Racconti rurali – Zio Claude (Tonton)

Eravamo poveri, bisogna ammetterlo. Mio zio, che faceva il pendolare settimanale tra Spoleto e Parma, prima, e tra Spoleto e Aprilia, poi, rubava la carta igienica delle Ferrovie dello Stato. Insomma, durante la settimana ci pulivamo il didietro con il logo azzurro FS. Con il senno di poi mi è parsa quasi una sorta di compensazione per i disagi che viaggiare in treno comportava allora. Ritardi di ore, coincidenze perse, scioperi improvvisi. Il viaggio da Parma a Spoleto, nel 1976, era (a vederlo adesso), un’impresa stoica. Mio zio era, da questo punto di vista, veramente un eroe. Avrei assaggiato qualcosa di simile qualche anno più tardi, per andare all’Università a Firenze.

Zio mangiava alla mensa dell’impresa una volta al giorno. L’altro pasto era un panino ed un pezzo di cioccolata fondente: a conti fatti, il vitto si limitava a 800 lire al giorno. Partiva il venerdì sera da Parma ed arrivava il sabato mattina a Spoleto, lavorava con noi (secondo le sue idiosincrasie), e poi ripartiva la domenica sera. Raccontava di aver dormito in piedi, appoggiandosi un po’ alle pareti e un po’ a suoi compagni di viaggio. Portava il salario a casa, per intero. Il che consentiva alle nostre donne di comprare il necessario per noi e di andare avanti fino al mese successivo, ovviamente con l’aiuto della pensione di nonna. Zio Claude era nato a Pont-à-Mousson, vicino a Nancy, in Lorena. Era entrato in fabbrica a 14 anni, alla Fer Embal di Nancy. Era poi diventato aggiustatore meccanico di una competenza e precisione inarrivabili: alla lima era capace di arrivare ai decimi di millimetro. A 16 anni aveva attraversato a nuoto un canale della Mosella per arruolarsi nell’esercito tedesco. Lo avevano rispedito di qua. Era rimasto comunque un uomo di una severità effettivamente teutonica. Una sola volta l’ho visto piangere (inumidirsi gli occhi), quando accompagnandolo per un piccolo tratto verso l’autobus delle 20.30, fece delle riflessioni sul fatto che fossimo dei bravi ragazzi a non chiedere niente, nemmeno la domenica sera, mentre magari i nostri coetanei erano al cinema o a ballare.

Aveva smontato e rimontato completamente il motore dell’OTO, solo con qualche chiave inglese, trasportando avanti e dietro da Parma i pezzi rotti e poi aggiustati in una delle nostre borse da calcio “Superga”. Aveva attraversato il periodo della strage di Bologna senza mostrare alcuna paura. O almeno così mi era parso.

Anni dopo si sarebbe avvicinato un po’ a casa, andando a lavorare ad Aprilia, dove facevano le scatole per il tonno Rio Mare. Qualche ora di treno in meno per lui, qualche scatola di tonno in più per noi.

Non ha mai imparato bene l’italiano, nonostante abbia vissuto in Italia per 30 anni. Non si trattava di un’incapacità, quanto piuttosto del fatto che egli non amasse molte cose dell’Italia e soprattutto degli italiani. Non ne sopportava la vocazione alla furbizia, all’espediente, all’arrangiarsi. Lui era onesto e si aspettava che tutti lo fossero. Era leale e si aspettava che tutti lo fossero. Non amava i sindacati, gli scioperi, le manifestazioni: insomma non proprio un uomo di sinistra.

E dunque la lingua: mai amata. Tanto che alla fine si era costruito una sorta di idioletto di frasi composte da parole in italiano e parole in francese. E intercalari a iosa, battute, detti, tipo: “C’est pas tout ça.” (per troncare la conversazione), “Faut pas pousser quand c’est marqué de tirer!” (per dire di non esagerare). Si combatteva una battaglia a distanza tra lui e mia nonna, che invece reputava la lingua francese troppo facile e per bambini che ancora non sanno sillabare: “E’ semplice: la pasta? Le ‘pate, la stoffa? Le ‘tofe, la scuola? Le ‘cole. Per i figli che non sanno ancora parlare …”

Quando a Tonton saltavano i nervi, la lingua era solo quella d’oltralpe, senza possibilità di controllo e quindi di infilare anche una sola piccola parola in italiano. Come quella volta che aveva terrorizzato il nostro amico Pompilio, urlando sempre più forte “Le maìs!, Le maìs!!, Le maìs!!!”, che purtroppo non conosceva né le piantine del granturco (che quindi continuava a pestare), né l’accento francese. Lacune che gli erano costate il lancio della zappa, schivata con grande prontezza, e con altrettanta incredulità, poiché le ragioni del lancio gli furono chiare solo dopo.

Zio Claude era pignolo, burbero, parsimonioso, ed aveva le sue fisse. Voleva coltivare l’orto e non amava raccogliere il fieno, la paglia. Appena insediati, lo avevamo seguito nella sua idea di coltivare aglio, da rivendere al mercato. Ore e ore di zappa tra le file regolarissime di agli. Sudore trasformato in lacrime e fiamme quando scoprì che al mercato avrebbero comprato l’aglio ad un prezzo umiliante. Facemmo un grande fuoco di tutto l’aglio raccolto, buttandoci sopra anche del gasolio destinato all’OTO. Una scena fissa, un’immagine a cui ritorno, di tanto in tanto.

Aveva la sua radio portatile (non dimenticava mai di comprare le pile), con cui continuava ad ascoltare Radio Montecarlo o France Inter. Il suo intimo rifugio, la sua patria mentale, era di pochi decimetri cubici. Mi chiedo se non abbia vissuto i suoi trent’anni in Italia come una sorta di esilio e come abbia potuto resistere. Forse perché quelle volte che era tornato a Nancy a trovare sua madre e sua sorella, dopo anni, tutto era cambiato. Forse perché in fondo noi l’avevamo capito, avevamo rispettato le sue scelte, stimato la sua rettitudine e amato (anche), la sua incapacità di esprimere l’affetto. Più di quanto avessero fatto loro. L’ultima volta che vi è tornato, la Place Stanislas era ancora lì, certo, con tutto il suo ordine e i suoi ori, ma deve essergli apparsa più fredda e grigia del solito

Racconti rurali – Nonna

Credo che il mio amore per le parole venga da un episodio che risale a mia nonna, che legge un messale (non saprei come altro identificarlo), con pagine a fronte in latino, e che recita queste parole: “Di’ solo una parola, e l’anima mia sarà salvata”. Ho 10 anni, guardo in alto, dove anche lei sembra guardare, e mi chiedo qual è questa parola. Con alti e bassi, ho sempre continuato a chiedermelo.

