Colore solo a me

Avessimo avuto
tempo tempo, tempo
e tempo ancora,
saresti restata?
O tu, come allora,
saresti svanita
fiore pallido,
fiore di campo,
colore solo a me?

Ultimi tabù di fine stagione …

Ho sempre pensato che alcune nostre costruzioni culturali fossero fondate sul dato naturale. Oggi invece stiamo andando verso una società in cui il dato di natura (ed è veramente un dato), è completamente rimosso, o del tutto subordinato al “dato” culturale. Mi sembra un errore e cerco di spiegarne il motivo, partendo dalle cose semplici.

L’amore è amore e quindi non può esservi distinzione tra maschi e femmine di fronte alla volontà di stare insieme. Bene: lo accetto, andiamo avanti.
Se è giusto legalizzare il matrimonio gay, sono convinto che sia giunta l’ora di legalizzare anche la poligamia. Se infatti non bisogna discriminare sul sesso, non vedo perché occorra discriminare sul numero. Ovviamente poligamia intesa sia come poliginia che come poliandria. Ovviamente anche con sessualità cosiddetta di ritorno (maschi che diventano femmine e poi ci ripensano), o con nuove sessualità (shemale, ecc.).

E, poiché ormai la scienza ci consente di evitare facilmente gravidanze indesiderate, e la cultura nascite indesiderate, è evidente che il prossimo limite a dover essere infranto, per realizzare una cultura moderna e non discriminatoria, è quello dell’incesto. L’incesto è infatti un tabù (una costruzione culturale), che trovava il suo fondamento sul dato naturale. Se questo aspetto può essere del tutto ignorato, non c’è motivo di tenere in piedi una simile costruzione.

Anche la pedofilia è tutta da ripensare. Non si vede perché non possa andare con un bambino o una bambina di 10 anni. A quella età hanno meno diritti di noi. Dite di no? Ma a qualche ora dalla nascita non ne hanno affatto: infatti li possiamo sopprimere. Immagino quindi che ci sia una certa proporzionalità tra l’età anagrafica e i diritti. I figli nati da fecondazione “scientifica”non hanno diritto di sapere chi sono i genitori (o una parte dei genitori). Non c’è bisogno di andare avanti: è del tutto evidente che a 8/10 anni hanno pochi diritti. Se l’unico limite è quello tecnico, allora, bisogna solo stare attenti a non scendere sotto certi limiti per non creare “danni” non recuperabili.

L’anzianità ne esce sotto una luce diversa. Perché mantenere in vita gente che sta in piedi solo perché riempita di medicine? Perché mantenere in vita, con costi stratosferici per noi tutti, gente che ha fumato tutta la vita, che ha bevuto, che ha mangiato patatine fritte tutta una vita? Non c’è alcuna ragione culturale per fare ciò. A morte i ciccioni! Liberté, égalité, crudités!

Io metterei in conto anche un sano cannibalismo. Infatti non si comprende il motivo del perché si debbano maltrattare e uccidere animali quando ci sono già tante persone che muoiono ogni giorno. Risolveremmo così anche i dubbi di coloro che scelgono la cremazione perché non intendono consumare suolo o inquinare con la loro presenza corporea, ancorché in putrefazione.

Le mie sono provocazioni? Forse. Meno di quanto si possa credere a prima vista.

Chi critica le mie posizioni conservatrici (ok: bigotte, bacchettone, farisee, reazionarie, ecc.) sul mondo gay, sull’aborto, ecc., lo fa dall’alto di conquiste culturali, lì dove tutto è negoziabile.
Io sto solo facendo quello che faccio da una vita: una mossa di Aikido. Li porto lì dove li condurrebbe la loro foga. Solo più in fretta.

