Paesaggio italiano n. 43 – Spoleto

Spoleto (1)

Una volta Spoleto era mia. La conoscevo palmo a palmo: ogni singola pietra. Conoscevo i vicoli, le ore, le ombre, i profumi, anche. Oggi è cambiata (per me Spoleto è una donna, ovviamente). Non la riconosco più, non riconosco più quella sterminata area che ha consumato in periferie poco curate. Vederla desertificata, disabitata, abbandonata, mi angoscia. Sì, c’è qualche intervento che ha restaurato qualche palazzo. Ma le incompiute sono maggiori. Non so, mi sembra che abbiamo perso la poesia in cambio di qualche parcheggio in più. Una volta la passeggiavo di notte, la accarezzavo, spesso da solo, a volte con qualche amico. Soprattutto d’inverno, con la pioggia e la nebbia, mi appariva meravigliosa. Il Duomo la notte si rifletteva sui mattoni bagnati della piazza e sembrava di stare più a Venezia che a Spoleto. E così la fontana di Piazza del Mercato, Piazza Pianciani, San Gregorio … O quella volta d’inverno che nevicava e io feci a tarda sera il cosiddetto “Giro della Rocca”, scoprendo che i fari di luce arancione che illuminavano il Ponte delle Torri stavano illuminando il Ponte con una luce verde-blu: la neve (molta), aveva piegato i rami dei lecci lì vicino e la combinazione di luce arancione, neve, e verde intenso dei lecci restituiva una luce irreale, da sogno. Sono tornato altre volte, quando nevicava, ma non ho mai più avuto quella fortuna.
Ho frequentato le scuole medie annesse all’Istituto d’Arte, che allora erano a Palazzo Collicola. Davanti al palazzo c’era una bella fontana settecentesca, fornita di una cannella di ottone, che consentiva di bere l’acqua sempre corrente. La vasca era di grandi blocchi di calcare bianco, con belle curve. A fianco c’era un carrozziere e pareva una cosa del tutto normale.
Le aule della scuola non erano sicuramente “a norma”, la palestra era lontana (bisognava scendere vicino a San Domenico, in una piccola chiesa sconsacrata il cui pavimento era stato coperto da parquet). Oppure andare direttamente allo stadio: una passeggiata urbana di 10 minuti. La scuola, nel suo complesso, non rispettava sicuramente gli standard del notorio DM del ’75, eppure … Eppure, che esperienza salire quelle scale così larghe e ben voltate, che esperienza guardare i nostri soffitti a cassettoni, o andare nell’ala dove il preside aveva il suo ufficio, con le pareti e le volte dipinte a grottesche. Che emozione vedere quei muri scavati con delle nicchie, delle porte dipinte en trompe l’oeil che nascondevano piccolissime scale a chiocciola. E poi le finestre enormi, i lampadari, dei quadri, dei busti …
Oggi i nostri figli li mandiamo in scuole prefabbricate (se va bene) degli anni 80 e 90, chiuse nei loro recinti, fuori dal centro storico, dove si può arrivare con le auto. Tutto “a norma”, ma che tristezza!
L’esame di terza media lo facemmo nel grande corridoio, o meglio nella grande loggia che dava verso sud. Oggi la chiameremmo una “serra solare”. Il soffitto era dipinto, le vetrate con archi a tutto sesto erano amplissime, ed entrava una luce limpidissima. Dal mio posto riuscivo a vedere il profilo del Monte Pincio, i suoi alberi, sullo sfondo di un cielo azzurro implacabile. Il pavimento era in cotto, ormai vissuto e disconnesso in qualche giunto, ma di un bel colore aranciato. Erano bellissime giornate di giugno. Guardavo Francesca, il suo profilo francese, ma lei guardava un altro. In verità aveva sempre guardato un altro, per tre anni. E io mi ero illuso che in quei tre anni avrebbe cambiato idea. Ormai, anche se non lo sapevo, non l’avrei più rivista: le mie chances erano finite con l’ultima sessione orale dell’esame, in cui il professor Falconi mi chiese la differenza tra la scherma, il fioretto e la sciabola. Quando uscii dall’aula, con la consapevolezza che sarei stato promosso, lei non c’era più, aveva tagliato il presente, e chiuso un ciclo.

