Un discorso sulla città che voglia essere profondo è anche, per forza di cose, complesso.
Ho deciso di articolare il mio in quattro punti.
Nel primo punto, farò alcune riflessioni sulla città odierna e sulla “fuga” dal centro. Nel secondo, leggerò la città antica in modo da trarne qualche insegnamento. Nel terzo cercherò di individuare i maggiori fattori che influenzeranno la città futura. Nel quarto evidenzierò le conseguenze di queste riflessioni e avanzerò delle proposte che spero avranno il vostro consenso.
1) Analisi della città contemporanea.
Nel parlare della città contemporanea, partiamo quasi sempre dall’assunto che essa, con la sua ormai immancabile periferia, sia brutta. Quali sono i segni di questa brutta città, i suoi caratteri distintivi? Provo ad indicarne, senza alcuna pretesa di esaustività, alcuni.
Le nuove espansioni e le periferie sono a dimensione di automobile.
I tipi di traffico sono coesistenti. Le nostre pavimentazioni non distinguono né per quote né per disegno né per materiali, l’automobile, la bicicletta, i pedoni.
Spesso le periferie sono monotematiche: in alcune si vive solo in certe ore: quartieri dormitorio, zone industriali, centri direzionali, ecc.
Non ci sono monumenti rappresentativi per la collettività, ma solo anonimi “centri” di servizi, attrezzature collettive.
Ci sono barriere per gli handicappati, per i bambini e per gli anziani.
I trasporti collettivi non sempre sono soddisfacenti e spesso sono pericolosi in particolari fasce orarie.
C’è un grosso inquinamento: olfattivo, visivo, acustico, elettromagnetico.
Nessun valore viene dato alla durata della costruzione.
Se guardiamo il dato quantitativo, in periferia vi è più verde che in centro, ma funziona un po’ come il pane grattugiato sui pomodori al forno: come farcitura.
Paradosso: c’è una differenza notevole tra periferia e centro storico della stessa città. Differenza fatta di materiali, di geometrie, di ritmi dell’edificato, mentre esiste una forte somiglianza tra tutte le periferie d’Italia.
Si costruiscono anche le più umili “palazzine”, o i peggiori “blocchi” in mezzo al lotto di terreno, come se fossero tutte dei palazzi rinascimentali. Questi “blocchi”, nei casi in cui sono addensati, sono tutti uguali: si arriva all’assurdo di non riconoscere più la propria abitazione.
Fuga dal centro
Non deve stupire che il centro storico si stia svuotando. Le cause sono molteplici e complesse, interdipendenti.
Da un punto di vista economico, il prezzo delle abitazioni è alto, se raffrontato con quello delle nuove costruzioni in periferia. Prendo qui il parametro del prezzo per sintetizzare gli altri aspetti. La manutenzione di un edificio storico, o quanto meno vetusto, è cara, e va a sommarsi ad altre spese e disagi. Il parcheggio non c’è. Spesso, in particolari periodi dell’anno o in concomitanza a particolari festività, è impedito anche l’accesso pieno. Per gli anziani (e non ci sarebbe bisogno di ricordare che la popolazione si sta sempre più invecchiando) questi disagi si aggiungono a quelli di avere un appartamento al terzo piano senza ascensore, magari con delle barriere architettoniche pressoché insormontabili. Servizi assistenziali, ospedali e negozi si stanno trasferendo in periferia ed è difficile raggiungerli. Trovare un angolo di verde, una panchina o un piccolo circolo dove giocare a carte è difficile. Il cimitero è lontano e per andarci bisogna prendere l’autobus. Molti di questi problemi sono condivisi anche dalle giovani coppie con figli: i servizi sono decentrati, le barriere architettoniche per chi ha un passeggino sono come il Mare dei Sargassi per una nave, l’angolo di verde non c’è e il bambino (vista l’altezza del passeggino) si fa una tale mangiata di smog che andare al parco non ha più senso. Il negozio sotto casa non è più competitivo sui prezzi e quindi bisogna andare al grande centro commerciale a fare la spesa, ma occorre un’auto …
Le vecchie abitazioni sono allora occupate a vario titolo da emarginati, da immigrati illegali, da senza-casa (homeless), da lavoratori in mobilità o in situazioni precarie. Questo porta (non bisogna essere ipocriti o fare gli struzzi) ad aree di degrado sociale ancora più che urbano. La convivenza diventa difficile tra vecchi nonni in pensione e giovani che provengono da culture diverse.
2) La città antica.
La città ci delude: non funziona ed è brutta. Ma mentre il giudizio sul primo parametro è abbastanza facile, sul secondo abbiamo bisogno di soffermarci più attentamente. Bisogna comprendere qual è il termine di paragone, che ritengo sia la città antica nella maggioranza di noi. Ora, credo che essa possa insegnarci ancora qualcosa. Per farlo, però, ha bisogno di essere letta in modo storico-contestuale. Sono costretto dunque a guardare impietosamente la città e forse a dare qualche “scossone” alle idee mitiche di essa che l’immaginario collettivo ancora coltiva.
