Ora che la riforma ha affidato all’Ordine degli architetti il compito di gestire la formazione continua degli iscritti, vediamo quali sono i risvolti nel pubblico impiego. Finora da più parti si lamentava il fatto che molti dipendenti pubblici fossero iscritti all’Ordine ma che fossero, in definitiva, tollerati. Tollerati come una categoria a parte, che il resto degli iscritti vedeva quasi come una parte avversa, poiché non veri e propri “professionisti”. Spesso, soprattutto negli enti territoriali, ai colleghi architetti è richiesto anche di firmare alcuni progetti di opere pubbliche o di pianificazione. Finora è successo anche che alcuni progetti siano stati firmati da colleghi che tuttavia non erano iscritti presso l’Ordine, perché non avevano mai ritirato il timbro, o perché non avevano mai sostenuto l’esame di stato. Da alcuni è stata avanzata l’ipotesi che per i colleghi dipendenti della pubblica amministrazione non fosse necessario il timbro professionale, anche nel caso di redazione di progetti.
Categoria: Professione
Categoria legata alla professione, alle normative, alle tecniche.
Perché no all’Ordine
Scrivo queste brevi note per rispondere a tutti gli amici che mi hanno chiesto se mi candidavo ancora, per la tornata 2012-2016, come Consigliere dell’ordine degli Architetti.
Innanzi tutto desidero ringraziare chi mi ha votato, nella tornata del 2009, ed ha contribuito così ad eleggermi consigliere dell’Ordine degli Architetti di Perugia. E’ stata un’esperienza molto istruttiva e formativa. Ho deciso di chiuderla con un anno di anticipo per una serie di ragioni, non ultima quella di coscienza, che spero di illustrare meglio di seguito e che si fonda su un interrogativo radicale: a cosa serve un Ordine degli Architetti nel 2010 ca?
2. stabilisce il contributo annuo dovuto dagli iscritti per sopperire alle spese di funzionamento dell’Ordine; amministra i proventi e provvede alle spese, compilando il bilancio preventivo e il conto consuntivo annuale;
3. dà, a richiesta, parere sulle controversie professionali e sulla liquidazione di onorari e spese;
4. vigila alla tutela dell’esercizio professionale e alla conservazione del decoro dell’Ordine, reprimendo gli abusi e le mancanze di cui gli iscritti si rendessero colpevoli nell’esercizio della professione con le sanzioni e nelle forme di cui agli artt. 26, 27, 28 e 30 della L 28/06/1874 n. 1938, in quanto siano applicabili.
Documento Programmatico Futurista #2
PTCP NUNTEREGGAEPIU’
Abbasso e alè
abbasso e alè
abbasso e alè con le azioni
senza disegni e osservazioni
la vastità
la continuità
la strada in bianco il rischio forte
i vincoli puliti i palazzi di corte
ladri di bolli
super tensioni
verdi di stato e depuratori
il grasso ventre dei funzionari
rette politicizzate
legende legalizzate
auto blu
fiumi blu
zone blu
alberi blu
PUC and PUST
NUNTEREGGAEPIU’
Eya alalà
PRG PST
PC PC
PRG PST PLI PRI
PC PC PC PC
Effe Oliva
avvocato Assini Nicola Assini
Mantini Cirulli Irelli
E il PUT che passa a Micelli
il DST che li fa belli
Avarello
Morassut
il PUC il PIR sul BUR che fa POR
e che PIP questo PUP Campos Venuti
ho la RERU della VinCA
nuovo PdL cavaliere senatore
piano integrato monsignore
e AIA cherie mon amour
NUNTEREGGAEPIU’
densità parlamentare
abbasso e alè
il numero degli indicatori
l’utenza e i fruitori
sia consentito dirlo
è un piano molto serio
che può essere migliorato
nella misura in cui
uno scenario
SIA meno compromesso
ahi la VAS
La SUM e il sess
è tutto un test
Il PCS
se per un SUAP tanto clamore
valutazione di tutto il rumore
e vivremo nel terrore che ci rubino la VIA
è più standard che poesia
dove sei tu? non disegni piu’?
dove sei tu? io voglio un PRU
soltanto tu L’Autoritù?