Caro Andrea,

il tuo nome è molto rappresentativo e importante: lo prendo quindi come se tu, appunto, rappresentassi una buona parte dell’opinione pubblica di oggi (maggioritaria, a mio avviso). Devo premettere anche, a favore dei pochi che ci leggono, che tra noi c’è un ottimo rapporto, che consente di dirci le cose più crude e polemiche senza la paura di perdere l’amicizia.
Nel mio ultimo intervento ho fatto delle riflessioni forse dure e impopolari che cerco di riassumere sinteticamente qui sotto, e che portano a delle domande semplici.
1. La non-violenza assoluta, appannaggio di pochi uomini nella storia, implica il dover accettare, come estremo sacrificio, non tanto la propria morte (in fondo più facile), quanto la morte della propria moglie o del proprio figlio. Se non si è in grado di accettare questa condizione radicale, si torna nel campo della violenza moderata (o della non-violenza moderata, se vuoi). Io ammetto di non essere in grado di accettare questa condizione. Piuttosto che lasciar uccidere mio figlio e assistere allo spettacolo, io ucciderei il nemico. Tu?
2. Ritengo che continuare a vivere così, come se dal 2001 in qua non fosse cambiato nulla, nel mondo, sia un errore. Come se il nostro rapporto con le comunità musulmane non avesse bisogno di un ripensamento. C’è gente che sta uccidendo civili inermi in giro per le varie capitali e maggiori città occidentali. Ritengo che i prossimi obiettivi saranno Milano e Roma. Vorrei evitare di morire nella metro di Milano o in Piazza San Pietro. Tu?
3. Cerco di capire chi è il mio nemico e cosa vuole. E parto da quest’ultimo punto perché aiuta a fare chiarezza. Molti commentatori parlano di terrorismo. Solo che i terroristi che ho conosciuto avevano un obiettivo politico: liberazione di compagni imprigionati, presa formale del potere, il ritiro di un esercito da un certo posto,ecc. Qual è l’obiettivo politico strategico di questi signori?
4. Chi è il mio nemico? Cerco dei tratti comuni, delle analogie. Sono solo degli psicopatici isolati, con malattie mentali?  Come il padre di famiglia che uccide la moglie in un raptus di fine luglio? Mi sembra una tesi insostenibile. Ci sono dei fatti statistici che assumono una certa rilevanza. Questi soggetti dicono tutti di professare la fede musulmana. Che poi lo siano o meno è un fatto che accerteremo dopo. Si vogliono distinguere e identificare dicendo così. Uccidono civili inermi. Sono quasi tutte azioni suicide. Sono immigrati anche di seconda generazione. Non fanno ostaggi vivi. Non vogliono negoziare. Non chiedono soldi. Non chiedono armi. Vogliono fare molti morti e avere molta risonanza mediatica. Fanno azioni in luoghi o date significative. Molte di queste azioni sono rivendicate dall’Isis.
5. Forse alcuni miei amici capiscono molto meglio di me il mondo arabo. E’ probabile. La mia paura è che la loro comprensione, alla fine, sfumi nella giustificazione. Li abbiamo sfruttati, abbiamo usato il loro petrolio, vendiamo loro le armi, ecc. Non sono affatto d’accordo su questo punto, come puoi immaginare. Lo lascio passare solo per arrivare a un altro punto che mi sta più a cuore. Che è questo: ho paura che questa giustificazione porti poi all’abitudine, all’inerzia, alla passività, all’indifferenza. Questa giustificazione porterà ad altre centinaia o migliaia di morti. Parigi, Dacca, Bruxelles, (sospendo Nizza, di cui non siamo certi, a oggi). Poi sarà la volta di Milano e poi di Roma. A te va bene?
6. Se è no, come spero, allora non capisco le tue proposte: marcia mensile della pace, veglie di preghiera in Piazza San Pietro,  concerto in Piazza  Duomo, ritiro di tutte le truppe occidentali dal medio oriente, paga sindacale per tutti i dipendenti del Bangladesh, bomba atomica su Israele, resa incondizionata e sottomissione al Califfo? Che cosa vuoi fare? Non ti rendi conto che qui c’è un silenzio assordante del mondo arabo? E di una buona parte del nostro mondo? Qualche musulmano dice che non si vuole dissociare da questi terroristi, perché non si è mai associato. Se vogliamo giocare con le parole, possiamo andare avanti un bel po’. La rendo più facile: non è una società. Non siete associati, è vero. Qui c’è solo qualcuno che firma assegni con il tuo nome  e che ti prosciuga il conto. Ci vai in banca a dire che non sei tu? Quelli che fanno gli attentati non sono tuoi soci. Bene. Quelli che lapidano le figlie perché adultere sono tuoi soci? Sono “veri”  islamici o no? Perché se nemmeno quelli sono dei veri islamici bisognerebbe tornare in banca. Quelli che buttano i gay dai palazzi sono veri islamici? Perché anche in questo caso, forse, bisognerebbe tornare in banca. Mi fermo.

Io non ho tutte le risposte. Non so nemmeno se ne ho qualcuna valida. So che mi interrogo molto, cerco di capire. A fronte di questi temi, a fronte delle mie domande,  tu mi fai la cortesia di rispondere con una citazione, che mi pare un modo elegante di fuggire. Etty Hillesum è morta, come i suoi genitori e i suoi fratelli. E oggi altri ebrei farebbero la stessa fine, con l’Isis al potere. Tu saresti in grado di lasciar fare, ancora una volta, tutto quello che è stato? Lasceresti ripartire quei treni? Solo per aderire a un’idea di pace e di religione che ritieni la più giusta? Io non ne sono capace, lo confesso.

Un abbraccio, come sempre.

