Benedizione

Ci sono cose che si apprezzano tempo dopo. Tanto tempo dopo. Una di queste, per me, è la “benedizione”.

Da piccoli non potevamo andare a dormire se prima non eravamo passati da nonna, dicendo “Benedizione”. Lei ci toccava la testa e ci diceva: “Che Dio ti benedica”. Ci toccava con le mani completamente deformate dall’artrite che l’aveva colpita ancora giovane. Io la ricordo, da sempre, con queste mani “accartocciate”, incapaci di aprirsi completamente. Anche il braccio era dolorante, sicché ogni benedizione sembrava una cosa solenne, poiché vi erano lentezza e dolore.

A quel tempo, questo rito serale non mi piaceva: non lo capivo. Mi sembrava il retaggio di una cultura antica, superstiziosa, contadina (nel peggiore senso del termine), e, alla fine inutile. Un rito stanco, svuotato: una formalità. E poi, che potere aveva mia nonna per poter “benedire”? Quando nonna se n’è andata, questa usanza tutta nostra, intima e famigliare, l’ha seguita.

Oggi, tanto tempo dopo, guardo i miei figli e capisco quello che ho perso: quello che abbiamo perso.  Non so quello che succederà domani e allora spero con tutto il cuore, la sera, che domani vada tutto bene per i miei figli, per la mia famiglia, per me. Era un bel rito, il momento di una cosa importante, e l’abbiamo perso.

Nonna non aveva nessun potere di benedire, ovviamente. L’unica cosa che poteva fare era trasmettere il suo immenso amore per noi. L’amore era così grande e la speranza del bene così intensa che l’unico atto che poteva riassumere tutto ciò, in maniera sintetica ma compiuta, era un atto di benedizione. Quell’amore avrebbe potuto fare da tramite (intercedere), e Dio ci avrebbe benedetti e resi inattaccabili dal male. Lo stesso amore con cui, in silenzio, la sera,  un padre guarda i propri figli e li benedice.

Teoria Poetica

C’è un interessante passaggio in un recente intervento su Facebook di Luigi Prestinenza Puglisi in cui egli dice in sostanza che abbiamo bisogno di poetiche e non di teorie. La frase è una di quelle che “acchiappa”: l’immagine è forte e il messaggio passa. E’ vero: abbiamo bisogno di poetiche. Su questo concordo. Sulla premessa implicita (non detta, ma evidente), che la teoria e la poetica si escludano a vicenda, non concordo. Il punto da approfondire è capire appieno il rapporto che c’è tra teoria e poetica. Il mio punto di vista è forse più radicale, poiché affermo che non c’è una poetica senza una teoria. Che poi la poetica sia una Poetica è un altro discorso, ed esula da questo.
Ma una teoria, e cioè una riflessione sul mondo, sul ruolo dell’artista nel mondo, sul ruolo della tecnica rispetto al prodotto artistico, ecc. è sempre necessaria. Necessaria non nel senso di piena e cosciente volontà di sistematizzare i propri pensieri, bensì nel senso che è impossibile non averne una. Spesso l’artista non sa o non vuole dare compiutezza ai propri pensieri: ciò nonostante non può fuggire al fatto che egli ha dei pensieri circa un determinato argomento, che può metterli in fila più o meno bene (Theoria), e che in ogni caso qualcun altro può sempre “appiccicargli” addosso una teoria ex-post. Quella fa la differenza è il grado di coerenza interno ed esterno della teoria. Per grado di coerenza interno voglio dire, in sostanza, la coerenza che c’è nei vari pensieri dell’artista in relazione a un determinato tema. L’assenza di contraddizioni è un buon indicatore del grado di coerenza, in genere. Il grado esterno è la congruenza tra i suoi pensieri e le sue opere artistiche. Ci sono diversi casi in cui un artista ha una teoria A e una pratica artistica che invece presuppone B. Vado un po’ più avanti: la determinazione del grado di coerenza della teoria è essa stessa teoria.
Credo infatti che molti artisti e architetti contemporanei abbiano proprio scelto una teoria così “cedevole”, “inclusiva”, dove tutto è permesso, dove tutto è possibile. Il consente loro un grado di sperimentazione molto alto. Sul fatto che la sperimentazione debba essere necessariamente fatta, in ogni luogo, in ogni occasione, vorrei tornare in un prossimo intervento. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile fare deve essere fatto, insomma.

