Estetica architettonica post-generativa

Titolo altisonante, forse. A parziale giustificazione, non vi ho dedicato molto tempo, confidando più sul contenuto. Per tentare di unire qualche puntino sul quadro dell’architettura e del giudizio estetico sulle opere di architettura mi è parso sufficiente.
Il primo è che tra l’architettura (o forse l’archistruttura)
parametrica e l’intelligenza artificiale, il momento produttivo,
generativo, della forma architettonica subisce un’accelerazione.
L’intelligenza artificiale sarà pronta tra pochissimo per accettare
come input non solo un testo, ma immagini, disegni tecnici, fotografie e di integrare tutte queste fonti per generare un progetto
architettonico, decine di progetti architettonici, con velocità impression­ante. Non parlerei nemmeno più di velocità, perché parliamo di immediatezza.
Il computer produrrà decine di immagini architettoniche coerenti
tra pochissimo. Dico coerenti e forse dovrei dire congruenti perché saranno immagini dotate di una certa solidità disciplinare: immagini di un’architettura che potrebbe essere vera.
E questo, ci chiede di apprendere subito una prima abilità (o co-abilità: il senso sarà subito chiaro), sarà quella di imparare a creare con l’algoritmo, in una sorta di dialogo, di tentativi, di correzioni, di raffinamenti. Sarà una co-abilità perché anche l’algoritmo sarà chiamato ad apprendere da noi come rendere questo dialogo il più fluido e produttivo possibile.

Secondo punto, derivato. In questo contesto, a mio avviso, riprenderà grande importanza la capacità di fare un primo schizzo (diagramma, brouillons, schema), di quello che vogliamo fare. Lo schizzo è infatti al momento il mezzo più veloce ed economico per trasmettere un’intenzione progettuale. La frontiera ultima sarà la lettura del pensiero immaginativo, e non è detto che non ci si arrivi in poco tempo.

Terzo punto: l’algoritmo sarà in grado, una volta scelta
la configurazione finale, di produrre tutti gli elaborati tecnici
necessari (architettonici, strutturali, impiantistici, ecc.), congruenti tra essi. La modifica di un elemento sul modello riverbera su tutti gli elaborati specialistici. Senza considerare che alcuni elaborati saranno del tutto obsoleti perché sarà possibile avere in cantiere dei visori che consentiranno una valutazione del lavoro in progress. E dei robot costruttori a cui saranno inviate le informazioni per realizzare l’edificio. E’ evidente insomma che passiamo dal Computer-aided Design (CAD), alla (azzardo un neo-logismo): Robot-aided Construction (RAC), poiché il computer rappresenta solo un elemento di tutta la filiera, composta ovviamente di molto software, ma anche di qualche “macchina evoluta”.

Quarto punto: il digital twin. La capacità di avere gemelli digitali che consentono non sono la simulazione in fase di progetto, ma la simulazione nella fase di esercizio dell’oggetto. Il che significa avere molte più informazioni su cui basare la decisione.

Quinto punto: la capacità di simulare opere architettoniche è già adesso impressionante. Oggi possiamo fare modelli da stampare in 3D o possiamo fare modelli virtuali. E questi modelli, collegati alla Realtà Aumentata, ci consentono una valutazione più accurata di quella che era possibile fare fino a poco fa.

Data per buona la prima co-abilità e la grande capacità produttiva e di simulazione, la sfida culturale per tutti noi è duplice e si sposta sulla capacità di giudizio e la capacità di valutazione critica del progetto. Abbiamo infatti a disposizione una immensa capacità generativa e delle strabilianti capacità di simulazione: come scegliamo il miglior progetto?
Innanzi tutto si può ampliare di molto la platea di coloro che possono esprimere un giudizio sull’opera architettonica. Problema di governance, di partecipazione, di trasparenza. Chi dovrà giudicare? Come? Con quali procedure?
In secondo luogo: quali nuovi criteri dovremo sviluppare per giudicare il progetto d’architettura?
Poiché le valutazioni di tutti i fattori parametrizzabili saranno “algoritmizzate” (le istruttorie tecniche umane saranno azzerate), assumerà strabiliante importanza il giudizio estetico sintetico (nel senso che deve condurre a sintesi), dell’opera architettonica. Di tutto ciò che sfugge, al momento, all’algoritmo.