L’indifferenza

Parto come sempre da un luogo comune: tutti amiamo la pace. La pace intesa come assenza di guerra, come condizione opposta alla guerra. Ora, la pace non implica necessariamente un mondo perfetto. Sotto il mantello della pace può regnare un mare di ingiustizia, di iniquità, di dolore. La schiavitù può benissimo continuare a esistere in un mondo dominato dalla pace tra le nazioni, per esempio. Si tratta allora di rimettere i valori fondamentali della civiltà in un quadro di coerenza e di gerarchia.

Credo che la giustizia sia un valore più alto della pace, per esempio. La reciprocità, la simmetria, la libertà d’espressione, anche.
Si confonde spesso la pace con la non-violenza. E’ bene soffermarsi un po’ su questi concetti. Come diceva Gandhi, c’è una non-violenza del forte e c’è una non-violenza del debole. La non-violenza del debole porta solo (e più velocemente), alla vittoria del più forte. Gandhi stesso era critico di fronte a questa forma di non violenza. Gandhi prestò servizio militare, in giovane età, senza mai rinnegare quel periodo.
C’è chi decide di esprimere la propria opinione, di prendere posizione rispetto a un tema accettando di pagarne tutte le conseguenze. Potrebbe anche morire pur di non rinnegare una propria convinzione. Il non-violento preferirà essere ucciso piuttosto che fare del male ad altri. Può essere un codardo o può essere un santo, un martire. Visto nell’ottica di lungo termine del cambiamento necessario, la sua azione può avere effetti diversi. Se infatti non c’è nessuna cassa di risonanza mediatica, il suo gesto rimane quasi privo di effetti. Un debole è morto: il forte continua il suo cammino, più forte di prima. Se il sacrificio del debole rimane sconosciuto, esso sarà stato del tutto vano. Se invece il suo gesto ha qualche influenza su altre persone, avrà in parte raggiunto il suo obiettivo.
Se la sua ostinazione riguardo alla non-violenza implica mandare a morire altre persone innocenti a lui vicine (o anche meno vicine), occorre “pesare” le morti. Meglio uccidere un soldato nemico o lasciare che uccidano mio figlio perché io non voglio fare violenza? Io non uccido, ma altri uccideranno, anche a causa della mia inerzia. Non voglio fare personalmente violenza, ma lascio che gli effetti della mia azione siano molto violenti, anche su persone che non sono direttamente responsabili o corresponsabili delle mie decisioni. Vi è qualche superiorità morale in questa scelta? Chi vuole la pace attraverso la non-violenza deve essere disposto a sacrificare suo figlio (e i figli degli altri), pur di non far male all’altro. Qualcuno di voi è pronto a questa estrema coerenza? Io no.
Ma se uno non è disposto a questo sacrificio non può parlare di non-violenza: sta solo aspettando che altri facciano il “lavoro sporco”.
Il non-violento (forte), usa il suo corpo in maniera violenta. Lo sciopero della fame, della sete, il darsi fuoco non sono forme violente? Il monaco buddista si dà fuoco di fronte a tutti e non in fondo alla sua cella. Egli crede che la violenza che egli fa a se stesso sarà utile e che grazie a questo sacrificio, egli eviterà altre sofferenze. Gesto eroico, forse. Violento, sicuramente.
Esistono poi delle forme di lotta cosiddette non-violente: la resistenza passiva, il sabotaggio, il boicottaggio, e tutte le altre tecniche di lotta teorizzate da Gandhi (e altri, dopo di lui), per ristabilire la giustizia. Sono appunto tecniche di lotta. Qualcuno, da qualche parte, accuserà dolore per le mie scelte, per le mie azioni non-violente. Un embargo è una tecnica non-violenta, se volete: una forma estrema di boicottaggio. Un embargo di medicine è per esempio un bell’esempio di lotta non-violenta portata alle estreme conseguenze. Pensate ancora che questa forma di lotta sia indolore? L’embargo non è già invece una forma di guerra? L’assedio di una città e la sua morte per fame e per sete, pensate sia una tecnica di guerra violenta o non violenta? Il boicottaggio di interi prodotti di una nazione pensate non abbia ripercussioni forti, incisive, dolorose, su una nazione? Quello che voglio dire è che non esiste una facile e radicale distinzione tra la pace e la guerra, tra forme di lotta non-violenta e forme di lotta violenta. Alla fine c’è una gradualità delle forme di lotta, che sono sempre violente.
Pensate che la lotta non-violenta (così si chiama, anche se sembra piuttosto un’antinomia), possa risolvere tutti i problemi, quando nemmeno Gandhi lo pensava? Pensate che il digiuno assoluto avrebbe salvato gli ebrei dallo sterminio? Hitler si sarebbe commosso di fronte allo sciopero della fame o della sete?
Bene, allora bisogna trarne le conseguenze: a ogni livello di tensione, di conflitto, a ogni scenario di lotta, si addicono strategie, tecniche e tattiche differenti. Si va dal dialogo interculturale al terrorismo, dall’embargo alla guerra. Possiamo negare questa cosa, possiamo non accettarla. Purtroppo a me sembra che non cambierà molto.