Il bosco è mio.

Quando diciamo: “Questo campo è mio, questo bosco è mio”, facciamo un errore di prospettiva e forse vediamo il mondo allo specchio. E’ il campo a dire: “Quest’uomo è mio”. E’ il bosco a dire: “Quest’uomo mi appartiene. Non lo sa ancora, forse non lo scoprirà mai,  ma mi appartiene”.

Ecco, a me sembra che si liberi dell’energia (che si diventi migliori), quando si riconosce che apparteniamo a quella terra, a quel bosco, a quel mare.

Charlie

Una riflessione si impone, a seguito dei fatti del 7 gennaio a Parigi e delle azioni di Boko Haram in Africa. Una riflessione che non vuole essere di appoggio o contro una particolare fazione politica. Una riflessione che cerco di fare per cercare di capire. Una riflessione rapsodica, non esaustiva, non sistematica,  che forse riflette il pensiero anche di qualcun altro e che avrebbe bisogno di una sintesi politica “alta”.
E’ evidente che dobbiamo tracciare una diversità tra noi e gli attentatori. A me pare il punto di partenza: se non conveniamo su questo è inutile andare avanti. Faccio anche un’altra concessione allo spirito di indagine, di ricerca: di preciso non so chi siano “loro”. Non so di preciso che parte politica abbiano, che disegno strategico abbiano, non so se credano veramente in Allah o meno. Quello che so è che io sono diverso. Sono diverso perché tengo a dei valori che ho scelto e che  continuo a scegliere ogni giorno. Un valore è quello della libertà d’opinione. Io vorrei poter esprimere la mia opinione e vorrei che tutti potessero esprimere la loro, senza paura di essere uccisi per questo. Se tu non sei disposto ad accettare questo valore, siamo diversi: cominciamo ad essere diversi.
Un altro valore è quello della reciprocità.  Siamo diversi perché sostengo e difendo un valore che si chiama rispetto reciproco: una derivazione dell’égalité illuministica. In Europa siamo soliti appendere un crocifisso nelle aule scolastiche. Devo toglierlo perché può offendere chi non crede in Cristo (una minoranza)? Bene: ci sarà pure una minoranza cattolica nei paesi arabi: io pretendo che si tolga voce al muezzin, allora, poiché il suo canto può offendere chi non crede in Allah. Adesso qualcuno si alza e mi dice che sono un provocatore. E io rispondo sempre che se chi rivela le cose con semplicità è un provocatore, allora sono un provocatore. Chiunque dica “Il Re è nudo” di fronte alla evidente nudità del Re è un provocatore: sta bene. Io non sono cattolico, ma mi sembrerebbe una bella operazione di par condicio. Aspetto comunque una risposta ragionevole: perché non si può fare? Perché non si può nemmeno dire?
Non continuo con gli esempi perché, come diceva Benedetto Croce, sono troppo facili.
I fatti di Parigi  dicono che questi tizi sono entrati nella sede del giornale e hanno sparato per vendicare il profeta.  Finché qualcuno non smentisce queste cose, i fatti dicono questo.
Considero l’ironia un fatto positivo, la satira un diritto, un valore da difendere. Posso capire che per alcuni sbeffeggiare il loro Dio è come distruggere i massimi monumenti per noi. Ma anche nel caso di monumenti, noi al massimo arriviamo a calcolare un “danno ambientale” e non uccidiamo più nessuno. Considero questo un fatto positivo, una conquista di civiltà. Preferisco vivere in questa civiltà, piuttosto che in una in cui si uccide perché ho dissacrato un monumento (cartaceo che sia). Torno a dire che posso capire chi non sopporta questa “iconoclastia”. E per questo torno a dire che siamo diversi. Io non voglio rinunciare a questa conquista di civiltà. Io voglio poter essere blasfemo.
Credo che dare alla donna lo stesso grado di libertà che si riconosce all’uomo sia una conquista di civiltà e non vi voglio rinunciare. Preferisco vedere una donna nuda su Playboy (anche mercificata, sì, anche il modello delle “veline”, sì), piuttosto che una donna mascherata e presa a bastonate da marito e padre perché ha violato non so quale norma di condotta civile. Preferisco vedere una sedicenne Lolita piuttosto che una sedicenne uccisa in piazza con blocchi di cemento e pneumatici di camion. E non mi importa se quelli che gridano (facendo tutto questo e riprendendolo col telefonino) “Allah è grande” facciano questo in conformità alla loro legge sacra, alla loro religione. Io non voglio che si faccia questo a una sedicenne. Punto. Se tu vuoi continuare a farlo, liberissimo di farlo (purtroppo), ma non a casa mia, non nel mio nome. Siamo sempre più diversi.
Un altro valore che voglio difendere e a cui non voglio rinunciare è la tolleranza. La tolleranza non è accondiscendenza.