Una piccola nota sulla necessità della pianificazione e sulla necessità dell’adattamento

E’ evidente che non possiamo immaginare un mondo senza alcuna pianificazione o programmazione (per ora lasciamo indefiniti i due termini).
E’ altrettanto evidente, dall’altra parte, che nell’urbanistica questa necessità della pianificazione si scontra effettivamente con la lentezza della formazione del piano, e con la rigidità della stessa pianificazione di rispondere in qualche modo a eventi improvvisi e imprevisti.
Occorre dunque e necessariamente trovare un punto d’equilibrio tra questi due fenomeni e prassi.
Non è questa la sede per fare un’analisi critica e approfondita del perché il PRG sia così lento, appunto, nel suo farsi. Qui voglio solo prendere anodinamente e oggettivamente atto che per la formazione di un PRGS occorrono di media più di 5 anni. Tempi che sono oggi diventati lunghi, poiché nessun imprenditore di una certa importanza può programmare la sua attività aspettando (con elevati rischi di incertezza), la formazione di uno strumento urbanistico per così tanto tempo.
E’ evidente altresì che alcuni meccanismi localizzativi soprattutto produttivi sono quasi impossibili da prevedere. Sono forse possibili da limitare o da escludere, ma non da prevedere. Possiamo insomma dire che nel bosco la nuova Ikea non la consentiremo, ma non possiamo dire dove Ikea ha previsto di insediarsi, nel resto del territorio.
Il tema è quello della localizzazione di attività produttive (oggi soprattutto logistica), ma anche tutto quello che è il vario mondo produttivo e del commercio su grandi superfici. Questa localizzazione avviene, per ovvie ragioni e senza che ci si debba scandalizzare per questo, poiché attiene a un principio universale, in prossimità di grandi vie di comunicazione: autostrade o simili, ferrovie, aeroporti. Gli stessi strumenti di programmazione territoriale, almeno in Umbria, indicano che la localizzazione di queste attività debba avvenire in prossimità di strade e di svincoli.
Ma lo stesso dicasi per ospedali o per centri universitari, per esempio.
E’ dunque molto probabile che se una grande azienda ha nella sua programmazione l’apertura di una nuova attività, cercherà di localizzarla in queste aree. Possibilmente libere.
Il tema che fa qui la differenza è la dimensione. I tagli medi delle nostre zone industriali, forse frutto anche di una stagione passata, si attestano sui 3.000 mq (sarebbe interessante per esempio che la Regione sostenesse una ricerca su questo, magari coinvolgendo l’Università), dove è possibile costruire circa la metà e quindi avere un fabbricato di 1500 mq. Si tratta di una dimensione che guarda ad una platea di artigiani piuttosto che alle imprese, alla GDO, all’Università o alla Sanità.
Oggi il taglio minimo per un’impresa significativa, che abbia in mente di lasciarsi un minimo di sviluppo per il futuro a medio termine, che non copra più della metà della sua superficie, che corredi il suo impianto degli standard necessari, ha bisogno di almeno 20.000 mq.
Ma pianificare grandi aree industriali, dove poter appunto insediare queste attività, presuppone un modello autoritativo e dirigistico che l’amministrazione pubblica non si può più permettere, perché significa espropriare i legittimi proprietari per consentire, in un futuro, l’atterraggio di qualche grande azienda. Il modello del PIP non funziona più per insediare le aziende, men che mai le grandi aziende. Dunque il legislatore ha pensato di lasciare giustamente l’iniziativa all’impresa e di lasciare agli enti pubblici il verificare la fattibilità dell’insediamento.
Le operazioni di rigenerazione urbana: facile a dirsi. Hanno il tema critico del costo degli interventi. Infatti i brownfield hanno stratificato valore (e quindi costi), sulla stessa area. Banalmente: più passaggi di proprietà vi sono stati e più è aumentato il valore, poiché a ogni passaggio il venditore ha voluto catturare la sua quota di valore.
Il modello autoritativo pubblico è qui ancora più impensabile (occorrono più soldi per espropriare). Spesso occorrono soldi anche per bonificare le aree, che portano il loro costo a valori insostenibili, al momento.