NUNTEREGGAEPIU’
Ue paisà
il vernissage
il paesaggio
l’arrembaggio
il monitoraggio
il drenaggio
l’atterraggio
PTCP NUNTEREGGAEPIU’
PRG NUNTEREGGAEPIU’
PTA NUNTEREGGAEPIU’
PRT NUNTEREGGAEPIU’
PQA NUNTEREGGAEPIU’
PSC NUNTEREGGAEPIU’
PSO NUNTEREGGAEPIU’
(Continua …)
Documento Programmatico Futurista #1
Lo scritto che verrà sarà frutto di una lenta stratificazione. Nasce tuttavia dalla esigenza di rileggere, con ironia (ed anche autoironia), dissacrante ed iconoclasta, le relazioni generali che accompagnano i piani regolatori di tutta Italia. In realtà si tratta non solo di piani regolatori, ma anche di Piani Strategici, di Masterplan, di Piani Guida, di Accordi di Programma, di Rapporti Preliminari e di tutta una congerie di strumenti dall’acronimo inquietante. In tutti questi documenti spesso si ripetono per pagine e pagine degli obiettivi ambiziosi e lungimiranti, talmente lungimiranti che non li vedremo mai. Spesso queste pagine sono copiate di sana pianta da altre relazioni, che provengono da altre città, da altre situazioni, realizzando quelle che io chiamo il C.I.S.: copia, incolla e … sbaglia!
Ormai lo facciamo un po’ tutti, giocando un ruolo delle parti a volte completamente assurdo: gli urbanisti non intendono sottrarsi ad una scrittura “alta”, ma autoreferenziale; gli amministratori hanno bisogno di rispecchiarsi in un documento che è più bello del libro dei sogni; i funzionari pubblici mal sopporterebbero, ormai, delle relazioni scritte in un italiano piano, con poche pagine asciutte, senza aggettivi e senza dissertazioni su tutte le discipline dello scibile umano. Siamo presi in questo gioco e ci siamo forse “incartati” da soli. Questo scritto che verrà è anche il tentativo di “togliere l’imballaggio”, come dice uno scrittore che amo molto (Paolo Nori), e di guardare le cose. Così.
Uno dei primi obiettivi (se non il primo), che tutti questi documenti fissano, è: riqualificare l’esistente.
Per noi il primo obiettivo sarà dunque: dequalificare l’esistente!
Ecco le 70 proposte per la green economy e per uscire dalla crisi
See on Scoop.it – Architettura
Sono 70 le proposte (pdf) approvate dal Comitato organizzatore degli Stati Generali della Green Economy nella riunione del 19 ottobre 2012.
Sono estratte dai documenti elaborati dagli 8 gruppi di lavoro tematici e sono indicazioni destinate al confronto con tutti gli interlocutori che interverranno agli Stati generali di Rimini del 7 e 8 novembre in occasione di Ecomondo-Key Energy.
See on www.qualenergia.it
Architettura – Conosciamo l’architettura utopica di Boullée (NovArchitectura)
Via Scoop.it – Architettura
NovArchitectura scrive: Conosciamo l’architettura utopica di Boullée e anche su Architettura boullée, utopia, cenotafio di newton dal sito http://www.novarchitectura.com (RT @architettonico: #architettura Architettura – Conosciamo l’architettura utopica …
Via www.diggita.it
Il futuro della città*
Innanzi tutto buongiorno a tutti e grazie agli organizzatori per avermi invitato a questo tavolo.
Come d’abitudine il mio intervento è diviso in due parti: nella prima faccio più che altro domande; nella seconda metto sul tavolo qualche piccola proposta, sicuramente non geniale, ma magari foriera di sviluppi. Starò nei 20-25 minuti.
