Piano Casa (2) in Umbria*

Buongiorno a tutti. Grazie per alla CNA per l’invito che ci ha rivolto.

Innanzi tutto, consentitemi due parole sul Comitato Interprofessionale. E’ composto dagli Ordini degli Architetti, Ingegneri, Dottori Agronomi e Forestali delle province di Perugia e  Terni, l’Ordine  regionale dei Geologi, i Collegi  dei Periti Agrari e Periti Laureati, Periti  industriali  e Periti industriali laureati  ed infine i Collegi dei Geometri e dei Geometri laureati delle province di Perugia e  Terni. Gli obiettivi, come è facilmente intuibile, è unirsi e fare massa critica per cercare di risolvere tutti i problemi che possono accomunarci.

Piano Casa ex LR27/2010. Bisogna essere intellettualmente onesti: come professionisti ci rendiamo conto che la LR 27/2010 può essere un modo per ridare uno slancio ad un’economia stagnante. In un momento di crisi come quello attuale va benissimo. E’ altrettanto evidente, però, che non possiamo pensare di stabilizzare un intero comparto produttivo (quello delle costruzioni), con interventi straordinari. Ben venga la logica dell’incentivazione per guidare la domanda di sostituzione del bene casa (siamo ormai in un mercato maturo): va forse agganciata a logiche di tipo ambientale (rischio frana, esondazione), a logiche di tipo ecologico (corridoi ecologici, rete ecologica, regionale), a logiche di tipo energetico (il comparto dell’edilizia pesa sul bilancio energetico nazionale per circa il 45%), a logiche di tipo paesaggistico (costruzioni da delocalizzare).

Bisogna dunque favorire strategicamente la riqualificazione di edifici che da un punto di vista energetico (diciamoci la verità), sono una vera schifezza, la demolizione di detrattori ambientali od estetici, la delocalizzazione di edifici in frana o in zone esondabili. Per fare questo occorrono risorse pubbliche e private. Il pubblico può benissimo disporre premialità per incentivare questo movimento. Premialità edificatorie, che a mio avviso vanno accompagnate da strumenti finanziari e da agevolazioni fiscali. Infine occorre creare le condizioni legali per un mercato in cui chi è virtuoso, chi ha la casa in Classe A può chiedere ed ottenere un prezzo più alto.

Nel merito della legge. Mi faccio portavoce anche di alcune sollecitazioni che mi sono pervenute da colleghi tecnici e cittadini.

Occorre leggere facendo innanzi tutto delle chiare distinzioni.

La prima è quella tra Premialità ex LR 17/2008 (Sostenibilità ambientale, per intenderci), e incremento ai sensi del Capo II (Interventi straordinari per il rilancio dell’economia).

La premialità (art. 32), è un premio che la legge offre a chi è virtuoso e consegue dei nuovi edifici classificabili in classe A o B ai sensi della LR 17/2008: da non confondere quindi né con Casaclima né con altri standard in materia di energia. Per la Classe A il bonus di potenzialità edificatoria è del 25% e del 15% per chi va in Classe B. Dico potenzialità edificatoria perché così recita la norma: se il Comune è passato alla SUC si parla di superficie, altrimenti si continua a parlare di volume.

L’incremento è invece un bonus straordinario e temporaneo per il rilancio dell’economia (Capo II, artt. 33 e seguenti). L’art. 33, dopo aver dichiarato le finalità, individua il campo d’applicazione (più o meno ampio: non voglio qui approfondire). Una sola piccola digressione: tra tutti i casi di esclusione era forse il caso di salvare quelli in aree PAI, dare loro un ampliamento ancora maggiore consentendo l’edificazione in altre aree edificabili di proprietà, o in aree di atterraggio predisposte dal Comune. Poteva essere l’avvio di quella delocalizzazione prevista dalle NTA del PAI e ribadita dalla DGR 707/2007 applicativa. Iniziare insomma quell’azione strategica di riqualificazione che ricordavo prima.

Il meccanismo con cui queste due diverse leve (premialità ambientale ed incremento straordinario), interagiscono non è sempre agevole da capire. Lascio qualche interrogativo ai colleghi della Regione (Nazareno Annetti e dott. Angelo Pistelli), per dar loro l’opportunità, se vorranno, di chiarirli.

1) Centri storici. La premialità “ambientale” non si applica per i nuovi edifici. Mentre mi sembra applicabile per gli ampliamenti di edifici esistenti.

2) Sull’art. 34 (ampliamento di edifici a destinazione residenziale), convergono due norme di difficile coordinamento: la prima è quella dell’art. 32, dove si definiscono le premialità e si specifica che in zona agricola si applicano solo sulla SUC in ampliamento; la seconda è il comma 5 bis art. 33 dove si dice che gli incrementi degli art. 34 35 36 sono cumulabili con le premialità dell’art. 32 per un ulteriore 10% in caso di edifici in classe A.  Ulteriore rispetto a cosa? E in caso di ampliamento di edificio rurale la premialità ambientale è quella dell’art. 32 (25% o 15%), o è quella più un ulteriore 10% nel caso si vada in Classe A?

3) Sempre in zona agricola, in caso di edifici non censiti come beni sparsi ai sensi dell’art. 33 della LR 11/2005, è possibile demolire e ricostruire con incremento del 25% in classe B e del 35% in Classe A, se ho letto bene il comma 5 dell’art. 33?

In materia di energia ed ambiente non posso approfondire così tanto come ho fatto sul Piano Casa.

Prendiamo atto che con questo regolamento vengono abrogate le precedenti DGR in materia: 420, 1016, ecc. e questo semplifica un po’ le cose. Non possiamo tuttavia esimerci dal constatare che a mio avviso l’approvazione del recente decreto in materia di energie rinnovabili costringerà la regione a tornare nuovamente su questa dgr e in materia edilizia. Si nota in generale un disallineamento tra i tempi della legislazione nazionale e quella concorrente regionale. Più che un disallineamento è proprio un’asincronia. Io non so se questa cosa possa essere riallineata, facendo della Conferenza Stato-Regioni un momento anche di coordinamento legislativo. A noi tecnici farebbe un gran comodo.