Sanare nel paesaggio

Con la recente Circolare del Ministero della Cultura, appare evidente che le Soprintendenze locali non potranno più esimersi dall’esaminare nel merito le richieste formulate anche ai sensi dell’art. 36-bis del DPR 380/2001. Ciò significa, in sostanza, valutare la sanabilità di irregolarità commesse in aree tutelate, anche nel caso in cui abbiano comportato aumenti di superfici e volumi. Qui la circolare: https://t.me/bruno_broccolo_architetto

Estetica solare …

Rilancio questa molto interessante Sentenza del Consiglio di Stato su pannelli fotovoltaici e beni culturali. La rilancio soprattutto perché c’è una bellissima frase della sentenza in cui si motiva la possibilità dei pannelli in base all’impossibilità di applicare ad essi le categorie estetiche tradizionali. Che è il punto su cui insisto da tempo: noi guardiamo con occhi vecchi un paesaggio che deve necessariamente evolversi (come sempre ha fatto), e con elementi che hanno bisogno di una visione complessiva delle nostre esigenze. Qui sotto il link anche alla sentenza.

https://t.me/bruno_broccolo_architetto

Careggi: colonne sonore

I primi tempi è stato Paolo Conte. All’inizio dormivo in un letto di questo grande camerone per tre studenti, ospitato da Sergio e Luigi. Alla sera si mettevano spesso le cassette (audio-cassette), di Paolo Conte, con la sua Verde Milonga o il suo Diavolo rosso, che non conoscevo. Luigi frequentava gruppi emergenti e musica contemporanea (molto contemporanea), tra cui anche i CCCP e gli emergenti Litfiba. A me non piacevano, non li capivo: mi rifugiavo nel mio Lucio Battisti e in lui ritrovavo tutto il ventaglio delle sensibilità e delle emozioni umane. Sergio provava a convincermi con Fabrizio De Andrè e altri cantautori, le cui posizioni politiche o ideologiche, però, me li facevano evitare. Non per motivi politici: è che ritenevo queste incursioni indebolissero la purezza e la forza delle emozioni. Ricambiavo il loro “corso di alfabetizzazione” alla musica con battute ciniche, cercando di tirarmi fuori dall’imbarazzo. Da parte mia, insomma, poche parole: la timidezza e la presunzione si alimentavano a vicenda. Si sarebbero nutrite a vicenda per tanto tempo ancora. Davvero non so come si siano potuti affezionare a me, soprattutto Sergio, con cui il rapporto è stato più intenso e coltivato negli anni a venire. Dopo un po’ di tempo i miei due amici furono trasferiti nella “Torre” di Careggi: stanze singole accoppiate, con il bagno in comune. Un vano più lungo che largo (2×5 m ca.), che prevedeva un tavolino fisso sotto la finestra di fondo, un letto singolo addossato al muro, un tavolo quadrato ricoperto di formica blu, un piccolo armadio a muro. Dunque una stanza larga, nella parte più generosa, non più di 2 m: una cella “laica”.
Non c’era molto spazio e di conseguenza la sera montavo una brandina da campeggio che Sergio aveva portato (per me), da Jesi, costituita da tubi di metallo e tela di jeans. La brandina andava montata la sera e smontata la mattina. Poiché non vi era proprio spazio per poterla lasciare aperta nella distanza rimasta libero tra il tavolo e la parete, una volta montata andava spostata sotto il tavolino e quindi dormivo per una buona parte infilato lì sotto: una sorta di TAC innocua e silenziosa. Finché non spengevamo la luce, mi divertivo a verificare l’esistenza di qualche disegno misterioso sull’intradosso del tavolo. Mettevo un pigiama blu comprato alla Standa di Piazza Dalmazia e mi coprivo con una coperta simil-militare. Tempo dopo trovammo il modo di non smontare e rimontare quotidianamente la brandina, ma di lasciarla sempre pronta, diritta in piedi tra il muro e il tavolo. Solo che, lasciandola sempre tesa, la struttura cominciava ad allentarsi, quindi dovetti migliorarla con una cordicella che torcevo, la sera, in modo da rimettere tutto in tensione, come facevo con il carico di fieno sul rimorchio, a casa.
Compiuto questo piccolo rituale di preparazione mi stendevo sulla brandina con una gestualità misurata fatta di una sequenza precisa di movimenti. Ci raccontavamo poi le nostre giornate, le preferenze sull’architettura, la nostra vita fuori dall’Università, i miei tormentati amori (platonici), di Spoleto. Poi era come se ci fosse un segnale tra noi, una pausa più lunga, una mancata replica a una battuta: facevamo dunque silenzio, pigiavo il registratore e partiva Chet Baker. Era una cassetta di Chet Baker registrata a Macerata, di nascosto, in un qualche locale di second’ordine, che Sergio aveva recuperato e avuto non so come. Qualità acustica pessima, ma pathos incredibile. C’era anche My funny Valentine, che Chet Baker suonava e “cantava” forse più ubriaco (o peggio), del solito, con una passione così forte che la ricordo ancora adesso. Ho comprato pochi anni fa My funny Valentine su iTunes, e la riascolto in versioni più “pulite”: mi commuovo lo stesso, anche se quella registrazione era ineguagliabile. Il registratore, finito il nastro dell’audio-cassetta, si spengeva. “Tac”: il pulsante di sinistra scattava e io mi addormentavo.
Ho ritrovato Giovanni Lindo Ferretti quando è tornato alle sue radici appenniniche, prima e meglio di quanto abbia fatto io.