Io tollero che le “Femen” si infilino il crocifisso dove meglio credono: non le uccido per questo. A me non piace lo spettacolo, ma considero un fatto positivo che lo possano immaginare e lo possano fare senza aver paura di morire.  Possiamo immaginare altrettanto nei paesi musulmani? C’è un’ermeneutica “liberale” del Corano che consente questo?
Io sono disposto a riconoscere l’altro, anche in quanto diverso. Se vuoi venire a pranzo a casa mia sei il benvenuto: sappi che si mangia il maiale. Per una volta potrò usare la cortesia di non portarlo in tavola. Per il resto dell’anno non puoi essere tu a decidere il mio menu. Mi sembra una norma di condotta ragionevole: sono un provocatore?
La diversità non è una brutta cosa, se essa serve a convivere in pace e giustizia. Se per eliminare la diversità io devo eliminare la giustizia e tutti gli altri valori a cui tengo, sto facendo la cosa sbagliata. L’integrazione non è necessariamente un valore positivo, se questo non è fondato sulla reciprocità, sul riconoscimento della pari dignità, sulla condivisione dei valori. Per integrare gli inglesi non consentiamo ad essi di guidare a sinistra. La convivenza pacifica non presuppone l’integrazione.
Forse qualcuno mi insulterà per questo, ma credo che il valore ultimo da preservare non sia la pace. Il valore ultimo è la giustizia. La pace, intesa come assenza di guerra, può includere teoricamente anche la schiavitù, o la discriminazione. L’Iran, al suo interno, è in pace. La Cina è in pace: non c’è una guerra civile. Quel tipo di pace non mi interessa. La giustizia contempla la pace: l’inverso non è sempre vero. La giustizia non è perfetta. La nostra giustizia è terrena (ed è anche questo un valore da difendere). Ci siamo affrancati da una giustizia divina e dagli interpreti di questa giustizia. La nostra giustizia deriva da un accordo civile tra uomini, e non è l’espressione di un Dio trascendente. La giustizia presuppone la pace, la ricerca, la persegue. La pace chiede solo che le armi da fuoco tacciano. Mi sembra un obiettivo più “debole” rispetto alla giustizia. Alla pace a volte si arriva perché uno dei due si arrende. Non è una bella cosa: è solo il risultato di una constatazione delle forze in gioco. E’ solo la fine di una forma violenta di conflitto perché una parte non può più sostenerla: non vedo cosa ci sia di onorevole, di buono, in questo.
Ultimo spunto di riflessione: Islam moderato. Il convitato di pietra in tutto questo è il cosiddetto islam moderato. Un silenzio assordante. Si obietta da più parti che questi tizi di Parigi non sono dei veri musulmani: sono dei terroristi. Mi sia consentito avanzare qualche dubbio su questo terrorismo che non chiede soldi, non chiede liberazioni di prigionieri “politici”, non rivendica teorie politiche particolari. L’unica cosa che ripetono è che Allah è grande e che fanno parte di Al Qaeda. Un terrorismo che annienta interi paesi in Africa. Queste cose prima si chiamavano guerre, genocidi, ecc., ma se si vuole chiamarle azioni terroristiche non sarò io a formalizzarmi sul termine che gli si vuole dare.  O questo islam moderato ha in sé la forza di espellere questi estremisti o allora dimostra di essere non dico complice, ma tollerante sì. In fondo il lavoro sporco lo fa la parte estremista (integralista) ed è abbastanza facile smarcarsi da questa quando succedono fatti troppo truculenti. O l’Islam moderato ha la capacità di fermare questi estremisti o noi dobbiamo averla. E’ vero: non tutti i musulmani sono estremisti, forse chi è morto era musulmano anch’esso. I fatti sono tuttavia ostinati, e dicono sempre le stesse cose: coloro che hanno sparato dicevano che Allah è grande e dicevano di farlo per vendicare il loro Dio. Dobbiamo capire chi è d’accordo con questi soggetti e chi non è d’accordo. Le foto e i video che ognuno può guardare su Youtube mostrano una folla di persone ansiose di lanciare la prima pietra su donne incappucciate, ansiose di riprendere tutto con il telefonino, ansiose di riprendere i propri figli con un mitra in mano. E a me questa folla non sembra costretta da nessuno a questi gesti: sono tutti estremisti? Tutti integralisti?
O l’Islam moderato ci dice con chiarezza, forza, determinazione, costanza, ripetutamente, che la donna è uguale all’uomo, che l’adulterio non va punito con la morte, che la poesia d’amore è concessa, che la satira è possibile, o allora, semplicemente, come dice un arabo su twitter, l’islam moderato è quello che ti lapida con pietre più piccole. Che a me non interessa integrare.