Chiudo con tre richieste nei confronti della Regione.

La prima preghiera è sullo stile di scrittura della legge. Io qui rappresento dei tecnici, che vorrebbero comunque seguitare a fare il loro lavoro, e non diventare tutti avvocati o esperti amministrativisti. Gli articoli devono essere “atomizzati” e cioè scritti in una forma veramente piana, evitando letture congiuntive, disgiuntive, avverbi, frasi subordinate, coordinate, ecc. Dire solo l’essenziale: alcune frasi del tipo “l’istanza è trasmessa al Comune” o  “gli interventi devono essere realizzati in conformità alle norme tecniche sulle costruzioni”, non hanno molto senso. Vi è qualcuno che costruisce ignorando scientificamente le nuove norme sulle costruzioni? E se anche fosse, è sufficiente una piccola frase per farlo desistere?

La seconda preghiera: nel momento in cui la Regione pubblica una legge od una DGR che va a modificare altre leggi, può prendersi l’obbligo (etico) di ripubblicare le nuove leggi coordinate? In questo caso la LR 27/2010 ha incidenza su altre 6 leggi, di cui modifica qualche parola, o qualche articolo, e a noi tecnici spetta il compito di coordinare i rinvii, che non è proprio il nostro lavoro.

Terza preghiera: è urgente la redazione di un Testo Unico, non come collazione o raccolta delle leggi urbanistiche ed edilizie in Umbria, ma una vera e propria codificazione, un Codice in materia urbanistica edilizia ambientale, che coordini ed integri la VAS con il PRG, il PRG con i procedimenti attuativi, i titoli edilizi con le sanzioni, l’urbanistica con gli espropri, i lavori pubblici con l’urbanistica. Che coordini da subito leggi regionali e regolamenti regionali, facendo tesoro anche delle successive interpretazioni e chiarimenti. A quel punto anche la richiesta precedente sarebbe più facile in quanto si tratterebbe di riaggiornare una sola legge. Come Ordine e come comitato interprofessionale noi diamo la nostra disponibilità alla Regione per redigere questo atto che sarebbe fondamentale. Grazie.

* Traccia dell’intervento presso il seminario organizzato dalla CNA di Perugia – Park Hotel Ponte San Giovanni – 11 marzo 2011

Sui centri storici*

Il problema del centro storico non è il centro storico, o meglio: non è del centro storico. Il centro storico è forse il luogo in cui i sintomi di una malattia generale sono più leggibili. Il problema è semmai la destrutturazione della città. Perché dovrei abitare nel centro storico? Perché dovrei venirci a passare del tempo? Quali sono le azioni che normalmente un uomo compie in una città? Come impiega il tempo? Ecco un primo elenco: lavorando, divertendosi, apprendendo, socializzando, curandosi fisicamente, curandosi mentalmente, comprando, vendendo, passeggiando … La città storica rispondeva a molti di questi requisiti. Quella di oggi? L’abitare è ormai soddisfatto in altri luoghi. Non si vede quali possano essere i vantaggi dell’abitare in centro. Le aziende sono state relegate in periferia e relegate in recinti che si chiamano zone industriali, o distretti industriali. Le aziende artigiane lo stesso. Il divertimento è stato espulso dalla città consolidata: le discoteche sono in periferia. Si dirà: beh le discoteche, per forza. Ma guardate: anche le pizzerie sono state emarginate, i ristoranti, i bar …  L’apprendimento, le scuole? Lo stesso: le scuole debbono avere 2/3 di giardino intorno. Per farci che? Per andarci due volte l’anno a vedere le foglie che cadono! Il commercio? Lo stesso. Passeggiare in centro, sedersi incentro a chiacchierare, a bere vicino ad una fontanella? Abbiamo fatto il conto di quante panchine ci sono nel centro? Di tutti quei piccoli luoghi che consentono l’incontro? In breve: le politiche degli ultimi anni hanno complessivamente svuotato il centro storico da tutte le funzioni, in nome di una normativa illuminata! Ed ora c’è un altro fattore di cui mi sembra che gli urbanisti e la politica, i sociologi, hanno ancora poco avvertito. Finora ha solo destrutturato la città consolidata. E’ l’informatica, internet, la rete, il clouding. Se non riusciamo a farlo diventare un fattore ristrutturante diventerà il colpo di grazia della città consolidata. Molte cose che prima facevo uscendo di casa ora le posso fare stando seduto in casa: comprare libri, musica, film, medicine, cibo, pagare bollette alla posta, alla banca, all’assicurazione. Non è più un problema di forma della città e di pietre. È un problema di gestione della cittàCredo che non abbiamo ancora indagato a fondo sul come la telematica rivoluzionerà la città fisica. Nei luoghi, poiché consente di eliminare alcune funzioni e quindi alcuni luoghi dalla città storica. La posta non ha più bisogno di essere frequentata fisicamente: la posta elettronica sarà il sostituto da qui a pochissimi anni. La banca lo stesso: io faccio pagamenti on line. Alcuni tipi di commercio: io adoro i libri, ma ormai compro su amazon, ibs, ecc. Il cinema sta reagendo con il 3d alla crisi che aveva cercato di tamponare con il multisala. La telematica ci chiede quindi di ripensare i luoghi della città, e di reinventare alcune funzioni. Così come i tempi. Non c’è più bisogno di una scansione rigida dei tempi. A scuola, tra qualche tempo non si andrà più: si farà da casa. Il lavoro sarà fatto (in parte), da casa. Il divertimento (in parte), da casa. Occorre quindi ripensare non tanto la forma, la forma fisica e architettonica della città, quanto la forma culturale della città. Ecco perché il piano del centro storico del 2003 che qualcuno giustamente criticava, sotto il profilo architettonico era debolissimo, ma non perché incapace, solamente perché non credeva già più alla forma: alla forma urbana, alla forma architettonica. Davvero vogliamo credere che il centro storico sopravviverà perché facciamo gli zampini in legno di castagno e le tinte nella gamma delle terre? E’ tutto lì il problema? Se fosse stato così semplice non sarebbe già stato risolto?

