Il camino era veramente il cuore di quella casa colonica costruita nel 1936. Era nel centro del vano principale (la cucina), posto al primo piano. La cucina disimpegnava tutti gli altri locali, che di fatto erano camere e basta. In verità avevamo lasciato una delle stanze a nord-est come piccolo magazzino e sala “per la salata”, e cioè la stanza dove si mettevano sotto sale o ad asciugare i pezzi del maiale macellato, e quindi prosciutti, salsicce, ecc. Il pavimento era in pianelle di laterizio, che abbiamo coperto con delle brutte piastrelle in occasione del secondo restauro della casa. Adesso possiamo dire che fu un errore: allora ci sembrò un ulteriore riavvicinamento alla civiltà.
Il piano terra era destinato a stalla (mai usata), con relative mangiatoie, a cantina e fondo. Erano tre locali: quasi quadrato, più grande, la stalla: due vani più piccoli la cantina e la dispensa. Il pavimento era finito con cemento lisciato con boiacca, così come le mangiatoie.
Il tetto era in tegole marsigliesi, appoggiate su elementi in laterizio (tavelle), sostenute da travicelli e travi di legno. Le travi principali appoggiavano sul muro centrale, di spina, e “spingevano” sulle pareti perimetrali. Un tipico tetto a capanna, insomma. Nel tempo il tetto era scivolato un po’, spingendo sui muri laterali, in mattoni, e tegole e tavelle si erano leggermente sconnesse. I primi tempi dormivo nella camera di nord-est, nel letto con mia nonna. L’ampiezza dello scollamento tra il muro di spina e le tegole era così grande che, prendendo bene la posizione, si vedeva qualche stella. Le finestre erano dei semplici infissi di abete con delle specchiature di vetro di spessore cipollineo (si può dire?). Vi erano degli oscuranti interni che non combaciavano perfettamente con la cornice della finestra, cosicché il buio, nei giorni d’estate, non era mai completo. D’inverno era così freddo (non c’era riscaldamento, ovviamente), che i jeans di Patrizio e Cristina gelavano e rimanevano rigidi come stoccafissi. Io non ho mai indossato jeans, ma non per pregiudizi di chissà quale tipo, solo perché il taglio sulle gambe era sempre molto stretto e mi rendevano più goffo di quello che già mi pareva di essere. Patrizio li metteva nel letto prima di indossarli, cercando così di ammorbidirli e di riscaldarli. L’unica fonte di calore era il benedetto camino, su cui facevamo ardere quella poca legna che riuscivamo a rimediare. Non avevamo la motosega e quindi tagliavamo la legna con una sega ordinaria, in metallo, in due. Tagliare la legna nel bosco e andarla a prendere con l’OTO era una fatica enorme. Quindi cercavamo di tagliarla ai margini del bosco, in prossimità della casa e il più vicino possibile alla strada. La legna era dunque spesso verde e di cattiva qualità: ginestre, olmi, pioppi, salici, qualche quercia. Zio Claude raccattava sempre dei pezzi irregolari, spesso ciocchi o rami di olivo, sempre bitorzoluti, e che quindi entravano malamente nel camino, attirandosi i commenti sarcastici di mia nonna. Ma alla fine quella poca legna bastava per scaldarci tutti.
Intorno al fuoco, dopo cena, parlavamo e basta: nonna raccontava le sue esperienze sul Monte Catria, noi le nostre scemate. Io facevo qualche scherzo, buttando di nascosto del sale grosso in mezzo al fuoco (che scoppia), o buttandovi sopra dell’olio consumato. Oppure prendevamo tra le mani piccoli pezzi di brace e ce li passavamo in velocità da una mano all’altra. E poi ascoltavamo Radio Subasio, le prime “dediche”, i cantautori, le canzoni pop che andavano cambiando. Il focolare serviva a far bollire l’acqua per la pasta, a preparare i nostri cibi: la bruschetta, le patate sotto la cenere. Il caldaro andava appeso sulla catena proprio al centro del fuoco, ma le cose più buone si preparavano sulle pentole e casseruole appoggiate sopra “la serva” (un piccolo treppiede), da mettere vicino al fuoco, sulla brace. Zia era riuscita a scovare, non so dove, un ferro da stiro che andava riempito con la brace e poi sventolato di tanto in tanto, per mantenerla viva. Con gli anni avevamo accumulato anche una certa competenza sul tipo di legna adatto per i vari usi. Così i pomodori arrosto sulla graticola erano più buoni con le fascine della potatura della vigna o con la potatura minuta dell’olivo. Per dare un profumo particolare andava meglio il biancospino, l’alloro, il legno di frutta (pero, melo). Per una brace duratura occorreva la roverella, la quercia, l’olmo. Il salice ha un odore particolare, ma brucia male e fa una brace inconsistente, quasi come il pioppo. La sera si andava a letto solo dopo la “benedizione” (ovviamente), e dopo aver coperto con abbondante cenere il fuoco: la mattina avremmo ritrovato, con lo stesso gusto di una sorpresa che si sa, sarà comunque bella, della buona brace pronta a ravvivare il fuoco. La cenere veniva poi gettata nell’orto, dove avrebbe migliorato la struttura della nostra terra così argillosa, e dove avrebbe allontanato le formiche. Nonna era riuscita a farne, i primi due anni, anche del sapone per lavare i vestiti, ma diciamo che lei era una fuoriclasse.
Era un camino semplice e molto ampio per la stanza in cui si trovava e di conseguenza faceva molto fumo. Per pulirlo, quando era chiaro che anche la canna era ostruita dalla fuliggine, andavo a prendere delle ginestre, che infilavamo da sotto nella canna fin dove possibile, e poi appiccavamo il fuoco. Le fiamme a quel punto salivano nella canna e la pulivano un po’, bruciando la fuliggine. Noi andavamo fuori, sul piazzale, a vedere questo spettacolo delle fiamme che uscivano addirittura dal cappello dalla canna. Nonna non era molto contenta, memore di qualche tetto incendiato, ma in quel momento non vi erano alternative, poiché non eravamo attrezzati per pulire una canna fumaria.
Nei pomeriggi invernali giravamo la schiena al focolare per leggere e fare i compiti, appoggiandoci al tavolo, alla luce delle candele. Immagino che i nostri vestiti odorassero di fumo (puzzassero, per qualcuno), ma all’epoca per noi era impossibile sentirlo. O forse, da ragazzi, non si dà nessuna importanza a queste cose. Quando abbiamo ristrutturato la casa, il camino di sopra è stato smantellato e ne abbiamo realizzato uno al piano terra, più piccolo, più “moderno”, in un angolo di quella che era la stalla la cui mangiatoia avevo demolito poco tempo prima con la mazza, ascoltando le prime “cassette” di Keith Jarrett.