Analogamente, il modello autoritativo della L. 167/1962 o della L. 865/1971 (Legge sull’edilizia residenziale pubblica), non funziona più per l’insediamento delle case “popolari”. E dunque anche qui il legislatore ha dovuto pensare ad altre forme: rigenerazione urbana con premialità, social housing da computare come standard urbanistico, e così via.
Il fenomeno della residenza è apparentemente più facile da prevedere o da controllare. Il ceto più abbiente cerca di realizzare la propria casa isolata in collina o in aperta campagna. E’ da sempre così, non nascondiamoci, e chi riesce ad avere la disponibilità economica sufficiente sogna questo modello. E qui l’amministrazione pubblica deve solo controllare e moderare il fenomeno (eradicarlo sarà impossibile per molti anni ancora).
Sulla necessità dell’abitazione di base, l’amministrazione può avere un ruolo più importante nel momento della scelta localizzativa, lasciando poi comunque all’iniziativa privata il successo dell’operazione di previsione.

Per i grandi servizi pubblici o infrastrutture abbiamo necessità di interventi puntuali e mirati del pubblico (Fondi Comunitari, PNRR, ecc.), in variante spesso al PRG e a molti altri strumenti di pianificazione territoriale. Gli interventi pubblici puntuali sono generalmente attrattori di altre attività e sono generatori di traffico. L’intervento pubblico funziona insomma da catalizzatore, e nell’intorno il valore delle aree è destinato a variare.

Al momento dunque e in maniera sintetica, al momento abbiamo solo tre strade per realizzare le cose: a) l’iniziativa pubblica; b) l’iniziativa privata con il controllo pubblico; c) l’iniziativa mista, la Partnership Pubblico Privato (nelle sue varie forme: Project Financing, Leasing, Disponibilità, Concessione, ecc.).

Tutte queste forme hanno problemi di timing, o meglio: le curve tra il momento della programmazione (pianificazione, previsione), e il momento della reale attuazione sono ormai, nella maggior parte dei casi, disaccoppiate. Possiamo dire che faremo lì quella certa cosa, ma non sappiamo quando. Oppure facciamo qui ora questa cosa, ma non l’avevamo mai prevista.

Come conciliare dunque l’esigenza della programmazione con la velocità delle dinamiche insediative di oggi? Provo a mettere sul tavolo qualche argomentazione.
La prima è ridurre al minimo i tempi della formazione del Piano. Se si vuole continuare a credere nella utilità della pianificazione occorre ridurre drasticamente il tempo di approvazione dello strumento. Tra lo studio e l’approvazione formale occorrono circa 10 anni per arrivare all’efficacia completa di un PRG: non più sostenibile.
La seconda è rivedere la necessità dei limiti amministrativi del Piano. Spesso gli insediamenti in variante al PRG hanno ricadute che travalicano i confini comunali. La Regione o la Provincia (se potrà finalmente avere un destino), faccia il Quadro Strutturale per tutti i Comuni dell’Umbria. Questo Quadro Strutturale (non solo conoscitivo), deve essere possibilmente concordato anche con il Ministero della Cultura. Se si vuole, il PPR potrebbe essere una buonissima base di partenza per questo Quadro. Ai fini della formazione di questo Quadro, i Comuni potrebbero concorrere con un Documento Consiliare di orizzonte strategico. Gli interventi che sono in variante al Quadro Strutturale siano subito incardinati in una cabina di regia regionale. In conferenza di servizi il Comune sarà comunque e ovviamente chiamato e potrà dire la sua.
La terza è rivedere l’ambito d’applicazione del Piano (il dominio della sua funzione). Se la Regione produce il Quadro Strutturale (evitando così lo stesso sforzo o quasi a tutti i Comuni, soprattutto a quelli più piccoli), al Comune non resta che concentrarsi sulle operazioni locali e sul mettere un focus sulla qualità dei progetti di trasformazione.
La quarta è pensare a un meccanismo di plasticizzazione che consenta legittimamente (ma velocemente), al Piano (qualunque Piano, di qualunque livello), di assorbire e trarre nuova energia dall’evento imprevisto. Pensare a un meccanismo che trasformi, anche linguisticamente, la “variante” in evoluzione, in miglioramento, in modello.

Vi segnalo questa bella iniziativa di Fondazione Sorella Natura, come ogni anno, ad Assisi.

Le “macchine sananti”

Pubblico qui due schemi sinottici che potrebbero essere utili a chi vuole orientarsi nella “selva oscura” delle sartorie con il nuovo DPR 380/2001.