Sia consentita qui una breve digressione contro la posizione che assimila i centri storici ad opere d’arte. La città storica non è un’opera d’arte, almeno non un’opera d’arte come può esserlo la Gioconda. Quella è infatti conchiusa e legata ad un autore: un’opera voluta da una sola volontà, iniziata e finita in un certo tempo. Il centro storico non ha nemmeno queste prime due condizioni basilari.

Questa foto, che rappresenta una mancanza nel centro storico, è proprio un “rigatino” di un affresco. A mio avviso è un detrattore della città: non migliora in nessun modo la percezione ed il valore della città stessa. Credo invece che degli innesti di architettura contemporanea siano possibili, partendo dalla Torre Velasca, passando ad Albini, a Scarpa, a Rossi, a Leoncilli, a Natalini.

Certo, i centri storici umbri possono rappresentare, per un paesaggio di area vasta, degli elementi qualificanti e quindi dovremmo tendere al loro mantenimento. In questo senso però la Regione dovrebbe aiutare ad indennizzare in qualche modo l’immobilità richiesta ai singoli centri storici, per favorire un’economia ed un plusvalore di sistema. Infine occorre evitare un errore di generalizzazione: non tutti i centri storici sono uguali. Alcune città umbre possono (forse) vivere di solo turismo o quasi: Perugia, Assisi, Gubbio. Altre non possono: pensare che Bastia, Cannara, Marciano, possano farlo è un errore. Il centro vive secondo una fenomenologia di soglia: se ho 2 negozi il centro muore, se ho tre negozi il centro si anima perché arriva anche un ambulante, e poi una banca e così via. La città ha dunque bisogno di una certa consistenza per poter essere tale. Consistenza di attività, di abitanti di funzioni, di luoghi, di orari, di tempi … Non abbiamo ancora gli strumenti così affinati per misurare questi fenomeni se non l’osservazione diretta. La città è un problema complesso e non può più essere risolto applicando delle logiche lineari. Non possiamo tener fermo tutte le variabili e farne variare solo una per vedere come funziona. Intervenire solo sulle pietre, sulla forma architettonica, non porterà alla soluzione. Intervenire solo sulla socialità non consentirà la soluzione.

Terminata l’analisi, passo alla parte propositiva, di progetto.

Il progetto è semplice: si basa sulla necessità di una vision, di una nuova governance, di nuovi strumenti.
La necessità di una vision. Le città vivono se riescono ad individuare qual è la loro economia, e se vivono in coerenza con questa visione. Vi sono città militari, portuali, città mercato, città divertimento… La città è il luogo dello scambio. La città è nata con il commercio. Qual è la merce di scambio della città odierna? La merce non è più un bene fisico, non sono più beni materiali. La merce attuale è la conoscenza, l’esperienza, l’emozione. L’acquisto non è più importante solo per soddisfare un bisogno fisico: è l’esperienza dell’acquisto che ormai è diventata importante! E’ l’esperienza di stare lì nell’evento, che è diventata importante. Bastia non produce più pomodori, non produce più tessile, non produce più carpenterie in ferro, non produce più pasta … Occorre veramente individuare un’altra economia. E qui non dobbiamo tralasciare il ruolo della telematica. Io dico sempre ai miei collaboratori che internet, l’adsl, è un’opera di urbanizzazione, com’era il metano negli anni 80.
Una nuova governance. Mi sembra che il Comune (non ne faccio una questione politica), non sia più in grado né di rappresentare né di gestire la città storica. Occorre un nuovo soggetto molto più integrato anche con l’intervento del terzo settore, del no-profit. Anche qui internet ha un ruolo fondamentale. Credo che per stare all’attualità, internet abbia avuto un ruolo molto forte nel far cadere il muro del nord africa. Occorre una partecipazione del tutto diversa rispetto a quella che conosciamo per governare ed indirizzare le azioni sul territorio. Ormai, grazie agli studi sulla partecipazione sociale, abbiamo compreso che una buona scelta politica, ma non partecipata, è destinata a soccombere di fronte ad un’idea mediocre ma ben partecipata. Una governance che sia strutturalmente sempre e costantemente alla ricerca di nuovi fondi sia essi europei, statali e regionali. D’ora in avanti non sarà possibile perdere treni come CdQ, PUC, PUC2…Una governance che faccia veramente marketing territoriale. Una governance, un organismo, che sia l’integrazione dei diversi soggetti che operano sulla città storica (e quindi sulla città tutta). Veramente la sola espressione politica mi sembra andare in crisi di fronte alla complessità ed alla trasversalità dei problemi, che richiedono approcci liberi da una forte connotazione ideologica. Propongo dunque la costituzione di questo organismo, che abbia veramente peso nelle decisioni politiche, che non sia solo consultivo, che aiuti ad elaborare la vision che ricordavo sopra, che inventi nuove funzioni. Che abbia la gestione di un urban center, che abbia costantemente accesa la luce sui processi di trasformazione della città.
Nuovi strumenti. Il PRG non è lo strumento adatto a guidare la dinamica della città, soprattutto quella del centro città. Le logiche settoriali non sono gli strumenti giusti. Quando sento parlare di Piani di Settore, comincio a tremare. In Francia si dice “A causa degli alberi, non riusciva a vedere la foresta”. In questo senso la LR 12/2008 sui centri storici mi sembra positiva. Bene i QSV, da potenziare ancora. Strumenti complessi, integrati, contemporanei. Ma nella redazione del QSV occorre mettere anche gli altri soggetti in grado di produrre idee. Al QSV vanno legati degli incentivi sì volumetrici, ma a mio avviso anche degli strumenti finanziari.Il QSV deve triangolare con il PCS ed il PRG parte operativa, deve integrare anche quelli, altrimenti creiamo altra burocrazia, altre complicazioni. Piano degli orari: gli orari vanno tenuti nella massima considerazione, integrandoli con il resto. E’ una leva per modulare il buon turn-over dei parcheggi e la vita della città. Rilocalizzazione di funzioni a domanda rigida, finché reggono: poste, uffici, comune, scuole … Nel centro storico la normativa d’uso dovrebbe essere abbastanza semplice. Si dica ciò che è vietato e basta: il resto, purché non sia incompatibile con la vita umana, va consentito. Vanno tolte tutte le monetizzazioni. Sotto il profilo della forma architettonica, ci sia un solo momento di verifica nel merito: non possiamo ancora avere pareri delle Commissioni Consiliari, delle Commissioni Edilizie, della Provincia, della Soprintendenza. Si faccia una Conferenza di servizi periodica sulle pratiche che devono essere sottoposte ai vari pareri. Il commercio di vicinato e l’inserimento di piccoli studi professionali o luoghi di aggregazione sociale va favorito, anche in parziale deroga ad alcuni parametri igienico sanitari, quali altezze dei locali, coefficienti aero-illuminanti, barriere architettoniche e quant’altro. Arredo urbano: provate a trovare un posto dove sedersi qui in centro. C’è una misera panchina vicino alla pizzeria, davanti alla chiesa e altre due sotto il Comune. Trovate una fontanella vicino ad una panchina. E quindi due panchine ed un tavolo pubblico, dove appoggiare un computer, un quaderno, un libro. Appetibilità-Accessibilità: la città storica vive facendo la sintesi tra questi due fattori. I parcheggi non possono essere il problema. Fornisco due notizie: la distanza del parcheggio dell’Ipercoop è uguale a quella di Piazza del Mercato. Certo occorre facilitare il transito in tutti i modi. Attraversare da Piazza del mercato è abbastanza agevole, ma già quello delle “poste” è più disagevole.  Il grattacielo di Piano nel centro di Londra ha 34 posti auto. Occorre pensare ad altre forme di mobilità individuale: bici, piccoli mezzi elettrici? Accessibilità multi-modale: navette da e verso la stazione, verso PSG, verso Assisi. Un portale integrato della mobilità che mi dica in tre click tutte le coincidenze pubbliche per arrivare a Perugia o ad Assisi.