La carne

La carne
Io sono vegetariano dal 13/07/1983. Non mangio dunque carne da allora, se non rompendo una volta l’anno la regola che mi sono dato. E non mangio nemmeno il pesce, anticipando la domanda che più di uno mi ha fatto. Il pesce è carne che vive sott’acqua, come rispondo. Anche perché andando avanti con queste distinzioni un po’ ingenue si potrebbero escludere gli uccelli, gli anfibi, i rettili, ecc. Dunque la carne è carne.
Perché sono diventato vegetariano? Perché avevo allevato una piccola capretta nata da un parto trigemino e la madre l’aveva abbandonata. Una piccola capretta bianca, Sannen, tipo Heidi, sì. Ma la campagna è dura e noi la mia famiglia, noi, allevavamo animali da cortile galline, maiali, pecore, conigli, piccioni, anatre, per mangiarli, alla fine. Io stesso ho ucciso tanti di quegli animali … Ed ho continuato, per pietà, anche dopo essere diventato vegetariano. Sì, perché molti animali venivano uccisi da mia nonna che però a causa dell’anzianità e dell’artrosi deformante non riusciva più a dare una morte dignitosa a questi poveri animali, che alla fine subivano amputazioni, colpi e tagli vari. Dunque i piccoli animali da cortile li uccidevo io. Aiutavo ad uccidere il maiale, che in campagna è sempre un evento. Ora, l’urlo degli animali che si sentono in trappola e che forse sentono che vanno a morire è sempre impressionante. Ma il belato di un agnello di 40 giorni è duro da dimenticare. Il belato di un capretto è insostenibile. Tra l’altro la capra non bela, ma “maggia” ed effettivamente il suo verso è diverso da quello dell’agnello.  Il capretto chiama ed il suo richiamo è “mamma”. È un bambino che chiama la mamma. Non è una metafora: chi non lo ha sentito probabilmente non lo capisce.
La mia capretta, allevata con il biberon a latte artificiale, diventata un cucciolo più domestico e simpatico di un cane, è morta chiamando “mamma”, schiumando il proprio sangue dalla gola tagliata da un piccolo coltello. L’ho guardata morire, l’ho tenuta ferma con le mani, per farla morire: questa è la scena. Leggevo già Gandhi, Steiner, Krishnamurti, ecc.: mi è parso che fosse giunto il momento di smettere di mangiare la carne. A fronte delle previsioni catastrofistiche dei miei amici, sono ancora qui. Dal punto di vista nutritivo mi sembra evidente che avessero torto. Ma non c’ alcun piacere nel dire questo: la mia fu una scelta inconsapevole, “al buio”, e non pretendeva di dimostrare nessuna verità scientifica.
È da poco passata la Pasqua, e sui social network sono stai visti video e commenti contro l’uccisione degli agnelli o dei vitelli, scandalizzandosi di fronte alle modalità con cui si uccidono gli animali. Che sono i modi ordinari che si usano in tutto il mondo. Sono stupito di questo stupore. Ci si aspettava che gli agnelli svenissero da soli alla vista del macellaio? Che alle mucche facessero prima un’iniezione di morfina? Che la morte non comportasse dolore, sangue, merda, puzza, organizzazione, fatica, bestemmie, errori, sofferenza, agonia?
C’è il dolore della morte, è ovvio. Ma c’è anche il dolore della cattività dell’allevamento. Bisogna considerarla perché pesa, in un bilancio del dolore, se si potesse fare un bilancio simile. Gli allevamenti di galline ovaiole, di maiali, sono inumani e crudeli forse più della morte. Una bella morte è forse preferibile ad una intera vita in gabbia. Chiedete ad un uomo sotto tortura  se non preferirebbe un bel taglio della testa: io credo di sì. E credo che valga anche per gli animali. E per un animale avere lo spazio appena sufficiente per girarsi credo sia una tortura. Guardate come vengono allevate scrofe e maialini da latte, con la scrofa che può piegarsi solo su un lato. Galline che non sanno camminare, oche obbligate a mangiare per ottenere un bon foie gras.
Ecco allora che l’uccisione di animali da cortile, vissuti nella fattoria in condizioni discrete, in una cattività che non è nemmeno una cattività (conigli e galline e piccioni, per esempio girano nell’aia), mi appare molto più ragionevole. L’animale ha in fondo vissuto abbastanza bene, anche grazie al nostro cibo, ed ora gli tocca morire. Morire in pochi istanti. Morire come sarebbe morto in natura, braccato dai suoi predatori.