Mia nonna era nata a Pascelupo-Scheggia, un posto a confine tra le Marche e l’Umbria. Aveva governato le capre sul Monte Catria a partire dai cinque anni. Aveva iniziato a leggere ripetendo il libretto di un’opera (non ricordo se fosse la Tosca). Si chiamava Dusolina, in omaggio a Eleonora Duse, che immagino mio bisnonno apprezzasse alquanto.

Aveva imparato il francese a 55 anni suonati, seguendo suo figlio (mio padre), emigrato in Francia. Aveva visto le due guerre, sotterrato in una notte nel giardino di casa una motocicletta alla fine della seconda, tessuto vestiti sfibrando le ginestre sulla riva del fiume, aiutato a fare il carbone, tirato fuori dal pantano l’OTO con dei rami messi sotto i cingoli, indicato gli alberi da segare per la “tralla”, insegnato a mungere e a fare il formaggio, falciato il grano sotto una luna piena, fumato fino all’ultimo giorno Gauloises senza filtro, bestemmiato.

Nonna aveva tuttavia, per una sorta di contrappasso, quest’usanza della benedizione serale.

Non potevamo andare a dormire se prima non eravamo passati da lei, chiedendo: “Benedizione”. Ci toccava la testa e ci diceva: “Che Dio ti benedica”, con le mani completamente deformate dall’artrite che l’aveva colpita ancora giovane. Io la ricordo, da sempre, con queste mani “accartocciate”, incapaci di aprirsi completamente. Anche il braccio era dolorante, sicché ogni benedizione sembrava una cosa solenne, poiché vi erano lentezza e dolore.

A quel tempo, questo rito serale non mi piaceva: non lo capivo. Mi sembrava il retaggio di una cultura antica, superstiziosa, contadina (nel peggiore senso del termine), e, alla fine inutile. Un rito stanco, svuotato: una formalità. E poi, che potere aveva mia nonna per poter “benedire”? Quando nonna se n’è andata, questa usanza tutta nostra, intima e famigliare, l’ha seguita.

Oggi, molto tempo dopo, guardo i miei figli e capisco quello che ho perso: quello che abbiamo perso. Non so quello che succederà domani e allora spero con tutto il cuore, la sera, che domani vada tutto bene per i miei figli, per la mia famiglia, per me. Era un bel rito, il momento di una cosa importante, e l’abbiamo dimenticato.

Nonna non aveva nessun potere di benedire, ovviamente. L’unica cosa che poteva fare era trasmettere il suo immenso amore per noi. L’amore era così grande e la speranza del bene così intensa che l’unico atto che poteva riassumere tutto ciò, in maniera sintetica ma compiuta, era un atto di benedizione. Quell’amore avrebbe potuto fare da tramite (intercedere), e Dio ci avrebbe benedetti e resi inattaccabili dal male. Implicava, tra l’altro, di non poter andare a dormire con l’ira. Anche se avevamo litigato, se eravamo stati sgridati o puniti, occorreva passare da lei, da loro, e allora a quel punto anche un piccolo gesto o una parola serviva per colmare la distanza che si era creata. Tutto veniva riassorbito da quella piccolissima, intima, liturgia. Tutto veniva rimesso nella giusta prospettiva: non c’era nulla che poteva mettere in discussione la profondità di quell’accettazione, di quell’accoglimento.

Nonna era capace, a suo dire, di togliere il malocchio a cui potevamo essere stati esposti, se accusavamo qualche malessere. Faceva tutto con un piatto, dell’acqua e tre gocce d’olio. Recitava qualche strana formula, ci faceva il segno della croce e ci liberava dal malocchio. Ho saputo, molti anni dopo, che mia madre non sopportava (oltre a tante altre cose), soprattutto questa strana abitudine, e che considerava quasi stregonesca. Una pratica superstiziosa, certo. Che non faceva del male a nessuno. Nonna non ci ha mai impedito di prendere la tachipirina o un antibiotico, insomma. Non ha mai preteso di guarirci solo con un piatto d’acqua e con l’olio. Aiutava la medicina ufficiale, diciamo. E’ la medicina che non voleva saperne, di lei. E infatti è morta in ospedale.

Racconti rurali – Le Comisane

Le Comisane sono delle pecore il cui nome, nel dialetto spoletino, diventa “Commissane”, con un doppio raddoppio. Le Comisane arrivarono a seguito di un’idea di Patrizio, e furono proprio loro a tirarci fuori dal medioevo. Il primo gregge che avevamo formato era infatti eterogeneo: appenniniche, Suffolk, altre pecore di razza bastarda.

L’idea di allevare le pecore non ci venne subito, anche se ci avevano regalato, appena insediati, una prima agnellina, che riportammo sulle braccia da una fattoria vicina. L’avevamo chiamata Mosca perché quando ce la avevano consegnata, in compensazione di non ricordo quale favore, aveva una piccola macchia nera al centro del muso, che sembrava una mosca, appunto. Mosca è diventata grande e nel tempo ha partorito molte volte e quindi ci ha dato da mangiare per molto tempo. Lei (non posso dire “essa”, mi dispiace), diventata adulta e leader del gruppo, dirigeva anche il montone, poiché era molto più “domestica”, e quindi senza paura. La chiamavamo per nome e lei arrivava fino alla nostra mano, a mangiare un po’ d’orzo. Prima di confondersi nel gruppo e di vivere all’aria aperta, Mosca è stata un animale di compagnia, giocando con il cane, il gatto, la capretta. Mosca ha sempre convissuto con le comisane: ha visto la loro ascesa e anche la loro graduale scomparsa, quando zia ha abbandonato gradualmente la mungitura, quando sono tornate le appenniniche. E’ morta di vecchiaia, con il suo collarino e la sua campanella: la “medaglia” con cui l’avevamo decorata appena il gruppo si era fatto più folto.