* Traccia della relazione tenuta presso la Sala del Consiglio del Comune di Bastia Umbra il 5 marzo 2011, in seno ad un convegno sui centri storici.

Quale Architetto?

“Del valore dei laureati unico giudice è il cliente;

questi sia libero di rivolgersi, se a lui così piaccia,

al geometra invece che all’ingegnere,

e libero di fare meno ambedue se i loro servigi non gli

paiono di valore uguale alle tariffe scritte in decreti

che creano solo monopoli e privilegi.”

Luigi Einaudi, La libertà della scuola, 1953

 

 

Una delle prime critiche che noi architetti muoviamo agli ingegneri riguarda il profilo professionale, ed è la loro presunta “invadenza” di campo: si tratta invece di una nostra debolezza. Ammesso che ci sia questa invadenza di campo in materie che paiono essere le nostre elettive (la composizione in primis, il restauro, la progettazione, l’urbanistica), questa è proporzionale alla nostra “ritirata”. Noi non siamo stati in grado, da tempo, e non solo in Umbria (ovviamente), di produrre cultura da una parte, spirito di corpo dall’altra, e lobby politica dall’altra ancora. E questo su materie “elettive”. Non parliamo poi di materie che tendiamo ad evitare, quasi che diminuissero il nostro prestigio di grandi architetti. Parlo della sicurezza, del consolidamento, dei calcoli statici, delle opere di urbanizzazione, della certificazione energetica, del management, degli impianti. In queste materie, se continuiamo a pensarle con sdegno, la fanno e la faranno da padroni sempre più (giustamente), i geometri, gli ingegneri, ed anche i periti. Non dobbiamo lamentarci se altri occupano territori che lasciamo liberi. Non siamo più nel 1200 e purtroppo (possiamo dire purtroppo, ma è così), il progetto architettonico ha un ruolo più debole nel totale delle prestazioni necessarie attuali in campo edilizio, architettonico, urbano. La composizione architettonica, poi, è materia ormai di sedute spiritiche, ectoplasmi: cose così. Noi abbiamo rinunciato a fare calcoli strutturali, noi abbiamo rinunciato a fare calcoli impiantistici, noi abbiamo rinunciato ad occuparci di reti infrastrutturali, noi abbiamo rinunciato ad occuparci di stalle, fienili, annessi, noi abbiamo rinunciato alle pratiche catastali, noi abbiamo rinunciato ai materiali da costruzione applicati al consolidamento.

Il SUAP: strumento a servizio delle imprese?*

Articolerò il mio intervento secondo questi punti:

  • Che cos’è il SUAP
  • A che serve
  • Come funziona
  • Cosa cambia con la nuova legge
  • Conclusioni

Il DPR 447/98, istitutivo del SUAP, altro non è poi che un regolamento emanato come conseguenza della L. 59/97 (cd. Bassanini). Il DPR 447/1998 è stato modificato poi dal DPR 440/2000, ampliando le categorie delle attività produttive a cui il SUAP stesso poteva applicarsi.  Lo spirito della norma era dare una spinta alla crescita economica e creare nuove imprese e di conseguenza nuova occupazione. Con la modifica del 2000 sono state introdotte anche l’agricoltura, i servizi finanziari ed altre attività ancora. La semplificazione e le altre disposizioni  erano rivolte sia alle imprese di nuova costituzione sia a quelle che dovevano ampliarsi o ristrutturarsi.

