lo preparava in quella casa. Era la dimostrazione inoppugnabile che il pollo era ruspante e che era vivo (fino a poco prima).

La cicoria (il tarassaco), mi aveva guarito anche da due porri che avevo sulle dita di una mano e che mi portavo dietro dalla Francia: ricordavo insomma di averceli sempre avuti. Mia madre mi metteva tintura di iodio e altre pozioni simili, immagino. Ma quei due piccoli porri non erano mai scomparsi. Il “latte” del tarassaco, invece, con il suo alcaloide amarissimo, lo aveva proprio tolto con grande facilità. Sì, nel tempo ero diventato espertissimo di erbe. Con i pochi soldi che riuscivo a mettere da parte mi ero comprato tutti i libri di Maurice Mességué, che all’epoca erano pubblicati da Oscar Mondadori.

La cicoria mi ha consentito infine di fare un servizio militare con molti giorni di convalescenza a casa.

Partii come renitente alla leva, con i carabinieri che mi vennero a prendere all’ospedale di Spoleto, dove avevo chiesto di essere ricoverato per una (finta) appendicite. In fondo non avevo né padre né madre e formalmente, dallo stato di famiglia, mia sorella Cristina risultava vivere con me e disoccupata. All’epoca non sopportavo i militari e non mi pareva giusto che io dovessi fare il militare, mentre a Patrizio, per esempio, era arrivato il Congedo illimitato in una bella busta verde. Avevo letto tutto quello che trovavo in italiano di Gandhi e di Capitini, seguivo Pannella alla televisione. Mi consideravo un non-violento e pacifista, ovviamente. Ero convinto che attraverso il rapporto che aveva fatto il Maresciallo della locale Stazione dei Carabinieri sulla nostra situazione familiare avrei avuto anch’io il congedo. Mi ero iscritto infatti alla facoltà di architettura di Roma il 30 ottobre, sicuro che la faccenda fosse ormai sistemata. Il foglio per presentarmi alla caserma militare di Orvieto arrivò il 4 novembre. Con Patrizio escogitammo dunque questa cosa della finta appendicite, senza tuttavia avere una strategia precisa. Ovviamente ero sano come un pesce e i carabinieri vennero a prendermi qualche giorno dopo all’Ospedale, accompagnandomi sul treno in partenza verso Orte.

L’avventura del mio servizio militare meriterebbe forse un piccolo racconto a parte. Qui basterà dire che l’infermeria di Orvieto mi inviò, come di prassi, a fare una verifica all’Ospedale Militare di Perugia. Qui fui notato da un colonnello medico che mi vide leggere Storia della filosofia occidentale di Bertrand Russell. Il colonnello mi disse se mi sarebbe piaciuto fare il militare lì e passare molti giorni a casa in convalescenza. Ovviamente accettai. Il “trucco” con cui far saltare gli esami del sangue era semplicemente restare a digiuno completo per tre giorni, con due bicchieri d’acqua al giorno. Ciò avrebbe obbligato il mio fegato a produrre più bilirubina. Il terzo giorno, invece di bere acqua, bevvi un decotto molto intenso di cicoria di campo, molto amaro. L’esito dell’esame fu: Iperbilirubinemia post-epatitica, con un valore di 2,9. Con un valore di 3 avrei avuto il congedo per motivi di salute. Il 2,9 mi regalò 30 giorni di convalescenza a casa, in prossimità del Natale. Tornai a casa studiando la possibilità di decotti più intensi, a base di cicoria