Perché è importante la città? Perché torniamo ad interrogarci sulla città? Perché l’80% della popolazione italiana vive in città. La città è diventato il soggetto principe di questo terzo millennio. Nella città si produce ormai molto del nostro prodotto interno lordo. A livello planetario siamo vicini alla soglia del 50% della popolazione in aree urbane. A fronte dell’importanza sempre più alta di questo soggetto, la politica nazionale prima e regionale poi sembra muoversi in ritardo. Alla fine degli anni ’80 vi era stata la precognizione del tema ed a livello nazionale si era dotata anche di articolazioni ministeriali per le città (Nicolazzi, Tognoli). C’era stata la L. 142/90 che aveva istituito le città metropolitane. Il momento di picco sono stati anche i PRU (Programmi di Riqualificazione Urbana) del 1994, tra l’altro sotto il Ministero dei LLPP, poi la cosa è stata riassorbita. Ora la nuova stesura del decreto sviluppo sembra mettere l’accento di nuovo sulle città e sui piani di riqualificazione urbana. Speriamo che sia l’inizio di una nuova stagione.
Come sarà la città di domani? Beh, innanzi tutto non esiste un solo tipo di città. Diciamo anzi che la dimensione, nella città, è fattore non solo quantitativo ma qualitativo. Ci sono le grandi città e le piccole città, come Bastia, che vivono ancora in un equilibrio sostenibile tra servizi offerti e difficoltà. Sotto una certa soglia non parliamo di città, ma paesi. Non è solo una differenza di numero di abitanti, come immaginate, ma una differenza qualitativa. In questi pochi minuti farò delle riflessioni che si adattano a città grandi ed a città meno grandi, come Bastia.
Parto dalle questioni forse più difficili: la forma della città. E’ ancora possibile dare una forma alla città? Una forma ben definita, intendo. E domanda ancora più cattiva: è necessario dare una forma alla città? La città può essere ancora regolata? E quali possono essere gli strumenti che la governano, che la controllano? Il PRG è ancora uno strumento efficace? Dopo di me parlerà l’arch. Patrizio, che ci racconterà delle cose sul QSV. Mi pare evidente che i QSV costituiscono, in sé, una critica al PRG. Senza una crisi del PRG non avremmo avuto i QSV. Tra l’altro mi pare che sia ancora un nodo da sciogliere, quello dell’integrazione tra PRG e strumenti strategici o trasversali. QSV, VAS, Piani Strategici, tutti gli strumenti di pianificazione e controllo ormai integrano la parola strategico al loro interno. E il PRG, che fino a poco tempo fa aveva valore a tempo indeterminato, non poteva assumere valenza strategica?
Perché dunque dobbiamo pianificare? Perché dobbiamo conformare? Per varie ragioni: per ragioni positive, proattive da una parte: incrementare, facilitare lo sviluppo di una comunità. Per ragioni distributive, di equità sociale dall’altra: ripartire i costi della trasformazione urbana su tutti i cittadini. Per ragioni sociali: nel momento della pianificazione si ha un momento di partecipazione e di crescita collettiva che altrimenti non si ha: la città riflette si se stessa, si interroga.
Il PRG è nato e si fonda sul territorio, sul terreno, sulle localizzazioni, perché probabilmente buona parte della ricchezza nasceva dal rapporto con il territorio. Adesso la nostra economia dovrà invece sempre più basarsi su incrementi di valore dati da ulteriore conoscenza, idee, innovazioni. Ma in un’epoca in cui l’economia sarà governata per i prossimi anni dalla conoscenza, dalla creatività, dall’innovazione, quale ruolo può avere uno strumento che si occupa principalmente di territorio, di localizzazioni, di indici, di mq?
Serve ancora la Conferenza di Servizi?
La Conferenza dei Servizi ex L. 241/90 è vista dai più come il toccasana del procedimento amministrativo. Io stesso, quando ero nella pubblica amministrazione, ne ho fatto buon uso. Vediamo però come il legislatore l’ha pensata e come è stata poi applicata, e se potrà continuare a sopravvivere così come viene intesa.