Il SUAP è l’acronimo di Sportello Unico per le Attività Produttive. Tuttavia lo sportello doveva essere l’emanazione della Struttura Unica. La legge che lo ha istituito, il DPR 447/1998, lo ha pensato innovando anche la struttura amministrativa che doveva farsene carico. Il DPR auspicava una riorganizzazione della pubblica amministrazione sperando in una collaborazione extra-territoriale dei Comuni e in un coordinamento regionale. E’ solo in subordine che il SUAP avrebbe dovuto avere un incardinamento comunale.

A che serve?

A consentire alle imprese di aprire un’attività, di insediarsi, di ampliarsi, di riconvertirsi, il tutto con una certa velocità e se necessario anche variando il PRG.

Come funziona?

Il procedimento è basato principalmente su due percorsi: il primo sull’autocertificazione; il secondo sulla Conferenza di Servizi. Entrambi i percorsi partivano ovviamente dalla premessa implicita che occorresse scardinare la consueta lentezza della pubblica amministrazione.

E’ del tutto evidente che la auto-certificazione (del proponente e del tecnico), può applicarsi solo nel caso della stretta conformità al PRG vigente. Ma il caso è poco interessante, perché si tratta in questo modo di abbreviare solo di un poco i tempi di un procedimento.

Più interessante il secondo percorso che, tramite conferenza di servizi, consente una variante al PRG.

Spesso il PRG non ha previsto aree sufficienti all’insediamento, sia perché nella pianificazione si sono disegnati anche le dimensioni dei lotti, sia perché la pianificazione di aree industriali è stata cucita addosso alle reali necessità del momento, prevedendo al massimo una certa tolleranza, ma non modifiche molto incisive. Spesso, infatti, le aziende esistenti hanno già saturato la loro edificabilità ed il loro ampliamento va oltre i limiti posti dal PRG.

Prima curiosità.

Il procedimento, nel caso di variante per un singolo intervento, presenta qualche curiosità. Infatti tutto inizia con la presentazione di un PdC in difformità al PRG. Il dirigente dell’edilizia lo rigetta (non può fare altrimenti), ma se si accorge che il progetto è conforme alle norme igieniche, ambientali, sul lavoro, ecc. ecc., può convocare una conferenza di servizi per l’eventuale variazione del PRG. Ma questo passaggio (a parte la fantasia di un responsabile del procedimento che di sua iniziativa, senza richieste da parte del privato o del Sindaco, convochi una conferenza per una variante al PRG), implica due cose: la prima, che il PdC, sia supportato da un titolo abilitativi (proprietà, affitto qualificato); la seconda, che il PdC sia corredato di una progettazione definitiva.

Ora, è mai credibile che un imprenditore spenda un mucchio di soldi per acquistare un terreno e per le spese tecniche senza una ragionevole certezza di ottenere il permesso? No, non è credibile. E’ evidente allora che nel momento in cui si convoca la conferenza, la decisione politica e quella politica (di variante al PRG), deve essere già presa. Dunque è già stata presa.

Seconda curiosità.

Nel caso di una richiesta di insediamento in variante al PRG, il responsabile del procedimento ha sulle spalle una grande responsabilità: deve infatti dichiarare, prima di convocare la conferenza di servizi, che nel Comune non vi sono aree sufficienti ad ospitare l’insediamento.

E qui vengono al pettine diversi nodi. E’ un momento in cui l’urbanista deve fare alcune riflessioni di tipo politico o almeno sociali, anche suo malgrado. Se, infatti, il responsabile del procedimento accerta che nel Comune vi sono, invece, aree sufficienti per l’insediamento, egli mette in luce un fattore critico e rischia di mettere in piedi un meccanismo molto pericoloso. Qual è la criticità? Beh, se nel territorio vi è un terreno idoneo ad ospitare l’azienda A, l’imprenditore motivato lo avrebbe già negoziato con il legittimo proprietario e probabilmente acquistato o avrebbe formalizzato un compromesso condizionato. Se vi fosse una certa offerta di lotti idonei, l’imprenditore A lo avrebbe già comprato. Se nel Comune c’è un terreno idoneo ed un imprenditore A fa istanza per insediarsi su una parte di territorio non conforme al PRG, sottoponendosi dunque al rischio “politico” della variante, egli sta dicendo anche, tra le righe, che ha rifiutato un certo meccanismo in cui il responsabile potrebbe invece ricacciarlo.

Il meccanismo è quello di un mercato anomalo (ad essere buoni), in cui, a fronte di una richiesta vi è un solo offerente. E’ facile immaginare la dinamica del prezzo da lì in avanti. A Roma c’è una locuzione molto precisa che descrive questa situazione: “Se vuoi respirare paghi: ma ovviamente nessuno ti obbliga a respirare.”

A maggior ragione se l’imprenditore ha bisogno di ampliare il proprio spazio vitale e non ha più terreno di sua proprietà. Perché un conto è l’insediamento di una nuova attività, un conto è l’ampliamento di un’attività in loco. Certo, in via astratta il pianificatore può parificare le due situazioni e dire: metti in vendita il tuo fabbricato che ti è rimasto stretto, e con la liquidità cerca un fabbricato in altro sito che ti vada bene. Ma è veramente un discorso da pianificatore e da amministratore che ignora il paese in cui vive e che ignora i tempi delle aziende. E anche qui non si vedrebbe la logicità di una legge che per favorire l’occupazione, consentirebbe l’insedimento ex-novo dell’attività, in variante al PRG, ma non l’ampliamento.

Come coniugare quindi il criterio delle aree sufficienti in caso di ampliamento? Come sapere lo stato di diritto o gli eventuali accordi tra terzi su un certo terreno? Come conoscerne tutte le componenti fisiche e di vincolo e le loro interazioni o sensibilità con il progetto? Magari se faccio una falegnameria va bene, ma se ci metto una casa di riposo privata non va bene.

Cosa cambia con il DPR 160/2010?