Noi diciamo che le vecchie città sono belle. Penso però che spessissimo formuliamo un giudizio “romantico”, facendoci aiutare dalla “lontananza” e dalla “vaghezza” leopardiana. Così, spariscono le capanne e vediamo solo i bei palazzi, le cattedrali, i municipi. Spariscono gli intonaci, colorati (ebbene sì, la maggior parte delle case erano intonacate e la maggior parte degli intonaci erano colorati), ed ecco la pietra, esibita all’incuria e all’inclemenza del tempo. Sparisce la puzza degli uomini e degli animali ed ecco l’aria fresca e pulita delle città medievali. Spariscono gli emarginati e gli handicappati, gli straccioni, ed ecco comparire tutti sovrani vestiti di seta e mazzocchi sul capo. Spariscono le fogne a cielo aperto ed ecco il fiume della cittadella pulito come un torrente del Trentino. Questa città, fatta tutta di strade pulite, di gente ben vestita, di palazzi di pietra e di aria tersa, non è mai esistita. Questa è la nostra idea di città, frutto di letture parziali, di passeggiate fatte in quello che è rimasto ora delle antiche città, frutto di dipinti che ci mostrano generalmente sposalizi, annunciazioni, miracoli, prediche. Ma dietro le tele vi era però tutto un mondo di epidemie, di carestie, di incendi, di soprusi, di violenze. Vi era un mondo in cui la vita media era di 40-50 anni. Tanto per restare a Spoleto, il borgo che nasce sulla strada che si dirige verso Carsulae (Borgo S. Matteo), assume negli anni il toponimo “borgaccio”, e non credo come vezzeggiativo. Pensiamo ancora ai toponimi come Casacce, Capanne, ecc.
Ora, non solo generalmente rimuoviamo tutto ciò dalla coscienza, ma sempre per “lontananza” (o ignoranza) tendiamo ad assimilare città altomedievali, città trecentesche e città rinascimentali, mentre le differenze sono molte ed importanti, non solamente dal punto di vista urbanistico e architettonico, ma anche da quello giuridico-morale. Quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare, poiché non si può concepire una città come sola entità materiale, fisica, come somma di case, cioè. La città è prima di tutto un’organizzazione sociale, un’istituzione morale, appunto, dove il cittadino di distingue dal selvaggio (dall’abitante dei boschi): la città è civiltà.
La città antica (quale?) non era così bella e perfetta. Era un tessuto vivo di attività produttive (generalmente inquinanti), culturali, politiche, ricreative. Se non erro, già verso il 1200 Firenze sposta le concerie sull’altra riva dell’Arno e più a valle perché altamente inquinanti: puteolenti. La prima domanda provocatoria che intendo porre è questa: siamo sicuri che se i nostri antenati avessero avuto che so, il cemento armato, il vetro e le automobili non avrebbero fatto anche loro delle periferie squallide?
Prendiamo per esempio il fenomeno dell’inurbamento. Dopo l’anno mille e fino alle grandi carestie del Trecento, le città subiscono un processo di accrescimento che potremmo paragonare, sebbene con ritmi diversi, a quello dei nostri anni 1955-80 (in Umbria). Ebbene, qual è la risposta strategica delle amministrazioni? Delle cinte murarie più grandi e dei grossi interventi (monasteri, ospedali, concerie, molini, ecc.), nelle nuove “periferie”. Cambiavano forse le dimensioni temporali (il tempo era più lento) e quelle spaziali, ma la qualità del problema rimaneva.
Nonostante tutto, reputo comunque le città antiche, in modo particolare le città italiane trecentesche (anche perché la città ideale, frutto puro del Rinascimento, non si è mai inverata), migliori delle attuali. Ho cercato di sintetizzare le mie preferenze in sei motivi. Che sono anche sei lezioni che la città antica ci offre.
Le città erano fondate in luoghi sani, prestando un’attenzione fortissima ai caratteri ambientali del sito (vento, sole, pioggia). Lo “sviluppo sostenibile”, il “bilancio energetico”, tanto di moda oggi, sono invenzioni lontane. Si fondava una città perché quel luogo era sano, se non terapeutico: oggi si fugge dalla città. E infine i materiali e le tecnologie erano locali. Solo per alcune grandi opere si ricorreva a materiali che venivano da lontano, ma questo non deve trarre in inganno: la norma era di usare elementi del luogo e magari portare le possibilità di questi materiali al limite del virtuosismo.
Le città erano limitate, e quindi avevano un’identità.I muri non solo sancivano un limite fisico e simbolico del territorio, ma davano anche una dimensione della città. Le città erano misurabili: si potevano attraversare a piedi in mezz’ora, al massimo un’ora. Il muro separava due modi diversi di vivere: città contro campagna, ma anche produzione primaria contro consumo, produzione contro commercio, isolamento contro vita collettiva e, infine, città contro città. Le mura non sono solo un apparato difensivo, o meglio, questo non è l’unico loro significato. L’atto del recintare (e quante suggestioni provengono dall’etimologia della parola “templum”), è una costante antropologica che si ritrova nella stragrande maggioranza delle culture terrestri. Atto sacro e razionale allo stesso tempo, il delimitare è l’inizio della città. La città medievale si definisce e si individua dunque in rapporto ad un territorio con il quale intrattiene rapporti economici ben precisi, evidenziati per esempio dai mercati mattutini (le piazze “delle erbe” di molte delle nostre città), mensili e annuali.