Per tornare all’attualità, l’ISIS è più vicino a Hitler che non all’impero britannico di inizi ‘900. L’Isis non si fermerebbe davanti al nostro sciopero della fame. L’Isis non si fermerà di fronte ai nostri concerti per la pace.

Chi non vuole militarizzare il conflitto ora è perché ritiene che i morti non siano ancora sufficienti. Chi non vuole adottare misure particolari ora è perché ritiene che vada bene tutto così come va ora. (Per il bunga bunga di Berlusconi ci fu una quantità di persone in piazza con il cartello “Intercettateci tutti”: oggi, che questa restrizione della libertà personale avrebbe un senso leggermente più utile, non se ne vede uno.) Chi non vuole cambiare nulla del nostro rapporto con la cultura islamica è perché ritiene che i morti non siano ancora sufficienti. Quando finalmente i morti causati dall’Isis raggiungeranno e valicheranno una indeterminabile (ma certa) soglia di sensibilità comune, i governi occidentali saranno pronti a usare molta forza e molta violenza per difendere alcuni nostri valori.
Valori che crediamo fondamentali per la nostra civiltà: tolleranza, libertà di espressione, libertà sessuale, libertà genitoriale, diritto a un giusto processo, ecc. Chi non si riconosce più in questi valori è ancora libero (in occidente), di disprezzarli anche pubblicamente: è ancora libero di uscire da questo consesso e di opporvisi. Da altre parti tutte queste libertà non sono concesse. Valori che andrebbero difesi con molta forza e determinazione ora.

Mancano le parole?

Sembrano sfuggire le motivazioni per cui questi ci uccidono. Alcuni miei amici mi dicono che non è una guerra di religione, che il Corano non chiede di uccidere gli infedeli. Altri mi dicono invece che il Corano chiede di uccidere, come fa la Bibbia, che è molto violenta. E che quindi è solo una lettura non mediata del testo che conduce a questi esiti. E che implicitamente anche una lettura “scolastica” della Bibbia condurrebbe agli stessi esiti. Fatto sta (e i fatti sono ostinati), che questi signori dalla bande nere fanno un test: o sai questo versetto del Corano o muori. Ci sono anche coloro che sono molto più prosaici e che non fanno test: dicono solo “Allah è grande” prima di farsi esplodere, avendo cura di scegliere un posto frequentato. Dal loro comportamento dovrei dedurre che più persone muoiono e più Allah è grande. Non lo farò. Un Dio così non merita nemmeno una deduzione di second’ordine.

Seguo ancora il ragionamento di alcuni amici che mi dicono che ci sarebbe un Islam radicale e intollerante, e un Islam moderato e tollerante. Che tuttavia è del tutto invisibile e silente. O troppo tollerante: nel senso che tollera tutto, anche l’abuso del nome del suo dio. Se questo Islam moderato esiste bisogna chiedersi perché non si manifesta, perché non protesta, perché non si indigna. Un primo motivo è da rintracciare nella paura. Paura di essere torturati, uccisi. Paura che facciano lo stesso ai loro figli e mogli. Non è facile manifestare il proprio dissenso in quei paesi. Detto di passaggio, questo dovrebbe essere un valore con il quale pesare la nostra reciproca convivenza. Ritengo anche che questo Islam moderato a volte sia connivente con quello radicale e che in fondo l’Isis faccia un po’ di lavoro sporco: una lezione a questi occidentali benestanti bestemmiatori ogni tanto ci vuole. Perché non esiste un Islam radicale da una parte e un Islam moderato e buono dall’altra: esiste, come sempre, una ampia area grigia, in cui si è moderati ma non troppo.

Non è una guerra di civiltà, perché esiste un Medio Oriente e un Islam che è in grado di integrare e di integrarsi con la nostra civiltà. Non è una guerra di cultura, per le stesse motivazioni.

Alcuni mi dicono che è una guerra di matrice post-colonialistica, poiché li abbiamo troppo a lungo sfruttati e quindi è giusto che questi si vendichino.  A Dacca sfruttiamo i loro bambini e quindi queste ritorsioni sono giustificate. Non condivido questa tesi. Innanzi tutto il nostro sfruttamento consente di portare un po’ di ricchezza in quei paesi, nei quali in assenza delle nostre fabbriche lo sfruttamento avverrebbe in termini ancora più atroci e silenziosi, in un mondo rurale di grande miseria. I nostri marchi si arricchiscono, è vero. NOI ci arricchiamo, i nostri manager, i nostri imprenditori, i nostri azionisti. In termini generali anche loro si arricchiscono. Possiamo accettarlo, cercare di affievolire queste disuguaglianze o rifiutare con coerenza questo modello è cominciare a boicottare molti dei nostri prodotti.