A me pare di cogliere questi punti:

  • l’iniziativa economica privata prende ancora più forza. Silenzio assenso, agenzia per le imprese, ecc. sono tutti segnali che dicono una cosa ben precisa.
  • Il forte ruolo dato alla tecnologia. Le domande ed il flusso dei documenti è tutto telematico, con abbondanza di PEC e firma digitale.
  • Necessità di una riorganizzazione della P.A. O i Comuni sono in grado di attrezzarsi autonomamente od il procedimento è incardinato nelle strutture della locale Camera di Commercio.

 

Anche questo DPR mi sembra punti ad una forte riorganizzazione dell’Ente Comune, decidendosi a designare un responsabile dello sportello. Nelle more in cui i Comuni individuano il Rsponsabile del SUAP, le funzioni sono in capo al Segretario Comunale e, in seconda battuta, che le funzioni legate all’edilizia produttiva, sono assorbite dal SUAP stesso. La pratica edilizia diventa un endoprocedimento rispetto allo scopo ultimo del cittadino, che è quello di aprire un’attività o ampliare la o riconvertire la propria attività.

Nei casi di conformità, tramite la SCIA, l’inizio dell’attività può essere presentata dal privato o in collaborazione con l’Agenzia per le Imprese (soggetto privato accreditato). E la cosa ha termini molto stretti ed un silenzio assenso di 30 giorni.

Nei casi in cui sia in variante al PRG, fatta salva la disciplina regionale, si procede ad una convocazione della Conferenza dei Servizi di cui agli articoli 14 a 14-quinquies della L. 241/1990.

Infine, all’art. 9, re-introduce comunque l’art. 11 della L. 241/1990 ed è un fatto molto importante. L’art. 11 della LR 241/1990, come sapete, prevede la possibilità di accordi pubblico-privati, sostitutivi di provvedimenti.

Conclusioni

Ne discendono alcune cose:

1)    Se nella maggior parte dei casi il SUAP è in variante al PRG è perché il PRG così come lo conosciamo non è più lo strumento adatto a governare le dinamiche del territorio. Non starò qui a farla lunga, ma dobbiamo dire che il PRG ha tempi di redazione troppo lunghi, e che dice e disegna troppe cose. Forse dobbiamo pensare non dico ad un PRG più debole (anzi io dico più forte), ma almeno ad un PRG più plastico, che consenta queste modifiche.

2)    Che queste modifiche debbono essere portate in maniera equa e trasparente sul tavolo negoziale tra PA e privati tramite accordi ex art. 11 L. 241/90, programmi integrati, programmi complessi, anche piani attuativi in variante, magari con qualche forma di partecipazione più ampia. Al di là dei nomi, mi pare evidente che lo scenario si va orientando su una urbanistica consensuale, negoziata, partecipata.

3)    Che per far funzionare questi strumenti in variante al PRG occorrono tre condizioni: 1) una chiara linea politica; 2) una forte autorevolezza dell’Amministrazione, che la deve mantenere; 3) una perfetta sincronizzazione e sintonia tra organo politico ed organo tecnico.

4)    Che è necessario passare dalla co-pianificazione, ormai diventata patrimonio comune degli enti e dei pianificatori, alla co-gestione del territorio.

5)    Che questa co-gestione non può essere più basata su semplici istruttorie che accertino, con un movimento rigido, la conformità o difformità rispetto al PRG, ma che deve basarsi invece su valutazioni e ponderazioni di congruità rispetto a degli obiettivi di sviluppo condivisi.

Qual è il criterio, formale e sostanziale, che consente di farlo? L’interesse pubblico, l’interesse collettivo: non ce ne sono altri. Ecco perché l’innalzamento del tetto del singolo cittadino può essere negato dall’amministrazione: perché la sua utilità collettiva è nulla, se non dannosa.

E’ vero che l’interesse collettivo della realizzazione dell’Ikea è ben maggiore della sopraelevazione del singolo cittadino, ma è altrettanto vero che questa ponderazione dell’interesse collettivo viene fatto dall’amministrazione comunale, magnificando il solo risvolto occupazionale dell’intervento ma indebolendo valutazioni di tipo ambientale, trasportistico sociale, ecc.  E non si dica che non vengono sacrificati altri valori, perché ciò conduce allora all’assurdo che il PRG non serve a nulla. O il PRG serve a qualcosa, ed ha disegnato il territorio cercando di ponderare bene tutti i valori in gioco, ed allora una sua modifica significa anche il sacrificio di alcuni valori e l’innalzamento di altri, o allora il PRG non serve a niente.

Ed allora credo che nel caso di insediamenti di certe dimensioni in variante al PRG, l’intervento debba essere compensato dall’imprenditore con ben altri interventi rispetto agli standard e alle OOUU necessarie per legge.

 

* Traccia dell’intervento tenuto il 10/12/2010 presso il Cinema Esperia di Bastia Umbra. Incontro organizzato dal PD di Bastia Umbra.

 

Contro le Commissioni Edilizie

Lo scopo di questo documento è, in via principale, sostenere la soppressione della Commissione per la Qualità Architettonica ed il Paesaggio, istituita dalla legge regionale umbra n. 1/2004. In  subordine, in maniera forse più realistica e sicuramente più prosaica, indicare delle modeste proposte per migliorarne l’attività.

Se lo scopo principale della legge era (ed è), l’innalzamento della qualità dell’architettura e del paesaggio, credo che la commissione sia stato (e sia) uno strumento inefficace.

Innanzi tutto, la formazione della Commissione non è obbligatoria. L’art. 4 della LR 1/2004 ne prevede sì l’istituzione, al comma 1, ma in alcun luogo vi è un articolo che sanzioni la mancata istituzione. Se un Comune non volesse istituirla potrebbe tranquillamente farlo: non ci sarebbe nessuna procedura di infrazione, nessun commissario, nessuna sanzione. Anzi, è vero il contrario: il Comune dovrebbe dimostrare la necessità di tali organi. Una delle leggi “Bassanini” (L. 127/1997), obbligava il Comune, ogni anno, a dichiarare quali fossero gli organi consultivi da ritenere come indispensabili e, di conseguenza, a sopprimere gli altri. La norma è ripresa ora dall’art. 96 del Testo Unico sugli Enti Locali, del 2000.