Riflessioni su Bastia Umbra – Terza (e ultima) parte


In questo terzo blocco parlerò di alcuni interventi possibili, come anticipato nel primo testo. Posso solo proporre sinteticamente alcune idee, che hanno bisogno di una ponderazione tecnica e di una critica più analitica. Come solito, sono alcuni spunti, magari più approfonditi dei soliti che vediamo sui social, che vogliono essere un contributo alla discussione. Non sono idee sistematiche. In qualche passaggio potranno apparire pensieri provocatori o controintuitivi. Forse portano più dubbi che risposte: bene così. Non amo le posizioni ideologiche, e non amo nemmeno l’eccesso di sperimentazione e di ricerca, che lascio all’Università, sede elettiva che, come i miei amici sanno, ho frequentato per diversi anni. Il mondo reale ha bisogno di buone idee ambiziose, ma praticabili: il bastone deve essere lanciato abbastanza lontano, ma non in orbita, come sa chi ha un cane con cui giocare. Dunque, ecco vari (s)punti.

Accordo di copianificazione con Assisi e Perugia
Ritengo che innanzi tutto via sia una questione di metodo da porre sul tavolo e cioè l’impossibilità oggi di redigere un PRG senza allargare l’ottica ai Comuni limitrofi. Nel caso di Bastia Umbra (5 km di diametro circa), sembra poi una necessità assoluta. E’ evidente che i Comuni a cui bisogna guardare subito sono Assisi e Perugia.
Con Assisi dobbiamo dialogare per integrare le due rispettive zone industriali a sud della SS75, che di fatto possono costituire un unico distretto. Ma questo non per renderle ancora più monotematiche, ma anzi per farle diventare un terzo polo cittadino della città che ormai E’ lineare: Assisi-Bastia. Ritengo infatti che le zone cosiddette industriali possano rappresentare la vera città dei prossimi decenni. Le produzioni che vi si fanno sono pochissimo inquinanti oggi, e sono completamente integrabili con la residenza. Sono zone generalmente ben infrastrutturate (strade, sottoservizi, ecc.), dove la rigenerazione sconta un basso valore sedimentato sul fondo (demolire un prefabbricato di un piano non è un onere insostenibile), e dove dunque sarebbe facile ricostruire con un incremento di valore. Sono già brown-field e quindi non si consuma altro suolo. Sto parlando, come detto, ovviamente di produzioni compatibili con la residenza: è evidente che le ARIR (Aziende a Rischio di Incidente Rilevante) o insalubri dovranno essere collocate in aree idonee. Sono aree molto “plastiche” sia sotto il profilo fisico che dell’uso, e possono essere trasformate in aree verdi, in residenza, in servizi: in città.
Queste aree potrebbero essere benissimo le aree di atterraggio di molte quantità edificatore in decollo, con una fattibilità economica facilmente verificabile.
Volendo ancora continuare nell’uso più produttivo è certo auspicabile che le aziende che insistono nel nostro territorio cerchino di formare un ciclo chiuso per essere il più ecologico possibile. Tuttavia le logiche del mercato non sempre ricalcano quella dell’economia più pronta. E non sempre ciò che appare il più ecologico lo è (altro motivo per cui non sono un fan della partecipazione, a cui molti arrivano basandosi su notizie parziali o addirittura false). E allora potremmo pensare a un grande centro di scambio modale per portare le merci all’interno dei nostri centri storici (Assisi, Bettona, Torgiano, Brufa), con mezzi più leggeri e meno inquinanti.
Con Assisi dobbiamo parlare della viabilità e del cosiddetto Parco Agricolo. E soprattutto dobbiamo parlare dell’aeroporto.
Sulla viabilità c’è un tema d’attualità che è quello del sovrappasso della ferrovia in prossimità di Ospedalicchio, verso l’aeroporto, verificato che il sottopasso pone immensi problemi realizzativi. Tra l’altro il sovrappasso consentirebbe una libera e magnifica vista su Assisi. E poi c’è il tema di un collegamento all’altezza di Mezzomiglio.
Infine il tema dei temi (per me): Via Roma. Chi mi conosce sa che penso da tanti anni a Via Roma come a un asse da densificare ancora, in modo da farla diventare la più bella via dell’Umbria e oltre. Una Via che penso si potrebbe chiamare Strada Aurea, in onore soprattutto a Galeazzo Alessi. Una via costellata di episodi urbani (arte), parcheggi attrezzati, negozi, servizi, di spazi aperti per piccoli concerti.

