Il senso del sacro

Recentemente, in una occasione particolare, mi è capitato di riflettere ulteriormente sul senso del sacro nella nostra civiltà occidentale. Sul senso, cioè, che per la maggior parte delle persone è molto importante e che fornisce spesso la motivazione per vivere serenamente gli alti e i bassi della vita quotidiana. Ad altri il senso del sacro è di aiuto nei momenti peggiori dell’esistenza.
Mi è sempre piaciuta l’etimologia inglese di Sacro. Si dice holy (che ha la stessa radice di whole, intero, integro). In italiano non riesco ad andare oltre il latino sacer, che però non riesce a dirmi altro, ma forse è solo la mia ignoranza che si ferma lì.

Il senso del sacro è quello che dovrebbe evitare di vivere solo per scegliere la marca del frigo o per scegliere la prossima destinazione turistica. (En passant, sto cominciando ad odiare il turismo: forma di Grand Tour romantico tedesco in sedicesimo, largamente inquinante, devastante per il nostro territorio come il consumo di suolo.)

Ora, noi abbiamo fatto di tutto per eliminare il senso del sacro dalla nostra vita, il senso di alcuni assoluti, il senso di alcuni valori non negoziabili. Tutto ciò è parso una conquista: in ambito religioso, in ambito scientifico, in ambito morale. Siamo in un mondo dove finalmente tutto è relativo, tutto è negoziabile.

Credo che l’Islam invece attragga molti giovani d’oggi, anche nelle sue forme più radicali, in virtù di un concetto del sacro che noi abbiamo voluto espungere e che invece lì r-esiste bello saldo. Nell’islam, almeno così come viene percepito, ci sono valori non negoziabili, punti fermi, gnomoni infissi nel terreno. Provate a negoziare con esso i diritti dei gay, delle donne, a introdurre la teoria del gender fluid, il diritto di Israele di avere un luogo nel mondo …

Quest’idea di sacro, di immutabile, di una vita dopo la vita, attira e motiva molti dei giovani di oggi. Per essere in guerra bisogna essere motivati, come sa ogni buon Generale. Ma per andare in missione suicida occorre essere MOLTO motivati. E questa motivazione non la dà né il prossimo cellulare né la prossima settimana bianca. 

Perché avvicino il sacro alla morte? Perché mi sembra naturale sia così: sento così. Di fronte alla morte e di fronte alla vita, alla nascita di una nuova vita, ci si ferma, ci si dovrebbe fermare. Se non lo si fa, è perché secondo me qualcosa si è rotto. Noi abbiamo trasformato la vita in una faccenda molto tecnologica e molto edonistica. E la morte in una faccenda molto burocratica, e quindi noiosa: quasi un contrattempo. Un’ interruzione della nostra quotidianità, dei (o delle?) nostri aperi-cena. Una cosa che si risolve facendo molte carte, radunandosi magari in un luogo molto laico (ci mancherebbe), ascoltando i ricordi di qualche amico, e bruciando poi tutto ciò che quella persona è stata in un forno. E poi facendo magari un buffet, un rinfresco, perché non si sa bene come finire un momento simile.

Ecco: ci siamo liberati della Chiesa, dei preti, dei crocifissi, della dottrina, dei dogmi. Delle favole, forse. Dei misteri. Ne abbiamo guadagnato molto?

Apologia dei muri

Forse è perché sono architetto e forse perché credo che l’architettura nasca con l’invenzione del muro, che amo i muri. Lo so: vado controcorrente: se c’è una cosa che il mainstream oggi mal sopporta è l’amore per i muri. E quindi i confini, i limiti. Senza muri non ci sarebbero divisioni. E (anche): senza muri non vi sarebbero le case.
Non capisco questa follia collettiva per cui non devono esserci più muri o confini. Perché a me pare che la distruzione dei muri comporti anche la distruzione dell’identità, dell’unicità, dell’individualità. Noi abbiamo paura dell’identità. Sembra che non vogliamo più avere confini, identità, limiti. Possiamo essere maschi, femmine, transessuali, asessuali, e poi italiani, francesi, europei, … e ancora cattolici, buddisti, islamici, shintoisti, e passare dall’uno all’altro senza tante pene.

