Fontivegge

Recentemente il professor Michele Chiuini ha prodotto 4 articoli con cui ha denunciato gli errori di Aldo Rossi a Fontivegge. Possono essere reperiti qui: https://www.perugiatoday.it/…/libero-pensiero…

Ha scritto poi sullo stesso argomento il prof. Paolo Belardi qui: https://www.perugiatoday.it/…/libero-pensiero-perugia… Altri articoli, di singoli architetti o di gruppi sono apparsi su Facebook. L’argomento sembra quindi essere di attualità. Va riconosciuto dunque da subito al prof. Michele Chiuini il merito di aver aperto una discussione sul tema, anche con un un tono franco e con delle argomentazioni di merito. Argomentazioni che mi permetto di contestare a titolo personale, in maniera a-sistematica, come architetto appassionato della materia. Innanzi tutto, bisognerebbe distinguere un po’ più chiaramente quello che è la responsabilità di Aldo Rossi dalla responsabilità della politica e dalla conseguente responsabilità del pianificatore. Stabilire i confini, comprendere qual è il dominio della funzione. Altrimenti la critica vira subito verso la facile polemica. Nell’articolo, invece, vari registri si sovrappongono. Il tema era, nel 1970, rispondere a un bando di concorso in un’area molto complicata per quote e viabilità, e non risolvere tutti i problemi di una parte importante della città. Ma andiamo con ordine, seguendo le affermazioni del Prof. Chiuini.

Chiuini dice: “Gli edifici di Aldo Rossi, a Fontivegge, voltano le spalle alla strada: voltano la schiena a via Mario Angeloni, con il risultato di devitalizzarla. Volgere la schiena degli edifici significa collocare le funzioni di servizio (garage, raccolta rifiuti, scale, ascensori, bagni) sul lato strada e le attività sociali (negozi, ingressi delle abitazioni, vani abitabili, balconi) all’interno dell’isolato”. Ora, a mio avviso l’errore è il considerare le strade tutte uguali, quando non lo sono. E non lo sono per le funzioni che svolgono, e anche a causa delle loro dimensioni. Via Mario Angeloni non è Corso Vannucci, tanto per rimanere a Perugia. Immaginare il lato sinistro (in sinistra veicolare), di Via Mario Angeloni come un lato pieno di negozi, vetrine e dehors quello sì sarebbe un errore. Percorrere Via Mario Angeloni in sinistra per andare dove, poi? Non solo nel 1970, ma anche oggi? Per salire fino ai semafori di Via XX Settembre? Via Mario Angeloni era ed è una via poco “amichevole”, poco adatta ad avere attraversamenti pedonali a raso: il lato destro e il lato sinistro parlano due lingue differenti, e sarà così per molto tempo ancora. Attraversare Via Mario Angeloni è pericoloso. Aldo Rossi mette le attività sociali non all’interno dell’isolato, ma verso la piazza: fa l’unica operazione culturale e intellettuale possibile e sensata: trovare all’interno del proprio ambito di progetto un elemento rigenerativo per lo sviluppo futuro della città. A partire da lì: non per finire lì. Gli spazi i luoghi le attività di maggiore interesse si rivolgono verso la piazza e girano le spalle a quella che era ed è una trincea urbana. E inoltre, poiché il dibattito aumenta di interesse con il confronto, bisognerebbe immaginare che cosa avrebbero prodotto il progetto di Mario Botta o di Kenzo Tange (pure partecipanti al concorso), per capire che all’epoca il l’amministrazione comunale di Perugia fece la scelta giusta. Il lotto a disposizione è in quella situazione già difficilissima nel 1970, per dimensioni, quote e viabilità, non a causa di Rossi: malgrado Rossi.

Il secondo madornale errore sembra essere quello del broletto: “Dall’altro lato, a ovest, il Broletto è costruito sopra la via Cortonese, creando uno spazio che è tra i peggiori che si possano pensare in una città: un tunnel veicolare, buio e sporco, che ha l’unico scopo di smaltire un traffico veicolare intenso, creando una barriera per i pedoni”. Non capisco come avremmo potuto collegare la viabilità a monte della ferrovia con quella a sud se non facendo defluire il traffico in questo modo. Continuando a passare per Case Bruciate? Arrestare l’edificio regionale prima di Via Cortonese avrebbe tombato qualsiasi idea di piazza e tutto l’isolato sarebbe diventato un’enorme rotatoria. L’altra possibilità quella di scavare un vero e proprio tunnel con ingresso su Via Capitini e uscita a valle della ferrovia, con difficoltà inimmaginabili di ricollegare il traffico locale. L’edificio-ponte mi sembra una soluzione intelligente per risolvere problemi di spazio e di traffico allo stesso tempo. L’edificio a ponte consente di dare più “aria” alla Piazza che si va componendo, scavalcando i limiti imposti dalla viabilità. Mi pare questo uno degli elementi più interessanti del progetto di Rossi: fare spazio. Uscire dai limiti imposti dalla viabilità di scorrimento.

Sulle piazze: confrontare piazza del Campidoglio a Roma con Piazza del Bacio a Fontivegge è abbastanza facile. E imputare a Fontivegge di avere poche persone che animino la piazza anche. Ma sicuramente l’esempio è stimolante ed è bene tenerlo a mente. Ci torno tra poco. Sul rapporto tra le “piazze”: veramente vogliamo parlare di Vittorio Veneto in termini di piazza? Viene in mente a qualcuno una piazza frontistante una stazione ferroviaria che sia una vera piazza e non solamente un hub di scambio intermodale tra treno, autobus, taxi, tram? No. Perché la piazza della stazione è il luogo del transito per eccellenza, il luogo dei flussi, e non della socialità. Nessuno va in piazza della stazione per restare lì: dalla piazza della stazione si vuole generalmente andare via il prima possibile. Quando si esce dalla stazione e ci si ferma sotto il suo pronao laico si può guardare a destra o a sinistra. A destra abbiamo l’edilizia un tanto al kg, o meglio un tanto al metro cubo. A sinistra abbiamo un brano, incompleto ma significativo, d’architettura. Questa è, ridotta ai minimi termini, la differenza. Poi possiamo imputare a Rossi tutti gli errori del mondo, a patto di vedere anche gli errori degli altri, anche molto vicini. Ancora: esco dalla stazione e vedo una grande scalinata e un angolo urbano che mi dice che lì, subito dopo il cilindro, c’è una parte di città, anticipata appunto dalla scalinata e dal cilindro, da un angolo risolto compositivamente con le proporzioni della città. La grande scala (il Campidoglio torna, fatte tutte le debite proporzioni), è uno degli elementi della composizione urbana, come è sempre stato nella storia della migliore architettura. Veramente possiamo rimproverare a Aldo Rossi le barriere architettoniche per uno spazio urbano nel 1983?

In chiusura: personalmente non sono contro la demolizione, purché alla demolizione segua un progetto migliore, un destino migliore di quello che c’è. Non condivido il valore tutto positivo che l’amico e il professore Paolo Belardi vede nel fatto che la Soprintendenza abbia in animo di vincolare il complesso, poiché questi vincoli si trasformano spesso in Italia a obbligazioni rigidissime e al mantenimento dello status quo. Eviteremmo sì la demolizione, ma anche il completamento. Io invece mi auspico che la piazza venga completata, magari con un buon bando di concorso. Tuttavia chi conosce la materia sa che indire un concorso non ha senso se la proprietà privata non ha questa volontà. La soluzione di un’area così complessa può passare solo da un accordo pubblico privato, formale e sostanziale. Trovato l’accordo sarà facile poi individuare il percorso amministrativo più adeguato.

Considerazioni sulla ripartenza e sul Codice dei Contratti pubblici

Stimolato da molti interventi, non ultimo da quello del buon Diego Zurli su Umbria24.it, tento anch’io qualche riflessione sulla necessità di pianificare la ripartenza, passando per tre punti topici: la tutela della concorrenza, la governance, la corruzione.

Mi pare evidente che se manteniamo fisso e prevalente il principio della tutela della concorrenza, il Codice abbia pochi margini di miglioramento. Infatti, anche togliendo il Codice noi dovremmo comunque rispettare tutti gli altri principii del buon andamento della P.A., della trasparenza, della proporzionalità, dell’imparzialità, ecc. Quello che tutti chiamano il principio di rotazione degli affidamenti e degli inviti è invece per me solo un criterio (o meglio: una modalità operativa), con cui si garantisce la tutela della concorrenza. Ma se non riusciamo a bilanciare il principio della tutela della concorrenza con quello dell’economicità dell’azione amministrativa, rimaniamo nell’ambito di piccole modifiche operative al codice. Se la concorrenza è il principio primo sarò infatti obbligato, come stazione appaltante, a una serie di adempimenti ineludibili: pubblicazione ex ante della mia volontà di affidare un servizio o un lavoro (con criteri già fissati), gara, pubblicità delle sedute, pubblicità dei risultati, affidamento, rotazione per il prossimo incarico, ecc. Se a questi passaggi sinteticamente riassunti sopra aggiungiamo gli obblighi derivanti dalla trasparenza (che qui assolve due funzioni: una di tutela della concorrenza e una di controllo esterno), mi sembra che i margini di miglioramento si riducano molto. Non credo che il ricorso all’affidamento diretto per importi più elevati sia la soluzione, se rimangono ferme tutte le altre condizioni e gli altri vincoli. Ci possiamo anche appoggiare alle esperienze degli altri stati, ma cambierebbe di poco: in Francia, per esempio, il limite dell’affidamento diretto è fermo a 25.000 euro. Pressappoco facciamo gli stessi passaggi degli altri paesi europei, solo che ci mettiamo il doppio del tempo di media (non è una battuta). Perché? I motivi sarebbero molti: ne elenco solo due per ragioni di brevità:

1. Frammentazione della governance tra autorità, osservatori, albi, agenzie, (che porta alla frammentazione del procedimento amministrativo).