La “macro-pianificazione” era ridotta al minimo, e affiancata invece da un controllo intenso,per le possibilità di allora.Non esisteva, per intenderci, il PRG e tutto uno strascico di norme prescrizionali al seguito. Certo, la pianificazione non era ignota agli antichi, ma c’è piano e piano. Immaginate per un attimo che esso fissi anche le dimensioni delle stanze o delle finestre! Eppure è a questo livello di analiticità che siamo giunti! Dall’antichità in poi, il rito delle nuove fondazioni o degli ampliamenti prevedeva la delimitazione di un’area attraverso templi, cippi, mura; il tracciamento di una rete viaria; la suddivisione in lotti della stessa e il posizionamento delle maggiori istituzioni della collettività (mercati, tribunali, templi, circhi e quant’altro). L’edificazione di base, all’interno di ogni lotto, era spesso lasciata a discrezione del proprietario. Lo stabilirsi di un monumento (intendendo qui per monumento le chiese, i mercati, i teatri), fungeva da “attrattore”: nell’intorno si formavano subito attività produttive indotte e, ovviamente residenze.
La residenza era quasi sempre associata alla produzione. Sembra un aspetto banale, ma finalmente ricerche urbane e sociologiche hanno dimostrato che l’unità di vicinato non è un fattore da urbanista romantico, ma piuttosto elemento che consente un presidio sul luogo e che quindi previene aree di degrado sociale. Infine, ciò toglierebbe linfa anche alla sindrome di Nimby, così diffusa da noi.
La costruzione era gestita con un’ottica di lungo termine.Credo che tra i valori da carpire alla città antica, ci sia proprio quello della lentezza, o meglio, della durata. Da un punto di vista architettonico questo vuol dire recuperare l’amore per il dettaglio ben fatto, costruttivamente ben fatto. Non solo la durata assicura prestigio e dignità all’edificato (la firmitas vitruviana), ma alla lunga è vincente anche sul piano economico, poiché risulta più ecologico, più ecosostenibile. Noi cominciamo a parlare ora di architettura bioclimatica, ecologica, e pensiamo subito a case leggere, piccole, con pannelli solari, tetti che si aprono, legno, sughero, laterizi e così via. Ma vorrei farvi notare che le più belle architetture del passato sono anche, sono già bioclimatiche. I porticati, il patio, le cisterne d’acqua, i sottotetti ventilati, e i muri larghi, i muri possenti, sono invenzioni bioclimatiche. E architettoniche. In ultimo, ma non per importanza, la durata permette ad una collettività di radicarsi e di fondarsi su un territorio.
L’edilizia all’interno delle mura era “densa”.Il rispetto degli allineamenti stradali e la costruzione sui lotti sviluppati in profondità metteva le abitazioni una accanto all’altra. Il lotto, negli anni, veniva poi edificato fino al limite delle condizioni igieniche (di illuminazione e di ventilazione)1. Si cercava di sfruttare almeno un muro già esistente, o costruendo in aderenza o come spalla per un arco di collegamento. Non solo questo permetteva di dare una buona capacità termica a tutto l’edificato, ma a me pare indicare emblematicamente che il lavoro dell’artigiano e dell’artista continuava quello che era stato già avviato dai suoi predecessori. Nessuna grande frattura con il passato, ma una continuità che permetteva piccole variazioni personali su un tema fondante più potente e duraturo. Si aveva fiducia nelle proprie capacità. Se necessario, si aveva il coraggio di radere al suolo e di ricostruire sopra le fondamenta del vecchio, cosa che oggi farebbe morire di crepacuore non solo i soprintendenti, ma tutti i sostenitori della cultura della mummificazione. La consapevolezza di agire comunque in continuità con il passato permetteva progetti e pensieri oggi inconcepibili.
3) Gestione della città e scenari futuri.
La legislazione e gli operatori.
Fattore fondamentale per la formazione della città è la legislazione: il quadro normativo. E’ inutile infatti discutere di verde, di traffico, di commercio, se poi gli strumenti che li realizzano sono inadeguati. Nel caso in esame noto con piacere che il PRG di Spoleto era stato articolato su due diversi livelli di analisi con diversa flessibilità. Positiva è anche l’istituzione dell’Ufficio del Piano.