In secondo luogo i foreign fighters dimostrano che se i nostri giovani e baldanzosi rampolli partono dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia, forse la matrice colonialistica c’entra poco.

In terzo luogo (e Dacca lo dimostra in maniera palese), gli inner fighters non sembrano farlo per motivazioni economiche e soprattutto non de-colonialistiche. Chi ha ucciso a Dacca non ha lavorato nelle fabbriche delle multinazionali.

Che tipo di guerra è dunque? Ci mancano le parole? È diversa dalle altre guerre? O abbiamo paura di pronunciare vecchie parole? Le motivazioni di questi terroristi sono forse più complesse e non hanno una sola matrice: religiosa, ideologica, economica. Forse le motivazioni si sommano tra loro, si intrecciano, si sovrappongono, si rincorrono, si amplificano. Convergono però tutte verso un comportamento e un obiettivo chiaro: il potere: il comando. Mi sembra che vogliano imporre il loro modello di vita, i loro valori. E che siano disposti a usare la forza per imporli. Chiedo a chi mi legge di fare un piccolo esercizio di fantasia. Ammettiamo che questi signori siano giunti infine al comando, dopo qualche testa tagliata e dopo qualche conversione, più o meno spontanea. Ecco, chiudete gli occhi: siamo già in un mondo islamico: pensate che vi lasceranno pregare il vostro Dio della croce? Pensate che potrete ancora leggere gli stessi libri che leggete adesso, guardare la stessa TV, ascoltare la stessa musica, mangiare la stessa carne, bere lo stesso Chianti? Pensate che potrete ancora sfilare a Roma con i carri del gay pride? Pensate che Vendola e compagno potranno accudire un bambino dopo averlo preordinato dall’altra parte del mondo? 

Io credo di no.

La domanda è allora questa, per ognuno di noi: a cosa sono disposto a rinunciare pur di non riconoscere che questo Islam radicale vuole il comando e che se ne frega dei miei valori di dialogo, di tolleranza, di integrazione, di libertà? Pensate che questo Islam si piegherà perché cantiamo “Imagine” di John Lennon, perché facciamo un minuto di silenzio a scuola, perché giochiamo al pallone con una fascetta al braccio? Pensate che l’Islam moderato fermerà l’Islam radicale? E come? Anch’esso con le fascette al braccio? Io credo di no.

E quando intenderebbe fermarlo? Quanti morti occorrono perché l’Islam moderato fermi ed estirpi questo male? Io ritengo, purtroppo, che se non è stato in grado di farlo finora è perché è strutturalmente incapace di farlo o perché non vuole. In entrambi i casi non ci salverà. O allora speriamo che l’Islam moderato diventi meno moderato e che si rivolti a queste bestie? Pensiamo di lasciare a loro l’incombenza di farsi la guerra? Se noi la facciamo non va bene, perché siamo una civiltà superiore. Se la fanno tra loro, la cosa è più tollerabile. Se la guerra la fanno altri, la cosa è sempre più tollerabile.

Noi non vogliamo più difendere i nostri valori perché ci siamo abituati al fatto che prima o poi qualcun altro lo farà per noi. Noi non vogliamo più difendere i nostri valori perché finora reputiamo che queste cose non sono reali: sono toccate ad altri, non a noi. Succede da un’altra parte, non qui. Noi vediamo gli Europei di calcio, andiamo al mare …

Non difendere i propri valori non è tolleranza, in questo caso: è un lusso, una vigliaccheria, un esercizio di cinismo.

Io non dico che bisogna andare per forza e subito in guerra “boots on the ground”. Esistono forse altre strategie, che però passano tutte dalla parte opposta del “non fare nulla”. Né credo che la pace sia sempre la miglior condizione possibile: vi sono delle paci che nascondono grandi ingiustizie. A volte la violenza porta più uguaglianza della pace. E sulla violenza della lotta non-violenta di Gandhi magari parlerò un’altra volta.

