Natale era festa:
i campi alla pioggia,
letizia di un giorno
intorno al fuoco.
Si rovesciavano
clessidre di quercia
sognando la Pasqua,
il verde e l’argento .
Varia umanità
Natale era festa:
i campi alla pioggia,
letizia di un giorno
intorno al fuoco.
Si rovesciavano
clessidre di quercia
sognando la Pasqua,
il verde e l’argento .
A Spoleto da ragazzini giocavamo al pallone sul campo in asfalto di Santa Rita, la nostra parrocchia, fin quando la nebbia avvolgeva tutto: le porte, gli spalti in cemento, i pochi lampioni che illuminavano il parcheggio, la sacrestia, gli alloggi dei preti. Il segnale era il centro di quello spazio non più grande di un campo da tennis: se non si vedeva il pallone, posto sul centrocampo, bisognava smettere. Per “impraticabilità”, come ci dicevamo, fingendo di sentirci già in Serie A. Chiudevamo il pomeriggio con le ultime sfide “ai rigori” (il pallone era più vicino). Gli ultimi ad andarsene eravamo sempre noi: Patrizio, Pompilio, Carlo, io. Ci faceva sentire diversi, fortunati, forti. Tornavamo al bar, che era un po’ la nostra casa, rossi in viso e sulle gambe scoperte, a causa dei calzoncini ancora corti. Qualche cliente ci guardava, un po’ spiazzato dalla nostra comparsa, colorita e vociante, e sicuramente faceva dei commenti non sempre favorevoli indirizzati a zia Natalina e a nonna. Penso che loro se ne infischiassero bellamente: eravamo giovani, in buona salute: un po’ di freddo alle gambe non ci avrebbe ucciso di certo.
In campagna, anni dopo, quando la nebbia stazionava, e quando vi era un momento libero senza lavori urgenti da fare, mi piaceva camminare e fare il giro della “Cerquagrossa”. La nebbia intensa sembrava una rugiada fuori tempo e si formavano gocce di acqua sulle foglie dei rovi, dei biancospini, degli olmi campestri, ormai nudi, e poi sull’equiseto, sulla gramigna, tutti a costeggiare le ripe delle strade. Le querce tenevano invece ancora strette le loro foglie, e solo le tramontane di febbraio-marzo avrebbero scompigliato le loro foglie, ormai imbrunite e accartocciate. Facevo questa sorta di “giro di ronda” soprattutto alla fine del pomeriggio, quando la luce grigia e morbida diventava sempre più grigia, sempre più fosca.
Mi piace molto la nebbia, questo dispositivo di rallentamento, di umiltà. Le cose sono sempre lì. Sei tu che devi andare da loro. Devi vedere meglio. Devi capire meglio. Devi fare un altro passo, e sentirlo: sentire il rumore della scarpa sulla terra, sentire le goccioline sul viso, sentire il freddo sulle mani, vedere il tuo soffio caldo che esce e che si perde davanti a te. La nebbia è come l’alcol, che sembra appunto renderti meno lucido, ma che in realtà toglie un velo ai tuoi pensieri, alle tue parole. L’alcol è un buon viatico quando decidi di estraniarti per un po’, di mandare fuori fuoco la (falsa) realtà, per gustarti da solo un momento, per farti coraggio, per dichiarare il tuo amore a quella donna. Mandare fuori fuoco la falsa realtà per ritrovare la vera realtà, quella che è dentro, che è stata sempre dentro, che ha bisogno di essere ripescata.
La nebbia acuisce la vista, il pensiero, i sensi: l’udito, l’odorato. La nebbia amplifica, e devi apprezzare le piccole differenze. Espande il tuo mondo, che diventa paradossalmente di qualche decina di metri. Oltre c’è l’ignoto. O meglio c’è il noto, che aspetta solo di essere riconquistato. Quella quercia è ancora lì, e quando ti vede dice tra sé e sé: “Eccolo, è tornato.”