2. Conseguente moltiplicazione di obblighi di pubblicità, trasparenza, accessibilità del dato, ecc.

3. Scarsa infrastrutturazione telematica del paese (sia infrastruttura fisica che di portali, di procedure).

Insisto sulla Governance. Impossibile comprimere ancora di più i tempi di istruttoria dei dipendenti pubblici, se aumentano i passaggi e i filtri degli enti. O riusciamo a ridisegnare l’architettura decisionale o la responsabilità della decisione tenderà a diluirsi tra mille soggetti. Si veda già oggi come l’emergenza Covid19 abbia prodotto già più di mille pagine tra DPCM, decreti, ordinanze della Protezione Civile, Circolari del Ministero della Salute, ecc. Abbiamo uno Stato “normorroico”. Vi è una “soglia”, oltre la quale il responsabile dell’ufficio pubblico alza le mani e si dichiara sconfitto. A quel punto, se è molto coraggioso, usa il buonsenso (ignorando le leggi). Se non è molto coraggioso cerca di ripartire i rischi della decisione e quindi chiede tutti i pareri possibili (previsti dalle norme stesse). D’altra parte lo stipendio di un responsabile che firma appalti anche importanti non arriva a 2000 euro l’anno, e quindi non è da biasimare. Il problema è oggi aprire un’ombrello, uno scudo penale per i funzionari, che sono costretti a pensare che cosa rischiano, quanto rischiano, se la Corte dei Conti mette l’occhio sulle loro procedure. E cosa rischiano, quanto rischiano, se l’ANAC accende i riflettori su quella procedura. Occorre semplificare drasticamente l’apparato normativo, poiché è l’incertezza che blocca la firma dei responsabili della pubblica amministrazione, e non invece la chiara adozione di procedimenti, più lunghi che siano. Per certi appalti la Corte dei Conti o l’ANAC (perché averne due?), facciano un controllo preventivo e poi diano il via libera al procedimento.

La corruzione. Come dicevo provocatoriamente in un commento di qualche tempo fa, il funzionario italiano è l’unico nel mondo che apre il suo browser e che deve colloquiare quotidianamente con un’agenzia che gli ricorda costantemente la sua condizione di corrotto. L’Autorità Nazionale Anticorruzione è il il nome scelto per questa autorità. Ora, a parte l’infelicità del termine (che cos’è l’anticorruzione? La concussione, per simmetria?), è evidente che il tema della corruzione è diventato in Italia un tabù. In prima battuta esiste una differenza tra la corruzione reale e la corruzione percepita. E credo che noi tutti siamo abbagliati dalla seconda. La prima, in Italia, non è così diversa dal resto del mondo, se si esclude qualche isola felice. In secondo luogo, soprattutto molti magistrati ritengono che buona parte della corruzione si annidi nei piccoli appalti, e tipicamente in quelli sotto i 40000 euro. E’ vero che in Italia una grande fetta degli appalti riguarda questa cifra, ma questo non è colpa né dei funzionari pubblici né degli operatori economici. E’ che in Italia si fanno poche opere significative. Devo riconoscere che correttamente (e stranamente, a questo punto), l’ANAC nel suo rapporto annuale esclude gli appalti sotto i 40000 euro. Veramente si ritiene che sotto questa soglia si annidi una percentuale significativa del sistema corruttivo italiano? Ma che tangente si può immaginare su un lavoro “in bianco” (tracciato, bonificato, durcato), di 39.000 euro, di cui la metà andrà in tasse? Ma chi rischierebbe oggi per una tangente di 1000 euro (ricordo che la tangente è per definizione “al nero”, e che quindi all’imprenditore costa il doppio). E quanto costa allo Stato il controllo di questo fenomeno? E vogliamo considerare qual è la percentuale dell’incasso rispetto a quanto accertato? Non sarebbe meglio concentrare le energie sui grandi appalti, dove lì ci sono economie che consentono, anche con percentuali bassissime, delle cifre assolute di grande rilievo (e quindi appetibili)? Giusto, giustissimo combattere e debellare la corruzione. Mi sembra che gli strumenti normativi ci siano tutti (forse troppi: quante volte bisogna pubblicare o comunicare gli stessi dati degli appalti? In quante sezioni dello stesso sito? Abbiamo bisogno di 7 tipi di accesso ai dati?). Su Il Sole 24 Ore di qualche tempo, il quotidiano stimava che l’onere burocratico legato alla trasparenza e alla prevenzione della corruzione oggi impegni il 30% dell’attività degli uffici. Possiamo ridurlo?

Un Nuovo Paesaggio #1

Può apparire strano che io pensi a ripartire quando siamo in piena emergenza. Anche io ho paura, come tutti, che questo nemico sia più forte di me o dei miei cari. Non lo sottovaluto, anzi. Invito tuttavia chi legge a prendere in considerazione altri fatti. Sotto il profilo dell’emergenza abbiamo fatto del nostro meglio, finora. Certo, ci sono stati errori nella definizione univoca della linea di comando e nella comunicazione. Ci sono errori che provengono da politiche passate. Sono tutte lezioni che ci serviranno per il futuro, se avremo la saggezza di tenerne traccia e di fare un’analisi profonda degli errori. Ma oggi, oltre a chiudere tutto il possibile, ad attenerci alle disposizioni, a supportare chi, a vario titolo, fronteggia in prima linea il virus, non possiamo fare. Pensare alla ripartenza, invece, immaginare, modellare il prossimo futuro, ci dà il senso della nostra resistenza, ci porta su atteggiamenti positivi (che fanno sempre ben), ci dà anche, più prosaicamente, un vantaggio competitivo in termini di tempo. Ci consente di dire adesso, con memoria incorrotta, cosa non dobbiamo fare se si ripresentasse un nemico simile al Coronavirus. E cosa, invece, dovremmo fare. Cerchiamo dunque di essere, non resilienti, come oggi va di moda dire, ma addirittura anti-fragili.

Credo dunque che una riflessione vada fatta, e condotta su due livelli: uno più strategico, con un orizzonte più lungo, e uno, invece più immediato, prossimo.

A livello strategico, la battaglia che abbiamo condotto porterà, oltre a modifiche transitorie del nostro quotidiano (riassorbite nel giro di qualche mese), a modifiche strutturali in vari settori: sociali, economici, istituzionali, ecc. Soprattutto se l’accelerazione telematica di questi giorni sarà portata a regime. La telematica porterà a mio avviso (paradossalmente, quasi), a cambiamenti fisici notevolissimi nell’architettura, nella città e dunque nel paesaggio.

La Città come l’abbiamo conosciuta, molto molto sinteticamente, si è modellata sulla residenza, sul commercio, sul lavoro. La componente del lavoro (quella hard, dico: le “fabbriche”), è stata completamente rivista con la crisi produttiva degli anni ‘80. Quella del commercio alla fine del secolo scorso. Ora sembra il turno dell’attività Terziaria. Avremo dunque una polverizzazione degli uffici, o almeno una loro agglomerazione in unità più piccole e ‘cellulari” (simili forse alle cellule dei telefonini).

Aumenteranno gli spari di socializzazione dedicati al leisure, allo sport, al wellness, alla cultura. La visione delle pinacoteche, dei musei, della gipsoteca, sarà meno “turistica” e più mirata. Potremo infatti vedere dipinti e statue da casa, su schermi molto grandi (o su occhiali specifici), o riprodotti in 3D con la realtà aumentata. Di contro nasce il problema di riqualificare i grandi immobili che oggi sono gli uffici, sia pubblici che privati.

Bisogna rigenerare la città, immaginando che i grandi edifici terziari diventeranno un tema analogo a quello che è stata la riconversione degli edifici industriali. Le proporzioni fisiche sono ovviamente diverse, sebbene il Tema sia analogo e per me sarà analogo anche l’impatto sull’economia.

Bisogna re-immaginare gli uffici e le scuole, che non potranno più avere la stessa forma, la stessa importanza, la stessa distribuzione. Banalmente questo implicherà il ripensamento e la localizzazione degli esercizi di prossimità (bar, cartolerie, tavole calde, ecc). E ciò costringe a rivedere, a riplasmare i parcheggi, la viabilità.

Come si può intuire, il potenziamento della telematica costringe a ripensare la città e (di conseguenza), il paesaggio.

Lo scrivevo tempo fa (nel 1996), e oggi ne sono sempre più convinto: a fianco della città storica consolidata, dobbiamo immaginare una forma dell’abitare disperso nel paesaggio. O meglio: questo sarà il nuovo paesaggio. Con buona parte dell’approvvigionano minuto soddisfatto dalla logistica capillare, via terra o via drone, le nostre abitazioni sono destinate a disperdersi nel territorio, e probabilmente in modalità off-grid per quanto riguarda l’acqua potabile, le fogne, l’elettricità, ecc.

La città murata che noi conosciamo e che fatichiamo (culturalmente, emotivamente),a abbandonare, e che presenta ancora dei vantaggi, è nata da esigenze sincroniche e persistenti di sicurezza, di economia degli spostamenti, di economia di infrastrutturazione, di governo, di socialità, di commercio. Oggi molte di queste esigenze possono essere soddisfatte in altro modo rispetto alla densificazione delle costruzioni. Ecco perché bisogna pensare a una nuova città. A una nuova “Forma”.

Ad un livello più immediato, cosa possiamo fare? Possiamo convenire che nell’immediato ci sia la necessità di consentire una veloce ripartenza. Provo a elencare una serie di punti, ovviamente non esaustivi, e limitandomi ai settori dell’architettura.

E’ evidente: per ripartire velocemente occorre modificare (anche), il Codice dei Contratti Pubblici. Chi dice di sospenderlo non sa di cosa parla. E’ innegabile tuttavia che la sua applicazione rappresenta un freno nell’attività edilizia e infrastrutturale.

Accendo uno spot su un argomento “tabù”: la corruzione. Il Codice è scritto tenendo in considerazione vari elementi, ovviamente, ma soprattutto due: la concorrenza (come favorirla), e la corruzione (come evitarla). Credo che il funzionario pubblico italiano sia uno dei pochi al mondo a avere, tra i preferiti del browser, un portale dedicato all’anti-corruzione. Ora, al di là dell’infelicità del termine (che cos’è l’anticorruzione?), ritengo che ci sia un forte disallineamento tra la corruzione reale del paese e la corruzione percepita. Così com’è necessario capire quanto costa, in termini reali, sommando costi pubblici e privati, dirette e indiretti, il controllo e la prevenzione della corruzione. Perché, molto prosaicamente, questo controllo costa molto.

Se faremo davvero telelavoro bisognerà progettare le nostre case con delle stanze per il Telelavoro. Queste dovrebbero non soggiacere agli oneri tipici del Permesso di Costruire in quanto necessari all’attività lavorativa. Prevedere una sorta di “Piano Casa”, anche in deroga ai limiti posti dal PRG, per consentire questo tipo di interventi con PdC o SCIA, laddove non ci siano particolari interessi pubblici da tutelare. La possibilità del telelavoro e del teleapprendimento va consentita anche nello spazio rurale. Oggi l’agricoltura è una componente residuale dell’economia rurale, e non si vede quali debbano essere i limiti ideologici a questa possibilità.