Papà come un figlio

Spesso, tornando da Spoleto, passo vicino al cimitero di Foligno, dove papà dorme. D’inverno, le luci dei loculi dei piani più alti dei padiglioni sono visibili dalla strada, e sembrano una piccola città nella città. Raramente vado a vedere, da vicino. Solo pochi, pochissimi, cimiteri aggiungono poesia al ricordo. E dunque non è necessario frequentarli. Almeno per me. Quando la macchina passa veloce, il primo pensiero è sempre (dopo un “Ciao papà”): sarò stato, finora, all’altezza delle sue aspettative? Dei suoi sogni su di me? Su suo figlio? Che cosa pensava di me? Come mi vedeva, da adulto? Come si immaginava sarei diventato? Non lo so. Non lo saprò mai con certezza. Nessuno potrà dirmelo in maniera così convincente da togliermi ogni minimo dubbio. Chi muore porta via con sé le risposte, e lascia solo le domande. So solamente che non sono così bravo a fare soldi, come lui era. Né ho la sua capacità di sedurre le donne. Non sono un tombeur de femmes, come lui era. Non ho il suo sorriso, né il suo modo di fare, la sua spavalderia. Da quello che mi hanno raccontato abbiamo solo lo stesso vezzo di alzarci presto, molto presto, di andare a prendere il caffè al bar e il giornale la mattina. E il “vizio” di vestirsi bene: lui quasi sempre: io quando posso permettermelo. E’ morto a 33 anni. Oggi si direbbe “un ragazzo”. Ma io me lo ricordo come un uomo: nel ’68 si diventava uomini prima. E adesso sono quasi nella condizione paradossale di ricordare un padre che tra poco avrebbe potuto essere mio figlio. La mia vita è andata come è andata, va come va, ho fatto il meglio che potevo per non deluderlo. Chissà se gli sarei piaciuto.

Il valore della differenza

Non siamo tutti uguali. Credo che occorra partire da qui, sia per verificare, con un discorso sereno, per poter osservare le nuove tendenze culturali (profonde), in atto, per ciò che riguarda i matrimoni, le adozioni, la fecondazione eteronoma, le logiche e le politiche di integrazione.
Il che non vuol dire che non ci siano diritti per taluni o che ci debbano essere forti disuguaglianze. Ci sono, è ovvio, non voglio nascondermi dietro facili formule di facciata. Ma fanno parte della nostra vita ed è nostro compito cercare di renderle il meno dolorose possibile.
Ci sono differenze fisiche e culturali. Noi nasciamo maschi o femmine. Qualcuno, in questa contemporaneità, dice che l’identità sessuale non è data alla nascita, ma che può essere stabilita culturalmente anche dopo, con una libera scelta. E’ vero: il sesso si può cambiare. Anche più volte, oggi, se si vuole. Ciò non toglie che nella normalità dei casi i maschi nascono e si riconoscono perché hanno una certa connotazione e le femmine ne hanno un’altra. Se si vuole negare anche questa semplice evidenza, forse è meglio interrompere qui la lettura.
Un bambino nato nella cultura eschimese è diverso da quello nato nella cultura beduina. E questa diversità si mantiene finché il soggetto non decide di modificare (per quello che può), la cultura in cui è immerso o finché non decide di partire e di scegliersi un’altra cultura, elettiva. Anche qui, il dato mi sembra autoevidente. C’è una diversità culturale tra gli uomini, non fosse altro che per la lingua in cui essi si esprimono.
Le tendenze culturali in atto oggi in occidente spingono per eliminare le differenze, alimentati da un misto di pensiero debole da una parte (la paura degli assoluti) e di hybris dall’altra.
Ma se non ci sono differenze tra un matrimonio eterosessuale e un matrimonio omosessuale, io ripeto (l’avevo già detto in un altro post), che è logico che cada anche il perbenismo del numero. Non si vede perché questo matrimonio debba essere solo tra un essere umano e un altro essere umano. Meglio liberalizzare anche il numero. Io posso sposarmi con più persone, punto.
Così come dovrebbe cadere anche il tabù dell’incesto. Non si vede perché io non possa giacere con mia madre o con mio padre. Se poi dovesse capitare un “piccolo incidente di percorso”, c’è sempre la diagnosi pre-natale che potrebbe risolvere il problema di figli con potenziali malattie incurabili. D’altra parte immagino che l’aspetto riproduttivo sarà presto completamente espunto dall’atto sessuale, che rimarrà come soddisfacimento del piacere e come mera pratica sociale.
Né deve resistere il limite della pedofilia, attestato sulla maggiore età, quando è noto che l’attività sessuale degli adolescenti inizia oramai ben prima.
E’ evidente dunque che il matrimonio nella forma in cui l’abbiamo conosciuto è destinato a scomparire, soppiantato da contratti molto più elaborati e raffinati dal punto di vista legale. D’altra parte mi sembra che nei paesi anglosassoni si pratichino già dei matrimoni a tempo determinato con il corredo di varie clausole. Per dare cenno delle complicazioni legali e sociali di questo tipo di convivenze, basta immaginare la pensione di reversibilità, molto attuale in questo momento. Immagino la complessità della norma da scrivere per garantire l’istituto della reversibilità (e un minimo di equità), a un “matrimonio” di tre gay, di cui un componente sopravvissuto sia legato da lunga data al deceduto mentre l’altro sia di recente legame e magari disoccupato.
Se poi una coppia gay ha diritto a un figlio (adottato o preordinato con pratiche di inseminazione e di gestazione varie), tutti hanno diritto a un figlio. Anche i single hanno diritto, ovviamente. O i componenti di un matrimonio plurale, poligamo.
Mi preoccupo del fatto che un figlio possa essere adottato o voluto in una tale forma societaria che, come tutte le forme societarie, può subire rapidi e improvvisi cambiamenti (divorzio, morte, aumento del numero dei componenti, cambi di residenza, ecc.). Mi sembra cioè che si tralascino i diritti dei più deboli (i figli), ma questo sembra interessare poco la cultura attuale. Mi sembra ancora che la famiglia, con tutte le sue eccezioni e le sue patologie, fosse una istituzione a tutela di molte posizioni individuali, e che ora la si voglia buttare a mare con una discreta leggerezza.
Non ci devono essere differenze tra noi e gli immigrati. Nessuna frontiera. Bene. Ma allora perché le lingue? Cerchiamo di promuovere una sola lingua per tutto il pianeta Terra. Perché invece, in più sedi, cerchiamo di tutelare queste lingue in via di disparizione? Se l’immigrato che non sa la mia lingua ha tutti i miei stessi diritti, occorre ripensare a un diritto planetario. Cosa che non sarà facile. Ci saranno sempre differenze da colmare.