Il tiglio arrivò tardi a casa. Ora ce ne sono due, tra la casa e la siepe di alloro, che oggi è gigante. Non so perché zia o nonna non pensarono a piantarlo. Ma è un albero che mi è sempre piaciuto tanto. Così profumato, così dolce nelle sere di maggio. E’ un albero che non vive molto. Direi che è un albero delicato. Verso novembre le foglie diventano di un bel giallo luminoso e cadono quasi tutte insieme. Le foglie sono fragili, sottili, e quindi non possono resistere al freddo. Se capita di passare in un gran bel viale, punteggiato da molti tigli, lo spettacolo aureo è assicurato. Certo: l’Unter den Linden è impressionante, ma ecco, c’è un luogo particolare a Spoleto, nel tratto che va da Via Filitteria al Duomo, che è pieno di magia. Una magia di proporzioni, di materiali, di cromìe, di piccoli accidenti (un grande muro di sostegno, una fontana, un muretto basso, le scale laterali), di microclima. E’ uno slargo di pochi metri, con una forte pendenza e un terrazzamento. Vi sono 3 tigli. Nelle sere di maggio, quando cominciano a schiudersi i fiori, vi è un odore dolcissimo, che arriva quasi alle punte del gelsomino. Vedere i frutti scendere a terra, appesi ai loro “elicotteri”, è sempre uno spettacolo che fa tornare bambini. Siccome è uno slargo racchiuso tra palazzi, il vento è sempre mitigato, e quindi i frutti si depositano ai piedi degli alberi. Poi, in autunno, a fine giornata, lì si danno appuntamento centinaia di passeri e fanno un gran vociare. C’è un bellissimo tramonto sul finire dell’estate, ed è bello andarci proprio in quel momento, per gustare tutta la dolcezza, la languidezza, la lussuria di quella luce aranciata che rimbalza sulle facciate dei grandi palazzi a monte. Bisogna prendersi del tempo e sedersi sul muretto di mattoni del terrazzamento. E aspettare senza aspettarsi nulla: qualcosa succede sempre quando il tempo è sospeso.
Ieri ho assistito a un bel pomeriggio di architettura. Grazie a Andrea Margaritelli, la Sala dei Notari era stracolma, con persone in fila anche sulle scale.
Ne faccio una primissima lettura. Talento straordinario innanzi tutto, che ha reso domestiche anche le funamboliche contorsioni di Zaha Hadid. Poi: plateale dimostrazione di una potenza economica e tecnologica cinese, a cui viene quasi voglia di arrendersi come i “barbari” quando videro i romani costruire il Ponte sul Reno in pochi giorni. Potenza economica e tecnologica che sorvola sul tema del consumo di suolo, così esiziale da noi. Non basta infatti costruire sottoterra, o meglio ancora, sotterrare l’architettura per essere ecologici. Non lo dice BMB: lo dice Ma Yansong: la sua idea di natura non è principalmente legata a un’idea di natura “incontaminata”. La sua idea di natura è “poetica”, “emotiva”.
Ribadito ancora una volta che è sicuramente un grande architetto, è sicuramente anche un grande mago, un grande illusionista. Poeta e “fingitore”. Lui usa la natura per far “scomparire” l’architettura. E’ sempre lui a dirlo, non io. E la cosa ha più di un senso, per almeno due motivi. Il primo è che la sua natura è una natura ri-disegnata, ri-pensata, ri-concepita. Con un pensiero talmente raffinato e colto da ridiventare quasi naturale. Come se non ci fossimo mai allontanati da quel dipinto cinese che ha proiettato, illustrando un suo grande edificio ai bordi un lago. Il secondo è che se il contesto in cui nascono i suoi progetti è quello di una congerie di grattacieli prismatici in acciaio e vetro, i suoi progetti (una categoria nuova che sta tra la scultura enorme e una parte di città), pongono immediatamente questi grattacieli nel passato. Su questo ha ragione Walter Mariotti: sembrano appartenere già a un’altra epoca.
E vengo al punto per me più difficile. Alcuni dei suoi progetti sono in realtà dei grandi vuoti, dei grandissimi vuoti, con un oculo di luce zenitale. Semplifico e brutalizzo: modello Pantheon. O se volete essere più moderni: Palazzetto dello Sport di Nervi a Roma. Bene, immaginate ora di ricoprire questi edifici con un bello strato di terreno che sia coltivabile e anche praticabile per delle passeggiate. Ecco il “disappear” dell’architettura. Ora, mentre possiamo convenire che l’esterno del Pantheon non sia un granché (a parte il pronao), e che anche quello del Palazzetto sia sacrificabile, questa metodologia non può essere applicata alla Rotonda del Palladio, per esempio. O meglio: può anche essere applicata, solo che io non lo vorrei. Ci sono architetture di cui sono orgoglioso e che vorrei fossero visibili anche dall’esterno. Credo che una delle grandi lezioni dell’architettura greca sia stata la conquista della “piena luce” e io non mi sento di rinunciarvi solo per avere delle morbide colline su cui passeggiare.