In Umbria ci sarà bisogno di integrare la LR 1/2015 e il RR 2/2015. Nonostante il buon impianto generale, dovranno tener conto dello smartworking nella Pubblica Amministrazione. E in Comuni dove la copertura internet è debolissima, non sarà facile. Non dimentico i Comuni colpiti dal sisma 2016, ma l’argomento ha bisogno di una sede propria. In ogni caso il lavoro e la scuola a distanza possono rappresentare per questi Comuni solo un’opportunità in più.

Recentemente Assisi ha istituito un Tavolo Tecnico Paritario tra tecnici del Comune e designati dagli Ordini professionali per favorire il dialogo tra due mondi visti spesso, erroneamente (almeno per quello che mi riguarda), in contrapposizione. Ritengo che lo stesso Tavolo, nelle prossime riunioni, potrà tranquillamente mettere all’ordine del giorno alcuni degli argomenti qui appena anticipati.

La città nel pozzo – Spoleto 11 luglio 1996*

Un discorso sulla città che voglia essere profondo è anche, per forza di cose, complesso.

Ho deciso di articolare il mio in quattro punti.

Nel primo punto, farò alcune riflessioni sulla città odierna e sulla “fuga” dal centro. Nel secondo, leggerò la città antica in modo da trarne qualche insegnamento. Nel terzo cercherò di individuare i maggiori fattori che influenzeranno la città futura. Nel quarto evidenzierò le conseguenze di queste riflessioni e avanzerò delle proposte che spero avranno il vostro consenso.

1) Analisi della città contemporanea.

Nel parlare della città contemporanea, partiamo quasi sempre dall’assunto che essa, con la sua ormai immancabile periferia, sia brutta. Quali sono i segni di questa brutta città, i suoi caratteri distintivi? Provo ad indicarne, senza alcuna pretesa di esaustività, alcuni.

Le nuove espansioni e le periferie sono a dimensione di automobile.
I tipi di traffico sono coesistenti. Le nostre pavimentazioni non distinguono né per quote né per disegno né per materiali, l’automobile, la bicicletta, i pedoni.
Spesso le periferie sono monotematiche: in alcune si vive solo in certe ore: quartieri dormitorio, zone industriali, centri direzionali, ecc.
Non ci sono monumenti rappresentativi per la collettività, ma solo anonimi “centri” di servizi, attrezzature collettive.
Ci sono barriere per gli handicappati, per i bambini e per gli anziani.
I trasporti collettivi non sempre sono soddisfacenti e spesso sono pericolosi in particolari fasce orarie.
C’è un grosso inquinamento: olfattivo, visivo, acustico, elettromagnetico.
Nessun valore viene dato alla durata della costruzione.
Se guardiamo il dato quantitativo, in periferia vi è più verde che in centro, ma funziona un po’ come il pane grattugiato sui pomodori al forno: come farcitura.
Paradosso: c’è una differenza notevole tra periferia e centro storico della stessa città. Differenza fatta di materiali, di geometrie, di ritmi dell’edificato, mentre esiste una forte somiglianza tra tutte le periferie d’Italia.
Si costruiscono anche le più umili “palazzine”, o i peggiori “blocchi” in mezzo al lotto di terreno, come se fossero tutte dei palazzi rinascimentali. Questi “blocchi”, nei casi in cui sono addensati, sono tutti uguali: si arriva all’assurdo di non riconoscere più la propria abitazione.

Fuga dal centro

Non deve stupire che il centro storico si stia svuotando. Le cause sono molteplici e complesse, interdipendenti.

Da un punto di vista economico, il prezzo delle abitazioni è alto, se raffrontato con quello delle nuove costruzioni in periferia. Prendo qui il parametro del prezzo per sintetizzare gli altri aspetti. La manutenzione di un edificio storico, o quanto meno vetusto, è cara, e va a sommarsi ad altre spese e disagi. Il parcheggio non c’è. Spesso, in particolari periodi dell’anno o in concomitanza a particolari festività, è impedito anche l’accesso pieno. Per gli anziani (e non ci sarebbe bisogno di ricordare che la popolazione si sta sempre più invecchiando) questi disagi si aggiungono a quelli di avere un appartamento al terzo piano senza ascensore, magari con delle barriere architettoniche pressoché insormontabili. Servizi assistenziali, ospedali e negozi si stanno trasferendo in periferia ed è difficile raggiungerli. Trovare un angolo di verde, una panchina o un piccolo circolo dove giocare a carte è difficile. Il cimitero è lontano e per andarci bisogna prendere l’autobus. Molti di questi problemi sono condivisi anche dalle giovani coppie con figli: i servizi sono decentrati, le barriere architettoniche per chi ha un passeggino sono come il Mare dei Sargassi per una nave, l’angolo di verde non c’è e il bambino (vista l’altezza del passeggino) si fa una tale mangiata di smog che andare al parco non ha più senso. Il negozio sotto casa non è più competitivo sui prezzi e quindi bisogna andare al grande centro commerciale a fare la spesa, ma occorre un’auto …

Le vecchie abitazioni sono allora occupate a vario titolo da emarginati, da immigrati illegali, da senza-casa (homeless), da lavoratori in mobilità o in situazioni precarie. Questo porta (non bisogna essere ipocriti o fare gli struzzi) ad aree di degrado sociale ancora più che urbano. La convivenza diventa difficile tra vecchi nonni in pensione e giovani che provengono da culture diverse.

2) La città antica.

La città ci delude: non funziona ed è brutta. Ma mentre il giudizio sul primo parametro è abbastanza facile, sul secondo abbiamo bisogno di soffermarci più attentamente. Bisogna comprendere qual è il termine di paragone, che ritengo sia la città antica nella maggioranza di noi. Ora, credo che essa possa insegnarci ancora qualcosa. Per farlo, però, ha bisogno di essere letta in modo storico-contestuale. Sono costretto dunque a guardare impietosamente la città e forse a dare qualche “scossone” alle idee mitiche di essa che l’immaginario collettivo ancora coltiva.

Noi diciamo che le vecchie città sono belle. Penso però che spessissimo formuliamo un giudizio “romantico”, facendoci aiutare dalla “lontananza” e dalla “vaghezza” leopardiana. Così, spariscono le capanne e vediamo solo i bei palazzi, le cattedrali, i municipi. Spariscono gli intonaci, colorati (ebbene sì, la maggior parte delle case erano intonacate e la maggior parte degli intonaci erano colorati), ed ecco la pietra, esibita all’incuria e all’inclemenza del tempo. Sparisce la puzza degli uomini e degli animali ed ecco l’aria fresca e pulita delle città medievali. Spariscono gli emarginati e gli handicappati, gli straccioni, ed ecco comparire tutti sovrani vestiti di seta e mazzocchi sul capo. Spariscono le fogne a cielo aperto ed ecco il fiume della cittadella pulito come un torrente del Trentino. Questa città, fatta tutta di strade pulite, di gente ben vestita, di palazzi di pietra e di aria tersa, non è mai esistita. Questa è la nostra idea di città, frutto di letture parziali, di passeggiate fatte in quello che è rimasto ora delle antiche città, frutto di dipinti che ci mostrano generalmente sposalizi, annunciazioni, miracoli, prediche. Ma dietro le tele vi era però tutto un mondo di epidemie, di carestie, di incendi, di soprusi, di violenze. Vi era un mondo in cui la vita media era di 40-50 anni. Tanto per restare a Spoleto, il borgo che nasce sulla strada che si dirige verso Carsulae (Borgo S. Matteo), assume negli anni il toponimo “borgaccio”, e non credo come vezzeggiativo. Pensiamo ancora ai toponimi come Casacce, Capanne, ecc.

Ora, non solo generalmente rimuoviamo tutto ciò dalla coscienza, ma sempre per “lontananza” (o ignoranza) tendiamo ad assimilare città altomedievali, città trecentesche e città rinascimentali, mentre le differenze sono molte ed importanti, non solamente dal punto di vista urbanistico e architettonico, ma anche da quello giuridico-morale. Quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare, poiché non si può concepire una città come sola entità materiale, fisica, come somma di case, cioè. La città è prima di tutto un’organizzazione sociale, un’istituzione morale, appunto, dove il cittadino di distingue dal selvaggio (dall’abitante dei boschi): la città è civiltà.

La città antica (quale?) non era così bella e perfetta. Era un tessuto vivo di attività produttive (generalmente inquinanti), culturali, politiche, ricreative. Se non erro, già verso il 1200 Firenze sposta le concerie sull’altra riva dell’Arno e più a valle perché altamente inquinanti: puteolenti. La prima domanda provocatoria che intendo porre è questa: siamo sicuri che se i nostri antenati avessero avuto che so, il cemento armato, il vetro e le automobili non avrebbero fatto anche loro delle periferie squallide?

Prendiamo per esempio il fenomeno dell’inurbamento. Dopo l’anno mille e fino alle grandi carestie del Trecento, le città subiscono un processo di accrescimento che potremmo paragonare, sebbene con ritmi diversi, a quello dei nostri anni 1955-80 (in Umbria). Ebbene, qual è la risposta strategica delle amministrazioni? Delle cinte murarie più grandi e dei grossi interventi (monasteri, ospedali, concerie, molini, ecc.), nelle nuove “periferie”. Cambiavano forse le dimensioni temporali (il tempo era più lento) e quelle spaziali, ma la qualità del problema rimaneva.

Nonostante tutto, reputo comunque le città antiche, in modo particolare le città italiane trecentesche (anche perché la città ideale, frutto puro del Rinascimento, non si è mai inverata), migliori delle attuali. Ho cercato di sintetizzare le mie preferenze in sei motivi. Che sono anche sei lezioni che la città antica ci offre.

Le città erano fondate in luoghi sani, prestando un’attenzione fortissima ai caratteri ambientali del sito (vento, sole, pioggia). Lo “sviluppo sostenibile”, il “bilancio energetico”, tanto di moda oggi, sono invenzioni lontane. Si fondava una città perché quel luogo era sano, se non terapeutico: oggi si fugge dalla città. E infine i materiali e le tecnologie erano locali. Solo per alcune grandi opere si ricorreva a materiali che venivano da lontano, ma questo non deve trarre in inganno: la norma era di usare elementi del luogo e magari portare le possibilità di questi materiali al limite del virtuosismo.

Le città erano limitate, e quindi avevano un’identità.I muri non solo sancivano un limite fisico e simbolico del territorio, ma davano anche una dimensione della città. Le città erano misurabili: si potevano attraversare a piedi in mezz’ora, al massimo un’ora. Il muro separava due modi diversi di vivere: città contro campagna, ma anche produzione primaria contro consumo, produzione contro commercio, isolamento contro vita collettiva e, infine, città contro città. Le mura non sono solo un apparato difensivo, o meglio, questo non è l’unico loro significato. L’atto del recintare (e quante suggestioni provengono dall’etimologia della parola “templum”), è una costante antropologica che si ritrova nella stragrande maggioranza delle culture terrestri. Atto sacro e razionale allo stesso tempo, il delimitare è l’inizio della città. La città medievale si definisce e si individua dunque in rapporto ad un territorio con il quale intrattiene rapporti economici ben precisi, evidenziati per esempio dai mercati mattutini (le piazze “delle erbe” di molte delle nostre città), mensili e annuali.