Non entro nella querelle se la Conferenza sia una nuova forma di organizzazione dell’amministrazione o solamente un modo diverso di condurre il procedimento. Qui mi interessa solo dire che il legislatore ha voluto cogliere, con la conferenza ex L.241/90 almeno due obiettivi: 1) mettere insieme più enti di fronte ad uno stesso problema; 2) costringere gli enti ad una decisione entro certi termini. E infatti ha delineato tipi diversi di conferenza. Anche qui, per non entrare nel dettaglio, e a costo di essere brutale nella semplificazione, dico che il legislatore ha previsto due grandi categorie di conferenze: una per far emergere gli interessi in gioco, o per capire che tipo di iniziativa e di procedimento occorreva mettere in cantiere; un’altra, infine, per decidere con tempi certi e secondo un meccanismo di maggioranza, facendo assumere alla determinazione finale di chiusura dei lavori un effettiva efficacia.
Ora: sulla prima non ho nulla da dire, se non che quest’aspetto di collegialità di fronte ad uno stesso tema è sicuramente positivo. Tutti gli enti ed il privato sono seduti intorno ad un tavolo e si cerca di comprendere quali saranno gli ostacoli da affrontare, quali i pareri da ottenere, quali gli interessi da sacrificare, e così via.
Sul “Piano Casa” in Umbria* (a cura di Glauco PROVANI)
OSSERVAZIONI SULLA LEGGE 27/2010
PIANO CASA O CASA SENZA PIANO?
O legge SUPERBOZZO
terza edizione
Il presente scritto fa seguito alla prima edizione relativa all’esame della legge 13/2009 sul piano casa recentemente modificata.
Osservando l’attuale Legge Regionale 27/2010 viene spontaneo chiedere se sia una legge del PIANO CASA oppure la legge della CASA SENZA PIANO.
In urbanistica per norma l’edificazione dovrebbe discendere da previsioni di un PRG e da un piano attuativo che disciplini puntualmente i limiti volumetrici delle costruzioni e la razionalità della dotazione degli standard necessari per una civile e normale convivenza tra gli abitanti come ad esempio, gli spazi del verde pubblico, i parcheggi pubblici, la viabilità del quartiere, i vari servizi insomma tutto quello che l’urbanistica indica opere di urbanizzazione primaria.
E’ fuor di dubbio che un incremento delle volumetrie (o SUC che sia), senza alcuna disciplina attuativa ma effettuata a “macchia di leopardo” andrà ad incidere negativamente anche sulle dotazioni delle urbanizzazioni secondarie che un corretto strumento urbanistico dovrebbe prevedere e dotare le zone interessate dall’edificazione.
L’attuale legge dà la possibilità di beneficiare degli incrementi anche le costruzioni in zona agricola, ma dimentica che il corretto uso del suolo agricolo, normalmente inteso come zona produttiva e deputata al soddisfacimento dei bisogni del “coltivatore”, non può ospitare, senza un’accorta analisi del fabbisogno ed un puntuale censimento di tutto il costruito in modo incongruo ed indiscriminato trasformismi di accessori di dubbia provenienza e classificati all’occorrenza come ex abitazione
Di solito questa operazione viene giustificata “come il miglioramento della funzionalità degli spazi abitativi, produttivi e pertinenziali degli edifici esistenti, assicurando, nello stesso tempo, il conseguimento di più elevati livelli di sicurezza, di efficienza energetica e di qualità architettonica”
Da parte di molti comuni sono scaturite fantasiose “interpretazioni dell’art.35 LR 11/2005 permettendo demolizioni di ruderi di incerta destinazione residenziale poi trasformati in “ville” o in case mono o bifamiliare incentivando in un certo senso anche una certa “speculazione”.
L’attuale piano casa viene “impinguato”anche da varie premialità.