La morte recente dell’amico Andrea Ricci, architetto dalle rare capacità affabulatorie, sia nell’eloquio che nel disegno, il conseguente ripensamento (diverso dal semplice ricordo), della mia stagione con il prof. Leoncilli Massi, nonché qualche parola in famiglia sul tema, mi hanno spinto un’altra volta a chiedermi perché per me fosse così importante insegnare. Al di là della (forse) cristiana vanità di farsi chiamare “professore”, cosa che non ho mai spinto a fare né che ho mai usato, della piccola iniezione di autostima per il fatto di sentirsi importante per qualche studente, per me insegnare obbligava a studiare, a imparare, a smontare, a conoscere. Mi è sempre piaciuto decostruire, conoscere cose nuove, leggere, immaginare, imparare. E ho realizzato che per me non c’è modo migliore di imparare se non insegnare.
Tutto quello che è venuto dopo aver trebbiato il grano è stato orpello, decorazione. Fuori da quel campo di calcetto, da quella strada, non siamo nulla. Fuori da quel campo d’avena sativa non siamo che evanescenze. Quello che siamo ora era già lì, in nuce. Chi era stronzo allora è rimasto stronzo. Certo: migliorato, civilizzato, incravattato, ma sempre stronzo.
Ormai sbaglio pochissime volte. Guardo negli occhi delle persone e vedo il loro passato le loro paure, le loro esitazioni, i loro sostegni … Vedo e capisco che non passavano i compiti in classe, non marinavano la scuola, che si innamoravano distrattamente, come una cosa che bisogna fare: senza passione, senza sofferenza.
Sto perdendo tempo: dovrei solo tornare lassù a falciare il fieno, a innaffiare le fragole, a tagliare la legna nel bosco. E invece sto ancora qui a sentire questo fantasma che vuole insegnarmi l’urbanistica concertata “dal basso” (che se fosse una cosa musicale avrebbe perlomeno un altro appeal …). Gente a cui tutto è arrivato, ma che non ha ereditato nulla, che non ha mai riconquistato nulla.
Siamo cresciuti facendoci credere che essere avvocato, ingegnere, imprenditore, fosse importante. Ma non era vero: tutte finzioni, tutte medaglie di latta. Tutti fantasmi. A volte questo senso di irrealtà mi prende così forte che devo fare uno sforzo di ri-piombatura, di zavorramento.
Quello che contava, quello che conta, è essere innamorati, avere le mani sporche di terra, la schiena bruciata dal sole.
Nonna e Zia decisero (giustamente), che fare il pane sarebbe stato meglio che comprarlo, per due motivi almeno: il primo, banalmente economico; il secondo di qualità. Infatti il pane comprato alla bottega era una pane “bianco”, di farina raffinata, leggero, e il giorno dopo l’acquisto era immangiabile, se non in qualche zuppa o nel caffelatte.
Dunque cominciarono molto presto a fare pane e pizze nel vecchio forno, vicino agli “stalletti”. Non ricordo come iniziarono con il primo lievito, ma ricordo invece il rito dell’impasto, della formazione di pani, del segno della croce sui pani, del segno della croce davanti alla bocca del forno, di qualche parola a mo’ di preghiera, appena riposta, a fianco, la pala.
Dopo aver impastato una quantità di farina e acqua sufficiente a farne circa 7 o 8 pani Nonna e poi Zia, una volta imparato, li adagiava su un lungo panno di cotone, come un lenzuolo, largo poco più del filone, e con una mossa accurata ripiegava questo panno, in maniera che i pani non si toccassero. Poi tutta la fila di questi pani, messi su una tavola preparata allo scopo, veniva ricoperta da questo panno, in modo da lasciare lievitare i filoni. D’inverno, quando era proprio troppo freddo, questa tavola lunga e stretta veniva lasciata riposare vicino al camino, appoggiandola su due sedie. Normalmente il tepore della cucina era invece sufficiente. Quando l’impasto non poteva dare luogo ad una fila intera, veniva steso su una teglia cosparsa preventivamente di un filo d’olio. E sopra poi si facevano dei piccoli avallamenti sospingendo le dita e lasciando le proprie impronte. Infine olio rosmarino e sale grosso. Che bontà al momento della sfornatura! Un odore dolciastro e caldo si spandeva tutt’intorno! La pizza al rosmarino veniva divorata in pochi minuti dai tre ragazzini affamati che eravamo. Questo pane, anche se fatto con la farina bianca (solo dopo saremmo passati al semi-integrale e all’integrale), era molto più buono e sostanzioso del pane comprato alla bottega. E durava anche una settimana o più. Una volta presa confidenza con il forno (ogni forno ha i suoi tempi di imbiancatura, di reazione, di tenuta), Nonna avviò l’usanza di fare, sotto Pasqua, le rituali pizze salate, e dolci. E po, a ottobre, la pizza bianca con alcuni acini d’uva nera schiacciata sopra, quasi a fine cottura. Una pizza che ho ritrovato solo a Firenze, anni dopo, perdendomi in una viuzza appena fuori dal centro.