Iniziammo in maniera inconsapevole a formare un piccolo gregge, destinato a produrre soprattutto carne, e non latte. A quel tempo il terreno era brullo, arido, senza ombra (ci tornerò), e dunque di erba fresca ce n’era veramente poca. D’estate andavamo a sfrondare degli olmi ai margini della macchia per dare un po’ di verdura alle pecore (le capre, che iniziammo dopo, avrebbero gradito molto di più). Inoltre non avevamo un sistema di cattura “industriale”: l’ovile era un semplice ricovero, fatto di pali e travi di carpino e di ornello, con un tetto di lamiera ondulata e le pareti di ginestre legate a testa all’insù, come tanti stoccafissi. L’ornello era prezioso per fare i pali, poiché i suoi rami crescono a due a due, ruotando di 90 gradi a ogni nuova articolazione, come un particolare candelabro. E dunque questa curiosa conformazione consente di fare una forcina su cui appoggiare comodamente le travi. Con l’ornello io facevo anche delle belle fionde, e nonna avrebbe fatto lo “spino” per rompere la cagliata.  

Patrizio ebbe più tardi l’idea di comprare pecore Comisane selezionate, ognuna con un numero (Mosca non lo ha mai avuto), e realizzammo un sistema di cattura semi-industriale grazie a un cugino fabbro. Mia nonna insegnò a mia zia a mungere, facemmo recinti e ricoveri sempre più stabili: Patrizio cominciò a registrare i litri di latte, i parti, le morti, le vendite. Alla sera zia faceva ricotta e formaggio, che la mattina andavamo a “piazzare” ai negozi di alimentari di Spoleto, anche se molte persone venivano a comprare in azienda, poiché i prodotti erano buoni, sani. Lo vendevamo anche agli amici più intimi: Zio Claude lo portava con sé a Parma e lo vendeva ai suoi colleghi di lavoro. Le comisane si accontentavano di un pascolo più povero delle appenniniche, e fornivano molto più latte. Con gli anni, poi, migliorammo anche la loro alimentazione e arrivammo a 220 pecore, il che comportava una grande fatica.

Dopo un po’ di tempo divenimmo bravi e vincemmo dei premi alla fiera dell’agricoltura a Bastia Umbra e anche a Forlì. A Forlì trasportai io le pecore con un camionista il 17 aprile 1988, il giorno dopo l’omicidio del senatore Ruffilli, a Forlì. Nella piccola borsa che portavo con me (la fiera durava tre giorni), avevo tra le altre cose un libro sul Cubismo cecoslovacco, in vista dell’esame di Storia dell’architettura. Lungo la strada era pieno di carabinieri e posti di blocco, e la mia preoccupazione era come avrei potuto giustificare un libro sul Cubismo cecoslovacco, e il mio “Zibaldino” (dei quaderni che portavo sempre con me e su cui scrivevo di tutto), nel caso mi avessero fermato. Come avrei messo d’accordo 30 pecore comisane, un camionista veramente truce e le mie riflessioni su Krishnamurti, sull’architettura dei primi del ‘900, sulle proprietà della cicoria? Ovviamente non ci fermò nessuno.