Tuttavia credo che il PRG, con i suoi strumenti attuativi, non sia lo strumento adatto per governare le nostre città. Per convincersene basta guardare da dove viene. Così come è ora, con tutte le sue prescrizioni di sagome, distanze, zone, altezze, standard, esso è un prodotto della città durante e dopo i cambiamenti dovuti alla rivoluzione industriale. Ora, sappiamo tutti le condizioni delle città inglesi della seconda metà dell’ottocento e poi di quelle tedesche e francesi. Richiedere alcuni standard igienici (sole, aria, acqua, dimensioni, ecc.) in quel momento non può che riscuotere una generale approvazione. Ma l'”emergenza” industriale è finita e io non capisco come uno strumento nato per la città industriale possa guidare le nostre città, mai industrializzate, e ora, addirittura, da post-industrializzare. Dubito che il PRG sia lo strumento adatto per gestire le nostre città non solo per l’anacronismo e l’alterità che ricordavo ora, poiché altrimenti si tratterebbe solo di cambiare degli standard: dalle distanze ai parcheggi, dalle altezze dei vani alle potenze dei condizionatori, ma anche perché non credo si possa pianificare e controllare dall’alto un sistema complesso e dinamico come la città con delle prescrizioni assai statiche come quelle dei piani regolatori. “Il PRG ha validità illimitata”: questa è la frase che accompagna la maggioranza dei Piani Regolatori delle nostre città. La città ha paura solo di fermarsi, diceva George Simmel. Ora, può esserci un’idea più in contrasto con la dinamica urbana che quella della validità illimitata? L'”ansia normativa”, la volontà di risolvere dall’alto, una volta per tutte, deve fermarsi: occorre inventare veramente tutta un’altra intelligenza, un altro approccio alla città, molto più flessibile, molto più attento. Quando ci sono troppe norme, dettate tra l’altro da istituzioni diverse, il minimo che possano fare è sovrapporsi, l’ordinario è confliggersi. “La norma uccide la norma”. Prendiamo ad esempio la normativa sul contenimento energetico e quella sulle tasse degli immobili. Le ultime tendenze in campo energetico vanno verso le grandi masse murarie, ma poiché il catasto misura il lordo della superficie sono costretto ad assottigliare il muro e ad aumentarne l’efficienza, se possibile. E questo con polistirolo, schiume e quant’altro si può estrarre dal petrolio. Le norme non garantiscono poi un buon risultato architettonico, anche perché vanno interpretate, come tutte le leggi. Ed è proprio questa compresenza di fedeltà alla norma e di discrezionalità che ne vanifica ogni intento egualitario e che anzi ne permette lo stravolgimento fino all’ipocrisia e alla malafede. La legge ed i regolamenti, nati per porre i cittadini tutti sullo stesso piano di fronte alla giustizia, si trasformano, nell’applicazione, in strumenti di prevaricazione, di vendette o di clientelismo.
Altro punto dolente: chi controlla? La scelta dei membri delle commissioni o del personale dirigente è quanto mai bizzarra. Se andate a fare un concorso, sperate (legittimamente) che chi vi sta di fronte sia competente almeno quanto voi, se non di più, altrimenti non si capisce come potrebbe essere in grado di giudicare la vostra preparazione. Così non è per la Commissione Edilizia, dove per esempio gli architetti scelti per farvi parte sono sorteggiati. I titoli necessari per valutare un progetto, non importa se di Mario Botta, di Renzo Piano (cito le star), o, immaginando di tornare indietro nel tempo, di Le Corbusier, di Kahn, sono la laurea in architettura e l’iscrizione all’albo. Sono sufficienti questi due requisiti per garantire un giudizio competente su progetti anche complessi? A mio avviso no (e sono un architetto). Si badi bene inoltre che qui sto parlando di commissioni di città medie, tralasciando i comuni di provincia, dove la commissione è composta, ovviamente, da persone di minor preparazione. Tuttavia questi piccoli centri rappresentano un patrimonio ingente del paesaggio italiano e umbro in particolare. L’organismo destinato ad un ufficio così importante deve essere massimamente autorevole e competente. Per entrarvi devono essere richiesti titoli e qualità riconosciute dal mondo professionistico, accademico. Per restarvi devono essere introdotti criteri di trasparenza, di merito e di responsabilità.
Uno sguardo infine ai compiti di questa Commissione: deve esprimere pareri sulla correttezza normativa delle opere in esame, sull’igiene e, last but not least, sul decoro e l’estetica.
Ecco che la discrezionalità, fatta uscire dalla finestra, rientra dalla porta. C’è qualcosa di più opinabile del decoro e dell’estetica? Siamo tutelati, come cittadini e professionisti, di fronte al gusto ondivago di qualche funzionario? Come si forma il loro giudizio? Ancora una volta, poi, il giudizio di chi?
Come professionista preferirei essere giudicato da una commissione che deve rispondere pubblicamente del proprio operato piuttosto che da una che si maschera dietro ad una giungla normativa.
Potremmo allargare il discorso alla Soprintendenza, dove il problema si ripresenta tale e quale. Un sovrintendente laureato in architettura, magari con indirizzo urbanistico, può giudicare progetti di professori ordinari in composizione o in restauro più che affermati. La vittoria di un solo concorso nella P.A. può legittimare questo potere?
Credo che le ipotesi, in via teorica, siano due: l’una porta ad un aumento della legificazione analitica, l’altra verso una de-legificazione. O si fissano delle norme estremamente rigide e vincolanti per tutti, alle quali il personale tecnico-amministrativo si attiene strettamente, o le norme si attestano ad un livello più alto, divenendo principii, lasciando delle aree di discrezionalità più ampie a valle del processo, man mano che si scende nel dettaglio.
La prima presuppone un livello di analicità e di “pignoleria” veramente assurdi: mq per abitante, mc per vano, coefficienti aero-illuminanti, larghezza delle porte, distanze dai fabbricati, dalle strade, dai recinti, distanze dei letti dai termosifoni, ecc. Può essere applicata quindi meccanicamente, riducendo quasi a zero l’area di discrezionalità del funzionario pubblico. Un enorme sforzo di pianificazione analitica. E sperando che siano buone norme, perché quelle attuali non hanno prodotto, ipso facto, belle città, anzi…. Abbiamo creato un’estetica normativa: tra qualche anno sarà possibile individuare in base a quali regolamenti è stata concepita una determinata casa.
La seconda va nella direzione opposta, aumentando l’area di discrezionalità del funzionario pubblico o della commissione che dir si voglia.