Poi abbiamo costruito il forno per il pane, quando demolimmo il vecchio annesso. Lo costruirono Zia e Guerrino, mettendo su un mattone dopo l’altro e facendo anche la camera di cottura in forma di piccola cupola. Un piccolo forno autonomo, tra la casa e il pozzo, alto 2 m a valle e non più di 2,30 a monte, di circa 2 m per 3, in pianta.
Oggi quel piccolo forno rimane, sta. Inutilizzato. Soppiantato da un forno prefabbricato molto più grande, inserito all’interno di un fabbricato strumentale alla conduzione dell’azienda, che comprende anche un piccolo molino, un frantoio, una rimessa attrezzi, ecc. Quel piccolo manufatto di mattoni, due colonne bucate, in cemento armato (quelle che da noi si adoperano per le vigne), travetti di legno e marsigliesi resiste lì, da solo, ormai aggredito anche da qualche erba di troppo e dal melograno che è cresciuto lì vicino. La “cerqua grossa” è caduta, schiantata da una tempesta estiva, ma il forno sta ancora lì: i travetti di legno, della sezione di 5 x 5 cm si sono un po’ inflessi, le colonne si sono un po’ piegate, ma resiste indifferente. E’ diventato quasi un monumento. E’ destinato a cadere da solo: non abbiamo infatti il coraggio di demolirlo. Un monumento nasce anche dalla mancanza di coraggio? Si potrebbe dire che lo teniamo per rispetto. Ma di cosa? Di chi? E quanto durerà questa sopportazione, questo vederlo ruderizzarsi, sopraffatto da rovi, melograno, edera? Tra un po’ dovremo decidere: lasciarlo al suo destino di rovina, oppure conservarlo. Oggi è sospeso tra la l’inerzia e l’apparente apatia. Perché restaurarlo sarebbe possibile, ovviamente. Ma restaurarlo significherebbe cristallizzarlo in un vero e proprio monumento, forse. Formalizzare questa cosa: cresimarla. E questo ci sembra troppo: non può essere un monumento funebre. Forse c’è una sorta di pudore che costringe a adeguarsi al ritmo naturale delle cose. A non enfatizzare: a stare a mezza costa. Il tempo farà il suo corso, il suo lavoro.
La pastinaca è una pianta erbacea. Quand’è giovane e fresca i maiali ne vanno matti. Le pecore invece non la mangiano, né ho fatto mai caso se le capre la mangiassero, ma mi pare di no. E’ una pianta dall’odore molto forte, che io assimilo al sedano.
Qualcuno la chiama panacea.
La particolarità di questa pianta che allora era molto diffusa intorno alla nostra casa è che è urticante. Almeno per me. Non lo è per tutti. A mia nonna (ovviamente), non dava fastidio. A me devastava. Il problema è che non è urticante come l’ortica: non punge, non si sente quando ci passi attraverso. Anzi la foglia sembra morbida e vellutata, bella verde. E’ solo dopo un po’ di ore che comincia il prurito e vengono delle bolle, delle vesciche, che prudono, bruciano, ecc. Nonna lo aveva detto, e anche zio Claude, ma poiché a loro non faceva effetto, non riuscivamo a visualizzare questa pericolosità. Detto così oggi sembra facile. Io ci ho messo degli anni a scoprirlo e dei buoni decimetri quadrati di pelle. E poi, primo: non sapevamo che laddove il liquido fuoriuscito, lacerando la vescica, si asciugava sulla pelle, avrebbe prodotto nuove vesciche. Secondo: non sapevamo che questo fenomeno si alimentava con i raggi del sole, e con la pelle esposta. Lo avrei saputo solo con internet, facendo delle ricerche. Se si considera che io andavo spesso con i calzoni corti e al massimo una maglietta in mezzo ai campi, si capisce come poteva ridurmi questa cosa.