Racconti rurali – OTO

OTO è la marca del primo trattore che comprammo da un venditore poco onesto, che ce lo fece “digerire” un milione di lire (il casolare e la terra ne erano costati 34). Mia zia era ovviamente inesperta, ed anche Guerrino non si dimostrò all’altezza. Un trattore a cingoli di 18 cavalli di potenza, per quelle pendenze, significava poco. Ed infatti la potenza era modestissima e dopo la forza necessaria a trascinare se stesso gliene rimaneva ben poca per spostare il carico. Il carico: esauriti i soldi per il trattore, pagato in contante, non avevamo pensato che il trattore era poca cosa senza rimorchio. Nonna, quindi, si era inventata questa cosa della “tralla”, che suppliva al rimorchio. La tralla era in pratica una slitta, fatta con i due lunghi principali di olmo, che nonna era andata a scegliere con il bastone indicandoli a Guerrino. I traversi erano in olmo ed in quercia. Sopra avevamo messo una rete di recinzione, che costituiva di fatto il fondo della tralla. La tralla aveva il vantaggio di essere facilissima da caricare (ma lo avrei scoperto dopo, quando comprammo il rimorchio), e lo svantaggio di pesare più del rimorchio, per il nostro povero OTO. Il legno dei diritti principali, poi, si consumava in fretta, scorticandosi sui campi e sulle strade poderali di ghiaia. Mio zio pensò bene, allora di fare due puntali e delle ali in ferro, da mettere sotto i diritti, a contatto con il terreno. Il legno arrestò di consumarsi, a scapito del peso complessivo della tralla, che aumentò ancora. L’OTO sbuffava con quel carico dietro, e spesso in salita un cingolo cominciava a tirare più dell’altro, facendolo andare di traverso. Se avesse potuto, OTO si sarebbe messo di traverso e magari avrebbe preferito la discesa. Abbiamo trasportato di tutto con la tralla: sassi, erba, fieno, legna, letame, paglia, acqua … Tra pendenze eccessive, sassi, manovre azzardate è anche successo che uno dei cingoli si è sfilato dalle ruote. Per quanto fosse piccolo, era un trattore pesantissimo, e rimettere un cingolo era un’impresa da mezza giornata di lavoro per un uomo come Guerrino e due adolescenti inesperti quali eravamo Patrizio ed io. Occorreva accorciare la distanza tra le due ruote con un’enorme chiave inglese, rimette il cingolo tra i denti della ruota, e poi allungare la distanza delle due ruote in modo da rimetterlo in tiro. Il tutto con l’aiuto di leve, spranghe e bastoni, poiché il cingolo pesava tantissimo. OTO aveva una batteria da 24 volt che d’inverno non riusciva mai a metterlo in moto. L’olio era troppo freddo e la batteria troppo debole per provare più di due-tre volte l’accensione. Se non partiva alle prime volte occorreva metterlo in moto con la manovella. Sì, c’era una manovella che faceva girare un immenso volano d’acciaio, pesantissimo, il quale forse forniva l’inerzia necessaria ai pistoni (o al pistone?). Far girare il volano era faticosissimo e generalmente lo facevamo in coppia: io e Patrizio o Patrizio e Guerrino. Occorreva poi essere velocissimi nel comprendere che l’accensione era andata e che il motore prendeva i giri, perché se la manovella rimaneva nel volano diventava molto pericolosa. D’inverno, allora, lasciavamo il trattore la sera su una piccola discesa (5-6 m), che gli avevamo predisposto lungo la ripa vicino casa. La mattina, prima di metterlo in moto gli mettevamo un vecchia pentola con della brace sotto la coppa dell’olio. Quando era bello caldo, ingranavamo la marcia, giravamo la chiave, spingevamo il bottone e via, sperando e pregando che andasse in moto. L’ultima spes ce la aveva insegnata un vecchio maresciallo dell’Esercito che aveva fatto la guerra in Africa e che conosceva questi trattori OTO Melara: dalla parte opposta del volano c’era la presa d’aria del motore: bisognava mettergli davanti uno straccio imbevuto di benzina. D’inverno OTO serviva a poco: a trasportare un po’ di legna. Ma con il fango che rendeva l’argilla dei nostri luoghi un vero e proprio pantano, l’OTO cominciava subito a slittare e ad infossarsi. Fu ancora nonna a cavarci fuori dal fango, obbligando Guerrino a tagliare un po’ di olmi del diametro di 7/8 cm e a metterli di traverso sotto i cingoli. Non ricordo se nel milione di lire era compreso anche l’aratro o se fosse costato anche quello qualcosa. L’aratro era tutto di ferro, e con le ruote. Bisognava andargli dietro perché a fine solco occorreva sganciarlo con un dispositivo tipo freno ed aiutarlo nella curva. Poiché il terreno era in pendenza, si arava “a solco morto”, e cioè solo in discesa, risalendo a vuoto. Erano belle “passeggiate”. Spesso poi il coltello che sta davanti al vomere e che taglia verticalmente la fetta di terra, si caricava di erbacce risalendo sempre più e tagliando la fetta sempre meno in profondità e deviando dal parallelismo del solco precedente. Deviare significava lasciare un po’ di terreno non arato (tragedia), poiché il principio inviolabile dell’aratura è quello di fare solchi paralleli o quasi paralleli. Arare con questo aratro implicava anche il solo lavoro diurno. Era infatti impossibile, per chi andava dietro, camminare nel buio e sganciare al punto giusto. Arare di notte, invece, sarebbe diventato qualche anno più tardi uno dei miei lavori preferiti. E simile all’aratro, se non peggio, era l’altro strumento principe che avevamo comprato subito dopo: l’estirpatore. Noi lo chiamavamo erpice: non so perché. Era peggio perché l’estirpatore andava passato dove generalmente vi erano molte erbacce infestanti: cardi, carote selvatiche, ecc. Quando si caricava di erbacce bisognava tirarlo su e scaricarlo della matassa formata: dei veri e propri mucchi di erbe, terra, sassi. Comunque sia, con l’OTO siamo andati avanti 5 anni, fino all’acquisto del FIAT 455C. Alla fine ci eravamo affezionati a quel suo TAM TAM TAM, a quel suo sbuffo nero. Saperlo in moto e sentirlo era rassicurante. L’abbiamo venduto, uscendo dal medioevo, ad uno che ne apprezzava il valore da collezione, credo.

Un corpo, oggi

La storia terrena di Gesù non poteva finire che così: con la sottrazione del Corpo. È iniziata con un corpo che arriva misteriosamente, e finisce con un corpo che va via, misteriosamente. Un corpo che appare la prima volta in una mangiatoia e che vediamo per l’ultima volta su una croce. Luoghi e situazioni molto umane, molte contestualizzate. In mezzo, una vita molto attiva, di grandi gesti, di frequenti viaggi, di momenti gioiosi e di momenti tristi. Gli uomini, per vivere, hanno dunque bisogno di un corpo. Sembra una cosa scontata. Solo che lo quando dico, forse sono proprio nel punto di rottura del pensiero sul corpo. Ecco, forse abbiamo frainteso, o proprio sbagliato, quando abbiamo detto che abbiamo bisogno di un corpo. Noi non abbiamo bisogno di un corpo: noi SIAMO un corpo. Non c’è un “Noi” fuori dal nostro corpo: non c’è un Io fuori dal mio corpo. Io sono il mio corpo. Dell’alluce alla punta di capelli. Mi sembra che abbiamo perso questa integrità, questa “santità”. Sebbene la storia di Gesù faccia molto riferimento al corpo, mi sembra che l’elaborazione dottrinaria del cattolicesimo abbia tralasciato questa “sacralità” del corpo a favore di una divisione tra” corpo” e “spirito”. Solo Piero della Francesca ci presenta un Cristo risorto con un corpo ben fatto, un corpo potente, un corpo che non si nasconde, un corpo non (già) spiritualizzato. Il corpo di Piero è un corpo che si offre, che non fugge, che non si sottrae. Invece noi abbiamo de-somatizzato la nostra vita. Niente corpo, niente morte. Ecco perché l’immagine delle bare di Bergamo sono così emozionanti. Quelle casse di legno sono l’evidenza, l’ultima evidenza, differita, mediata, di un corpo. La Resurrezione non è solo quel fenomeno per cui il corpo viene riportato in vita e tutto continua come sempre. Questa resurrezione, come una sorta di grande guarigione, di grande performance medica, mi sembra (mi si perdoni), anche banale: un miracolo in più, dopo aver camminato sull’acqua, ecc. La Resurrezione è invece una nuova vita, una Vita nuova: nulla può essere più come prima, nulla sarà più come prima. Gesù è risorto, ha una nuova vita, di cui sappiamo poco, e che comunque appare poco significativa, in confronto al prima. Tornare in vita per poche apparizioni, per convincere San Tommaso (con il corpo). Per poi volare in cielo, quando invece avrebbe potuto dimostrare ai Romani e a tutti che era storicamente, fisicamente, invincibile… Immaginiamo la scena: Gesù si presenta a Ponzio Pilato e gli dice: “Vedi, nemmeno la morte può fermarmi…” Perche’ non farlo? Perché quella sarebbe stata la vita di prima, la conseguenza, la continuazione, lo sviluppo, della vita precedente. Che grande insegnamento è invece la Risurrezione come nuova vita! Che grande prova lasciarsi morire definitivamente. Se non fosse presa come una diminutio, direi che è una prova eroica. Il grande insegnamento è rinunciare a tutto quello che è stato prima, lasciarlo andare, considerarlo concluso. Forse solo San Francesco si avvicina a questo profondo senso della risurrezione, quando si spoglia e cambia vita.