Vediamo poi da vicino le norme che ne disciplinano l’istituzione e la formalizzazione in Umbria (art. 4 LR 1/2004).

“La Commissione costituisce organo a carattere tecnico, i cui componenti devono possedere un’elevata competenza e specializzazione. …” (art. 4, co. 4, lett. a))

Un pessimo comma. Primo: non si comprende perché a valle di un organo tecnico (il dirigente), ci debba essere un altro organo tecnico. La frase contiene la premessa implicita che il dirigente e la sua struttura, da soli, non siano in grado di valutare compiutamente, sotto il profilo tecnico, un progetto edilizio. Parlo ovviamente di figure tecniche già presenti nell’ente, già pagate per redigere un’istruttoria tecnica, facendo salvi quindi, nella maggioranza dei casi, il geologo e l’esperto ambientale.

Secondo: chi seleziona queste figure di elevata competenza e specializzazione? In base a quali criteri? Perché le figure che sono in commissione (va da sé), dovrebbero avere preparazione e titoli adeguati per poter valutare i progetti che provengono dal mondo professionale. Può insomma l’architetto Bruno Mario Broccolo valutare e giudicare un progetto di Mario Botta, di Renzo Piano, di Zaha Hadid? Rinviarlo perché non bene illustrato? “Bocciarlo” perché non conforme all’architettura tipica del luogo?

Terzo: ammesso di aver selezionato in maniera equa ed efficace queste figure, viste le ristrettezze di bilancio degli enti pubblici, con quali “gettoni di presenza” verrebbero pagate? Con quelli che normalmente i Comuni elargiscono ai commissari? Possiamo sperare dunque di avere nella Commissione personaggi quali  Natalini, Grassi, Cucinella? Non credo. Ne deriva che in Commissione ci sono professionisti e tecnici del luogo.

“Il regolamento edilizio comunale può prevedere che la Commissione comunale per la qualità architettonica e il paesaggio sia presieduta dal Sindaco o suo delegato, senza diritto di voto” (art. 4, co. 4-bis). Altro pessimo comma. In parole povere, in Commissione c’è il Sindaco o l’assessore. Con quale ruolo, in un organo a carattere tecnico? Per avere il “polso” della situazione, Sindaco ed assessore possono andare, quando vogliono, negli uffici della struttura comunale, dal loro dirigente. E’ evidente allora che il potere politico vuole stare in Commissione per orientare le decisioni. Nulla di male, purché lo si dica e se ne traggano le conseguenze.

“La Commissione, all’atto dell’insediamento può redigere un apposito documento guida sui principi e sui criteri compositivi e formali degli interventi di riferimento per l’emanazione dei pareri” (art. 4, co. 5). Redigere un documento siffatto richiede un notevole sforzo di chiarezza di obiettivi prima, ed economico poi. Non so quanti comuni in Umbria l’abbiano fatto: credo pochi. Anche perché non riesco ad immaginare che cosa potrebbe ancora dire a priori, in astratto, un simile documento, dopo che il Comune abbia già recepito le prescrizioni del PTCP per gli ambiti vincolati, la LR 46/97, la DGR 420/2007, il RR 9/2008, la LR 17/2008, il RR 7/2010, i vari Manuali del recupero delle nostre città, il Regolamento delle Insegne, il Piano del colore… Sarebbe veramente difficile trovare un’area ancora libera su cui andare ad esercitare una potestà normativa.

“I pareri della Commissione di cui al presente articolo, obbligatori e non vincolanti…” (art. 4, co. 6). Altro pessimo comma. Non si può avere un organo collegiale che giudica e valuta senza assumersi le responsabilità di quello che fa. Anche se si è trovato la forma giuridica (organo consultivo), per una simile “stranezza”, credo che questo sia almeno irresponsabile, per non dire altro. Anche perché in caso di ritardi o dinieghi, il solo a rispondere davanti al tribunale è il povero dirigente. Inoltre l’autorità (morale, se non altro), della Commissione prevale su quella del dirigente, che rarissimamente firmerebbe un sì a fronte di un “no” della commissione stessa.

Finora abbiamo visto la Commissione sotto il profilo legale. Guardiamola molto velocemente nella realtà: nel quotidiano. Cosa succede spesso nelle commissioni?  E’ facile immaginare la “terzietà” di un organo in cui il ruolo tra commissari e tecnici di parte, tra esaminatori ed esaminati, si inverte più volte in più Comuni, magari limitrofi. Una delle prime domande che viene pronunciata quando una pratica viene messa sul tavolo, è: “Chi è?” , “Chi è il tecnico?”, “Chi è il progettista?”. Accenno solamente, poi, alla prassi di  Commissioni molto severe con il “piccolo”, e “timide” davanti al grande gruppo industriale o al tecnico che detiene un reale potere economico. Una volta usciti dalla Commissione, non manca mai una fitta serie di telefonate da e verso i commissari, che ovviamente hanno salvato in extremis un progetto che altrimenti avrebbe rischiato fortissimamente di essere “bocciato”.

Diciamo la verità, dunque: in Commissione, ci sono architetti e ingegneri, geometri e geologi, che sono alla pari dei colleghi di cui giudicano i progetti.  La qualità dei tecnici di parte e dei giudici non può che essere dunque uniforme. Certo, si può sperare che un organo composto da persone di intelligenza media, di media capacità, migliori il progetto posto sul tavolo. Ma l’esperienza reale dimostra inequivocabilmente che ciò avviene raramente.  Il passaggio in Commissione produce raramente qualità architettonica: più modestamente produce consenso, accettazione sociale. La Commissione agisce come un fattore di omogeneizzazione, mediando tutte le istanze che provengono dal territorio. Nulla di male: anche qui se ne prenda coscienza, però.