Il fenomeno era così evidente che il medico che mi visitava per giocare al calcio mi ordinò una pomata da metterci. Ma la pomata non faceva nulla. Avevo già provato da solo anche con l’olio, per lenire il prurito, ma niente.
Il prurito era così forte che mi grattavo fortissimo e poi non resistendo più mi mettevo in una vasca di acqua fredda. L’acqua fredda dava un momentaneo ristoro, ovviamente. Ma una volta passato l’effetto vasocostrittore, il prurito riprendeva più forte di prima.
La prima soluzione che riuscii a dare al problema fu ovviamente evitare (per quanto possibile), il contatto. Ma allora era veramente difficile. Era diffusissima: oggi non c’è quasi più. Qualche volta quindi ero costretto a mettermi pantaloni lunghi e camicie lunghe. Per me un vero inferno. Quando ero giovane, guardavo questi quarantenni cinquantenni sessantenni con i loro jeans e le camicie lunghe e il cappellino e mi sembravano vecchi. Vestirmi così avrebbe voluto confessare pubblicamente che anch’io ero diventato come loro: adulto, e poi subito vecchio. E io non lo volevo. Mi sentivo radicalmente diverso. Non solo non ero vecchio, ma volevo dimostrare che si poteva invecchiare restando con i calzoncini corti e senza camicia. Cosa che si può fare, ovviamente, anche se a costo di qualche grado di sofferenza in più. I miei pantaloni erano di cotone, di velluto, jeans (molto molto raramente): più spesso erano i “bleus”, che mia zia riadattava dalle tute blu (appunto), di mio zio. Le tute erano di cotone extra forte e quindi erano come i jeans. Le camicie invece erano camicie leggere, e penso che non fossero sufficienti a schermarmi completamente dal contatto sulle braccia.
La seconda soluzione fu di fasciarmi fortissimamente con delle bende, il che (l’avrei saputo dopo), funzionava benino soprattutto perché evitava di grattarmi e evitava i raggi del sole. Purtroppo, quando la pustola era matura e si lacerava, il liquido veniva un po’ assorbito dalla benda, ma un po’ rimaneva a contatto con la pelle, e avevo capito che era questione di poco tempo, così che di giorno cercavo di verificare un paio di volte se le vesciche erano bucate o meno. Erano fasciature fatte da me o da Cristina e quindi non professionali: non restavano a lungo, anche a causa dei lavori che facevamo. Quindi la praticai pochissimo tempo.
La terza soluzione fu di grattarmi fino al sangue, togliere la parte di pelle superficiale della vescica, e mettere del sale grosso sulle piaghe. Soluzione drastica e dolorosa, ma che funzionava. Una sorta di “bruciatura”. Il sale all’inizio faceva uscire altro liquido giallastro e poi cristallizzava sulla pelle. Quando si era un po’ asciugato toglievo questa sorta di crosta di sale, lavavo bene e mettevo il sale fino, spingendo con le dita perché aderisse bene alla ferita. Anche questa seconda salatura cristallizzava, ma la lasciavo sulla pelle senza più curarmene. Dopo poco si era formata una ferita come una normale sbucciatura o bruciatura, con una crosta più rossa. E che non produceva più alcun liquido. Piano piano il corpo faceva il suo lavoro, la ferita si rimarginava. Ma dove aveva picchiato la pastinaca subspecie urens i peli non crescevano più: non sarebbero mai più cresciuti. Ho scoperto solo molti anni dopo che la potevamo mangiare, soprattutto le radici.