Essere così “liquidi” ci renderà migliori? Saremo più buoni? Sono domande autentiche. Per molti anni io ho creduto che abolire ogni distinzione, ogni etichetta, ogni nome, mi avrebbe condotto a essere una persona migliore, e di conseguenza a una società migliore. Poi il dubbio, a seguito di sperimentazioni sul campo della realtà, si è esteso e ha investigato anche questa idea, (l’abolizione delle distinzioni, delle differenze), che forse era diventata un’idée reçue, come altre.

Ora mi chiedo se non sarebbe stato meglio, invece, essere consapevoli delle proprie radici, dei propri limiti, e cercare di capire, profondamente e onestamente l’altro.

La violenza nasce tutta dalle distinzioni, dalle differenze? Sono le distinzioni le cause della violenza? Le distinzioni sono eliminabili? Tutte le distinzioni sono uguali? È questa la domanda chiave, il nodo, il tema. Siamo violenti perché siamo diversi? È possibile un mondo senza differenze? È possibile vivere senza violenza ammettendo le differenze?

Perché se pensiamo che le differenze in sé portano alla violenza, occorre battersi per eliminarle.

Se, invece, come io credo, le differenze non possono eliminarsi, occorrerà vedere come poter vivere accettando le differenze. Dirsi tutti cristiani o tutti buddisti non eliminerà le differenze: se ne creeranno altre, in questo nuovo gruppo. Finché ci saranno due uomini ci saranno differenze. La creatività umana è infinita: da due generi siamo passati a 29 (vedi New York), e nulla impedisce di credere che potranno ancora aumentare (penso per esempio a tutto ciò che potrà generare l’ibridazione dell’uomo con la genetica, la robotica e con la protesica).

Se ci saranno differenze, ci saranno sempre confini: ci saranno sempre muri.
Quando i bambini fanno il girotondo, realizzano un muro, un confine. Si fa parte del muro, si è all’interno, o si è all’esterno. Che poi i muri e i confini possano essere abbattuti o scavalcati, questo è un altro conto. C’è sempre stata questa volontà di andare oltre, di passare il confine, di abbattere un muro. Ma varcare la soglia costa: deve costare. Non può essere solo il fatto di fare un passo in più. Direi anzi che il passare un limite dovrebbe essere ritualizzato.

Chi vuole entrare in un’altra casa, in un altro paese, deve passare un muro. Tranquilli: non voglio mettere fili spinati e sparare sulla gente. Parlo di un muro fatto di lingua, di cultura, di tradizioni, di canzoni, di poesie, di battute, di cene, di ubriacature, di lavoro, di responsabilità. Un muro che definisce, appunto, una identità. L’Italia non è solo 1 m più in là dal confine austriaco, insomma. Chi vuole farne parte deve spogliarsi di alcune cose. Mi dispiace dirlo, anche se è meglio essere onesti e dirlo in maniera esplicita. Chi vuole entrare e restare in Italia deve per esempio rinunciare alla sua lingua di origine (almeno in pubblico). Ora, e per esempio, solo chi non vuol vedere e non vuol sentire, può pensare che la rinuncia alla lingua sia una cosa facile a farsi. La lingua trascina con sé talmente tante implicazioni, e talmente profonde, che questa rinuncia è un atto doloroso. Con la lingua si rinuncia spesso anche a un modo di pensare. Sento questa rinuncia io stesso con il francese, e sono partito da Nancy a 11 anni. I colori non sono gli stessi, le battute non sono le stesse, il modo di augurarti un buongiorno non è lo stesso, il senso del tempo non è lo stesso … immagino quello che può voler dire passare da una lingua totalmente differente alla nostra. Chi vuole stare con noi deve rinunciare a una parte delle sue leggi, anche quelle più prosaiche, quotidiane. Da noi si guida a destra, dopo aver preso una patente, dopo i 18 anni. Gli uffici aprono alle 8 e chiudono alle 14, il sabato non tutti lavorano, (ma non c’è una legge che ti obbliga a non lavorare), ecc. 

Certo, noi possiamo accettare, tollerare, accogliere e infine cambiare un po’, ma il lavoro duro lo deve fare chi arriva. Chi arriva è sottoposto a un sacrificio maggiore, non c’è dubbio. Un sacrificio che deve fare per potersi integrare nella cultura che egli ha scelto.