La “macro-pianificazione” era ridotta al minimo, e affiancata invece da un controllo intenso,per le possibilità di allora.Non esisteva, per intenderci, il PRG e tutto uno strascico di norme prescrizionali al seguito. Certo, la pianificazione non era ignota agli antichi, ma c’è piano e piano. Immaginate per un attimo che esso fissi anche le dimensioni delle stanze o delle finestre! Eppure è a questo livello di analiticità che siamo giunti! Dall’antichità in poi, il rito delle nuove fondazioni o degli ampliamenti prevedeva la delimitazione di un’area attraverso templi, cippi, mura; il tracciamento di una rete viaria; la suddivisione in lotti della stessa e il posizionamento delle maggiori istituzioni della collettività (mercati, tribunali, templi, circhi e quant’altro). L’edificazione di base, all’interno di ogni lotto, era spesso lasciata a discrezione del proprietario. Lo stabilirsi di un monumento (intendendo qui per monumento le chiese, i mercati, i teatri), fungeva da “attrattore”: nell’intorno si formavano subito attività produttive indotte e, ovviamente residenze.

La residenza era quasi sempre associata alla produzione. Sembra un aspetto banale, ma finalmente ricerche urbane e sociologiche hanno dimostrato che l’unità di vicinato non è un fattore da urbanista romantico, ma piuttosto elemento che consente un presidio sul luogo e che quindi previene aree di degrado sociale. Infine, ciò toglierebbe linfa anche alla sindrome di Nimby, così diffusa da noi.

La costruzione era gestita con un’ottica di lungo termine.Credo che tra i valori da carpire alla città antica, ci sia proprio quello della lentezza, o meglio, della durata. Da un punto di vista architettonico questo vuol dire recuperare l’amore per il dettaglio ben fatto, costruttivamente ben fatto. Non solo la durata assicura prestigio e dignità all’edificato (la firmitas vitruviana), ma alla lunga è vincente anche sul piano economico, poiché risulta più ecologico, più ecosostenibile. Noi cominciamo a parlare ora di architettura bioclimatica, ecologica, e pensiamo subito a case leggere, piccole, con pannelli solari, tetti che si aprono, legno, sughero, laterizi e così via. Ma vorrei farvi notare che le più belle architetture del passato sono anche, sono già bioclimatiche. I porticati, il patio, le cisterne d’acqua, i sottotetti ventilati, e i muri larghi, i muri possenti, sono invenzioni bioclimatiche. E architettoniche. In ultimo, ma non per importanza, la durata permette ad una collettività di radicarsi e di fondarsi su un territorio.

L’edilizia all’interno delle mura era “densa”.Il rispetto degli allineamenti stradali e la costruzione sui lotti sviluppati in profondità metteva le abitazioni una accanto all’altra. Il lotto, negli anni, veniva poi edificato fino al limite delle condizioni igieniche (di illuminazione e di ventilazione)1. Si cercava di sfruttare almeno un muro già esistente, o costruendo in aderenza o come spalla per un arco di collegamento. Non solo questo permetteva di dare una buona capacità termica a tutto l’edificato, ma a me pare indicare emblematicamente che il lavoro dell’artigiano e dell’artista continuava quello che era stato già avviato dai suoi predecessori. Nessuna grande frattura con il passato, ma una continuità che permetteva piccole variazioni personali su un tema fondante più potente e duraturo. Si aveva fiducia nelle proprie capacità. Se necessario, si aveva il coraggio di radere al suolo e di ricostruire sopra le fondamenta del vecchio, cosa che oggi farebbe morire di crepacuore non solo i soprintendenti, ma tutti i sostenitori della cultura della mummificazione. La consapevolezza di agire comunque in continuità con il passato permetteva progetti e pensieri oggi inconcepibili.

3) Gestione della città e scenari futuri.

La legislazione e gli operatori.

Fattore fondamentale per la formazione della città è la legislazione: il quadro normativo. E’ inutile infatti discutere di verde, di traffico, di commercio, se poi gli strumenti che li realizzano sono inadeguati. Nel caso in esame noto con piacere che il PRG di Spoleto era stato articolato su due diversi livelli di analisi con diversa flessibilità. Positiva è anche l’istituzione dell’Ufficio del Piano.

Tuttavia credo che il PRG, con i suoi strumenti attuativi, non sia lo strumento adatto per governare le nostre città. Per convincersene basta guardare da dove viene. Così come è ora, con tutte le sue prescrizioni di sagome, distanze, zone, altezze, standard, esso è un prodotto della città durante e dopo i cambiamenti dovuti alla rivoluzione industriale. Ora, sappiamo tutti le condizioni delle città inglesi della seconda metà dell’ottocento e poi di quelle tedesche e francesi. Richiedere alcuni standard igienici (sole, aria, acqua, dimensioni, ecc.) in quel momento non può che riscuotere una generale approvazione. Ma l'”emergenza” industriale è finita e io non capisco come uno strumento nato per la città industriale possa guidare le nostre città, mai industrializzate, e ora, addirittura, da post-industrializzare. Dubito che il PRG sia lo strumento adatto per gestire le nostre città non solo per l’anacronismo e l’alterità che ricordavo ora, poiché altrimenti si tratterebbe solo di cambiare degli standard: dalle distanze ai parcheggi, dalle altezze dei vani alle potenze dei condizionatori, ma anche perché non credo si possa pianificare e controllare dall’alto un sistema complesso e dinamico come la città con delle prescrizioni assai statiche come quelle dei piani regolatori. “Il PRG ha validità illimitata”: questa è la frase che accompagna la maggioranza dei Piani Regolatori delle nostre città. La città ha paura solo di fermarsi, diceva George Simmel. Ora, può esserci un’idea più in contrasto con la dinamica urbana che quella della validità illimitata? L'”ansia normativa”, la volontà di risolvere dall’alto, una volta per tutte, deve fermarsi: occorre inventare veramente tutta un’altra intelligenza, un altro approccio alla città, molto più flessibile, molto più attento. Quando ci sono troppe norme, dettate tra l’altro da istituzioni diverse, il minimo che possano fare è sovrapporsi, l’ordinario è confliggersi. “La norma uccide la norma”. Prendiamo ad esempio la normativa sul contenimento energetico e quella sulle tasse degli immobili. Le ultime tendenze in campo energetico vanno verso le grandi masse murarie, ma poiché il catasto misura il lordo della superficie sono costretto ad assottigliare il muro e ad aumentarne l’efficienza, se possibile. E questo con polistirolo, schiume e quant’altro si può estrarre dal petrolio. Le norme non garantiscono poi un buon risultato architettonico, anche perché vanno interpretate, come tutte le leggi. Ed è proprio questa compresenza di fedeltà alla norma e di discrezionalità che ne vanifica ogni intento egualitario e che anzi ne permette lo stravolgimento fino all’ipocrisia e alla malafede. La legge ed i regolamenti, nati per porre i cittadini tutti sullo stesso piano di fronte alla giustizia, si trasformano, nell’applicazione, in strumenti di prevaricazione, di vendette o di clientelismo.

Altro punto dolente: chi controlla? La scelta dei membri delle commissioni o del personale dirigente è quanto mai bizzarra. Se andate a fare un concorso, sperate (legittimamente) che chi vi sta di fronte sia competente almeno quanto voi, se non di più, altrimenti non si capisce come potrebbe essere in grado di giudicare la vostra preparazione. Così non è per la Commissione Edilizia, dove per esempio gli architetti scelti per farvi parte sono sorteggiati. I titoli necessari per valutare un progetto, non importa se di Mario Botta, di Renzo Piano (cito le star), o, immaginando di tornare indietro nel tempo, di Le Corbusier, di Kahn, sono la laurea in architettura e l’iscrizione all’albo. Sono sufficienti questi due requisiti per garantire un giudizio competente su progetti anche complessi? A mio avviso no (e sono un architetto). Si badi bene inoltre che qui sto parlando di commissioni di città medie, tralasciando i comuni di provincia, dove la commissione è composta, ovviamente, da persone di minor preparazione. Tuttavia questi piccoli centri rappresentano un patrimonio ingente del paesaggio italiano e umbro in particolare. L’organismo destinato ad un ufficio così importante deve essere massimamente autorevole e competente. Per entrarvi devono essere richiesti titoli e qualità riconosciute dal mondo professionistico, accademico. Per restarvi devono essere introdotti criteri di trasparenza, di merito e di responsabilità.

Uno sguardo infine ai compiti di questa Commissione: deve esprimere pareri sulla correttezza normativa delle opere in esame, sull’igiene e, last but not least, sul decoro e l’estetica.

Ecco che la discrezionalità, fatta uscire dalla finestra, rientra dalla porta. C’è qualcosa di più opinabile del decoro e dell’estetica? Siamo tutelati, come cittadini e professionisti, di fronte al gusto ondivago di qualche funzionario? Come si forma il loro giudizio? Ancora una volta, poi, il giudizio di chi?

Come professionista preferirei essere giudicato da una commissione che deve rispondere pubblicamente del proprio operato piuttosto che da una che si maschera dietro ad una giungla normativa.

Potremmo allargare il discorso alla Soprintendenza, dove il problema si ripresenta tale e quale. Un sovrintendente laureato in architettura, magari con indirizzo urbanistico, può giudicare progetti di professori ordinari in composizione o in restauro più che affermati. La vittoria di un solo concorso nella P.A. può legittimare questo potere?

Credo che le ipotesi, in via teorica, siano due: l’una porta ad un aumento della legificazione analitica, l’altra verso una de-legificazione. O si fissano delle norme estremamente rigide e vincolanti per tutti, alle quali il personale tecnico-amministrativo si attiene strettamente, o le norme si attestano ad un livello più alto, divenendo principii, lasciando delle aree di discrezionalità più ampie a valle del processo, man mano che si scende nel dettaglio.

La prima presuppone un livello di analicità e di “pignoleria” veramente assurdi: mq per abitante, mc per vano, coefficienti aero-illuminanti, larghezza delle porte, distanze dai fabbricati, dalle strade, dai recinti, distanze dei letti dai termosifoni, ecc. Può essere applicata quindi meccanicamente, riducendo quasi a zero l’area di discrezionalità del funzionario pubblico. Un enorme sforzo di pianificazione analitica. E sperando che siano buone norme, perché quelle attuali non hanno prodotto, ipso facto, belle città, anzi…. Abbiamo creato un’estetica normativa: tra qualche anno sarà possibile individuare in base a quali regolamenti è stata concepita una determinata casa.