Anche la questione della caccia va rivista integralmente, se caccio per mangiare quello che caccio. Certo, c’è un’asimmetria ineliminabile tra la potenza di fuoco di un moderno cacciatore con fucile ed un animale solitario e spaventato. Non so come risolverla: non credo che i cacciatori vorrebbero tornare indietro e cacciare con lance e frecce, ristabilendo una sorta di equilibrio. E’ un’ingiustizia, che solo la coscienza del singolo cacciatore può risolvere, in una sorta di moderazione dei propri appetiti. Io non mangerei i passerotti, per esempio, ma anche questa è una questione che non può essere posta ragionevolmente sul tavolo, se si ammette l’esercizio della caccia. Il cacciatore sembra alla fine quello che ha più diritto a mangiare e utilizzare l’animale ucciso. Certo, vi sono pratiche degeneri: il bracconaggio, le reti, le trappole, ecc. E le consideriamo degeneri in virtù del discorso che facevo prima sulla sofferenza: meglio morire subito o morire di stenti preso in una rete? Meglio morire subito o morire poco a poco con una gamba nella tagliola? E poi c’è una questione che ha sempre dato fastidio e che riguarda coloro che mangiano tranquillamente la carne, ma che si rifiutano di uccidere con le loro mani un animale. O che si rifiutano di pulirlo, di sviscerarlo. Pur essendo vegetariano ho sempre sentito come legittima la posizione di chi mangiava carne essendo capace di uccidere con le proprie mani. Mi sembrava e mi sembra tuttora che questa posizione rimetta un po’ in equilibrio le posizioni, che riconosce l’uomo come uno dei predatori del pianeta.
Poi c’è la questione della pelle, come dice Stefano Di Michele in un recente saggio. Perché uccidiamo gli animali e ne usiamo anche la pelle. Del maiale, come si diceva in campagna, non si butta nulla. Ora: quando l’animale è ucciso è bene che se ne usi ogni parte, a mio avviso. Mi sembra che così facendo si dimostri quanto dipendiamo da lui, quanto sia importante. Certo, uccidere animali solo per la pelle è un’idea che a prima vista non può piacere. La barbarie di certe randellate su cuccioli di foca, per restare all’attualità, non può piacere. Ma dal punto di vista dell’animale non è che faccia molta differenza. L’idea ripugna perché immaginiamo che ci possano essere altri modi di vestirsi, più “ecologici”, che comportino minor sofferenza. Ma la stessa cosa si può dire per l’alimentazione, e io ne sono la prova vivente, insieme a qualche altro milione di persone. Anche questa posizione è  intellettualmente debole, in definitiva.
Poi c’è la questione della dimensione. Sì perché la posizione di chi non mangia carne per non uccidere gli animali, come me, è legata alla dimensione percepibile degli animali. Non uccido un agnello, ma un ragno sì, una zanzara sì. Dov’è il limite? Posso uccidere una lucertola? Un topo? Una vipera? Non sono questioni banali, se inquadrate in una logica di principio e se il principio è: non uccidere animali. Ma la mia semplice esistenza quotidiana comporta l’eliminazione di tanta altra vita. La stessa cottura del cibo è fatta (anche), per eliminare altra vita: batteri, germi, ecc. Ma basta camminare o andare in auto, per eliminare una quantità sterminata di vita: formiche, moscerini, cavallette. Basta che io mi lavi la mattina per eliminare altra vita.
E dunque bisogna essere intellettualmente onesti e dire che si è vegetariani e che non si uccidono animali sotto una certa soglia fissata discrezionalmente. Una soglia che non ci disturba perché non ha voce: non bela. Ecco perché (anche), non sono stato mai un integralista, un talebano del vegetarianesimo: perché mi sembra una posizione epistemologicamente comunque debole. La mia (la nostra) è una posizione come un’altra, che non consente di fare prediche dall’alto di una posizione etica diversa, più “pura”. Meglio essere più modesti e dire che si è vegetariani solo per questioni nutrizionistiche: penso che la carne sia un alimento insano, tutto qui. Una posizione legittima, e che permette di conciliare vari aspetti.
L’essere vegetariani non rende più intelligenti o più buoni (si dice che anche Hitler lo fosse), e quindi non c’è nessun insegnamento da trasmettere. Ci sono dei presupposti, forse, che dovrebbero valere in ogni caso. La nostra vita comporta inevitabilmente la fine di altra vita, di tanta altra vita. Ma in ogni piccola vita c’è un valore  e bisognerebbe esserne consapevoli. Se è vero che “Mors omnia aequat”, è ancor più vero il contrario: che la vita ci rende tutti uguali.