C’è anche chi, in Italia, in Francia, in Inghilterra, è disposto a rinunciare a molta della propria cultura d’origine per integrare quella dello straniero. C’è anche chi sarebbe proprio disposto a buttare tutta la sua cultura pur di abbracciare qualcosa di diverso. Qualcosa percepito come più carico di senso (ma questo è un altro tema e dovrò tornarci in un’altra sede).

Tuttavia, per chi voglia guardare in faccia la realtà in maniera non pregiudizialmente ideologica, integrare tutto e tutti è un sogno, una chimera. Si farà, forse, in un tempo lunghissimo: forse, appunto, il tempo di creare una nuova lingua.

Abilitato

Quesito molto tecnico per i miei amici giuristi. Nella nuova conferenza dei servizi disegnata dai decreti Madia, siamo passati dal termine “legittimato” o “delegato” al più vago termine “abilitato”, per chi deve intervenire in Conferenza con potere decisionale. Che vuol dire? Cosa si formalizza questa abilitazione?

Vasche di recupero dell’acqua piovana

E’ un indicatore che si può facilmente misurare. Tuttavia voglio anche in questo caso fare un approfondimento. Le vasche di recupero per i piccoli interventi edilizi sono un costo oggettivo per piccole operazioni e a mio avviso non portano a grandi risultati. Tra l’altro, come potete immaginare, le vasche sono generalmente vuote  d’estate, quando l’acqua farebbe comodo per innaffiare il verde pertinenziale. D’inverno sono piene ma la loro utilità è scarsa e si riduce quindi a livellare i picchi di flusso in caso di pioggia molto intense sulla rete delle acque chiare. Quant’è la loro reale incidenza su questo fenomeno?  Quanta ne intercettano i tetti rispetto a strade e marciapiedi? Quanti nuovi tetti si faranno, infine, nei prossimi anni? Poiché infatti vedremo sempre meno nuove costruzioni, ho paura anche in questo caso che l’indicatore si muoverà molto poco. Nella città costruita sarà molto difficile insomma obbligare i proprietari a scavare per mettere nuove vasche.  Ovviamente, poi, obbligare al recupero delle acque per gli edifici posti nelle zone agricole mi sembra un controsenso. La legge oggi non discrimina e quindi teoricamente anche fienili e rimesse attrezzi delle aziende agricole dovrebbero prevedere delle vasche di recupero. Nei grandi insediamenti produttivi, che hanno superfici significative (sopra i 2000 mq), invece, il recupero mi sembra utile.
Sarebbe poi altrettanto utile (se non più utile), sostituire alle vasche di recupero il tetto verde. Il tetto verde, infatti, non solo “polmona” il flusso idrico come una vasca, ma consente allo stesso tempo una migliore efficienza energetica della casa, un microclima urbano migliore e anche, nei casi migliori, un microhabitat per piccoli animali e insetti. Forse andrebbe insomma incentivata questa pratica, piuttosto che quella della vasca di recupero.

Procedimenti paralleli: VAS e urbanistica

E’ di tutta evidenza come i procedimenti amministrativi siano considerati, anche da istituti di ricerca, uno dei fattori di ostacolo allo sviluppo sociale ed economico.
In Umbria è curioso che si abbia uno sfasamento dei tempi tra i due procedimenti nel caso in cui quello urbanistico voglia intraprendere una variante semplificata ex art. 32 co. 3 LR 1/2015. Quello che tuttavia è a mio avviso più problematico, è l’istituzione di un vero e proprio “doppio legame” amministrativo.
Cerco di spiegarlo in breve. Una volta adottato il PRG è noto come lo strumento delle Osservazioni consenta ai cittadini di partecipare al procedimento. Queste osservazioni (se accolte), possono portare anche a una modifica significativa del PRG. Per evitare di pronunciarsi su un PRG che rischia di essere già “vecchio” nello stesso momento della sua formazione, una soluzione pare essere quella di subordinare la VAS (e il conseguente parere motivato),  alla controdeduzione delle osservazioni in campo urbanistico. Tuttavia il parere motivato ai fini VAS contiene osservazioni e prescrizioni che spesso modificano in modo significativo il PRG controdedotto. A questo punto, in ossequio ai principi dell’azione amministrativa, sarebbe opportuno (e probabilmente corretto) riportare il PRG all’attenzione dei cittadini e del Consiglio Comunale. Ricominciando così un altro ciclo intero (almeno un ciclo).
Mi chiedo allora se non sia possibile armonizzare ancora di più, rispetto a quanto è stato già fatto, i procedimenti di VAS e quello di formazione degli strumenti urbanistici. Mi chiedo infine se non sia possibile riportare nell’alveo della Conferenza Istituzionale anche l’esame del Rapporto Ambientale e formulare, in quella sede, il Parere Motivato.