Dovremmo dunque rimetterci al giudizio di questa ipotetica commissione senza alcuna legge a tutela del nostro diritto? Sì e no. Sì al rimettersi all’esame di questa commissione. No all’assenza di tutela dei diritti. Al contrario, io penso che la partecipazione e la tutela del singolo vadano intensificati. Questo non vuol dire aumentare ancora il numero delle leggi, ma creare un organo che sostenga realmente il cittadino di fronte alla commissione che delineavo sopra. Commissione che dovrebbe far propri i principi di trasparenza, di efficienza, di merito.
Infine c’è l’aspetto tutto burocratico da analizzare. E’ possibile per il cittadino continuare a produrre documenti su documenti e passare intere giornate davanti agli sportelli aperti con orari “cabalistici”? I documenti stessi si facciano passare da un ufficio all’altro senza l’intervento del cittadino, che, ricordiamoci, non lavora per la pubblica amministrazione e dove anzi dovrebbe essere il contrario.
La segmentazione che si è fatto della P.A. (Regione, Provincia, Comune, USL, Comunità Montana, Soprintendenza, Vigili del Fuoco, ecc.) corrisponde solo in parte a quella che il cittadino immagina. Le azioni che esso compie sono improntate al fare: iniziare un’attività economica, iscriversi all’Università, cambiare lavoro, costruire una casa…
Il cittadino deve poter manifestare la propria volontà presso un unico ufficio: da lì esce con l’autorizzazione in tasca o con altre informazioni decisive. Questo è quello che chiamo sportello per l’edilizia.
Quella dell’eccessiva regolamentazione non è solo una marginale questione giuridica, ma questione economica e politica. Etica, quindi. Nonostante si sia fatto qualche passo avanti in alcuni settori (parlo delle Bassanini), siamo ancora sudditi di una tirannide: la burocrazia. Nel settore fiscale, per esempio, solo nel biennio 96-98 si sono avuti 400 nuovi testi normativi: 1 ogni 3 giorni! E’ ovvio che non si può continuare così. Il baricentro dell’attività del Parlamento è stata finora troppo sbilanciata verso la funzione normativa, a spese dell’attività di controllo. Bisogna inventare nuove forme di controllo da parte del cittadino e di de-legificare in materia urbanistica. Ad un abbassamento del numero delle leggi dovrebbe corrispondere un aumento della meritocrazia e della responsabilità diretta. Forse noi pensiamo ancora alla città come ad un qualcosa di totalmente controllabile, come ad una macchina complessa o come ad un animale addomesticabile. Cosa che difficilmente corrisponde alla realtà.
Io riprenderei con molta forza, per riprendere un’idea di E. N. Rogers, la strategia del “caso per caso”. Probabilmente è un limite ideale al quale tendere, tuttavia mi sembra chiaro che serve un approccio completamente nuovo ai problemi e alla gestione della città. Occorre modulare la normazione della città (dagli orientamenti strategici alla costruzione di una baracca per l’orto urbano) e dedicare le nostre energie a progettare degli “anticorpi” che riconoscano e sconfiggano le malattie “urbane” appena queste vengono identificate.
Appetibilità del centro.
Se il nostro obiettivo è bloccare la fuga dal centro e invertirne la tendenza, dobbiamo porci il problema dell’accessibilità fisica del centro stesso. L’accessibilità, tuttavia, non fermerà del tutto questo esodo se non verrà coniugata al suo complementare: l’appetibilità. Per eliminare lo smog non basta disincentivare l’uso dell’automobile, a meno che non si voglia un centro vuoto. Se vogliamo coniugare la densità del centro con la possibilità di arrivarvi e di restarvi per un periodo più o meno lungo, bisogna pensare ad una politica che abbia in questo binomio (appetibilità-accessibilità) un punto fondamentale, benché l’accessibilità sia un requisito dell’appetibilità e non il contrario.
Mentre il problema dell’accessibilità può essere delegato, almeno in parte, ad un tavolo di tecnici, per l’appetibilità il discorso diventa più generalistico, e le competenze tecniche si sottomettono ad una visione più strategica e politica della città.
Rendere la città attraente significa agire su leve quali l’incentivazione fiscale della residenza, del commercio, di alcuni servizi. Significa creare delle condizioni affinché una certa economia si sviluppi. E qui, ritengo, l’intervento dell’ente pubblico dovrebbe fermarsi.
L’accessibilità.
Uno dei fattori più forti per rendere appetibile il centro è la possibilità di raggiungerlo e di restarci con facilità. Se possiamo per un attimo usare la metafora della rete per illustrare i problemi connessi con il traffico automobilistico, ci rendiamo conto che la rete stessa è soggetta a vari fattori per il suo funzionamento: grandezza delle unità che si muovono nella rete, il loro numero, tempo di permanenza in rete, velocità delle unità, numero dei nodi.
Ipotizzando di mantenere inalterata la velocità media, sembra ovvio intervenire sulle altre variabili e quindi diminuire la dimensione dei veicoli, il loro numero, il loro tempo di permanenza (diminuire i percorsi), i nodi.
Un nostro limite è pensare che l’automobile sia polivalente e che vada bene per lunghe crociere e per piccoli tragitti urbani, laddove i due tipi di spostamento presuppongono mezzi diversi.