Hic et nunc

Il qui e ora mi ha sempre affascinato. Da giovane ho conosciuto prima la versione buddista, orientale, del concetto, e poi, solo dopo quella latina. Ignoro purtroppo il pensiero della religione cattolica sull’argomento. Mi capita sempre di ricordare quella frase: “Non lasciate che il sole tramonti sulla vostra ira”, ma mi sembra che appartenga più al tema del perdono.

Vivere qui e ora consente in effetti di liberarsi da molti dei mali del nostro pensare quotidiano. Vivere qui e ora ci consente di essere più buoni, di non essere vincolati dai lacci del passato. Ci libera dalla paura del futuro. Qui e ora è il regno del saggio, che riesce a vedere il buono in ogni cosa.
Tutto questo pensavo (anche io), fino all’altra notte. Nessuna occasione particolare: ho solo pensato a questo argomento ed ho cercato di “toglierli il velo”. Ed ecco che allora mi è apparsa quest’altra verità: che vivere qui e ora è un atto di egoismo puro, distillato. Il qui e ora radicale, portato alle estreme conseguenze, è un atto di grande egocentrismo.
L’Oriente ci dice che il futuro ed il passato non esistono, che esiste solo quest’attimo. Ed anche qualche pensatore occidentale dice la stessa cosa. Ma non è vero. Psicologicamente non è vero. Per le nostre emozioni non è vero. Per la nostra umanità non è vero. È il momento che non esiste. Emozionalmente esistono solo un futuro ed un passato. Esiste il progetto ed il ricordo. Il cervello è una macchina progettata per produrre futuro.
Il qui e ora sembra allora una fuga, un ritirarsi, un rifiutare. Nel qui e ora, nell’attimo, non esiste nulla. Se nulla esiste, nulla può fare paura: né ciò che si immagina del futuro né ciò che si ricorda dal passato. Certo, si continua a respirare, ci si rilassa, ovviamente. Ma è una vita con un senso, questa? A meno di non voler meditare così per nove anni, senza mangiare e bere (ed altre varie necessità), ad un certo punto si deve tornare a fare i conti con il quotidiano: a bere, a mangiare … E quindi a lavorare, a soffrire, a desiderare, ad avere relazioni. Il qui e ora nega le relazioni, ecco perché dico che è un atto egoistico. Il qui e ora è solo per me: nessuno può entrarvi.
Una relazione ha invece bisogno di tempo, per definirsi tale. Ha bisogno di un ricordo e di un progetto, altrimenti non è una relazione. Ha bisogno di un ascolto e di una parola, di un gesto, di una carezza. Ha bisogno di due tempi, direi quasi. Possiamo vivere negando l’altro, negando il passato ed il futuro?