Piccola apologia dello sprawl

Lo so: il titolo appare e suona provocatorio. Vi chiedo solo di seguirmi per qualche minuto, senza dover rinunciare alle vostre convinzioni. Siamo affezionati (gli urbanisti e gli architetti per primi), al concetto di limite della città. Ci piacciono le mura, i limiti netti, la polis, l’urbanizzato e lo Spazio rurale. Non vorrei che tuttavia facessimo una battaglia di retroguardia, in una guerra ormai persa. Dobbiamo ragionare, oggi, sul limite: quella distinzione netta tra città e campagna non c’è più. Siamo già in un mondo in cui queste definizioni non resistono più, per degli occhi che vogliano vedere. Il re è (già) nudo. Le case in campagna, gli orti urbani, i roof garden, la rurbanità, sono già qui. In un prossimo futuro le case saranno sempre più intelligenti, ongrid, la spesa si farà con i droni, ci sarà il telelavoro, i mezzi di spostamento saranno sempre più puliti e individuali, le superfici costruite saranno sempre più permeabili. E sarebbe ben curioso che mentre scompaiono le identità in una loro moltiplicazione (identità sessuali, politiche, religiose, etniche, ecc.), noi rimanessimo ancorati a questa idea di territorio che vede la città da una parte e la campagna dall’altra.

Le mie ragioni per il Sì.

I miei amici mi chiedono per chi voto, e allora rispondo così a tutti e mi sottopongo al loro giudizio.

Ritengo che in ogni ambito della nostra conoscenza, a un certo punto, a forza di esplorare, di sondare, di vedere, si arrivi alla frontiera di quel dominio. Succede così per la scienza, per l’etica, per la religione, per l’amore. Alcune questioni, alcuni aspetti, alla fine, sono razionalmente e matematicamente indecidibili. A un certo punto occorre fermarsi, nell’esplorazione del dominio, e decidere: tagliare la testa. Così anche qui. Io confesso di aver letto la Costituzione prima e dopo la riforma che si vuole fare. Riconosco che la scrittura non sia delle più agevoli per me, che amo il trittico soggetto-verbo-complemento. Non è nemmeno incomprensibile, a dire il vero. Capisco anche che alcuni articoli si sono dovuti allungare a dismisura e “torcere” per dire delle cose che nella Costituzione originale non c’erano (non potevano esserci). E che d’altra parte era meglio mantenere comunque tutta l’architettura e la numerazione della Costituzione, piuttosto che fare dei tecnicismi editoriali. Detto ciò, ho fatto anche la lettura inversa: ho letto la Costituzione vigente oggi e ho cercato di immaginare se, leggendola per la prima volta, sarei stato in grado di prevederne tutte le conseguenze che oggi ci sono: il rimbalzo delle leggi, il costo di questa macchina, la sua inefficienza complessiva, la sua incapacità di offrire dei governi stabili, il contenzioso tra Regioni e Stato in materie esclusive e concorrenti. No, non sarei stato in grado. Bene, passo a leggere la Costituzione che propongono, con la stessa umiltà. Sono in grado di capirne tutte le conseguenze? Di prevederne gli sviluppi, le implicazioni? No, non sono in grado. Non sono un costituzionalista, né uno studioso degli ordinamenti degli Stati. Devo dunque affidarmi ad altri, che finora hanno sempre goduto della mia fiducia e stima e che nel tempo si sono mostrati più intellettualmente onesti degli altri. Gente di cui non sempre, anzi quasi mai, ho condiviso l’appartenenza politica (Violante, Prodi, Cacciari), ma che devo riconoscere non hanno fatto del calcolo politico l’unica ragione della loro vita. Persone urticanti e intelligenti, come Ferrara. Persone vicine, amici, politici locali, che negli anni hanno mostrato anch’essi di meritare la mia fiducia, che non sono candidi e immacolati, ma  sufficientemente onesti e probabilmente e cristianamente peccatori. Preferisco sempre, insomma, il ladro che dice: “Ruberò meno”, a colui che si autoproclama assolutamente onesto e ruba 5 centesimi. E questo è un primo punto.