Con il Giubileo arriveranno ad Assisi forse 20 milioni di turisti: non è pensabile che non ne intercettiamo che una piccolissima parte. Certo siamo già in ritardo: magari per il prossimo Giubileo riusciremo a fare qualcosa di più. Sarebbe molto bello pensare a un percorso pedonale e ciclabile che vada da Assisi a Roma, seguendo il Tevere e passando per Bastia Umbra. E poi non è più solo un turismo religioso: Assisi è diventata e sarà sempre più il palcoscenico di eventi dedicati all’ambiente, alla pace, alla spiritualità in senso lato, ecc. Dobbiamo pensare di intercettare una parte di questo transito e offrirgli dei servizi adeguati.

Tra l’aeroporto e Assisi per esempio è possibile pensare a un percorso (anche a più di uno, a dire il vero), ciclabile, che attraversa Bastia Umbra. E così verso il Tevere a Ponte San Giovanni, passando per Ospedalicchio.

Ma con Assisi e Perugia dobbiamo parlare soprattutto di quella che io etichetto come una “Nuova Porta dell’Umbria”: l’uscita dalla galleria San Gregorio della SS 318, proveniente dalle Marche, apre verso uno scenario di sviluppo che non può essere lasciato inesplorato, a due passi dall’aeroporto. Uscendo da questa ultima galleria si arriva in Umbria da est: una nuova porta, di rango territoriale, che interessa Perugia Assisi Bastia. Certo, è un tema da pianificazione regionale. Nell’attesa, sarebbe meglio cominciare a fare dei ragionamenti. L’aeroporto va potenziato (non dipende solo da Bastia, ovviamente), e va soprattutto capito quali servizi la città di Bastia può offrire a chi arriva all’aeroporto, che per buona parte si dirige verso Assisi e verso Perugia. E’ possibile arrivare con la ferrovia fino all’aeroporto? Possibile un dialogo con Perugia, invece di avere un servizio navetta fino all’Ipercoop di Collestrada.

Una città non può vivere senza la propria economia. Anche in questo caso Bastia sembra soffrire una sorta di “timore” nel rivendicare la propria vocazione commerciale e produttiva. Al di là della qualità del progetto, l’ingresso di Bastia con la Coop e Mc Donald’s, a me pare migliorata rispetto a prima. Si poteva fare meglio? Probabilmente sì. Ma ripeto, al di là di questo progetto, la nuova area funzionerà da catalizzatore per altri interventi di riqualificazione.
Bastia ha una bella zona industriale: occorre integrarla con un’economia di servizi. Per esempio il Centro Fieristico dovrebbe essere molto più a servizio delle aziende vicine.