Paesaggio italiano n. 40 – Latina

Paesaggio italiano n. 39 – Spoleto

L'”asprana”

L’anchusa italica ha i fiori del colore che preferisco: un blu profondo, un blu che non finisce mai, un blu inesauribile, insondabile, frattale. Piccoli fiori che nascono su gambi ricoperti da una fitta peluria anche un po’ irta. La peluria è blandamente urticante (no, urticante è troppo: è fastidiosa, ispida), e se uno la strofina per molto tempo o se è costretto a passarci vicino per ore, come quando andavamo nei campi, può provocare qualche arrossamento. In dialetto la chiamano “asprana” o “aspraina”. Forse perché è dura (aspra), o perché è proprio aspra al gusto. Noi non la mangiavamo, ma probabilmente è commestibile, poiché rassomiglia un po’ alla cicoria.
Quando rientravamo a casa da giornate piene solo di fatica, di sole e di sudore, guardavo questi fiori, inerpicatisi sulle ripe delle strade del ritorno. Il loro blu sembrava rinfrescarmi, o forse era solo il tramonto che illanguidiva il sole sulla nostra pelle. Alla fine del giorno, alla fine di tutto, capitava spesso che la luce quasi orizzontale mettesse questi fragili petali in controluce, in trasparenza. La luce rossastra del sole (tra il rosso e l’arancio), e questo blu profondo erano uno spettacolo formidabile.
I fiori arrivano a giugno e permangono per molto. Avevo provato a trarne un colore strofinandolo sulle mani, ma dopo pochi minuti il blu spariva e diventava marrone, si appesantiva, diventata scuro. Quei fiorellini mi dicevano: siamo piccoli, ma tu non puoi averci. Anni dopo avrei capito che quella lezione mi era tornata comoda per capire la definizione di limite, così come la capivo io (una definizione del tutto ingenua, poetica e personale, che tuttavia mi è rimasta impressa): per quanto tu possa essere delicato (un piccolo numero chiamato epsilon), il valore vero tu non puoi mai acciuffarlo. Il blu ti sfuggirà sempre.