Un secondo punto è guardare chi vota No. Si tratta, oltre al Movimento 5 Stelle, di Berlusconi e di D’Alema. Dei 5 stelle non condivido il vaffanculismo come strategia e tattica di governo, e il pressappochismo come metodo. Di B. e D. Non mi piace il fatto che sono persone che hanno avuto l’opportunità per venti anni e più di poter modificare la Costituzione. Che hanno già modificato la Costituzione nel 2001 e la cui modifica ha portato a un peggioramento della Carta (Titolo V). Le stesse persone mi dicono oggi che loro la farebbero meglio, se solo rinunciassimo al progetto attuale. Non ci credo. Non ci credo più. Non credo più a Berlusconi, il cui progetto liberista del ’94 poteva essere interessante, ma che è rimasto appunto un progetto. Ostaggio della sindrome di Cronos, è ormai avviato a diventare una sorta di Sansone. Non credo più a D’Alema, che ha trasformato la politica in un enorme piatto freddo (la vendetta). E che, nel bene e nel male, ha contribuito a generare Renzi, che ora disconosce.

Hanno avuto più occasioni per modificare la Costituzione e non l’hanno fatto, bloccati dalla Magistratura (diciamo). Quando l’hanno fatto, l’hanno peggiorata. Il treno è passato: prego accomodarsi in poltrona e godersi lo spettacolo.

Arte e Architettura

E’ curioso che parole così lucide sull’architettura le dica un artista.

“Non credo vi sia alcuna possibilità per l’architettura di essere arte. Ho sempre pensato che l’arte non ha funzione e non è utile. L’architettura, invece, risponde a bisogni che implicano specificatamente la funzionalità e l’utilità. Pertanto, l’architettura come opera d’arte è una contraddizione in termini (…). Mi piacerebbe se gli architetti sapessero accettare il fatto che sono architetti e quindi utili come architetti e la smettessero di flirtare con l’idea di essere insiemi architetti e artisti. Quando l’ego dell’architetto si gonfia e i suoi progetti interferiscono con la natura dei modi in cui l’arte può essere fruita al meglio, ne derivano veri problemi. Mi piacerebbe che gli architetti fossero comprensivi e capaci di assecondare il tipo di invenzione che l’arte implica e di comprendere, infine, che loro sono al servizio di una professione e non sperimentatori nel campo dell’arte” (Richard Serra)

L’indifferenza

Parto come sempre da un luogo comune: tutti amiamo la pace. La pace intesa come assenza di guerra, come condizione opposta alla guerra. Ora, la pace non implica necessariamente un mondo perfetto. Sotto il mantello della pace può regnare un mare di ingiustizia, di iniquità, di dolore. La schiavitù può benissimo continuare a esistere in un mondo dominato dalla pace tra le nazioni, per esempio. Si tratta allora di rimettere i valori fondamentali della civiltà in un quadro di coerenza e di gerarchia.