Questo della resurrezione è un grande miracolo, ovviamente. Forse il più grande. Come capire un miracolo? Non si può capire, si può solo comprenderlo: si può solo accoglierlo. Solo una razionalità “ampliata” può ammettere il miracolo. Una razionalità che ammette i propri limiti, dunque. Una razionalità disponibile, attenta, vergine. Mi sembra che questo dipinto di Piero lo dica meglio di me: “I miracoli avvengono quando voi dormite! Questo ci dice Piero. Anzi: “I miracoli avvengono sempre, solo che voi dormite.”

Sulla scuola

Sulla scuola è tempo di fare qualche riflessione. Anche perché
settembre è dietro l’angolo: è domani. E perché tre figli studenti su tre fasce diverse consentono qualche riflessione immediata, senza alcuna pretesa di esaustività.
La teledidattica ha funzionato abbastanza bene, in emergenza.
Tuttavia non so se può reggere “a regime”. Per vari motivi.
1) Non Tutti gli studenti hanno una connessione internet adeguata e
un PC a disposizione. Non tutte le famiglie lo hanno.
Qui il digital divide è trasversale, in senso geografico, ed è anche verticale, in senso economico, perché le famiglie che non hanno connessione e PC sono ovviamente famiglie disagiate. E (è una mia opinione: non ne ho la certezza statistica), sono anche quelle con più figli.
2) La teledidattica, al di là della diversa qualità dell’ insegnamento (molti insegnanti sono basati, giustamente, sulla lezione frontale), funziona bene per studenti universitari, medie superiori, medie inferiori. Per le elementari ho qualche dubbio. Per asili e materne mi sembra impensabile. Tuttavia la popolazione scolastica va dai 2/3 anni ai 20/30.
3) Se per settembre non avremo trovato un vaccino (e mi risulta che per avere un vaccino occorrano almeno 18 mesi), dovremo trovare
qualche soluzione, modulandola sulle diverse fasce d’età.
4) Se a settembre bisogna rientrare a scuola, forse solo dalle elementari in su sarà possibile imporre il distanziamento sociale e altre forme di prevenzione. Di fatto, si tratta di trovare, in 5 mesi, il doppio delle aule. O mandare i figli a scuola un giorno si e un giorno no. Oppure su due turni in un giorno solo. Cercando di sopperire il giorno di assenza con la teledidattica (sperando nel frattempo in un piano straordinario del governo che regali un pc e la connessione a buona parte della popolazione scolastica).
Il che vuol dire pensare a una riorganizzazione degli orari in famiglia. È impensabile lasciare un figlio di 7/8 anni a casa da solo. Ne’ fuori ci saranno strutture sportive o para-sportive che potranno essere utili allo scopo. È dunque sicuro che il telelavoro dovrà essere favorito e implementato il più possibile.
Forse le scuole vanno ripensate in funzione della rarefazione e dunque dagli edifici scolastici andrebbero “espulsi” immediatamente gli uffici, demandando al telelavoro di supplire, così come le biblioteche d’istituto e gli altri spazi accessori.
5) Il personale insegnante e ausiliario dovrà essere testato frequentemente e forse tracciato per evitare che si ammali e che contagi altre persone. Difficile anche sotto questo profilo obbligare dei bambini e di ragazzini all’uso corretto delle mascherine dei guanti. 6) Le palestre delle scuole andrebbero mantenute, poiché saranno uno dei pochi luoghi in cui sarà possibile farà attività fisica controllata. Immagino infatti che molte associazioni sportive in questi mesi chiuderanno, poiché la loro attività era basata principalmente sul calcio o su altri sport che prevedevano sia un contatto fisico tra gli atleti sia forme di finanziamento attraverso eventi ad alta affluenza di pubblico. L’attività fisica degli studenti dovrà essere rivista, almeno fino al vaccino, in modalità contactless. È molto frustrante pensare a tutto ciò, solo che occorre farlo. Occorre mantenere nei giovani (in tutti, a dire il vero), una certa attività fisica. Se il lockdown consentisse un minimo di attività fisica personale, invece, anche le palestre potrebbero essere riusate come aule provvisorie, magari disponendovi, all’interno, dei piccoli moduli energeticamente e acusticamente autonomi.

La foto in evidenza è la loggia meridionale di Palazzo Collicola a Spoleto. Per noi della scuola media era un corridoio di distribuzione per andare ai vari laboratori di fotografia, scenografia, ecc. dell’Istituto d’Arte. Sicuramente non era a norma. Tuttavia non lo cambierei con alcuno dei prefabbricati, normativamente perfetti, venuti dopo, ai quali guardo con infinita tristezza.

Considerazioni sulla ripartenza e sul Codice dei Contratti pubblici

Stimolato da molti interventi, non ultimo da quello del buon Diego Zurli su Umbria24.it, tento anch’io qualche riflessione sulla necessità di pianificare la ripartenza, passando per tre punti topici: la tutela della concorrenza, la governance, la corruzione.