In città si ha bisogno di un mezzo poco ingombrante, poco rumoroso, non inquinante, non eccessivamente veloce (50 Km/h) e che possa trasportare 2 persone, al massimo 3. Per lunghi tragitti ho bisogno di una macchina comoda, spaziosa, capace di mantenere buone velocità di crociera.
E’ probabile che tenderanno ad affermarsi quindi differenti mezzi di locomozione che dovranno interagire sinergicamente (si spera) tra loro. Questo sarà possibile immaginando dei parcheggi o delle fermate multimodali.
Un altro limite da superare è quello che non ci consente di immaginare soluzioni architettonicamente valide, decorose, per i parcheggi. Che queste aree debbano essere delle “spianate” orride o dei bunker di cemento armato è un pregiudizio. Non dico che i nostri parcheggi possano diventare tutti delle “Stalle Chigi”, ma perlomeno avere la dignità delle tante “poste” del secolo scorso. Vicino al parcheggio potrebbero insediarsi infatti anche altre attività collaterali (lavaggio, rifornimento, accessori, fast-food, ecc.)
Fattore fondamentale su cui agire per decongestionare la rete sono i ritmi di utilizzazione. E’ alquanto sciocco infatti agire sulle dimensioni dei mezzi, sul loro numero, sui loro percorsi, se poi questi percorsi vengono resi agibili tutti nello stesso tempo: nessuna rete può resistere (economicamente) a picchi di questo tipo. Bisogna “sfasare”, attraverso una politica degli orari, l’uso della rete. Servizi, commercio, svago vanno distribuiti per quanto possibile lungo il maggior arco temporale possibile.
Infine andrebbe fatta una “segmentazione” più fine del pubblico che vuole accedere in città. Una grossolana approssimazione ci consente di individuarne subito tre.
i residenti
i “pendolari”
i turisti
I tre segmenti hanno infatti determinati e diversi bisogni in fatto di accessibilità e di sosta, senza considerare che poi si dirigono su obiettivi fisici diversi.
I residenti hanno soprattutto bisogno di un parcheggio vicino alla propria abitazione, oltre alla possibilità di arrivarvi. Sempre, senza limiti di orario.
I pendolari hanno bisogno di arrivare vicino al luogo di lavoro e soprattutto in certi orari.
I turisti hanno bisogno di arrivare al luogo di visita, possibilmente senza limitazioni d’orario, o in una ragionevole fascia. Necessità di servizi di accoglienza.
Compresenza di commercio, servizi, scuole, piccole produzioni, ecc.
La città virtuale
Parlando della città futura non posso evitare l’argomento “telematico”. Lo sviluppo della telematica ha prodotto una de-materializzazione generale della vita. La possibilità di spostare facilmente informazioni da un punto all’altro elimina il trasporto fisico del prodotto dell’informazione. Essa tende a sostituire allo spazio limitato, centrato, uno spazio reticolare e diffuso. Questo, ovviamente, si riflette nell’organizzazione sociale: pensate allo sviluppo del telelavoro, dei servizi commerciali, didattici e assistenziali a domicilio, ecc. Che cosa cambia nella città reale con l’avvento della telematica?
Se ci lasciamo trasportare dallo sviluppo esponenziale che essa ha avuto fin qui, la città reale, materiale, sembra avere poche speranze di restare in vita. Decentrare tutti i servizi possibili, infatti, significa che il cittadino non ha più bisogno di arrivare in centro per fare un certificato di nascita, ma che può fermarsi alle circoscrizioni periferiche. Tra un po’ di tempo, tra l’altro, questi saranno servizi che si avranno da casa e quindi avremo lasciato alle spalle anche questa fase.
Il telelavoro, l’e-business e le altre applicazioni ancora in embrione (si parla già di Internet II) non faranno che portare al massimo questa decentralizzazione pervasiva. Niente più bisogno di banche, di negozi, di uffici comunali? Niente più traffico? Sembrerebbe di sì. Eppure anche nel passato più recente abbiamo preso simili abbagli: il treno avrebbe eliminato le guerre perché consentiva a popoli anche lontani di incontrarsi, il telefono avrebbe eliminato molto del traffico su rotaie perché consentiva di parlarsi senza spostarsi. La vita si è poi evoluta in sensi diversi: le guerre sono continuate e il traffico (su tutti i mezzi) è aumentato.
Tradotto nel nostro settore ciò significa che diminuirà il traffico pendolare (da lavoro), da burocratismo, da commercio (forse), ma io ritengo che aumenterà quello relativo al tempo libero, alle attività di svago, alle attività legate al movimentismo sociale e politico, al turismo.
Decentrare ha portato, oltre ad una lieve flessione di alcuni tipi di traffico, anche ad un innalzamento dei prezzi degli immobili del centro, che si sono svuotati delle funzioni più ordinarie a scapito di quelle rappresentative (banche, assicurazioni, musei, enti pubblici, ecc.).
Io credo, in definitiva, che la città di pietra e la città virtuale possano coesistere. L’importante è considerare quest’ultima come una possibilità in più e non come l’unica possibilità. Non mi aspetto una significativa riduzione del traffico automobilistico dall’informatica.
Il verde.
L’esigenza di verde pubblico è relativamente debole a Spoleto, considerate anche le dimensioni della città. Il verde stesso, tra l’altro, andrebbe visto distinto un’ottica più raffinata. Esiste il verde urbano pubblico (i parchi), ma esiste anche il verde privato urbano (piccoli giardini e orti interni), il verde pubblico extra-urbano, il verde privato di periferia (margini).