Rigenerazione grandi aree
Le aree che hanno bisogno di riqualificazione sono rimaste ferme, se si eccettua una parte della zona (ex) Franchi. Piazza del Mercato è ferma e oramai sono da considerarsi come aree di riqualificazione anche l’area produttiva Mignini Petrini (con l’incognita del vincolo della Soprintendenza di cui ho parlato nella seconda parte). Dove e come delocalizzare le Officine Franchi? In quali aree? Con quali finanziamenti? Lasciarle lì e cercare di re-integrale in un nuovo progetto?
Occorre trovare altri fondi e una progettazione di qualità: o attraverso un nome che sia una garanzia inappellabile o attraverso un concorso di architettura, con i soliti sub-problemi dei concorsi (chi lo indice? Chi paga la commissione? Chi decide? Ecc.)
Ma poi cosa dovremmo dire di più su queste aree di rigenerazione? Oramai abbiamo capito tecnicamente cosa può essere fatto. Credo che sovrastimiamo il potere della forma, della composizione architettonica (in questo caso della composizione urbana). Il problema di queste aree non è il disegno urbano: è il mix delle destinazioni d’uso e dunque degli attori in gioco.
L’area di Piazza del Mercato è stata studiata dal 1966 a Bastia Umbra, con la chiamata dei tre “saggi”, e vi partecipò poco dopo anche Leoncilli Massi, appena laureato. Poi una lunga serie di proposte e di architetti, tra cui ricordo (forse dimenticando qualcuno): Adriano Brozzetti, Vanni Orsoni, Luca Scacchetti, Adolfo Natalini, Pietro Carlo Pellegrini.
Il tema è sempre il montaggio dell’operazione, la composizione della squadra che deve attuare, chi investe, come, ecc.
Il tema è sempre trovare una destinazione d’uso (o meglio: un mix di destinazioni d’uso), che diano una sostenibilità economico-finanziaria all’operazione tutta. Non dobbiamo vedere questa sostenibilità come figlia di un dio minore, perché senza questa nessuna operazione di rigenerazione urbana è possibile. Senza questa vi è solo la degenerazione urbana. L’area Franchi è ferma non per un problema di disegno: è ferma per meccanismi economico-finanziari.
Queste operazioni vengono portate avanti (e soprattutto completate: concluse), se il costo di trasformazione dell’area viene ripagato dal valore di trasformazione. Se l’iniziativa è tutta privata, gli usi previsti sono quelli che rendono di più. Se l’iniziativa è mista dobbiamo capire quanto è disposto a investire il pubblico nell’operazione. Lo dico meglio: quanto siamo disposti NOI a tirare fuori come contributo nell’operazione. Il pubblico siamo noi, parafrasando una canzone spot molto d’attualità.
Queste grandi aree di rigenerazione possono essere anche queste zone d’atterraggio di capacità edificatorie (cubature) in decollo. Purtroppo in questi casi il valore del terreno è alto in partenza, e i costi di demolizione e bonifica sono molto significativi. Il coefficiente correttivo tra decollo e atterraggio deve essere alto per compensare i costi.
Oppure possiamo pensare di reinsediare qualche attività produttiva. In fondo ci sono già attività produttive in essere e nessuno sembra lamentarsi più di tanto. Dunque attività produttive compatibili con la residenza sono altamente possibili. E oggi le attività produttive possono ampliarsi fino a comprendere attività un po’ a cavallo tra servizi e produzione “hard”.

Delocalizzazione detrattori ambientali e paesaggistici
In questo caso credo che il PRG dovrebbe lanciare una call piuttosto che fare dall’alto un censimento (con il rischio di sbagliare e di dover correre ai ripari). E questo potrebbe essere un vero esperimento di partecipazione dal basso. Nel censire questi “detrattori”, il Comune corre infatti più di un rischio, che anche la Regione dovrebbe comprendere. Primo: l’attività è ancora formalmente in essere, anche se momentaneamente sospesa o interrotta. La dichiarazione di “detrattore” fa perdere subito valore al bene. Secondo: nel momento in cui ho censito questi edifici, si presuppone che io Ufficio Tecnico del Comune abbia fatto un minimo di sopralluogo (almeno dalla strada pubblica), e da Google Earth. Nel momento in cui ho fatto il sopralluogo, come pubblico ufficiale, dovrei procedere a verificare la legittimità di quei fabbricati ed emanare qualche ordinanza di demolizione nel caso non fossero in regola. In caso di manufatti illegittimi in aree vincolate (vicino al Fiume Chiascio o nell’area vincolata per consentire la vista del colle di Assisi), si aggiunge un procedimento penale per il titolare. Terzo rischio: potrei averne dimenticato qualcuno. Nel caso dovrei aspettare di fare una variante al PRG specifica per questi accidentalmente esclusi. Quarto rischio: poiché la copertura normativa di questa ricognizione sarebbe data solo da una deliberazione del Consiglio Comunale, mi aspetto una serie importante di osservazioni e anche qualche bel ricorso al TAR.
La premialità necessaria per innescare questi decolli ed atterraggi è purtroppo molto superiore al 30% previsto dalla norma regionale come minimo. E’ sufficiente chiedere una simulazione ad un esperto di estimo per capire che occorrono premi più alti (in una ordinarietà di mercato).
Né si può obbligare ad atterrare in alcuni luoghi precisi e non in altri. Meglio lasciare al caso per caso, citando a (s)proposito Ernesto Nathan Rogers.
Creare con il PRG delle aree di atterraggio (poche), espone l’amministrazione a un rischio poiché istituisce un mercato un po’ forzato, un po’ asimmetrico. Da una parte ha censito (o vuole censire), dei detrattori ambientali, che si vedono dunque il loro valore dimezzato e che sono anche “obbligati” ad andarsene. Dall’altra ha individuato le sole aree dove questi detrattori possono atterrare. A questo punto bisognerebbe introdurre correttivi perequativi, ma al momento non saprei quali e con quale efficacia giuridica.
Ritengo che sia più corretto valutare appunto caso per caso dove questi diritti possano atterrare. Il PRG dovrà premunirsi facendo una carta e una norma indicando solamente quali sono le aree assolutamente indisponibili all’edificazione. Bisogna in qualche modo allargare la platea dei fondi accipienti, e non restringerli. E questo dovrebbe in qualche modo incidere sul fenomeno delle cosiddette ZAUNI (Zone Agricole Utilizzabili per Nuovi Insediamenti), che finché rimangono tali non dovrebbero pagare l’IMU, per esempio.
Visto che siamo anche in tema di immobili nel territorio agricolo, voglio fare un approfondimento, speculare a questo, e che riguarda cioè i beni culturali sparsi nello Spazio Rurale.
Questi beni culturali sparsi non possono risolversi di fatto, per chi vi abita, in ulteriori vincoli. O allora questi vincoli, come succede in altri ambiti (paesaggio, agricoltura, ecc.), devono essere indennizzati. Chi abita ancora in questi casolari deve avere il diritto di modificare le aperture (per avere delle più ampie finestre, ad altezza normale), di modificare l’accesso, senza avere accesso dalle scale esterne, deve poter mettere una parabola: insomma tutto quello che la vita civile oggi richiede. O allora, ripeto, si trovi la formula per indennizzare queste limitazioni. Se ne scelga qualcuna notevole, in numero limitato: per dare conto di un tipo costruttivo non serve aver centinaia di fabbricati.
I cosiddetti “seccatoi” del tabacco, impossibili da ristrutturare secondo criteri conservativi (un tema, per certi versi, e fatte salve le proporzioni, analogo ai silos di Mignini Petrini), pongono paradossalmente ancora più ostacoli. Volendo, anche qui, se ne scelgano pochi notevoli, da tutelare. Sui restanti occorre lasciare un ampio margine di libertà al buon progetto d’architettura. Sul paesaggio non inizio nemmeno la discussione perché ha bisogno di un intervento a parte, che forse farò in seguito.