Mi pare evidente che se manteniamo fisso e prevalente il principio della tutela della concorrenza, il Codice abbia pochi margini di miglioramento. Infatti, anche togliendo il Codice noi dovremmo comunque rispettare tutti gli altri principii del buon andamento della P.A., della trasparenza, della proporzionalità, dell’imparzialità, ecc. Quello che tutti chiamano il principio di rotazione degli affidamenti e degli inviti è invece per me solo un criterio (o meglio: una modalità operativa), con cui si garantisce la tutela della concorrenza. Ma se non riusciamo a bilanciare il principio della tutela della concorrenza con quello dell’economicità dell’azione amministrativa, rimaniamo nell’ambito di piccole modifiche operative al codice. Se la concorrenza è il principio primo sarò infatti obbligato, come stazione appaltante, a una serie di adempimenti ineludibili: pubblicazione ex ante della mia volontà di affidare un servizio o un lavoro (con criteri già fissati), gara, pubblicità delle sedute, pubblicità dei risultati, affidamento, rotazione per il prossimo incarico, ecc. Se a questi passaggi sinteticamente riassunti sopra aggiungiamo gli obblighi derivanti dalla trasparenza (che qui assolve due funzioni: una di tutela della concorrenza e una di controllo esterno), mi sembra che i margini di miglioramento si riducano molto. Non credo che il ricorso all’affidamento diretto per importi più elevati sia la soluzione, se rimangono ferme tutte le altre condizioni e gli altri vincoli. Ci possiamo anche appoggiare alle esperienze degli altri stati, ma cambierebbe di poco: in Francia, per esempio, il limite dell’affidamento diretto è fermo a 25.000 euro. Pressappoco facciamo gli stessi passaggi degli altri paesi europei, solo che ci mettiamo il doppio del tempo di media (non è una battuta). Perché? I motivi sarebbero molti: ne elenco solo due per ragioni di brevità:

1. Frammentazione della governance tra autorità, osservatori, albi, agenzie, (che porta alla frammentazione del procedimento amministrativo).

2. Conseguente moltiplicazione di obblighi di pubblicità, trasparenza, accessibilità del dato, ecc.

3. Scarsa infrastrutturazione telematica del paese (sia infrastruttura fisica che di portali, di procedure).

Insisto sulla Governance. Impossibile comprimere ancora di più i tempi di istruttoria dei dipendenti pubblici, se aumentano i passaggi e i filtri degli enti. O riusciamo a ridisegnare l’architettura decisionale o la responsabilità della decisione tenderà a diluirsi tra mille soggetti. Si veda già oggi come l’emergenza Covid19 abbia prodotto già più di mille pagine tra DPCM, decreti, ordinanze della Protezione Civile, Circolari del Ministero della Salute, ecc. Abbiamo uno Stato “normorroico”. Vi è una “soglia”, oltre la quale il responsabile dell’ufficio pubblico alza le mani e si dichiara sconfitto. A quel punto, se è molto coraggioso, usa il buonsenso (ignorando le leggi). Se non è molto coraggioso cerca di ripartire i rischi della decisione e quindi chiede tutti i pareri possibili (previsti dalle norme stesse). D’altra parte lo stipendio di un responsabile che firma appalti anche importanti non arriva a 2000 euro l’anno, e quindi non è da biasimare. Il problema è oggi aprire un’ombrello, uno scudo penale per i funzionari, che sono costretti a pensare che cosa rischiano, quanto rischiano, se la Corte dei Conti mette l’occhio sulle loro procedure. E cosa rischiano, quanto rischiano, se l’ANAC accende i riflettori su quella procedura. Occorre semplificare drasticamente l’apparato normativo, poiché è l’incertezza che blocca la firma dei responsabili della pubblica amministrazione, e non invece la chiara adozione di procedimenti, più lunghi che siano. Per certi appalti la Corte dei Conti o l’ANAC (perché averne due?), facciano un controllo preventivo e poi diano il via libera al procedimento.

La corruzione. Come dicevo provocatoriamente in un commento di qualche tempo fa, il funzionario italiano è l’unico nel mondo che apre il suo browser e che deve colloquiare quotidianamente con un’agenzia che gli ricorda costantemente la sua condizione di corrotto. L’Autorità Nazionale Anticorruzione è il il nome scelto per questa autorità. Ora, a parte l’infelicità del termine (che cos’è l’anticorruzione? La concussione, per simmetria?), è evidente che il tema della corruzione è diventato in Italia un tabù. In prima battuta esiste una differenza tra la corruzione reale e la corruzione percepita. E credo che noi tutti siamo abbagliati dalla seconda. La prima, in Italia, non è così diversa dal resto del mondo, se si esclude qualche isola felice. In secondo luogo, soprattutto molti magistrati ritengono che buona parte della corruzione si annidi nei piccoli appalti, e tipicamente in quelli sotto i 40000 euro. E’ vero che in Italia una grande fetta degli appalti riguarda questa cifra, ma questo non è colpa né dei funzionari pubblici né degli operatori economici. E’ che in Italia si fanno poche opere significative. Devo riconoscere che correttamente (e stranamente, a questo punto), l’ANAC nel suo rapporto annuale esclude gli appalti sotto i 40000 euro. Veramente si ritiene che sotto questa soglia si annidi una percentuale significativa del sistema corruttivo italiano? Ma che tangente si può immaginare su un lavoro “in bianco” (tracciato, bonificato, durcato), di 39.000 euro, di cui la metà andrà in tasse? Ma chi rischierebbe oggi per una tangente di 1000 euro (ricordo che la tangente è per definizione “al nero”, e che quindi all’imprenditore costa il doppio). E quanto costa allo Stato il controllo di questo fenomeno? E vogliamo considerare qual è la percentuale dell’incasso rispetto a quanto accertato? Non sarebbe meglio concentrare le energie sui grandi appalti, dove lì ci sono economie che consentono, anche con percentuali bassissime, delle cifre assolute di grande rilievo (e quindi appetibili)? Giusto, giustissimo combattere e debellare la corruzione. Mi sembra che gli strumenti normativi ci siano tutti (forse troppi: quante volte bisogna pubblicare o comunicare gli stessi dati degli appalti? In quante sezioni dello stesso sito? Abbiamo bisogno di 7 tipi di accesso ai dati?). Su Il Sole 24 Ore di qualche tempo, il quotidiano stimava che l’onere burocratico legato alla trasparenza e alla prevenzione della corruzione oggi impegni il 30% dell’attività degli uffici. Possiamo ridurlo?