I grandi parchi urbani presentano spesso alcuni problemi dovuti alla dimensione degli stessi, che inibisce l’effetto presidio realizzato dal vicinato. Sempre legati alla dimensione ci sono poi problemi di degrado e di manutenzione.
Sarebbe possibile pensare ad un Piano del verde per consentirne una gestione più attenta. Il pericolo è quello di legificare ancora.
I centri minori.
I centri minori con una matrice storica si trovano in una situazione non del tutto disperata. Bisogna fare in modo che gli effetti paralizzanti del traffico non arrivino anche lì. Bisogna tendere ad un giusto equilibrio tra dotazioni di servizi e densità abitativa.
Le periferie, le frazioni suburbane.
Da un punto di vista di logica insediativa queste due modalità mi paiono identiche. Lo sviluppo dell’edificato avviene lungo la direttrice di attraversamento. Il fatto che si trovino a 5 o a 10 km. di distanza dal centro non cambia la loro essenza.
Bisogna “monumentalizzare” e diversificare le funzioni delle frazioni che spesso sono monotematiche (residenze). Le periferie rendono ingestibile il trasporto pubblico.
Nei casi dove è possibile, e cioè dove le dimensioni lo permettono, bisogna cercare di riconnettere fisicamente e psicologicamente questi sobborghi con il centro storico. Passo Parenzi, tanto per rimanere a Spoleto, non può avere le stesse periferie di Mestre o di Palermo. Bisogna combattere questa atopìa e ridare valore all’identità del luogo. Laddove non è possibile si deve pensare alla nascita per duplicazione di un quartiere e al limite di una città autonoma. Ciò vuol dire dotare il quartiere di monumenti in cui la collettività locale possa riconoscersi e fondarsi. Non si deve aver paura di fondare nuove città, nuovi centri. Non vedo perché essa non dovrebbe avere delle dimensioni ottimali, sopra o sotto le quali degenera in qualcosa che città non è.
L’economia della città
Le città sopravvivono perché sono basate su un’economia predominante, o su un mix di economie. Vi sono città portuali, città militari, città termali, città teatro, città mercato, ville-lumière e infine città delle quali è difficile riconoscere un settore trainante. Un modo di vivere, comunque. Questa è la domanda che ci si deve porre.
Io ritengo sarebbe essenziale conoscere qual è il mix di economie attuali e stabilire quale sia la “vocazione” della città futura. Infine stabilire quali siano le risorse a disposizione. Non deve sembrare paradossale, ma le risorse vanno stabilite e non rinvenute. Il paesaggio, per esempio, non è una risorsa, in sé: lo è solo se lo inseriamo in un progetto che lo definisce come tale. Se voglio fare di Spoleto una città industriale, il paesaggio è un vincolo e non una risorsa.
Abbiamo ovviamente delle cose che vengono già apprezzate sia dai residenti che dai turisti ed è il paesaggio, il patrimonio immobiliare, i prodotti del luogo, ecc. Se possiamo partire da queste per uno sviluppo dell’economia locale, esse sono già risorse. Il che non vuol dire che debbano restare le uniche. Non vedo perché non si possa pensare a Spoleto come città della formazione. O ancora città delle software-house. L’internazionalizzazione dell’economia ha fatto sì che il territorio di riferimento di una città non fosse necessariamente quello vicino o confinante. Si è affievolito questo rapporto di dipendenza. Nei nostri piccoli centri, ad essere onesti, questo è relativamente vero. I contadini si organizzano in cantine, stalle e frantoi sociali, destinando un’alta percentuale del prodotto alla collettività locale; c’è ancora un mercato con gli ortaggi del luogo e così via. Paradossalmente, poi, gli abitanti delle campagne sentono ancora questo ruolo di guida nella città: riconoscono ad essa un valore e un compito ancora positivo.
4) Conseguenze.
Da un punto di vista teorico credo che il discorso fin qui sviluppato debba consentire di pensare alla città come ad un fenomeno complesso sì, ma anche in maniera più cosciente e libero. Questo significa poter pensare alle scale mobili e ai tapis roulants, ma anche al loro rifiuto. Significa poter immaginare di costruire all’interno dell’ultima cerchia di mura, invece di disperdersi in periferia. Significa disegnare un sistema di trasporto urbano che colleghi non solo materialmente ma anche simbolicamente, la periferia al centro. Significa pensare a delle abitazioni nella zona di S. Nicolò e a una piazza vera a Passo Parenzi. Significa avere il coraggio di stilare una “carta delle demolizioni”.
Proposta.
Premesso che manca ancora una vera scienza urbana e una storia comparata delle città che sia patrimonio dei futuri architetti, nonostante Aymonino e Rossi l’auspicassero già alla fine degli anni sessanta, e che ci si augura una riforma profonda della legislazione attuale (e magari la sua codificazione), propongo ai miei amici verdi e a chi vorrà contribuire, di aprire una fase costituente per una “Commissione per la Città” (consiglio, ente, gruppo, osservatorio: il nome non è importante). Per ora mi limito ad elencare una serie di compiti che essa potrebbe svolgere. Essa dovrà agire in staff con l’autorità politica o con il city-manager per consentire a questi una pianificazione strategica della città, per simulare scenari e individuare le tendenze del futuro. Data la complessità della tematica, dovrebbe essere costituita da diversi profili disciplinari (architetti, ingegneri, sociologi) e operare, ovviamente, secondo requisiti di merito e di trasparenza. Potrebbe essere benissimo una società mista pubblico-privato e prestare la propria opera anche ad altri comuni.