Paesaggio italiano n. 38 – Bastia Umbra

Un piccolo autobus verde

Andavamo a scuola prendendo questo piccolo autobus verde che passava nella strada provinciale di fondovalle alle 7,20. Per prenderlo ci alzavamo alle 6,40. Con la bella stagione non vi erano grandi problemi. Solo che la bella stagione arrivava quando la fine della scuola si avvicinava. Da ottobre ad aprile era uno strazio poiché lo stradello che percorrevamo era appunto una strada su cui potevano passare solo trattori era di terra. Quindi di fango, tutta in discesa. In inverno ci alzavamo con il buio: Patrizio si alzava un po’ prima e metteva i jeans nel letto prima di indossarli, a causa del freddo. Si lavava come si lavano i gatti (come gli ripeteva nonna), prendendo poche gocce d’acqua e pulendosi a malapena gli occhi. Io mi lavavo un po’ più intensamente, prendendo un po’ d’acqua dal grande fusto, nei primi anni. All’epoca non usavamo ovviamente deodoranti: erano proprio fuori dal nostro orizzonte e poi li avremmo considerati anche un po’ cose “da femmine”, se non peggio.
Raramente il focolare era in funzione e dunque zia e nonna si alzavano per ravvivarlo, metterci su qualche tizzone e prepararsi un caffè, che sarebbe arrivato molto tempo dopo che noi eravamo usciti.
Ci mettevamo gli stivali, ci arrotolavamo i pantaloni e poi partivamo nel buio completo, senza torce. Il buio non è mai completamente buio e dunque arrivavamo alla fermata in tempo. In fondo alla strada di terra, prima del ponticello, lasciavamo le scarpe buone in una busta di plastica, che nascondevamo sotto un grande pino domestico, in mezzo alla ripa, ma accessibile con una certa facilità. Tempo dopo, il proprietario di una casa lì vicino, avendo scoperto in silenzio e con discrezione il nostro “traffico” per il cambio delle scarpe, ci offrì di fare il “pit-stop” nel suo garage. Le scarpe sarebbero state sempre asciutte, calde (d’inverno, fuori, erano infatti molto fredde), e avremmo potuto sederci comodamente con calma per cambiarci. Perché tra l’altro dovevamo cambiarci le scarpe in piedi, appoggiandoci a qualche albero o l’un l’altro. Credo che il suo nome fosse Dante: bisogna che io lo ringrazi, seppure tardivamente. Ci sono persone che si incontrano nella vita e che fanno piccoli grandi gesti di altruismo, di gentilezza. Non l’ho mai ringraziato all’epoca, a voce, di persona, per timidezza (la mia solita timidezza). Come può ringraziare un ragazzino di 15 anni per un gesto di gentilezza che viene ad un adulto, da un vecchio (così sembrava allora), quando il ragazzino sa di essere ragazzino, nonostante capisca la bellezza del gesto ma nonostante questo sa di non poter ringraziare con una profondità e con una consapevolezza che normalmente non ci si aspetta da lui?
Scendendo il sentiero in fretta e a volte correndo per non arrivare in ritardo i nostri vestiti si macchiavano di fango, di terra, e quindi bisognava correre in un certo modo, senza “tallonare” troppo. La cosa era un po’ complicata e buffa, a rivederla oggi: una sorta di “passo dell’oca”, di corsa. Più di una volta sono scivolato in quelle discese piuttosto ripide e fangose, e dunque sono tornato a casa, con il lato positivo del non essere andato a scuola, anche se con il ritorno a casa moriva la possibilità di vedere per qualche minuto (forse), le ragazze che mi piacevano.
L’autobus faceva un giro enorme perché “perlustrava” tutte le frazioni e arrivavamo a Spoleto verso le 8, comunque ancora presto per entrare a scuola. In quella mezz’ora si apriva un florilegio di opzioni, che però partiva da una prima scelta: marinare la scuola (fare sega). In quella mezz’ora c’era appunto la possibilità di vedere Roberta passare e accompagnarla per andare a scuola alle “Magistrali”, oppure più tardi Eloisa, o Manuela. Impossibile convincerle a marinare o assentarsi dal lavoro (Manuela lavorava già). Era una cosa, marinare, che facevamo soprattutto io e Francesco. Andavamo poi ad allenarci (arti marziali), oppure a giocare al pallone, o a conoscere Spoleto, con la sua macchina fotografica.
Il ritorno con l’autobus verde era lunghissimo: partiva da Spoleto alle 13,40 e arrivava alla nostra fermata alle 14,30. Da lì percorso a ritroso: cambio delle scarpe e via per la salita sulla strada di terra. La fame era pazzesca, poiché le nostre risorse quotidiane prevedevano i soldi solo per la merenda di mezza mattina. Patrizio aveva più fame di tutti perché lasciava spesso indietro Cristina e me. Spesso anche io prendevo qualche metro su Cristina per cui si formava questa piccola formazione lineare, anche perché in campagna, con il terreno disagevole, il sentiero è uno e si batte quello. Di qua o di là significava solo più fango, più fatica, più tempo. Lo stesso fango negli ultimi mesi di scuola (maggio, per me), si sarebbe asciugato a una velocità folle e avrebbe lasciato delle fessure molto ampie nel terreno. A volte sembrava di sentire la terra respirare attraverso quelle crepe. Interi tratti di strada soprattutto dove l’acqua aveva ristagnato si riconfiguravano su una estesa rete di spaccature, di fessure, di disegni ipnotici.
Anni dopo, con l’Alfasud, una volta usciti dal medioevo, è capitato di incrociare quell’autobus e di provare quella strana sensazione di nostalgia. Mi sono fermato e ho guardato con attenzione il conducente, per vedere se lo riconoscevo e ho sperato che dentro ci fosse qualcuno, ma era vuoto. Quel parallelepipedo verde, illuminato da dentro, con una luce che tanti anni dopo avrei ritrovato solo nei quadri di Hopper, era surreale: eravamo surreali. Siamo stati surreali, per un momento. Poi siamo tornati a fingere di fare cose importanti: il lavoro, i pensieri, il tragitto, la prossima fermata, lo sgarbo di un amico …