Un Nuovo Paesaggio #1

Può apparire strano che io pensi a ripartire quando siamo in piena emergenza. Anche io ho paura, come tutti, che questo nemico sia più forte di me o dei miei cari. Non lo sottovaluto, anzi. Invito tuttavia chi legge a prendere in considerazione altri fatti. Sotto il profilo dell’emergenza abbiamo fatto del nostro meglio, finora. Certo, ci sono stati errori nella definizione univoca della linea di comando e nella comunicazione. Ci sono errori che provengono da politiche passate. Sono tutte lezioni che ci serviranno per il futuro, se avremo la saggezza di tenerne traccia e di fare un’analisi profonda degli errori. Ma oggi, oltre a chiudere tutto il possibile, ad attenerci alle disposizioni, a supportare chi, a vario titolo, fronteggia in prima linea il virus, non possiamo fare. Pensare alla ripartenza, invece, immaginare, modellare il prossimo futuro, ci dà il senso della nostra resistenza, ci porta su atteggiamenti positivi (che fanno sempre ben), ci dà anche, più prosaicamente, un vantaggio competitivo in termini di tempo. Ci consente di dire adesso, con memoria incorrotta, cosa non dobbiamo fare se si ripresentasse un nemico simile al Coronavirus. E cosa, invece, dovremmo fare. Cerchiamo dunque di essere, non resilienti, come oggi va di moda dire, ma addirittura anti-fragili.

Credo dunque che una riflessione vada fatta, e condotta su due livelli: uno più strategico, con un orizzonte più lungo, e uno, invece più immediato, prossimo.

A livello strategico, la battaglia che abbiamo condotto porterà, oltre a modifiche transitorie del nostro quotidiano (riassorbite nel giro di qualche mese), a modifiche strutturali in vari settori: sociali, economici, istituzionali, ecc. Soprattutto se l’accelerazione telematica di questi giorni sarà portata a regime. La telematica porterà a mio avviso (paradossalmente, quasi), a cambiamenti fisici notevolissimi nell’architettura, nella città e dunque nel paesaggio.

La Città come l’abbiamo conosciuta, molto molto sinteticamente, si è modellata sulla residenza, sul commercio, sul lavoro. La componente del lavoro (quella hard, dico: le “fabbriche”), è stata completamente rivista con la crisi produttiva degli anni ‘80. Quella del commercio alla fine del secolo scorso. Ora sembra il turno dell’attività Terziaria. Avremo dunque una polverizzazione degli uffici, o almeno una loro agglomerazione in unità più piccole e ‘cellulari” (simili forse alle cellule dei telefonini).

Aumenteranno gli spari di socializzazione dedicati al leisure, allo sport, al wellness, alla cultura. La visione delle pinacoteche, dei musei, della gipsoteca, sarà meno “turistica” e più mirata. Potremo infatti vedere dipinti e statue da casa, su schermi molto grandi (o su occhiali specifici), o riprodotti in 3D con la realtà aumentata. Di contro nasce il problema di riqualificare i grandi immobili che oggi sono gli uffici, sia pubblici che privati.

Bisogna rigenerare la città, immaginando che i grandi edifici terziari diventeranno un tema analogo a quello che è stata la riconversione degli edifici industriali. Le proporzioni fisiche sono ovviamente diverse, sebbene il Tema sia analogo e per me sarà analogo anche l’impatto sull’economia.

Bisogna re-immaginare gli uffici e le scuole, che non potranno più avere la stessa forma, la stessa importanza, la stessa distribuzione. Banalmente questo implicherà il ripensamento e la localizzazione degli esercizi di prossimità (bar, cartolerie, tavole calde, ecc). E ciò costringe a rivedere, a riplasmare i parcheggi, la viabilità.

Come si può intuire, il potenziamento della telematica costringe a ripensare la città e (di conseguenza), il paesaggio.

Lo scrivevo tempo fa (nel 1996), e oggi ne sono sempre più convinto: a fianco della città storica consolidata, dobbiamo immaginare una forma dell’abitare disperso nel paesaggio. O meglio: questo sarà il nuovo paesaggio. Con buona parte dell’approvvigionano minuto soddisfatto dalla logistica capillare, via terra o via drone, le nostre abitazioni sono destinate a disperdersi nel territorio, e probabilmente in modalità off-grid per quanto riguarda l’acqua potabile, le fogne, l’elettricità, ecc.

La città murata che noi conosciamo e che fatichiamo (culturalmente, emotivamente),a abbandonare, e che presenta ancora dei vantaggi, è nata da esigenze sincroniche e persistenti di sicurezza, di economia degli spostamenti, di economia di infrastrutturazione, di governo, di socialità, di commercio. Oggi molte di queste esigenze possono essere soddisfatte in altro modo rispetto alla densificazione delle costruzioni. Ecco perché bisogna pensare a una nuova città. A una nuova “Forma”.

Ad un livello più immediato, cosa possiamo fare? Possiamo convenire che nell’immediato ci sia la necessità di consentire una veloce ripartenza. Provo a elencare una serie di punti, ovviamente non esaustivi, e limitandomi ai settori dell’architettura.

E’ evidente: per ripartire velocemente occorre modificare (anche), il Codice dei Contratti Pubblici. Chi dice di sospenderlo non sa di cosa parla. E’ innegabile tuttavia che la sua applicazione rappresenta un freno nell’attività edilizia e infrastrutturale.

Accendo uno spot su un argomento “tabù”: la corruzione. Il Codice è scritto tenendo in considerazione vari elementi, ovviamente, ma soprattutto due: la concorrenza (come favorirla), e la corruzione (come evitarla). Credo che il funzionario pubblico italiano sia uno dei pochi al mondo a avere, tra i preferiti del browser, un portale dedicato all’anti-corruzione. Ora, al di là dell’infelicità del termine (che cos’è l’anticorruzione?), ritengo che ci sia un forte disallineamento tra la corruzione reale del paese e la corruzione percepita. Così com’è necessario capire quanto costa, in termini reali, sommando costi pubblici e privati, dirette e indiretti, il controllo e la prevenzione della corruzione. Perché, molto prosaicamente, questo controllo costa molto.