Credo che la giustizia sia un valore più alto della pace, per esempio. La reciprocità, la simmetria, la libertà d’espressione, anche.
Si confonde spesso la pace con la non-violenza. E’ bene soffermarsi un po’ su questi concetti. Come diceva Gandhi, c’è una non-violenza del forte e c’è una non-violenza del debole. La non-violenza del debole porta solo (e più velocemente), alla vittoria del più forte. Gandhi stesso era critico di fronte a questa forma di non violenza. Gandhi prestò servizio militare, in giovane età, senza mai rinnegare quel periodo.
C’è chi decide di esprimere la propria opinione, di prendere posizione rispetto a un tema accettando di pagarne tutte le conseguenze. Potrebbe anche morire pur di non rinnegare una propria convinzione. Il non-violento preferirà essere ucciso piuttosto che fare del male ad altri. Può essere un codardo o può essere un santo, un martire. Visto nell’ottica di lungo termine del cambiamento necessario, la sua azione può avere effetti diversi. Se infatti non c’è nessuna cassa di risonanza mediatica, il suo gesto rimane quasi privo di effetti. Un debole è morto: il forte continua il suo cammino, più forte di prima. Se il sacrificio del debole rimane sconosciuto, esso sarà stato del tutto vano. Se invece il suo gesto ha qualche influenza su altre persone, avrà in parte raggiunto il suo obiettivo.
Se la sua ostinazione riguardo alla non-violenza implica mandare a morire altre persone innocenti a lui vicine (o anche meno vicine), occorre “pesare” le morti. Meglio uccidere un soldato nemico o lasciare che uccidano mio figlio perché io non voglio fare violenza? Io non uccido, ma altri uccideranno, anche a causa della mia inerzia. Non voglio fare personalmente violenza, ma lascio che gli effetti della mia azione siano molto violenti, anche su persone che non sono direttamente responsabili o corresponsabili delle mie decisioni. Vi è qualche superiorità morale in questa scelta? Chi vuole la pace attraverso la non-violenza deve essere disposto a sacrificare suo figlio (e i figli degli altri), pur di non far male all’altro. Qualcuno di voi è pronto a questa estrema coerenza? Io no.
Ma se uno non è disposto a questo sacrificio non può parlare di non-violenza: sta solo aspettando che altri facciano il “lavoro sporco”.
Il non-violento (forte), usa il suo corpo in maniera violenta. Lo sciopero della fame, della sete, il darsi fuoco non sono forme violente? Il monaco buddista si dà fuoco di fronte a tutti e non in fondo alla sua cella. Egli crede che la violenza che egli fa a se stesso sarà utile e che grazie a questo sacrificio, egli eviterà altre sofferenze. Gesto eroico, forse. Violento, sicuramente.
Esistono poi delle forme di lotta cosiddette non-violente: la resistenza passiva, il sabotaggio, il boicottaggio, e tutte le altre tecniche di lotta teorizzate da Gandhi (e altri, dopo di lui), per ristabilire la giustizia. Sono appunto tecniche di lotta. Qualcuno, da qualche parte, accuserà dolore per le mie scelte, per le mie azioni non-violente. Un embargo è una tecnica non-violenta, se volete: una forma estrema di boicottaggio. Un embargo di medicine è per esempio un bell’esempio di lotta non-violenta portata alle estreme conseguenze. Pensate ancora che questa forma di lotta sia indolore? L’embargo non è già invece una forma di guerra? L’assedio di una città e la sua morte per fame e per sete, pensate sia una tecnica di guerra violenta o non violenta? Il boicottaggio di interi prodotti di una nazione pensate non abbia ripercussioni forti, incisive, dolorose, su una nazione? Quello che voglio dire è che non esiste una facile e radicale distinzione tra la pace e la guerra, tra forme di lotta non-violenta e forme di lotta violenta. Alla fine c’è una gradualità delle forme di lotta, che sono sempre violente.
Pensate che la lotta non-violenta (così si chiama, anche se sembra piuttosto un’antinomia), possa risolvere tutti i problemi, quando nemmeno Gandhi lo pensava? Pensate che il digiuno assoluto avrebbe salvato gli ebrei dallo sterminio? Hitler si sarebbe commosso di fronte allo sciopero della fame o della sete?
Bene, allora bisogna trarne le conseguenze: a ogni livello di tensione, di conflitto, a ogni scenario di lotta, si addicono strategie, tecniche e tattiche differenti. Si va dal dialogo interculturale al terrorismo, dall’embargo alla guerra. Possiamo negare questa cosa, possiamo non accettarla. Purtroppo a me sembra che non cambierà molto.

Per tornare all’attualità, l’ISIS è più vicino a Hitler che non all’impero britannico di inizi ‘900. L’Isis non si fermerebbe davanti al nostro sciopero della fame. L’Isis non si fermerà di fronte ai nostri concerti per la pace.