Centro Storico
La battaglia è persa. Non solo nel caso di Bastia Umbra, ovviamente. La battaglia è persa ovunque: i centri storici si desertificano: di residenti, di scuole, di piccole attività economiche. Il centro storico non può essere visto e analizzato come tema a sé: è solo il nervo più scoperto e sensibile di una progettazione urbanistica (e di una volontà politica, di destra come di sinistra), che ha favorito l’insediamento di grandi superfici commerciali in periferia, che ha ha traslato le scuole in periferia, che ha concesso residenze estensive in periferia. Per riprendersi (una reconquista?), i centri storici occorre pensare a una nuova architettura e a delle nuove forme di incentivazione alla residenza: parcheggi coperti gratuiti per i residenti; la possibilità di modificare il proprio appartamento, il re-insediamento di piccole attività di servizi, il ritorno della scuola, ecc.
Se chi abita nel centro storico non può aprire una finestra, non può mettere un ascensore, non può installare una parabola, deve sottostare alla dittatura acustica della movida, non può andare in banca o in posta a piedi, non può fare un minimo di spesa a piedi, non può andare al cinema, non può accompagnare il figlio a scuola, ecc., credo si possa comprendere perché non voglia più restare.
Riabitare il centro non è più solo questione di pietre, ma di un’azione coordinata di politiche che devono agire su vari fronti: tassazione locale, commercio, sociale, ecc.
Per quello che può essere il lato più architettonico, io credo che si debba avere molto più coraggio nell’affrontare il centro storico e pensare anche a delle operazioni di sostituzione, di demolizione di opere di modesta qualità e di ricostruzione di un nuovo edificio. Certo: forse potremo incappare in qualche errore puntuale: quel nuovo fabbricato appena autorizzato è brutto. Ma l’alternativa a questo rischio è un sicuro lungo dissanguamento e abbandono.
Anche nel caso del Centro storico il Comune può fare molto, mettendo tuttavia fondi in bilancio, e quindi nostri soldi. Può dare al momento incentivi economici per densificare il centro sia di residenti, di commercianti e di professionisti. In attesa di una politica sulla rigenerazione architettonica del centro (demolizioni e ricostruzioni), può essere questo un primo passo.
Mi sia consentita una provocazione, per chiudere sul punto: chi si lamenta che il Centro Storico è vuoto, venda la sua casa e giardino a San Lorenzo o il suo appartamento in Viale Gramsci e acquisti una casa in centro: ce ne sono molte in vendita, a buon mercato.