Le premialità e gli incrementi previsti dalla legge che potrebbero suonare come un “abuso consentito”, non ritengo, come architetto che un fabbricato definito nel volume e nella sua caratterizzazione formale possa ammettere “un bozzo” ed ora con le premialità un “super bozzo”di nuovi volumi e che poi il fabbricato medesimo sia ossequioso con l’attuale disciplina delle zone sismiche, alquanto rigorosa per l’esistente, con l’ambiente e con la qualità architettonica sbandierato dalla legge regionale che si commenta.
La semplificazione non basta
Non si può non essere d’accordo con disegno di legge in materia di semplificazione amministrativa. Ma ci sono alcuni ma.
Il DDL che la Giunta Regionale umbra ha presentato recentemente tenta una riforma del procedimento amministrativo ed una sua semplificazione senza una riforma dell’architettura istituzionale. Mi sembra che mantenendo intatto tutto un sistema complesso fatto di più parti (enti, organi, organismi, ecc.), la semplificazione possa avvenire sì, ma con una curva dei benefici che si appiattisce subito. Possiamo ridurre e comprimere i tempi, ma sotto un certo tempo non si può andare. Se comunque un procedimento prevede una “filiera” di 4 o 5 enti e conferenze di servizi, sotto ad un certo tempo non si potrà scendere. Mi sembra che si annuncino delle cose interessanti senza avere tuttavia la coerenza necessaria per andare fino in fondo.
1) Nel DDL si sposta giustamente il peso dell’azione amministrativa basandosi su una co-responsabilità dei tecnici. E allora bisogna essere forse più decisi e conseguenti nell’azione. La prima considerazione, a mo’ di premessa, è che questo spostamento del baricentro dell’azione amministrativa verso i professionisti è la constatazione anche di un parziale fallimento: lo Stato, con tutti i suoi organi periferici, non riesce a fornire dei servizi adeguati alla collettività. Nulla di male (forse): almeno se ne prenda atto e si riparta da questo punto. Seconda piccola digressione: questa potrebbe essere una buona occasione per fare chiarezza anche sui termini di asseverazione, perizia giurata, autocertificazione, attestazione, dichiarazione, dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà e sulla loro necessità. C’è bisogno di questa pluralità? Che cos’è una “dichiarazione che asseveri …”? E che bisogno c’è dire che il tecnico assevera, sotto la propria responsabilità? C’è qualcuno che può asseverare sotto la responsabilità di altri? Questo è un discorso che attiene alla pulizia del linguaggio e su cui torno in conclusione. Ora, se il tecnico deve asseverare, attestare, dichiarare tutte le possibili conformità possibili (PUT, PTCP, PRG, Piani di settore, regolamento edilizio, igiene, tutela della sicurezza, barriere architettoniche, ecc.), l’istruttoria si deve ridurre veramente a poca cosa. Anzi, a nessuna cosa. A mio avviso si può ridurre ad un controllo statistico sulle pratiche presentate. Dirò di più. Poiché l’asseverazione è un atto pubblico di competenza del Cancelliere, che fa assumere la figura di pubblico ufficiale a chi presta giuramento, l’istruttoria tecnica ulteriore degli uffici comunali si potrebbe inquadrare come un mero aggravio del procedimento. L’unica parte di istruttoria rimasta è forse dunque quella relativa alla Commissione per la Qualità, su cui dirò tra breve. Si abbia il coraggio di limitare l’istruttoria degli uffici comunali ad una procedura di controllo a campione sul progetto presentato e poi (forse), sul costruito.