Mi sembra che volere l’abolizione delle differenze ope legis sia l’altra faccia di un modo pigro di vivere. Il mantenimento delle differenze, infatti, implica uno sforzo di tolleranza e di comprensione. Uno sforzo anche per mantenere una giusta distanza, perché no? L’abolizione delle differenze è un modo per evitare questa difficoltà della vita. Il modello consumistico (la sua essenza), ha fatto bene il suo lavoro, e sta riuscendo in quello che non era riuscito a regimi dittatoriali del passato.

Paris, le 13 novembre 2015

Penso che vogliano uccidermi. Che vogliano uccidere i miei figli, mia moglie. E poi che vogliano uccidere anche te, i tuoi figli, tua moglie.

Penso che tra me e quell’uomo che era a Parigi non c’è molta differenza. Ieri è toccato a lui: domani sarà il mio turno e poi il tuo.

A me non importa che qualcuno faccia distinzione tra terrorismo e guerra. Per me è guerra. E’ semplice: persone motivate, pagate, coordinate, organizzate, pianificano azioni in cui uccidere civili. E lo fanno. Se vi piace di più potete chiamarlo terrorismo. Io dico che se uno Stato uccide cittadini di un altro Stato, questo si chiama guerra. Potete continuare a chiamarlo terrorismo: non sono un puro formalista. A me basta che qualcuno faccia qualcosa per impedire altri massacri. Questo qualcuno si chiama Stato, se ancora ci vogliamo credere. Decida dunque lo stato quali sono le misure necessarie: chiusura delle frontiere, leggi di polizia interna, ecc. Io gli dò la mia delega, fino a pagarlo perché armi i nostri soldati e li mandi a fare la guerra all’altro Stato.

Ma noi abbiamo paura di dire queste cose e lasceremo che uccidano i nostri figli e le nostre mogli, pur di non confessarlo.

Perché ci uccidono? Motivazioni economiche?

Chi crede che questi ci uccidano a causa degli sporchi traffici del petrolio e delle armi, dovrebbe da subito smettere di alimentare questo traffico, vendendo la sua auto e staccando il suo frigo. Anche qui non è facile, però  è semplice. Non si può pretendere di vivere con il tenore di benessere attuale, immaginando che questa abbondanza di energia cada dal cielo come la manna. Il tuo frigorifero è pieno e funziona perché qualcuno, da qualche parte, ha estratto petrolio. Non parliamo poi di viaggi, di turismo, di concerti. Vogliamo fare un bilancio energetico di quanto costa un concerto di una rockstar? Di quanto petrolio si consuma?  Ma se volete il frigo pieno, qualcuno deve estrarre petrolio, da qualche parte.

A me pare poi che i nostri soldi non abbiano peggiorato le loro condizioni. Le nostre condizioni sono migliorate. E anche le loro. Troppa disparità? Forse. Questo li autorizza a ucciderci?

Ammazzare civili indifesi in un altro Stato non credo che possa essere assimilato ad una sorta di rivendicazione sindacale. E non credo che uccidere persone in occidente farà migliorare la loro condizione economica. Non credo dunque che le motivazioni siano economiche.