La seconda va nella direzione opposta, aumentando l’area di discrezionalità del funzionario pubblico o della commissione che dir si voglia.

Dovremmo dunque rimetterci al giudizio di questa ipotetica commissione senza alcuna legge a tutela del nostro diritto? Sì e no. Sì al rimettersi all’esame di questa commissione. No all’assenza di tutela dei diritti. Al contrario, io penso che la partecipazione e la tutela del singolo vadano intensificati. Questo non vuol dire aumentare ancora il numero delle leggi, ma creare un organo che sostenga realmente il cittadino di fronte alla commissione che delineavo sopra. Commissione che dovrebbe far propri i principi di trasparenza, di efficienza, di merito.

Infine c’è l’aspetto tutto burocratico da analizzare. E’ possibile per il cittadino continuare a produrre documenti su documenti e passare intere giornate davanti agli sportelli aperti con orari “cabalistici”? I documenti stessi si facciano passare da un ufficio all’altro senza l’intervento del cittadino, che, ricordiamoci, non lavora per la pubblica amministrazione e dove anzi dovrebbe essere il contrario.

La segmentazione che si è fatto della P.A. (Regione, Provincia, Comune, USL, Comunità Montana, Soprintendenza, Vigili del Fuoco, ecc.) corrisponde solo in parte a quella che il cittadino immagina. Le azioni che esso compie sono improntate al fare: iniziare un’attività economica, iscriversi all’Università, cambiare lavoro, costruire una casa…

Il cittadino deve poter manifestare la propria volontà presso un unico ufficio: da lì esce con l’autorizzazione in tasca o con altre informazioni decisive. Questo è quello che chiamo sportello per l’edilizia.

Quella dell’eccessiva regolamentazione non è solo una marginale questione giuridica, ma questione economica e politica. Etica, quindi. Nonostante si sia fatto qualche passo avanti in alcuni settori (parlo delle Bassanini), siamo ancora sudditi di una tirannide: la burocrazia. Nel settore fiscale, per esempio, solo nel biennio 96-98 si sono avuti 400 nuovi testi normativi: 1 ogni 3 giorni! E’ ovvio che non si può continuare così. Il baricentro dell’attività del Parlamento è stata finora troppo sbilanciata verso la funzione normativa, a spese dell’attività di controllo. Bisogna inventare nuove forme di controllo da parte del cittadino e di de-legificare in materia urbanistica. Ad un abbassamento del numero delle leggi dovrebbe corrispondere un aumento della meritocrazia e della responsabilità diretta. Forse noi pensiamo ancora alla città come ad un qualcosa di totalmente controllabile, come ad una macchina complessa o come ad un animale addomesticabile. Cosa che difficilmente corrisponde alla realtà.

Io riprenderei con molta forza, per riprendere un’idea di E. N. Rogers, la strategia del “caso per caso”. Probabilmente è un limite ideale al quale tendere, tuttavia mi sembra chiaro che serve un approccio completamente nuovo ai problemi e alla gestione della città. Occorre modulare la normazione della città (dagli orientamenti strategici alla costruzione di una baracca per l’orto urbano) e dedicare le nostre energie a progettare degli “anticorpi” che riconoscano e sconfiggano le malattie “urbane” appena queste vengono identificate.

Appetibilità del centro.

Se il nostro obiettivo è bloccare la fuga dal centro e invertirne la tendenza, dobbiamo porci il problema dell’accessibilità fisica del centro stesso. L’accessibilità, tuttavia, non fermerà del tutto questo esodo se non verrà coniugata al suo complementare: l’appetibilità. Per eliminare lo smog non basta disincentivare l’uso dell’automobile, a meno che non si voglia un centro vuoto. Se vogliamo coniugare la densità del centro con la possibilità di arrivarvi e di restarvi per un periodo più o meno lungo, bisogna pensare ad una politica che abbia in questo binomio (appetibilità-accessibilità) un punto fondamentale, benché l’accessibilità sia un requisito dell’appetibilità e non il contrario.

Mentre il problema dell’accessibilità può essere delegato, almeno in parte, ad un tavolo di tecnici, per l’appetibilità il discorso diventa più generalistico, e le competenze tecniche si sottomettono ad una visione più strategica e politica della città.

Rendere la città attraente significa agire su leve quali l’incentivazione fiscale della residenza, del commercio, di alcuni servizi. Significa creare delle condizioni affinché una certa economia si sviluppi. E qui, ritengo, l’intervento dell’ente pubblico dovrebbe fermarsi.

L’accessibilità.

Uno dei fattori più forti per rendere appetibile il centro è la possibilità di raggiungerlo e di restarci con facilità. Se possiamo per un attimo usare la metafora della rete per illustrare i problemi connessi con il traffico automobilistico, ci rendiamo conto che la rete stessa è soggetta a vari fattori per il suo funzionamento: grandezza delle unità che si muovono nella rete, il loro numero, tempo di permanenza in rete, velocità delle unità, numero dei nodi.

Ipotizzando di mantenere inalterata la velocità media, sembra ovvio intervenire sulle altre variabili e quindi diminuire la dimensione dei veicoli, il loro numero, il loro tempo di permanenza (diminuire i percorsi), i nodi.

Un nostro limite è pensare che l’automobile sia polivalente e che vada bene per lunghe crociere e per piccoli tragitti urbani, laddove i due tipi di spostamento presuppongono mezzi diversi.

In città si ha bisogno di un mezzo poco ingombrante, poco rumoroso, non inquinante, non eccessivamente veloce (50 Km/h) e che possa trasportare 2 persone, al massimo 3. Per lunghi tragitti ho bisogno di una macchina comoda, spaziosa, capace di mantenere buone velocità di crociera.

E’ probabile che tenderanno ad affermarsi quindi differenti mezzi di locomozione che dovranno interagire sinergicamente (si spera) tra loro. Questo sarà possibile immaginando dei parcheggi o delle fermate multimodali.

Un altro limite da superare è quello che non ci consente di immaginare soluzioni architettonicamente valide, decorose, per i parcheggi. Che queste aree debbano essere delle “spianate” orride o dei bunker di cemento armato è un pregiudizio. Non dico che i nostri parcheggi possano diventare tutti delle “Stalle Chigi”, ma perlomeno avere la dignità delle tante “poste” del secolo scorso. Vicino al parcheggio potrebbero insediarsi infatti anche altre attività collaterali (lavaggio, rifornimento, accessori, fast-food, ecc.)

Fattore fondamentale su cui agire per decongestionare la rete sono i ritmi di utilizzazione. E’ alquanto sciocco infatti agire sulle dimensioni dei mezzi, sul loro numero, sui loro percorsi, se poi questi percorsi vengono resi agibili tutti nello stesso tempo: nessuna rete può resistere (economicamente) a picchi di questo tipo. Bisogna “sfasare”, attraverso una politica degli orari, l’uso della rete. Servizi, commercio, svago vanno distribuiti per quanto possibile lungo il maggior arco temporale possibile.

Infine andrebbe fatta una “segmentazione” più fine del pubblico che vuole accedere in città. Una grossolana approssimazione ci consente di individuarne subito tre.

i residenti
i “pendolari”
i turisti

I tre segmenti hanno infatti determinati e diversi bisogni in fatto di accessibilità e di sosta, senza considerare che poi si dirigono su obiettivi fisici diversi.

I residenti hanno soprattutto bisogno di un parcheggio vicino alla propria abitazione, oltre alla possibilità di arrivarvi. Sempre, senza limiti di orario.

I pendolari hanno bisogno di arrivare vicino al luogo di lavoro e soprattutto in certi orari.

I turisti hanno bisogno di arrivare al luogo di visita, possibilmente senza limitazioni d’orario, o in una ragionevole fascia. Necessità di servizi di accoglienza.

Compresenza di commercio, servizi, scuole, piccole produzioni, ecc.

La città virtuale

Parlando della città futura non posso evitare l’argomento “telematico”. Lo sviluppo della telematica ha prodotto una de-materializzazione generale della vita. La possibilità di spostare facilmente informazioni da un punto all’altro elimina il trasporto fisico del prodotto dell’informazione. Essa tende a sostituire allo spazio limitato, centrato, uno spazio reticolare e diffuso. Questo, ovviamente, si riflette nell’organizzazione sociale: pensate allo sviluppo del telelavoro, dei servizi commerciali, didattici e assistenziali a domicilio, ecc. Che cosa cambia nella città reale con l’avvento della telematica?

Se ci lasciamo trasportare dallo sviluppo esponenziale che essa ha avuto fin qui, la città reale, materiale, sembra avere poche speranze di restare in vita. Decentrare tutti i servizi possibili, infatti, significa che il cittadino non ha più bisogno di arrivare in centro per fare un certificato di nascita, ma che può fermarsi alle circoscrizioni periferiche. Tra un po’ di tempo, tra l’altro, questi saranno servizi che si avranno da casa e quindi avremo lasciato alle spalle anche questa fase.

Il telelavoro, l’e-business e le altre applicazioni ancora in embrione (si parla già di Internet II) non faranno che portare al massimo questa decentralizzazione pervasiva. Niente più bisogno di banche, di negozi, di uffici comunali? Niente più traffico? Sembrerebbe di sì. Eppure anche nel passato più recente abbiamo preso simili abbagli: il treno avrebbe eliminato le guerre perché consentiva a popoli anche lontani di incontrarsi, il telefono avrebbe eliminato molto del traffico su rotaie perché consentiva di parlarsi senza spostarsi. La vita si è poi evoluta in sensi diversi: le guerre sono continuate e il traffico (su tutti i mezzi) è aumentato.

Tradotto nel nostro settore ciò significa che diminuirà il traffico pendolare (da lavoro), da burocratismo, da commercio (forse), ma io ritengo che aumenterà quello relativo al tempo libero, alle attività di svago, alle attività legate al movimentismo sociale e politico, al turismo.

Decentrare ha portato, oltre ad una lieve flessione di alcuni tipi di traffico, anche ad un innalzamento dei prezzi degli immobili del centro, che si sono svuotati delle funzioni più ordinarie a scapito di quelle rappresentative (banche, assicurazioni, musei, enti pubblici, ecc.).

Io credo, in definitiva, che la città di pietra e la città virtuale possano coesistere. L’importante è considerare quest’ultima come una possibilità in più e non come l’unica possibilità. Non mi aspetto una significativa riduzione del traffico automobilistico dall’informatica.