C’è una parte buona del qui e ora? E qual è? A mio avviso è la consapevolezza, l’attenzione, la cura. Il qui e ora può esserci anche nella relazione, se visto in questo modo. Sono attento a quanto mi dice l’altro, faccio silenzio dentro di me, aspetto … Se parlo con un mio amico e guardo da un’altra parte, semplicemente non sono qui. La parte buona del qui e ora è “stare sul pezzo”, come si dice. Mi sembra che la frase migliore sia del taoista, in questo caso: “Nel camminare, cammina; nel sedere, siedi; nel tentennare, tentenna.”
Infine, il qui e ora inteso come esercizio di ri-fondazione può essere molto salutare. In qualche momento abbiamo bisogno di isolarci dal resto del mondo, di lasciarlo fuori, e di respirare e basta.
C’è un aurea mediocritas in tutto, uno “spirito della valle”, e mi sembra che sia questo spirito a poterci salvare dal male.

Documento Programmatico Futurista #2

PTCP NUNTEREGGAEPIU’

Abbasso e alè
abbasso e alè
abbasso e alè con le azioni
senza disegni e osservazioni
la vastità
la continuità
la strada in bianco il rischio forte
i vincoli puliti i palazzi di corte
ladri di bolli
super tensioni
verdi di stato e depuratori
il grasso ventre dei funzionari
rette politicizzate
legende legalizzate
auto blu
fiumi blu
zone blu
alberi blu
PUC and PUST
NUNTEREGGAEPIU’
Eya alalà
PRG PST
PC PC
PRG PST PLI PRI
PC PC PC PC
Effe Oliva
avvocato Assini Nicola Assini
Mantini Cirulli Irelli
E il PUT che passa a Micelli
il DST che li fa belli
Avarello
Morassut
il PUC il PIR sul BUR che fa POR
e che PIP questo PUP Campos Venuti
ho la RERU della VinCA
nuovo PdL cavaliere senatore
piano integrato monsignore
e AIA cherie mon amour
NUNTEREGGAEPIU’
densità parlamentare
abbasso e alè
il numero degli indicatori
l’utenza e i fruitori
sia consentito dirlo
è un piano molto serio
che può essere migliorato
nella misura in cui
uno scenario
SIA meno compromesso
ahi la VAS
La SUM e il sess
è tutto un test
Il PCS
se per un SUAP tanto clamore
valutazione di tutto il rumore
e vivremo nel terrore che ci rubino la VIA
è più standard che poesia
dove sei tu? non disegni piu’?
dove sei tu? io voglio un PRU
soltanto tu L’Autoritù?
NUNTEREGGAEPIU’
Ue paisà
il vernissage
il paesaggio
l’arrembaggio
il monitoraggio
il drenaggio
l’atterraggio

PTCP NUNTEREGGAEPIU’
PRG NUNTEREGGAEPIU’
PTA NUNTEREGGAEPIU’
PRT NUNTEREGGAEPIU’
PQA NUNTEREGGAEPIU’
PSC NUNTEREGGAEPIU’
PSO NUNTEREGGAEPIU’

(Continua …)