2) Come scrivo nel corpo del testo, emendando gli articoli, a mio avviso un’attività edilizia “libera” non è più possibile, per vari motivi (soprattutto per l’incidenza, comunque, di leggi di settore: ASL, DURC, Sicurezza, Occupazione suolo pubblico, ecc.), e quindi una semplice comunicazione al Comune non fa certo la differenza. Tuttavia credo che sarebbe sufficiente creare tre sole categorie e due soli procedimenti: una categoria per interventi esclusi da qualsiasi comunicazione o segnalazione, uno per gli interventi diretti, ed uno per gli interventi che hanno bisogno di un passaggio (o più), in Consiglio Comunale. Per gli interventi diretti io opterei per la SCIA, svuotando per quanto possibile “dal di dentro” il PdC fino a quanto è consentito dal regime di legislazione concorrente con lo Stato. Questo sia perché il tecnico è sempre più “pubblico ufficiale”, sia perché la discrezionalità tecnica del dirigente comunale in ordine ad un PdC conforme al PRG e a tutte le altre leggi è veramente minima. Voglio dire con ciò che rispetto ad un PdC ineccepibile sotto il profilo della capacità edificatoria, delle altezze, delle distanze, ecc., voglio proprio vedere un dirigente che rigetti l’istanza solo perché alla Commissione per la Qualità il progetto architettonico non è piaciuto. Per gli interventi indiretti, stabilirei un solo procedimento, che tenga conto delle prerogative del Consiglio Comunale ex TUEL, ma anche delle direttive comunitarie, che impongono forme di partecipazione più ampie ed intense di quelle che siamo usi effettuare. Non si vede perché un Piano Attuativo deve avere un procedimento, un PUC un altro, un Piano attuativo ex LR 13/2009 un altro, senza considerare l’incidenza della VIA, della VAS, della Provincia. Se per esempio si mantengono le province queste diventino il luogo (anche fisico, perché no), in cui ogni giorno si tengano Conferenze di servizi per i Piani Attuativi dei vari Comuni.
3) Conferenze di servizi: si dice che la Regione la considera come modalità generale di semplificazione dell’azione amministrativa (art. 25 ddl), e la rende obbligatoria per interventi sopra i 500 mq (art. 48 ddl). Io la farei sempre obbligatoria. Non sono un giurista né un esperto di diritto amministrativo e quindi a me stabilire se la conferenza sia organo, ufficio, o altro ente collegiale fa poca differenza. Io noto solo una cosa: che quando degli enti si mettono intorno ad un tavolo per esaminare contestualmente una pratica, questi hanno di fatto ri-organizzato la macchina amministrativa e creato un nuovo ufficio. Insomma: da quella conferenza esce un provvedimento, un atto, che ha incidenza e rilevanza verso l’esterno: verso il cittadino: verso il tecnico. E poiché anche io credo che sia una buona cosa, dico di estenderla a tutti i procedimenti edilizi o di gestione del territorio. Nella Conferenza siano invitati, in un’unica conferenza tutti gli enti, Soprintendenza e Commissione per la Qualità compresi. E siano invitati anche il committente ed i tecnici a supporto dell’iniziativa del privato. Deve o non deve cambiare questo rapporto di derivazione napoleonica tra cittadino e pubblica amministrazione? Il cittadino non ha forse diritto di partecipare ad un procedimento che lo vede come soggetto passivo della decisione amministrativa? Non ha diritto di sapere qual sono i giudizi che si danno della sua iniziativa? Il tecnico non ha diritto di sentire i giudizi dei suoi colleghi della Commissione o della Soprintendenza? Il problema non è più la co-pianificazione: quella l’abbiamo ormai compresa e laddove serve viene applicata dignitosamente. Il problema è la gestione delle trasformazioni del territorio. Per fare un esempio sul terreno che mi è più noto, l’urbanistica, il problema non è più la co-pianificazione, ma la co-gestione. Il problema non è più pianificare insieme, ma gestire insieme e quotidianamente il territorio. Occorre a mio avviso ristrutturare gli enti e creare nuove istituzioni (organi, organismi, agenzie: non fermiamoci al nome), dedicate alla gestione del territorio. Questa conferenza può essere permanente e riunirsi ciclicamente. Tra l’altro la Regione spinge a che si facciano conferenze telematiche: nulla vieta, a maggior ragione, che queste siano periodiche.