Il verde.

L’esigenza di verde pubblico è relativamente debole a Spoleto, considerate anche le dimensioni della città. Il verde stesso, tra l’altro, andrebbe visto distinto un’ottica più raffinata. Esiste il verde urbano pubblico (i parchi), ma esiste anche il verde privato urbano (piccoli giardini e orti interni), il verde pubblico extra-urbano, il verde privato di periferia (margini).

I grandi parchi urbani presentano spesso alcuni problemi dovuti alla dimensione degli stessi, che inibisce l’effetto presidio realizzato dal vicinato. Sempre legati alla dimensione ci sono poi problemi di degrado e di manutenzione.

Sarebbe possibile pensare ad un Piano del verde per consentirne una gestione più attenta. Il pericolo è quello di legificare ancora.

I centri minori.

I centri minori con una matrice storica si trovano in una situazione non del tutto disperata. Bisogna fare in modo che gli effetti paralizzanti del traffico non arrivino anche lì. Bisogna tendere ad un giusto equilibrio tra dotazioni di servizi e densità abitativa.

Le periferie, le frazioni suburbane.

Da un punto di vista di logica insediativa queste due modalità mi paiono identiche. Lo sviluppo dell’edificato avviene lungo la direttrice di attraversamento. Il fatto che si trovino a 5 o a 10 km. di distanza dal centro non cambia la loro essenza.

Bisogna “monumentalizzare” e diversificare le funzioni delle frazioni che spesso sono monotematiche (residenze). Le periferie rendono ingestibile il trasporto pubblico.

Nei casi dove è possibile, e cioè dove le dimensioni lo permettono, bisogna cercare di riconnettere fisicamente e psicologicamente questi sobborghi con il centro storico. Passo Parenzi, tanto per rimanere a Spoleto, non può avere le stesse periferie di Mestre o di Palermo. Bisogna combattere questa atopìa e ridare valore all’identità del luogo. Laddove non è possibile si deve pensare alla nascita per duplicazione di un quartiere e al limite di una città autonoma. Ciò vuol dire dotare il quartiere di monumenti in cui la collettività locale possa riconoscersi e fondarsi. Non si deve aver paura di fondare nuove città, nuovi centri. Non vedo perché essa non dovrebbe avere delle dimensioni ottimali, sopra o sotto le quali degenera in qualcosa che città non è.

L’economia della città

Le città sopravvivono perché sono basate su un’economia predominante, o su un mix di economie. Vi sono città portuali, città militari, città termali, città teatro, città mercato, ville-lumière e infine città delle quali è difficile riconoscere un settore trainante. Un modo di vivere, comunque. Questa è la domanda che ci si deve porre.

Io ritengo sarebbe essenziale conoscere qual è il mix di economie attuali e stabilire quale sia la “vocazione” della città futura. Infine stabilire quali siano le risorse a disposizione. Non deve sembrare paradossale, ma le risorse vanno stabilite e non rinvenute. Il paesaggio, per esempio, non è una risorsa, in sé: lo è solo se lo inseriamo in un progetto che lo definisce come tale. Se voglio fare di Spoleto una città industriale, il paesaggio è un vincolo e non una risorsa.

Abbiamo ovviamente delle cose che vengono già apprezzate sia dai residenti che dai turisti ed è il paesaggio, il patrimonio immobiliare, i prodotti del luogo, ecc. Se possiamo partire da queste per uno sviluppo dell’economia locale, esse sono già risorse. Il che non vuol dire che debbano restare le uniche. Non vedo perché non si possa pensare a Spoleto come città della formazione. O ancora città delle software-house. L’internazionalizzazione dell’economia ha fatto sì che il territorio di riferimento di una città non fosse necessariamente quello vicino o confinante. Si è affievolito questo rapporto di dipendenza. Nei nostri piccoli centri, ad essere onesti, questo è relativamente vero. I contadini si organizzano in cantine, stalle e frantoi sociali, destinando un’alta percentuale del prodotto alla collettività locale; c’è ancora un mercato con gli ortaggi del luogo e così via. Paradossalmente, poi, gli abitanti delle campagne sentono ancora questo ruolo di guida nella città: riconoscono ad essa un valore e un compito ancora positivo.

4) Conseguenze.

Da un punto di vista teorico credo che il discorso fin qui sviluppato debba consentire di pensare alla città come ad un fenomeno complesso sì, ma anche in maniera più cosciente e libero. Questo significa poter pensare alle scale mobili e ai tapis roulants, ma anche al loro rifiuto. Significa poter immaginare di costruire all’interno dell’ultima cerchia di mura, invece di disperdersi in periferia. Significa disegnare un sistema di trasporto urbano che colleghi non solo materialmente ma anche simbolicamente, la periferia al centro. Significa pensare a delle abitazioni nella zona di S. Nicolò e a una piazza vera a Passo Parenzi. Significa avere il coraggio di stilare una “carta delle demolizioni”.

Proposta.

Premesso che manca ancora una vera scienza urbana e una storia comparata delle città che sia patrimonio dei futuri architetti, nonostante Aymonino e Rossi l’auspicassero già alla fine degli anni sessanta, e che ci si augura una riforma profonda della legislazione attuale (e magari la sua codificazione), propongo ai miei amici verdi e a chi vorrà contribuire, di aprire una fase costituente per una “Commissione per la Città” (consiglio, ente, gruppo, osservatorio: il nome non è importante). Per ora mi limito ad elencare una serie di compiti che essa potrebbe svolgere. Essa dovrà agire in staff con l’autorità politica o con il city-manager per consentire a questi una pianificazione strategica della città, per simulare scenari e individuare le tendenze del futuro. Data la complessità della tematica, dovrebbe essere costituita da diversi profili disciplinari (architetti, ingegneri, sociologi) e operare, ovviamente, secondo requisiti di merito e di trasparenza. Potrebbe essere benissimo una società mista pubblico-privato e prestare la propria opera anche ad altri comuni.

Fase operativa o di rilievo.

Individuazione delle emergenze urbanistiche e loro rilievo particolareggiato.
Manuale del recupero edilizio, anche in chiave bioclimatica.
Mappatura della città anche secondo nuovi parametri
Inquinamento: acustico, atmosferico, visivo, elettrico.

Materiali

Tempi di accesso (per i trasporti pubblici)

Tempi di accesso (per i trasporti privati)

Costi di accesso (per i trasporti pubblici)

Percezione dell’ambiente da parte dei residenti (penso alle ricerche di Kevin Lynch)

Densità di monumenti rappresentativi in periferia (istituzioni, chiese, piazze, ecc.)

Fontane, illuminazione, telefoni, fermate autobus, punti informativi, cestini per la carta, ecc.

Fase propositiva – consultiva.

Elaborazione di proposte di legge o di de-legificazione
Elaborazione di proposte progettuali.
Simulazione e studi di fattibilità per nuove forme di imprenditorialità ad alta vocazione ecologica, turistica e culturale.
Pianificazione dei grandi concorsi urbani.

Fase divulgativa.

Pubblicazione dell’attività svolta (convegni, mostre, libri).
Collegamento con la scuola.
Collegamento con l’imprenditoria locale, con la realtà economica.
Sportello unico per l’edilizia (consigli, orientamento, informazioni, reclami).

In particolare per Spoleto. (Per prossimo incontro)

Per favorire l’accessibilità, il comune deve essere in grado di agire su certe leve, incentivando alcune cose e ovviamente disincentivandone altre. Tra i fattori da migliorare io comprenderei:

Incentivazione all’acquisto di auto piccole o altri mezzi di trasporto non inquinanti;
Incentivazione dei trasporti pubblici, nelle varie forme (navetta, scale mobili, ecc.);
Incentivazione di parcheggi privati nel centro storico;
Incentivazione di parcheggi pubblici custoditi (di scambio), in zone libere;
Incentivazione degli orari flessibili.
Incentivazione del commercio di quartiere.
Incentivazione dei servizi di quartiere.
Incentivazione residenza-produzione.
Rovesciare il senso di marcia di Spoleto (inquina molto meno).
Studiare un mezzo di locomozione che vada in discesa: personale, piccolo, da noleggiare (skylift urbano).
Possibilità navette elettriche.
Pista ciclabile e percorso pedonale del Tessino dalla Marroggia fino a S. Pietro.
Risalite meccanizzate e/o pedonali da sotto S. Giovanni Decollato, da sotto il Ponte, da Via Cacciatori delle Alpi.
Studiare road-pricing, park-pricing.
Sponsorizzazione aree dismesse.
Riduzione consumo acqua potabile (serbatoi di raccolta)
Istituzione di una persona che vada alla ricerca di finanziamenti.
Istituzione mercato dell’usato nel settore edile.
Non cubare i muri sopra i 30 cm. e le serre solari.
“Opzione zero” per la legificazione comunale.

Tutte queste cose costano. E’ inutile far finta del contrario. Per incentivare queste nuove azioni bisogna trovare dei fondi. Tuttavia il discorso economico va affrontato secondo un’ottica di più ampio respiro. Infatti, perché abbiamo questo obiettivo in testa, e cioè quello di far tornare le persone in centro? E’ solo un vezzo nostalgico? O c’è dell’altro? O ne percepiamo i costi? E di che tipo di costi si tratta? Bisogna essere in grado di dare un costo a questa fuga dal centro, perché altrimenti i nostri tentativi di tornare in centro potrebbero rivelarsi irrealistici. Me lo chiedo realmente: perché dovremmo tornare in centro?

Primo punto: non è detto che questi comportamenti non possano produrre anche un utile. I parcheggi urbani, per esempio, producono generalmente degli utili. Alcune economie potrebbero venire direttamente da questi nuovi modi di vivere la città.

Secondo punto: credo che tornare in città, con tutte le innovazioni di cui abbiamo parlato, consenta di eliminare molti costi collaterali. Certo, sono costi di difficile attribuzione, ma ciò non significa che non ci siano. Il modello di urbanizzazione dispersa ha costi notevoli: di trasporto diretto, di tempo perso nel trasporto, sanitari (gli incidenti, lo smog), urbani (il degrado del patrimonio edilizio), sociali (l’inaccessibilità per disabili ed anziani). Il cruccio è che la maggior parte di questi costi non vengono nemmeno più percepiti dal cittadino. Si tratta allora di trovare qualche modello matematico che ci permetta di individuarli con precisione.

Il modo per incentivare nuovi comportamenti è generalmente duplice: (i) si erogano contributi a favore di, (ii) si detassano le azioni che vanno in quella direzione.