Il Temposanto è quella cosa che porto con me da tanto tempo e a cui non sapevo dare un nome. L’assonanza con il camposanto fa riflettere, e forse non è solo un’assonanza. In effetti, ora che ci penso, il Temposanto è quello che trasforma il cimitero in un camposanto. Nel cimitero infatti non è tanto lo spazio a subire una trasformazione (anche lì c’è molta brutta architettura), quanto invece il Tempo. Chi entra in quel recinto cerca, subisce, attua, realizza, coglie, accetta, una sospensione del tempo, un suo rallentamento. Tutto ciò avviene in maniera quasi spontanea, ed è molto bello vedere queste persone silenziose, pensose, che curano delle pietre, delle immagini, delle frasi, delle date, dei fiori. Ecco, ogni tanto io riesco quasi a ricreare, a richiamare, questa sorta di Tempo, dove ci sono solo cose semplici e immutabili. Certo, deve esserci anche un’occasione particolare, perché questo tempo richiamato, evocato, voluto, si accompagna sempre a un senso di irrealtà, di sospensione. Non sempre arriva quando vorrei, non sempre avviene, accade. Forse è più corretto immaginare che passi, che avvenga, e che a volte io sia pronto per sentirlo, per coglierlo, per tuffarmici. Quando succede è un piccolo miracolo. Un Tempo che prevede un’estasi, o meglio: che implica l’estasi. Un Tempo basato sui tempi delle cose che tornano sempre, su cui si può fare affidamento: il sole che sorge a est, la pioggia che viene solo all’ingiù, la tramontana, che arriva sempre da lì. Un Tempo rituale. Un Tempo che non conosce la parola durata, sviluppo. Un Tempo che lascia tempo. A volte sento proprio il bisogno di questo tempo, che agli altri deve apparire sicuramente improduttivo e quindi perso. Di questo tempo che in qualche modo crea spazio, che si fa culla, che si fa terra nuda. Questo tempo, sempre più prezioso, può chiamarsi solo Temposanto.
Monteluco era l’estate interminabile, le lunghe camminate per arrivarci, con mio zio Claude. Salendo ci faceva cantare un ritornello francese: “Un kilometre à pied ça use, ça use les souliers; deux kilometres à pied ça use, ça use ….”. Una canzoncina che non aiutava affatto, e che faceva venire solo una gran sete. Ma a lui piaceva e credo si divertisse a farcela cantare a lungo.
Spesso portavamo con noi un cocomero, comprato il giorno prima. Partivamo molto presto: alle 5, alle 5,30. Una volta arrivati in cima lo mettevamo a bagno nella fontanella proprio all’inizio del bosco. Un’acqua freschissima, allegra, che cancellava in un attimo la fatica fatta per arrivare. Più tardi lo avremmo divorato insieme a qualche panino. Appena finito ci si bagnava tirandoci le bucce del cocomero, o allora rincorrendoci con le pistole a acqua. Piccole pistole che bisognava ricaricare troppo spesso e che, immancabilmente, schizzavano di sghembo un misero filo d’acqua, sicché era inutile prendere la mira. Poi c’era il prato, dove correre dietro al pallone, guardare le prime ragazze, capire il gioco reciproco degli sguardi e dei sorrisi, il rito dei primi approcci: il pallone che inevitabilmente andava a finire nel loro gruppetto, la loro maniera goffa di rendercelo, la nostra maniera goffa di fare qualche complimento.
Poi, però, c’era il bosco. A Monteluco c’era (c’è), un bosco di lecci che ha sempre avuto un grande fascino per me, legato a un non so che di misterioso.
Era sempre pulito, e questo aumentava il senso di ampiezza e di grandiosità. Quel senso di maestoso l’avrei ritrovato solo molti anni dopo, salendo sul Monte Cucco, fermandomi sotto i suoi faggi. Avrei coltivato questo senso di autonomia, di serenità, nel corso del tempo, tornandoci periodicamente, da solo, in una sorta di pellegrinaggio laico, che avrei ripetuto soprattutto in occasione di momenti speciali della mia vita.
Era una cosa solenne e sacra, diversa da quella macchia che avrei conosciuto qualche anno dopo e che si poteva incontrare subito fuori dalla nostra casa in campagna. Una macchia fatta di carpini, ornielli, corbezzoli, ginestre, e qualche roverella. Entrare in quel luogo di grandi lecci, di grandi ombre, senza quasi un sottobosco, voleva dire fare un salto nello spazio e nel tempo. Nello spazio inteso come misura. Gli alberi erano più grandi, gli spazi tra gli alberi erano più grandi, l’ombra era più cupa e verde. Nel tempo perché si intuiva che gli alberi erano lì da molto tempo, da prima che noi arrivassimo, e che sarebbero restati lì anche dopo che noi li avremmo lasciati. Custodisco il suo silenzio come un piccolo tesoro personale. Ci torno ancora, anche d’autunno, anche d’inverno, e ne sono geloso. Come se quel bosco l’avessi capito solo io. Ci sono dei luoghi che ci fanno stare bene, “dei luoghi di potere”, come dice Castaneda, dei luoghi che scegliamo come compagni fidati. Oppure, come mi piace pensare, dei luoghi che ci scelgono, e ci chiamano.