Documento Programmatico Futurista #1

Lo scritto che verrà sarà frutto di una lenta stratificazione. Nasce tuttavia dalla esigenza di rileggere, con ironia (ed anche autoironia), dissacrante ed iconoclasta, le relazioni generali che accompagnano i piani regolatori di tutta Italia. In realtà si tratta non solo di piani regolatori, ma anche di Piani Strategici, di Masterplan, di Piani Guida, di Accordi di Programma, di Rapporti Preliminari e di tutta una congerie di strumenti dall’acronimo inquietante. In tutti questi documenti spesso si ripetono per pagine e pagine degli obiettivi ambiziosi e lungimiranti, talmente lungimiranti che non li vedremo mai. Spesso queste pagine sono copiate di sana pianta da altre relazioni, che provengono da altre città, da altre situazioni, realizzando quelle che io chiamo il C.I.S.: copia, incolla e … sbaglia!
Ormai lo facciamo un po’ tutti, giocando un ruolo delle parti a volte completamente assurdo: gli urbanisti non intendono sottrarsi ad una scrittura “alta”, ma autoreferenziale; gli amministratori hanno bisogno di rispecchiarsi in un documento che è più bello del libro dei sogni; i funzionari pubblici mal sopporterebbero, ormai, delle relazioni scritte in un italiano piano, con poche pagine asciutte, senza aggettivi e senza dissertazioni su tutte le discipline dello scibile umano. Siamo presi in questo gioco e ci siamo forse “incartati” da soli. Questo scritto che verrà è anche il tentativo di “togliere l’imballaggio”, come dice uno scrittore che amo molto (Paolo Nori), e di guardare le cose. Così.

Uno dei primi obiettivi (se non il primo), che tutti questi documenti fissano, è: riqualificare l’esistente.
Per noi il primo obiettivo sarà dunque: dequalificare l’esistente!

Confesso che non ho votato

Confesso che non ho votato. Spero che questo non implichi, tout court, che non possa parlare delle elezioni e dei risultati.

Non ho votato perché penso che il mio voto (come quello degli altri, ovviamente), sia importante. È poiché alcuno dei candidati mi convinceva, e poiché ritengo che in questo ultimo anno del mio voto non è che si sia avuto un gran rispetto, ho preferito rinunciare.
Non voglio evitare la mischia: se fossi stato costretto, avrei scelto Berlusconi.
Le elezioni non si vincono con i programmi, e credo che oltre al risultato negativo del PD stia lì a dimostrarlo in maniera inequivocabile, il successo del M5S. Qualcuno sa dirmi con precisione qual è il suo programma?
Le elezioni si vincono con delle proposte anche visionarie, che arrivano al cuore ed alla pancia, oltre che alla testa. Con un comportamento vincente del leader: combattivo, fiducioso. Poi, sì, dopo, con un programma.
Solo Berlusconi e Grillo hanno saputo parlare a questi tre “luoghi”, anche se in misura diversa.
C’è stato un forte disallineamento tra i sondaggi ed i risultati. E qualcuno si indigna con i cittadini che hanno dichiarato una cosa e votato un’altra. C’è qualcuno che si vergogna di dire che ha votato Berlusconi? Si certo. Quando la sinistra ritiene che 20 milioni di cittadini siano dei coglioni o degli sottosviluppati  solo perché hanno votato diversamente, c’è qualcuno che può sentirsi non in grado di sostenere pubblicamente le proprie ragioni. Lo fa, ma non lo dice, insomma.
E’ ora di eliminare la radicalizzazione, la personalizzazione, e di trovare degli accordi.
Tornare a votare sarebbe inutile: darebbe forse la maggioranza numerica ad una delle parti ma, di fatto riproporrebbe la situazione attuale.
L’Italia è al momento così: la sinistra ne sia consapevole. C’è una parte consistente degli italiani che la pensa diversamente (che non è sottosviluppata) e c’è un’altra grande parte che deve ancora capire cosa fare del consenso ricevuto (che non è sottosviluppata). La fotografia, in estrema sintesi, è questa.
E’ il momento di tirare fuori buone idee e di mostrare rispetto per il voto di tutti. E anche per il non-voto.