1. Al riguardo volevo segnalare che un modello matematico messo a punto a Oxford ha dimostrato che la tipologia a corte a 3 piani di altezza è capace di una densità elevatissima, che può competere con la città verticale.

 

  • Traccia dell’intervento tenuto a Spoleto nell’ambito di un Convegno tenuto a Villa Redenta 11 luglio 1996

Prime riflessioni sulla DGR Umbria 41/2018

Si tratta della preadozione di un testo normativo che è volto a  consentire la ricostruzione delle zone terremotate.

Propongo qui alcuni primi spunti di riflessione, postando il disegno di legge con a fianco alcune notazioni.  In questa piccola premessa fuori dal testo invece avanzo due riflessioni generali. La prima è che forse il testo potrebbe prevedere un Titolo per la modifica di alcune leggi e regolamenti regionali in urbanistica, edilizia e materie correlate. Due piccoli argomenti potrebbero essere trattati. Il primo è la possibilità di ripristinare distanze inferiori ai 10 m tra edifici in caso di piani attuativi con previsioni planovolumetriche. E ciò in armonia con l’ultimo comma dell’art. 9 del DM 1444/1968, che lo ha sempre consentito. Il secondo è sulla procedura prevista in questo disegno di legge al co.12 dell’art. 13. Vi si prevede la procedura di contestuale variante sia per la parte strutturale che per la parte operativa del PRG per varianti che attengano sia allo strutturale che all’operativo. Ora, a meno di non limitarsi a varianti che riguardano esclusivamente lo Spazio Rurale, tutte le varianti allo strutturale hanno ricadute anche sull’operativo, essendo legate da un nesso di consequenzialità e di conformità. Mi chiedo dunque se ormai non sia il caso di riportare il PRG a un unico livello di articolazione (come conosciuto con la L. 1150/1942), o allora di mantenere una certa articolazione, riducendo però a UNO il procedimento di approvazione. Si tratta insomma di “plasticizzare” il PRG costruendo già degli elementi più rigidi e degli elementi cedevoli. Non credo di dire cose straordinarie. La LR 1/2015 già prefigura infatti, a fronte di un PRG articolato su due livelli, tre tipi di varianti:

  1. La variante al PRGS ordinaria
  2. La variante al PRGS “semplificata” attraverso procedura ex art. 32 co. 3
  3. La variante al PRGO

Credo che allora sarebbe forse più semplice avere un unico procedimento del PRG, dove si disegna tutto il piano, dove si fa una unica valutazione ambientale e di incidenza (nel caso). Dove si lascia la plasticità del piano su tre livelli e procedimenti differenti. Alcune varianti seguono il procedimento originario di formazione del PRGS: DP, VAS, Conferenza istituzionale. Queste sono limitate a alcuni casi tipizzati, come ad esempio: aumento della superficie occupata dall’insediato, riperimetrazione di vincoli, ecc. Alcune altre hanno un procedimento semplificato ex art. 32 co. 3 e sono limitate ad alcuni casi. Altre ancora sono solo di competenza comunale. In questo modo le previsioni “statutarie” possono resistere un po’ meglio alle consuete esigenze di modificare il PRG, e potrebbero essere poste e approvate con l’aiuto conoscitivo della Regione, senza avere la solita ipertrofia (spesso ridondante), di Quadri Conoscitivi, molto costosi in termini di tempo e soldi per i Comuni, specie per quelli più piccoli.

Infine sarebbe comodo ai fini della lettura evidenziare da subito, nella rubrica, gli articoli che si applicano a tutti i Comuni e quelli che invece restano riservati a Comuni particolari.

DGR n. 41 del 15 gennaio 2018 bmb

Nonostante i governi

Credo che se stiamo uscendo da questo tunnel lungo ormai dieci anni, lo dobbiamo non ai governi che si sono succeduti in questi anni, ma nonostante i governi che si sono succeduti. La mia non è un’affermazione oppositiva: è un’affermazione che deriva dalla percezione di un distacco ormai sempre più evidente tra la società civile e la politica (nel senso nobile della parola). Sì Renzi ha fatto delle buone cose, è un riformista moderato, ma ormai la sua spinta innovatrice ha perso potenza. Roma ha “digerito” anche lui, lo ha metabolizzato, lo ha de-renzizzato. Sicuro, c’è Grillo e i suoi cinquestelle, incapaci di governare seriamente, e quando dico seriamente penso fare i conti con la politica estera e con vincoli di bilancio. Berlusconi che ritorna e che vincerà le prossime elezioni, senza tuttavia capire come fare il governo e con chi dopo di lui. E poi i governi tecnici, che hanno fatto i tagli che dovevano fare, senza nemmeno darci la motivazione di qualche buon ideale. Come se fossero storie già viste.

Ecco, in questi dieci anni c’è stata gente (eroica), che ha tenuto in piedi il sistema Italia. Si tratta di commercianti, di artigiani onesti, di liberi professionisti portati alla fame, di piccole imprese che fanno salti mortali per dare gli stipendi a fine mese ai propri dipendenti, di funzionari e impiegati pubblici responsabili, di contadini che nonostante li facciano restare in casette (le chiamano così: ci sarà un motivo), si alzano alle 5 e vanno a mungere le loro pecore. Tutta gente che ha continuato a pagare le tasse, lamentandosi sì del “governo ladro” (fa parte del business), ma che ha continuato a lavorare, a risparmiare, a pagare gli studi ai figli. Gente che non è fuggita all’estero perché oramai la famiglia è qui o perché non ha avuto il coraggio di farlo. Gente che però ha avuto il coraggio di restare. Gente che è restata con il timone a diritta.

Certo: c’è qualche imprenditore disonesto che non ha pagato alcune tasse, qualche impiegato pubblico che non è un campione di lavoro, qualche contadino che ti vende l’agnello e la ricotta in nero.

Tuttavia, nel complesso si è andato consolidando un tessuto, una rete operosa, che lavora silenziosamente e che riesce a tenere in piedi anche una classe politica in cui forse non si riconosce più, non perché la reputa particolarmente malandrina, quanto invece incapace da una parte di proporre delle visioni e dall’altra di tenere banalmente i conti in ordine. Un tessuto che vede la politica come un male necessario, un’incrostazione sociale, un fenomeno che bisogna sopportare.

Le ragioni di un pannello*

Innanzi tutto grazie a Tecla srl per aver sostenuto questa iniziativa. Oggi non è scontato che un’azienda investa in pubblicità. È ancora meno scontato, e anzi è piuttosto singolare che un’azienda investa in un simile evento, in Umbria. Grazie poi alla segreteria tecnica dell’evento e al prof. Paolo Belardi per la curatela scientifica.
Quando sono stato invitato a questa iniziativa mi sono chiesto chi oggi era il duca, il signore, il principe, l’imperatore. Perché lo studiolo così come lo conosciamo, è riconducibile a una precisa finestra temporale:  l’umanesimo del centro Italia. All’epoca la società era diversa, più piramidale e strutturata di quanto non sia oggi. Per semplificare, vi era un signore, un duca illuminato, colto, carismatico, una piccola corte e poi via via una platea molto meno colta, molto meno sensibile e versata nelle arti, nella letteratura, nella musica ecc. E oggi? Oggi è difficile trovare intorno a noi un duca colto, un signore edotto. C’è un libro molto recente, in realtà, che dimostra come la storia del l’Occidente non sia altro che la storia della perdita del potere, della sua frantumazione, da una o poche persone, a una moltitudine di persone. Dunque il principe siamo noi. E dunque lo studiolo doveva essere portato a noi, a tutti, evitando un suo isolazionismo. Parlando una lingua semplice, fondamentale, o presentando diversi livelli di lettura.
Credo che in quest’epoca la maggior parte di noi sia confusa, che abbia perso molti punti di riferimento, che veda sbriciolarsi intorno a sé istituzioni complesse che magari pensava imperiture. E che quindi abbia bisogno di tornare ai fondamentali. Natalini dice che abbiamo uno straordinario bisogno di normalità, e anche io concordo. E abbiamo bisogno di tempo. Ecco, lo studiolo di una cosa non può fare a meno: di tempo. Lo studiolo necessita e postula la volontà di prendersi un po’ di tempo. Tempo per farsi delle domande, per riflettere, per meditare.