Se faremo davvero telelavoro bisognerà progettare le nostre case con delle stanze per il Telelavoro. Queste dovrebbero non soggiacere agli oneri tipici del Permesso di Costruire in quanto necessari all’attività lavorativa. Prevedere una sorta di “Piano Casa”, anche in deroga ai limiti posti dal PRG, per consentire questo tipo di interventi con PdC o SCIA, laddove non ci siano particolari interessi pubblici da tutelare. La possibilità del telelavoro e del teleapprendimento va consentita anche nello spazio rurale. Oggi l’agricoltura è una componente residuale dell’economia rurale, e non si vede quali debbano essere i limiti ideologici a questa possibilità.

In Umbria ci sarà bisogno di integrare la LR 1/2015 e il RR 2/2015. Nonostante il buon impianto generale, dovranno tener conto dello smartworking nella Pubblica Amministrazione. E in Comuni dove la copertura internet è debolissima, non sarà facile. Non dimentico i Comuni colpiti dal sisma 2016, ma l’argomento ha bisogno di una sede propria. In ogni caso il lavoro e la scuola a distanza possono rappresentare per questi Comuni solo un’opportunità in più.

Recentemente Assisi ha istituito un Tavolo Tecnico Paritario tra tecnici del Comune e designati dagli Ordini professionali per favorire il dialogo tra due mondi visti spesso, erroneamente (almeno per quello che mi riguarda), in contrapposizione. Ritengo che lo stesso Tavolo, nelle prossime riunioni, potrà tranquillamente mettere all’ordine del giorno alcuni degli argomenti qui appena anticipati.

Salut, Stephane

Ce n’est pas facile d’écrire. De ce petit fort tu regardais où? Tu regardais quoi? Tu as choisi de partir. D’avance, comme un peu toute ta vie.

On t’aimais. Peut-être pas assez. Mais tu sais on est jamais assez aimé, même si on a de la chance et on est beaucoup aimé. On voudrait en tous cas être aimé par des autres personnes. Personnes que peut-être ne savent même pas de notre desir. Ou alors, on voudrait pas être aimé, (ou pas si fort), par ceux qui nous sont à côté.

C’est alors peut-être ce manque d’amour qui nous eloigne de tout et de tous.

La sagesse c’est peut-être prendre l’amour qui nous arrive et chercher de vivre avec c’è lui qu’on a. Ce n’est pas une consolation, je sais. Et d’abord on n’est pas obligés à être sages. Grandir, mûrir, c’est des fois une question de conquête ou de renonce. Et des fois on a pas envie de conquerir, c’est tout. Je n’ai pas de conseilles à te donner. Je n’ai plus de conseilles à te donner.

Tu as eu une vie difficile, comme la notre, d’ailleurs. On a pas vécu assez, ensemble, pour avoir des tas de souvenirs. Je dois me contenter de ce que j’ai: des flash, des images lointaines, quelque apres-midi passé en Italie, ton habilité à faire des choses avec les mains, ton obstination pour les pompiers, pour la peinture. Tes bouteilles de coca-cola. L’accumulation. Et puis ta phrase sans aucun sens, prononcée en pleine nuit il-y-a longtemps, et de laquelle on riait jusqu’aux larmes: “La discipline de la science!”

Un jour on se reverra, tu m’expliquera, tu me pardonnera, je te pardonnerai. On pardonnera nos parents, nos voisins, nos proches, et tous les torts qu’on a subi. Celle-ci me semble d’ailleurs une des rares choses qui puisse rendre supportable l’idée de la mort et l’idée de ton départ.

Certes, ton sourire me manquera toujours, petit.

Nonostante i governi

Credo che se stiamo uscendo da questo tunnel lungo ormai dieci anni, lo dobbiamo non ai governi che si sono succeduti in questi anni, ma nonostante i governi che si sono succeduti. La mia non è un’affermazione oppositiva: è un’affermazione che deriva dalla percezione di un distacco ormai sempre più evidente tra la società civile e la politica (nel senso nobile della parola). Sì Renzi ha fatto delle buone cose, è un riformista moderato, ma ormai la sua spinta innovatrice ha perso potenza. Roma ha “digerito” anche lui, lo ha metabolizzato, lo ha de-renzizzato. Sicuro, c’è Grillo e i suoi cinquestelle, incapaci di governare seriamente, e quando dico seriamente penso fare i conti con la politica estera e con vincoli di bilancio. Berlusconi che ritorna e che vincerà le prossime elezioni, senza tuttavia capire come fare il governo e con chi dopo di lui. E poi i governi tecnici, che hanno fatto i tagli che dovevano fare, senza nemmeno darci la motivazione di qualche buon ideale. Come se fossero storie già viste.

Ecco, in questi dieci anni c’è stata gente (eroica), che ha tenuto in piedi il sistema Italia. Si tratta di commercianti, di artigiani onesti, di liberi professionisti portati alla fame, di piccole imprese che fanno salti mortali per dare gli stipendi a fine mese ai propri dipendenti, di funzionari e impiegati pubblici responsabili, di contadini che nonostante li facciano restare in casette (le chiamano così: ci sarà un motivo), si alzano alle 5 e vanno a mungere le loro pecore. Tutta gente che ha continuato a pagare le tasse, lamentandosi sì del “governo ladro” (fa parte del business), ma che ha continuato a lavorare, a risparmiare, a pagare gli studi ai figli. Gente che non è fuggita all’estero perché oramai la famiglia è qui o perché non ha avuto il coraggio di farlo. Gente che però ha avuto il coraggio di restare. Gente che è restata con il timone a diritta.

Certo: c’è qualche imprenditore disonesto che non ha pagato alcune tasse, qualche impiegato pubblico che non è un campione di lavoro, qualche contadino che ti vende l’agnello e la ricotta in nero.

Tuttavia, nel complesso si è andato consolidando un tessuto, una rete operosa, che lavora silenziosamente e che riesce a tenere in piedi anche una classe politica in cui forse non si riconosce più, non perché la reputa particolarmente malandrina, quanto invece incapace da una parte di proporre delle visioni e dall’altra di tenere banalmente i conti in ordine. Un tessuto che vede la politica come un male necessario, un’incrostazione sociale, un fenomeno che bisogna sopportare.