Chi non vuole militarizzare il conflitto ora è perché ritiene che i morti non siano ancora sufficienti. Chi non vuole adottare misure particolari ora è perché ritiene che vada bene tutto così come va ora. (Per il bunga bunga di Berlusconi ci fu una quantità di persone in piazza con il cartello “Intercettateci tutti”: oggi, che questa restrizione della libertà personale avrebbe un senso leggermente più utile, non se ne vede uno.) Chi non vuole cambiare nulla del nostro rapporto con la cultura islamica è perché ritiene che i morti non siano ancora sufficienti. Quando finalmente i morti causati dall’Isis raggiungeranno e valicheranno una indeterminabile (ma certa) soglia di sensibilità comune, i governi occidentali saranno pronti a usare molta forza e molta violenza per difendere alcuni nostri valori.
Valori che crediamo fondamentali per la nostra civiltà: tolleranza, libertà di espressione, libertà sessuale, libertà genitoriale, diritto a un giusto processo, ecc. Chi non si riconosce più in questi valori è ancora libero (in occidente), di disprezzarli anche pubblicamente: è ancora libero di uscire da questo consesso e di opporvisi. Da altre parti tutte queste libertà non sono concesse. Valori che andrebbero difesi con molta forza e determinazione ora.

Mancano le parole?

Sembrano sfuggire le motivazioni per cui questi ci uccidono. Alcuni miei amici mi dicono che non è una guerra di religione, che il Corano non chiede di uccidere gli infedeli. Altri mi dicono invece che il Corano chiede di uccidere, come fa la Bibbia, che è molto violenta. E che quindi è solo una lettura non mediata del testo che conduce a questi esiti. E che implicitamente anche una lettura “scolastica” della Bibbia condurrebbe agli stessi esiti. Fatto sta (e i fatti sono ostinati), che questi signori dalla bande nere fanno un test: o sai questo versetto del Corano o muori. Ci sono anche coloro che sono molto più prosaici e che non fanno test: dicono solo “Allah è grande” prima di farsi esplodere, avendo cura di scegliere un posto frequentato. Dal loro comportamento dovrei dedurre che più persone muoiono e più Allah è grande. Non lo farò. Un Dio così non merita nemmeno una deduzione di second’ordine.

Seguo ancora il ragionamento di alcuni amici che mi dicono che ci sarebbe un Islam radicale e intollerante, e un Islam moderato e tollerante. Che tuttavia è del tutto invisibile e silente. O troppo tollerante: nel senso che tollera tutto, anche l’abuso del nome del suo dio. Se questo Islam moderato esiste bisogna chiedersi perché non si manifesta, perché non protesta, perché non si indigna. Un primo motivo è da rintracciare nella paura. Paura di essere torturati, uccisi. Paura che facciano lo stesso ai loro figli e mogli. Non è facile manifestare il proprio dissenso in quei paesi. Detto di passaggio, questo dovrebbe essere un valore con il quale pesare la nostra reciproca convivenza. Ritengo anche che questo Islam moderato a volte sia connivente con quello radicale e che in fondo l’Isis faccia un po’ di lavoro sporco: una lezione a questi occidentali benestanti bestemmiatori ogni tanto ci vuole. Perché non esiste un Islam radicale da una parte e un Islam moderato e buono dall’altra: esiste, come sempre, una ampia area grigia, in cui si è moderati ma non troppo.

Non è una guerra di civiltà, perché esiste un Medio Oriente e un Islam che è in grado di integrare e di integrarsi con la nostra civiltà. Non è una guerra di cultura, per le stesse motivazioni.

Alcuni mi dicono che è una guerra di matrice post-colonialistica, poiché li abbiamo troppo a lungo sfruttati e quindi è giusto che questi si vendichino.  A Dacca sfruttiamo i loro bambini e quindi queste ritorsioni sono giustificate. Non condivido questa tesi. Innanzi tutto il nostro sfruttamento consente di portare un po’ di ricchezza in quei paesi, nei quali in assenza delle nostre fabbriche lo sfruttamento avverrebbe in termini ancora più atroci e silenziosi, in un mondo rurale di grande miseria. I nostri marchi si arricchiscono, è vero. NOI ci arricchiamo, i nostri manager, i nostri imprenditori, i nostri azionisti. In termini generali anche loro si arricchiscono. Possiamo accettarlo, cercare di affievolire queste disuguaglianze o rifiutare con coerenza questo modello è cominciare a boicottare molti dei nostri prodotti.