Ancora: siamo generalmente tutti d’accordo sul fatto che in questi ultimi 60 anni abbiamo distrutto il paesaggio, deturpandolo con costruzioni, infrastrutture, ecc. Dobbiamo allora ricordare anche che in questi 60 anni quasi tutti i Comuni hanno goduto della consulenza della Commissione Edilizia. A scala territoriale non sembra che essa abbia garantito risultati d’eccellenza. La Commissione Edilizia non ha evitato insomma delle “Punta Perotti” o più modesti e locali “Eco-mostri”. E non credo che in assenza di commissioni il territorio sarebbe stato ancor più massacrato. Il problema ha infatti una radice profonda e convive con una cattiva gestione politico-urbanistica del territorio: localizzazioni sbagliate di grandi complessi industriali, di infrastrutture, di lottizzazioni. In questi casi mi sembra che il potere delle Commissioni avrebbe potuto ben poco. Penso che prescrivere degli infissi verde bottiglia ai “capannoni” di una zona industriale in ambiti tutelati (prescrizioni di cui ho conoscenza diretta), non avrebbe potuto migliorare più di tanto. In questi casi l’errore è a monte, come si dice, e la Commissione, a quel punto, può solo tentare qualche palliativo, ma non rimediare del tutto. Un solo edificio, a meno che non sia un Corviale, non distrugge un paesaggio intero.

E qui voglio introdurre un altro elemento fondamentale. La Commissione Edilizia, in Umbria si chiama Commissione per la Qualità Architettonica e per il Paesaggio. Ora, forse la qualità architettonica riesce a farsi ingabbiare all’interno dei limiti amministrativi del Comune, ma il paesaggio no. Il paesaggio ha, deve avere, un’accezione ed un orizzonte più largo di quello dei confini del Comune.

Ritengo un vulnus concettuale l’aver ridotto il paesaggio entro i confini amministrativi dei Comuni. Davvero è pensabile che ci sia una Commissione che abbia degli intendimenti a Norcia ed un’altra, diversa, a Cascia? Davvero Cannara e Bevagna sono così diverse? Davvero quello che vale a Spoleto non vale più a Castel Ritaldi? Non è forse ora di pensare in termini di paesaggio (Commissione … per il Paesaggio!), e non più in termini di municipi?

L’unico ambito in cui la Commissione per la Qualità sembrerebbe dunque poter esercitare il suo potere è quello della città storica. Tuttavia, emerge più di una criticità. La prima è che spesso la città storica è terreno elettivo su cui la locale Soprintendenza esercita una notevole autorità. E per credo che quest’ultima sia più che sufficiente. Esaminare qui il ruolo della Soprintendenza nella gestione della città storica è fuori luogo. Basti dire che  Soprintendenza (e Commissione), hanno teso nella stragrande maggioranza dei casi al mantenimento dello statu quo, a piccole modifiche manutentive, a prescrivere interventi minimali. O che anche qui, su richieste di grandi gruppi commerciali, a volte abbiamo visto molti palazzi antichi completamente sventrati e, dietro a facciate rinascimentali o ottocentesche, installarsi  fast-food o negozi di abbigliamento con scale mobili pluripiano. In ogni caso, lasciando da parte facili polemiche od eventi patologici, l’interesse collettivo tutelato dalla Soprintendenza dovrebbe prevalere su quello tutelato dal Comune: per proteggere il Palazzo dei Priori, insomma, occorre un organismo di tipo superiore al Comune. Non si vede perché dobbiamo duplicare competenze e complicare procedimenti amministrativi, con profili di competenze e di government diversi.

Ritengo, per concludere, che così com’è la Commissione abbia ristretti ambiti di competenza, che anche in questi abbia poca incisività, e che nei pochi interventi possibili non abbia la capacità di elevare la qualità media dei progetti presentati.

Nell’attesa che la Commissione per la Qualità Architettonica e per il Paesaggio venga soppressa,  propongo alcune misure, in via subordinata, riassumendole in tre punti.

1) AMBITO

* Le Commissioni siano istituite per Unità di Paesaggio, come individuate dal PUT e dal PTCP, comprendendo più comuni omogenei per caratteristiche pertinenti.

* La Commissione sia esonerata dai pareri sui beni tutelati dalla Soprintendenza.

* Le Commissioni si limitino realmente ad esprimere parere su progetti di una certa importanza.

* I Comuni (almeno quelli che insieme costituiscono l’Unità di Paesaggio), redigano una sola modulistica, stabiliscano  procedimenti uniformi per i vari titoli abilitativi. E se vogliono redigano dei manuali di buone pratiche con alcune prescrizioni.

2)    COMPOSIZIONE

  • Le Commissioni siano composte anche da rappresentanti del mondo civile, dell’associazionismo,  e da cittadini comuni.
  • Delle Commissioni non faccia parte alcun politico.
  • In Commissione non ci siano figure tecniche. Il parere del geologo può essere preso tramite consulenze specifiche, conferenze di servizi periodiche ed altre forme di accordo tra amministrazioni da una parte e tra consulenti e Comuni dall’altra.
  • Le Commissioni siano formate da consulenti scelti dai dirigenti dei Comuni dell’Unità di Paesaggio.

3) FUNZIONAMENTO

* Le sedute delle Commissioni siano pubbliche, e committente e tecnico capogruppo siano avvisati del giorno in cui il loro progetto andrà in Commissione.

* Si pubblichino in internet i verbali delle commissioni, mantenendo l’anonimato di committenti e tecnici.

* Per la Commissione si facciano degli elaborati anonimi (senza indicazioni del committente e dei tecnici).

* Il parere della Commissione sia obbligatorio e vincolante. La Commissione risponda in solido davanti al TAR in caso di impugnazione a seguito di diniego, e risponda in solido con il responsabile dell’ufficio in caso di richiesta di risarcimento del danno per eventuali ritardi ingiustificati.

* Ai commissari siano riconosciute delle vere e sostanziali indennità di presenza.

* I commissari firmino un documento in cui essi (e gli studi di cui sono parte), si impegnano a non accettare incarichi nell’Unità di Paesaggio di competenza per il periodo in cui sono in carica.