Ma se non sono economiche sono di qualche altro tipo. Gridano “Allah è grande!” quando uccidono. Questo è un fatto.  Io non sono in grado di fare una lettura completa del Corano e capire se questi sono solo dei fanatici che leggono alla lettera il Corano come noi leggevamo l’Antico testamento 1000 anni fa. Se questo Islam moderato esiste dovrebbe forse fare qualcosa di più che tacere. Finora non si è visto un granché, francamente. Altrimenti per l’integrazione possiamo aspettare 1000 anni: io non ho fretta.  I terroristi non si possono integrare. I soldati non si possono integrare. Al massimo si fanno prigionieri. Punto. Non è difficile.

Non volete dire motivazioni religiose? Preferite ideologiche? Ok: ideologiche. Che vogliamo fare, allora? Li lasciamo fare perché è una follia ideologica? E’ più bello morire così?

Le anime belle del pacifismo all’acqua di rose dicono che l’integrazione deve essere vista come un processo di arricchimento. Voglio capire come  pensano di integrare la nostra cultura e i nostri valori con i loro, partendo da un altro fatto: io non voglio rinunciare a niente per integrarli. Questa è la mia cultura: a me piace.

Devo rinunciare al crocefisso per inchinarmi verso la Mecca? C’è un grande vantaggio in questo? Io voglio essere gay, transessuale, voglio fare vignette oltraggiose su Gesù, Allah e Confucio. Voglio che mia moglie possa divorziare e risposarsi. Voglio anche non andare a messa, se non mi va. Voglio che mia figlia possa girare a volto e seni scoperti, se vuole, senza che nessuno la uccida per questo. Voglio andare alle mostre d’arte in cui c’è il nudo. Voglio bere un buon Lambrusco, e ubriacarmi, di tanto in tanto. Voglio mangiare il maiale, la tartaruga, la scimmia, il cane, il gatto. Voglio dei giusti processi. Voglio che nessuno sia condannato a morte.   Solo per citare alcune cose del nostro mondo occidentale (schifoso, brutto, capitalistico, ipocrita, ecc.). Sei disposto a rinunciare a queste libertà per integrarli? Io no. Queste libertà sono una ricchezza, sono LA ricchezza.  Arricchimento significa, per me, ampliare questa ricchezza, e non imparare  a cucinare il montone.  Se l’integrazione richiede una restrizione di queste libertà è solo un impoverimento, comunque la vogliamo chiamare.

Il PRG Parte Strutturale del Comune di Laputa (IG)

Obiettivi del PRG Parte Strutturale di Laputa
  1. Limitare il consumo e l’impermeabilizzazione di suolo mediante politiche che riducano l’urban sprawl 
  2. Delocalizzare attività rumorose o moleste dai centri abitati
  3. Limitare il consumo di suolo mediante l’incentivazione di forme ecosostenibili di riconversione urbana
  4. Consentire a tutti gli edifici il “diritto al sole”
  5. Protezione dal rischio di esondazione
  6. Ricreare nei nuovi insediamenti l’effetto città
  7. Protezione dal rischio di frane
  8. Ridurre la produzione di acque reflue
  9. Ridurre il consumo di acqua potabile tramite erogatori differenziati
  10. Incentivare piste ciclopedonali
  11. Incentivare la raccolta differenziata
  12. Incentivare il verde urbano e territoriale anche in funzione di compensazione della CO2
  13. Incentivare la mobilità dolce
  14. Evitare insediamenti in ambiti paesaggisticamente rilevanti
  15. Evitare l’insediamento di attività rumorose o moleste
  16. Incentivare forme di produzione di energia da fonti rinnovabili
  17. Favorire la riqualificazione dei centri storici
  18. Implementare la Struttura Urbana Minima nei centri consolidati
  19. Incentivare la creazione di percorsi alternativi
  20. Creare piattaforme di interscambio modale
  21. Tutelare il paesaggio storico e identitario
  22. Attuare il Piano di Risanamento Acustico
  23. Evitare nuove fonti luminose
  24. Creare zone ad alta sicurezza urbana
  25. Realizzare nuove scuole con ampie dotazioni di verde permeabile
  26. Incentivare la creazione di Corridoi Ecologici
  27. Incentivare la creazione di nuova occupazione
  28. Favorire i mercati a Km 0
  29. Mantenere forme storiche di coltivazione dei fondi
  30. Favorire il ritorno della residenziali nei centri storici
  31. Attuare il PEBA (Piano Eliminazione Barriere Architettoniche)
  32. Favorire l’economia digitale
  33. Evitare per quanto possibile, la collocazione di antenne e ripetitori
  34. Attuare un Piano di Monitoraggio in tempo reale

GRAZIE GRANDE MICHAEL … CHE CI HAI INSEGNATO ANCHE A SORRIDERE … CON L’ARCHITETTURA …