In secondo luogo i foreign fighters dimostrano che se i nostri giovani e baldanzosi rampolli partono dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia, forse la matrice colonialistica c’entra poco.

In terzo luogo (e Dacca lo dimostra in maniera palese), gli inner fighters non sembrano farlo per motivazioni economiche e soprattutto non de-colonialistiche. Chi ha ucciso a Dacca non ha lavorato nelle fabbriche delle multinazionali.

Che tipo di guerra è dunque? Ci mancano le parole? È diversa dalle altre guerre? O abbiamo paura di pronunciare vecchie parole? Le motivazioni di questi terroristi sono forse più complesse e non hanno una sola matrice: religiosa, ideologica, economica. Forse le motivazioni si sommano tra loro, si intrecciano, si sovrappongono, si rincorrono, si amplificano. Convergono però tutte verso un comportamento e un obiettivo chiaro: il potere: il comando. Mi sembra che vogliano imporre il loro modello di vita, i loro valori. E che siano disposti a usare la forza per imporli. Chiedo a chi mi legge di fare un piccolo esercizio di fantasia. Ammettiamo che questi signori siano giunti infine al comando, dopo qualche testa tagliata e dopo qualche conversione, più o meno spontanea. Ecco, chiudete gli occhi: siamo già in un mondo islamico: pensate che vi lasceranno pregare il vostro Dio della croce? Pensate che potrete ancora leggere gli stessi libri che leggete adesso, guardare la stessa TV, ascoltare la stessa musica, mangiare la stessa carne, bere lo stesso Chianti? Pensate che potrete ancora sfilare a Roma con i carri del gay pride? Pensate che Vendola e compagno potranno accudire un bambino dopo averlo preordinato dall’altra parte del mondo? 

Io credo di no.

La domanda è allora questa, per ognuno di noi: a cosa sono disposto a rinunciare pur di non riconoscere che questo Islam radicale vuole il comando e che se ne frega dei miei valori di dialogo, di tolleranza, di integrazione, di libertà? Pensate che questo Islam si piegherà perché cantiamo “Imagine” di John Lennon, perché facciamo un minuto di silenzio a scuola, perché giochiamo al pallone con una fascetta al braccio? Pensate che l’Islam moderato fermerà l’Islam radicale? E come? Anch’esso con le fascette al braccio? Io credo di no.

E quando intenderebbe fermarlo? Quanti morti occorrono perché l’Islam moderato fermi ed estirpi questo male? Io ritengo, purtroppo, che se non è stato in grado di farlo finora è perché è strutturalmente incapace di farlo o perché non vuole. In entrambi i casi non ci salverà. O allora speriamo che l’Islam moderato diventi meno moderato e che si rivolti a queste bestie? Pensiamo di lasciare a loro l’incombenza di farsi la guerra? Se noi la facciamo non va bene, perché siamo una civiltà superiore. Se la fanno tra loro, la cosa è più tollerabile. Se la guerra la fanno altri, la cosa è sempre più tollerabile.

Noi non vogliamo più difendere i nostri valori perché ci siamo abituati al fatto che prima o poi qualcun altro lo farà per noi. Noi non vogliamo più difendere i nostri valori perché finora reputiamo che queste cose non sono reali: sono toccate ad altri, non a noi. Succede da un’altra parte, non qui. Noi vediamo gli Europei di calcio, andiamo al mare …

Non difendere i propri valori non è tolleranza, in questo caso: è un lusso, una vigliaccheria, un esercizio di cinismo.

Io non dico che bisogna andare per forza e subito in guerra “boots on the ground”. Esistono forse altre strategie, che però passano tutte dalla parte opposta del “non fare nulla”. Né credo che la pace sia sempre la miglior condizione possibile: vi sono delle paci che nascondono grandi ingiustizie. A volte la violenza porta più uguaglianza della pace. E sulla violenza della lotta non-violenta di Gandhi magari parlerò un’altra volta.