Fase operativa o di rilievo.
Individuazione delle emergenze urbanistiche e loro rilievo particolareggiato.
Manuale del recupero edilizio, anche in chiave bioclimatica.
Mappatura della città anche secondo nuovi parametri
Inquinamento: acustico, atmosferico, visivo, elettrico.
Materiali
Tempi di accesso (per i trasporti pubblici)
Tempi di accesso (per i trasporti privati)
Costi di accesso (per i trasporti pubblici)
Percezione dell’ambiente da parte dei residenti (penso alle ricerche di Kevin Lynch)
Densità di monumenti rappresentativi in periferia (istituzioni, chiese, piazze, ecc.)
Fontane, illuminazione, telefoni, fermate autobus, punti informativi, cestini per la carta, ecc.
Fase propositiva – consultiva.
Elaborazione di proposte di legge o di de-legificazione
Elaborazione di proposte progettuali.
Simulazione e studi di fattibilità per nuove forme di imprenditorialità ad alta vocazione ecologica, turistica e culturale.
Pianificazione dei grandi concorsi urbani.
Fase divulgativa.
Pubblicazione dell’attività svolta (convegni, mostre, libri).
Collegamento con la scuola.
Collegamento con l’imprenditoria locale, con la realtà economica.
Sportello unico per l’edilizia (consigli, orientamento, informazioni, reclami).
In particolare per Spoleto. (Per prossimo incontro)
Per favorire l’accessibilità, il comune deve essere in grado di agire su certe leve, incentivando alcune cose e ovviamente disincentivandone altre. Tra i fattori da migliorare io comprenderei:
Incentivazione all’acquisto di auto piccole o altri mezzi di trasporto non inquinanti;
Incentivazione dei trasporti pubblici, nelle varie forme (navetta, scale mobili, ecc.);
Incentivazione di parcheggi privati nel centro storico;
Incentivazione di parcheggi pubblici custoditi (di scambio), in zone libere;
Incentivazione degli orari flessibili.
Incentivazione del commercio di quartiere.
Incentivazione dei servizi di quartiere.
Incentivazione residenza-produzione.
Rovesciare il senso di marcia di Spoleto (inquina molto meno).
Studiare un mezzo di locomozione che vada in discesa: personale, piccolo, da noleggiare (skylift urbano).
Possibilità navette elettriche.
Pista ciclabile e percorso pedonale del Tessino dalla Marroggia fino a S. Pietro.
Risalite meccanizzate e/o pedonali da sotto S. Giovanni Decollato, da sotto il Ponte, da Via Cacciatori delle Alpi.
Studiare road-pricing, park-pricing.
Sponsorizzazione aree dismesse.
Riduzione consumo acqua potabile (serbatoi di raccolta)
Istituzione di una persona che vada alla ricerca di finanziamenti.
Istituzione mercato dell’usato nel settore edile.
Non cubare i muri sopra i 30 cm. e le serre solari.
“Opzione zero” per la legificazione comunale.
Tutte queste cose costano. E’ inutile far finta del contrario. Per incentivare queste nuove azioni bisogna trovare dei fondi. Tuttavia il discorso economico va affrontato secondo un’ottica di più ampio respiro. Infatti, perché abbiamo questo obiettivo in testa, e cioè quello di far tornare le persone in centro? E’ solo un vezzo nostalgico? O c’è dell’altro? O ne percepiamo i costi? E di che tipo di costi si tratta? Bisogna essere in grado di dare un costo a questa fuga dal centro, perché altrimenti i nostri tentativi di tornare in centro potrebbero rivelarsi irrealistici. Me lo chiedo realmente: perché dovremmo tornare in centro?
Primo punto: non è detto che questi comportamenti non possano produrre anche un utile. I parcheggi urbani, per esempio, producono generalmente degli utili. Alcune economie potrebbero venire direttamente da questi nuovi modi di vivere la città.
Secondo punto: credo che tornare in città, con tutte le innovazioni di cui abbiamo parlato, consenta di eliminare molti costi collaterali. Certo, sono costi di difficile attribuzione, ma ciò non significa che non ci siano. Il modello di urbanizzazione dispersa ha costi notevoli: di trasporto diretto, di tempo perso nel trasporto, sanitari (gli incidenti, lo smog), urbani (il degrado del patrimonio edilizio), sociali (l’inaccessibilità per disabili ed anziani). Il cruccio è che la maggior parte di questi costi non vengono nemmeno più percepiti dal cittadino. Si tratta allora di trovare qualche modello matematico che ci permetta di individuarli con precisione.
Il modo per incentivare nuovi comportamenti è generalmente duplice: (i) si erogano contributi a favore di, (ii) si detassano le azioni che vanno in quella direzione.
1. Al riguardo volevo segnalare che un modello matematico messo a punto a Oxford ha dimostrato che la tipologia a corte a 3 piani di altezza è capace di una densità elevatissima, che può competere con la città verticale.
- Traccia dell’intervento tenuto a Spoleto nell’ambito di un Convegno tenuto a Villa Redenta 11 luglio 1996