Nel merito: l’Uomo trova il proprio studiolo dopo aver vagato per un po’ nella foresta: una foresta fatta di canne, e quindi di altri uomini. In questa foresta c’è una piccola radura e per terra c’è un pannello con delle fasce colorate, coperto dalla pioggia, o dal troppo sole, da un tetto leggero: giusto un velo. Questo bosco l’ho chiamato “Le bois des pas perdus”: il bosco dei passi perduti. I passi perduti è una bellissima invenzione francese, sociale prima che architettonica. Per semplificare anche in questo caso, diciamo che è un luogo di filtro, di attesa, di sospensione. Ma giocando sul francese, è anche il bosco di coloro che non sono persi, di coloro che non sono più persi.
Le fasce colorate sono disposte ordinatamente una accanto all’altra, una sopra l’altra, una dopo l’altra. Vi è dunque un ordine, che è l’azione propria dell’uomo, o quella che lui almeno crede tale: trovare un ordine, ritrovare un ordine, inventare un ordine.
I colori delle fasce hanno un significato. Poiché occorre ritrovarsi (siamo confusi, erranti, persi), bisogna innanzi tutto capire dove siamo. Siamo qui, proprio qui, in Umbria, al centro dell’Umbria (il pannello non può stare dappertutto: in questo senso non è un oggetto di design, insomma). I colori sono diversi perché sono fasce di legno nostro: quercia, ciliegio, pero, carpine, olmo, orniello, salice, pioppo … Le fasce sono larghe un pollice, nell’idea progettuale. Il pollice fa saltare il metro decimale e ci riporta a una dimensione umanistica della misura, a una precisione confusa, come dice Valéry. È un ritorno al Modulor di Le Corbusier e attraverso di lui a tutta l’antropometria che nasce (o rinasce), nell’Umanesimo.
In realtà, dunque, il pannello non è altro che il nostro mondo. È la rappresentazione e la ri-presentazione del nostro mondo. La differenza sta nel fatto che lo sguardo dell’uomo lo trasforma da semplice territorio a giardino. Le fasce di questo giardino surrealista e distillato sono interrotte da tre eccezioni: delle fasce di colore verde, una fascia di colore rosa, e un cerchio nero.
Le fasce verdi sono disposte secondo un ritmo e secondo una matrice geometrica, forse anche facile a leggersi: partendo dal basso la prima fascia verde definisce un quadrato che ha come lato la base del nostro giardino. La seconda fascia è in ragione di radice di 2, e cioè la diagonale del quadrato. La terza fascia è in ragione di Phi, della Sezione Aurea. La quarta è in ragione del doppio. Tutto nasce dall’uno, come dice l’Alberti, e a questo punto le altre fasce potrebbero essere interminabili, gemmando da queste semplici regole.
La fascia rosa è per riportarci ancora più qui: mi sembra che se c’è un’architettura umbra, se dovessimo fare un pericolosissimo esercizio di sintesi e ricondurre l’architettura umbra a una sola figura, a un solo periodo, direi che l’Umbria è l’architettura romanica. Piccole o grandi costruzioni, ma sempre con un alto valore di massa, di volumi stereometrici, di luce e ombra. Un’architettura di pietra: di pietra rosa. Dalla chiesa di Monteluce di Perugia alla basilica di San Domenico di Spoleto, passando per Santa Chiara ad Assisi, per San Feliciano a Foligno, dalla cattedrale di Todi a Gubbio, io vedo una frequenza della pietra rosa che non trovo più in altre parti d’Italia.
La terza eccezione in questa costruzione di colori è l’occhio nero che ci guarda e ci disturba. È l’imperfezione, è il punto di yin nello yang, è l’incompletezza, il peccato originale. È posto in un luogo che sfugge a qualsiasi ragione topologica e geometrica. Ci guarda, ci ammonisce: in questo è il monumento del nostro giardino.
Le fasce colorate, oltre a essere proprie della nostra palette molto locale, sono anche un ricordo e un tributo ai nostri grandi pittori e artisti, che magari hanno scelto questa terra per lavorarvi. Senza andare troppo indietro, penso a Dottori, a Dorazio, a Tisato. Sopratutto a quest’ultimo, ai suoi legni, alle sue tele tessute, alla sua “umbritudine”. Infine il tetto che copre il nostro giardino. Una semplice lastra con un buco, che lascia passare un solo raggio di sole, un raggio che sul pannello dovrebbe disegnare le sue traiettorie, come una meridiana inversa, così come funziona il Pantheon. Il raggio di luce ci costringerà a seguirlo, e risalendolo si scopre che l’intradosso della copertura è il labirinto della cattedrale di Amiens, al cui centro ho posto quest’oculo.  Ho voluto simboleggiare così un paradosso che mi ha sempre affascinato fin da bambino e che non smette di farlo ancora oggi, soprattutto in estate. Il paradosso, lo choc, la meraviglia è questa: che il Cielo, così limpido, così chiaro, in realtà nasconde misteri insondabili. Questo velo, così leggero,  nasconde più di quanto non riveli. Questa cosa non smette di sorprendermi.

* Traccia per la presentazione del pannello “Lo Studiolo del III° millennio”, a Bastia Umbra, il 5 marzo 2017

Le parole, i generi, la lingua.

Credo che uno dei concetti maggiormente in crisi, nel contemporaneo, sia quello di identità. Da una parte ne abbiamo paura, e vogliamo fonderci con altri, abbattere muri, distinzioni. Dall’altra vogliamo invece sempre più connotare una nostra diversità, che la pubblicità intercetta benissimo. Da una parte vogliamo essere tutti aperti verso lo straniero, il profugo, l’immigrato. Rinunciamo a parti della nostra identità per accoglierlo nel miglior modo possibile. Dall’altra la Boldrini (e altri con lei), ci chiedono di parlare una lingua che io non capisco: ministra, sindaca, presidenta. L’abolizione della differenza sessuale porta, porterà, a una torsione della lingua, a una rincorsa di ciò che succede nella vita. L’abolizione del genere sessuale, anche attraverso una sua moltiplicazione, porterà a una difficoltà della lingua, che investirà pian piano tutto il dicibile. Il genere maschile e il genere femminile avevano senso in un mondo dove noi vedevamo il mondo diviso naturalmente in maschi e femmine. Ma in un mondo in cui questa distinzione così netta non ci sarà più, che significato avrà? Per essere politicamente e “genericamente” corretti useremo solo il genere neutro?

C’è nessuno?

L’emergenza, prima o poi, finirà. E allora bisognerà ricostruire.
Penso soprattutto ai paesi completamente distrutti, e non solo alle singole case, ai singoli fabbricati solo danneggiati, per i quali è possibile immaginare un’operazione di restauro, di recupero, di cura, di manutenzione straordinaria, di innesto, di protesi (le categorie di intervento della L. 457/1978 non colgono più, detto en passant, la complessità degli interventi di oggi).

So che in questo momento occorre lavorare per l’emergenza. Allo stesso tempo occorre anche pensare: pensare a come ricostruiremo.
Ora, a me pare che prima di partire lancia in resta con ruspe e betoniere, sia necessario dotarsi di un progetto (parrebbe quasi ovvio), e soprattutto di un metodo e di una teoria. Non c’è nulla di più pratico di una buona teoria, diceva Kurt Lewin, parafrasando autori più antichi (Leonardo, Seneca, ecc.).
Ho sentito dire da alcuni, riprendendo frasi estrapolate dai media, che il criterio dominante sarà: “Dov’era com’era”.  Questo criterio, applicato implacabilmente, costringerà per esempio a ricostruire anche i bagni in aggetto, sui retri delle case, nei borghi più poveri.
Sarà possibile, poi, replicare tale e quale queste costruzioni? So benissimo che la qualità delle nostre piccole città deriva da una quaroniana “qualità diffusa”, ma sarebbe possibile oggi replicare (clonare) quelle costruzioni? O la veste materica sarebbe solo una pelle, un rivestimento, di una ben più solida struttura in cemento armato o in legno?
La distribuzione interna dei vani, la loro ampiezza, la loro altezza, dovrà essere replicata tale e quale? Ma se dovrà essere modificata, come è possibile pensare che le aperture esterne, e quindi i prospetti, rimarranno tali e quali? Quale modello di città? Quale modello di borgo? Che relazione con un’accessibilità sempre più richiesta? Prenderemo quest’occasione anche per migliorare il comportamento energetico di questi fabbricati? Ricostruiremo i fabbricati industriali alla stessa maniera?

E se dunque ricostruire DECE (Dov’era com’era), non sarà possibile, chi e come deciderà in quale modo ricostruire? Quale sarà la governance? Quali saranno i procedimenti amministrativi? Come verrà ripartita la responsabilità di un’operazione così complessa? Che grado di partecipazione sarà attribuito ai cittadini? Che grado agli enti? Quale sarà l’apporto delle Soprintendenze? Quale il rapporto tra Soprintendenza Regione  Chiesa, Comune? Cosa abbiamo imparato dall’Irpinia? Dal Friuli? Dal sisma del 1997? Da L’Aquila?

Ecco, su questi interrogativi (e sono solo alcuni), dovrebbe riflettere la nostra cultura oggi. Penso ovviamente in prima istanza agli architetti, diventati muti. A parte un’idea approssimativa e generale di Renzo Piano e un coinvolgimento fiduciario di Boeri (coinvolgimento che sembra risolversi nell’approntamento di un modello di scuola), non emerge nulla dal nostro mondo culturale e professionale. Se quest’ultimo è forse ormai stremato dalla crisi e ipnotizzato dall’apparizione di eventuali incarichi, la nostra migliore cultura dov’è? L’Università, le nostre Facoltà (ops!: Dipartimenti)? Gli storici della città, i giornalisti, i sociologi, gli scrittori, i poeti?

La carta è norma. Brevi note a margine di uno scritto di Freyrie.

L’architetto Freyrie, già presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, ha pubblicato sul proprio blog il resoconto di un’avventura capitata a un suo amico, dal quale dice di aver ottenuto l’autorizzazzione a raccontare l’accaduto. Tuttavia, poiché non ci sono nomi o situazioni del tutto esplicite attraverso le quali sia possibile risalire ai soggetti principali, la precauzione appare eccessiva. In ogni caso l’intervento è qui e vi consiglio di leggerlo prima di scorrere le mie note. http://fregisfregi.blogspot.it/2016/09/non-e-un-paese-per-architetti2-la-carta.htm
E’ grave che un noto architetto, come egli è, e soprattutto un ex Presidente del Consiglio Nazionale sembri avallare un’interpretazione diversa da un principio di buon senso che vige in Italia (e in tutto il mondo occidentale): la carta è norma.
Ci mancherebbe che non lo fosse! Dobbiamo deciderci: vogliamo la certezza del diritto? Sì? Ebbene, la certezza passa dalla carta. Se bastasse la parola di un architetto (di un ingegnere, di un geometra, di un assessore), a dire che lì non c’è un fiume ma solo un parcheggio, o viceversa, saremmo davvero un paese straordinario. E avremmo un paese che non esiste, fatto solo di aree vergini pronte alla lottizzazione, tutte in pianura, senza rischi idrogeologici, senza rischi sismici. Mi fermo perché è troppo semplice continuare con gli esempi.
Non sono così sciocco da non capire che ci sia un punto che non va: c’è un disallineamento tra lo stato di diritto (la carta) e lo stato di fatto (la realtà). Il fatto è che questo disallineamento non può essere risolto facendo saltare il nostro affidamento sulla carta.
So che il problema è anche  il tempo che occorre perché uno stato di fatto trovi corrispondenza poi in uno stato di diritto. Un tempo che ci sembra insopportabilmente lungo. E che la vulgata comune lega a una generica burocrazia. Spesso è vero. Voglio solo aggiungere un elemento a quest’opinione diffusa: il tempo è molto lungo perché spesso i procedimenti amministrativi che portano a colmare questo disallineamento prevedono  delle ampie tutele partecipative a favore dei cittadini che vogliono o possono entrare nel procedimento, apportando le loro istanze e valutazioni.
Nel caso in esame il PRG dovrebbe essere aggiornato con il nuovo stato di fatto (e di diritto), e quindi cancellare quelle case. Ma chi può decidere di cancellare? L’Ingegnere Capo (figura mitica e forse da aggiornare un po’)? Il Sindaco? I proprietari di quelle case? Tutti insieme? Solo alcuni? E se qualcuno non è più reperibile? E il terreno deve rimanere ancora edificabile? Quindi le case potrebbero tornare? E’ diventato invece inedificabile? Tutti i proprietari ne hanno avuto conoscenza?
Il tempo che ci sembra inevitabilmente lungo serve a districare, in forma democratica e partecipativa, queste e altre domande, che ho omesso. Il tempo serve a costruire una variante urbanistica di rettifica (se va bene), o una variante urbanistica tout-court.
Questo è il modo (il progetto), con cui la nostra società cerca di risolvere questi problemi.
Il prof. Leoncilli, che ho avuto il piacere per qualche tempo, diceva sempre che un progetto si critica sempre con un altro progetto. C’è?