3) Legislazione concorrente in materia edilizia ed urbanistica. Occorre fare chiarezza una volta per tutte sul punto. Non ci possono essere zone grigie tra il testo unico nazionale e le norme regionali. L’attività libera del dettato nazionale deve corrispondere a quella regionale; i titoli devono corrispondere (la Comunicazione di inizio attività in Umbria esiste o meno?); gli interventi devono corrispondere (la ristrutturazione ex art. 13 della LR 1/2004 che tipo di ristrutturazione è?); gli istituti devono corrispondere (il permesso di costruire in deroga c’è ancora in Umbria?). La legislazione nazionale non è più da considerare? Un regolamento regionale può disapplicare il DM 1444/1968? Nessun problema da parte nostra: lo si stabilisca una volta per tutte.
4) Commissioni edilizie (Commissioni per la Qualità Architettonica e per il Paesaggio). Ho scritto già in altre parti cosa ne penso e quindi posso qui riassumere solo alcune disposizioni che ci interessano. Parto da osservazioni banali: la Commissione edilizia esiste da 80 anni almeno e non sembra (ma non a me, alla maggioranza di noi tutti), che abbiamo un territorio salvaguardato e “infiocchettato” da architetture lodevoli. Il nostro territorio è in condizioni pessime (guardiamo anche fuori dall’Umbria), le nostre città sono in condizioni pessime, i centri storici hanno forse conservato le pietre ma perso gli uomini. A me basterebbe la presa di coscienza di questo quadro per dedurne che il modello basato sulle Commissioni edilizie è inefficace. Chi giudica i progetti in Commissione non ha titoli superiori (accademici, di studio, di onorata e riconosciuta professionalità), a chi si sottopone al giudizio ed alla valutazione della Commissione; i ruoli tra commissario e professionista si invertono anche in Comuni confinanti, il che induce naturalmente ad accordi e comportamenti taciti di “non belligeranza”; la Commissione, pure molto incisiva rispetto alla decisione finale del dirigente, non è responsabile di nulla, il che le consente di azzardare le peggiori valutazioni; la Commissione è anti-democratica, in quanto non prevede mai la partecipazione del cittadino e del tecnico; la Commissione è un aggravio del procedimento ed una parziale duplicazione della Commissione Consiliare; la Commissione è comunque “inquinata” dal potere politico che ne vuole sempre far parte.
5) Il linguaggio delle norme e il raccordo normativo. Gli articoli devono essere “atomizzati” e cioè scritti in una forma veramente piana, evitando letture congiuntive, disgiuntive, avverbi, frasi subordinate, coordinate, ecc. Dire solo l’essenziale: alcune frasi del tipo “l’istanza è trasmessa al Comune” o “gli interventi devono essere realizzati in conformità alle norme tecniche sulle costruzioni”, “il tecnico assevera sotto la propria responsabilità …” non hanno molto senso. Vi è qualcuno che costruisce ignorando scientificamente le nuove norme sulle costruzioni? E se anche fosse, è sufficiente una piccola frase per farlo desistere? Ne discende che anche la modulistica dovrebbe essere predisposta, per tutti i Comuni dell’Umbria, e resa disponibile sui siti comunali e su quello della Regione. Non voglio arrivare alla precisione della Francia, dove il Code de l’Urbanisme (nazionale), prevede una modulistica unificata, ma ritengo che a livello regionale la cosa sia fattibile. E’ urgente la redazione di un Testo Unico, non come collazione o raccolta delle leggi urbanistiche ed edilizie in Umbria, ma una vera e propria codificazione, un Codice in materia urbanistica edilizia ambientale, che coordini ed integri la VAS con il PRG, il PRG con i procedimenti attuativi, i titoli edilizi con le sanzioni, l’urbanistica con gli espropri, i lavori pubblici con l’urbanistica. Che coordini da subito leggi regionali e regolamenti regionali, facendo tesoro anche delle successive interpretazioni e chiarimenti.
In definitiva occorre soprattutto una forte collaborazione tra pubblico e privato, per uscire da un “pantano” in cui rischia di affondare il sistema paese, e non solo il professionista. Occorre un tavolo su cui instaurare un nuovo rapporto tra cittadino, professionista, impresa e P.A., concordando una nuova “visione” dell’Umbria.