Qualità prestazionale degli interventi
Come ho anticipato nell’altro testo, la qualità dell’architettura non si lascia ingabbiare da indicatori, parametri, norme, ecc. Tuttavia alcuni standard possono aiutare ad elevare un benessere generale. La modifica del Regolamento Edilizio è l’occasione giusta per introdurre alcuni miglioramenti “prosaici”. Vado in ordine sparso. Ritengo che il covid abbia insegnato che le nostre abitazioni intensive hanno bisogno di essere rese più “porose”, ossia essere dotate di spazi aperti (logge, balconi, lastrici solari). Stessa cosa per i tetti verdi.
Obbligo di rastrelliere per bici oltre una certa soglia di intervento e colonnine elettriche (c’è già una legge nazionale, pochissimo applicata).
Nelle nostre case deve essere consentito fare più metri quadri per ospitare una stanza per il tele-lavoro e una stanza comune obbligatoria per i condominii oltre un certo numero di appartamenti. Probabilmente si può pensare a un affievolimento del Contributo di Costruzione per consentire queste superfici.
Sul recupero dell’acqua piovana ho grandi dubbi. In genere questi serbatoi sono vuoti in estate, quando servirebbero per innaffiare. D’inverno dovrebbero servire a smorzare l’onda di picco quando piove troppo e quindi le fognature vanno in crisi. Solo che d’inverno il serbatoio e pieno e il ritardo tra la pioggia e lo scarico in fogna è basso. Per alimentare una linea di adduzione interna per usi civili significa oggi avere un doppio impianto e trattare chimicamente l’acqua prima di metterla a disposizione. Finora non mi sono sembrati una soluzione particolarmente felice.
Una piccolissima digressione sull’urbanistica tattica (tactical urbanism). Io preferirei chiamarla agopuntura urbana, anche se non fa molta differenza: può aiutare a rendere più gradevole la città. Certo, anche qui non facciamoci troppe illusioni: se si chiama “tattica” e non “strategica”, c’è un motivo. Dipingere di rosa l’asfalto di un tratto di strada non lo fa diventare magicamente una piazza o un parco giochi. La qualità vera della città è fatta da elementi di qualità, solidi e affidabili.
Un ragionamento a parte va fatto per gli standard urbanistici. E’ un ragionamento che senza una legislazione regionale conforme lascia pochi spazi di manovra, anche se sufficienti in sede di PRG e in sede di regolamento edilizio, per fare qualche passo in più. Per semplificare, chi fa grandi interventi (lottizzazioni o costruzioni importanti), è obbligato dalla legge a lasciare degli spazi attrezzati come verde pubblico e a realizzare e cedere dei parcheggi pubblici. Quando questi spazi vengono ceduti al Comune, passa al Comune anche la manutenzione e la responsabilità. E’ di tutta evidenza che nel caso di superfici piuttosto piccole e lontane tra esse, il Comune spende molti soldi per la manutenzione negli anni. Allora bisognerebbe modulare in prima istanza la percentuale tra verde e parcheggi (nel quartiere Santa Lucia, per esempio, sarebbe molto più utile avere i parcheggi piuttosto che il verde). In secondo luogo lasciare al privato quanto più possibile queste piccole aree lasciando l’uso pubblico. Questi piccoli lembi di terreno (a volte poche decine di metri quadrati), costringono il Comune a un onere manutentivo esagerato rispetto all’utilità pubblica. Tutto ciò può essere ricalibrato attraverso il calcolo del Contributo di Costruzione (cosiddetta “Bucalossi”). E, visto che siamo in tema di oneri, andrebbe messo nel calcolo degli oneri, per i fabbricati produttivi, il rischio dell’eventuale costo di demolizione e bonifica del terreno. E’ successo infatti che alcune attività produttive falliscono e lasciano sul campo “il ferito” e cioè un fabbricato in stato di abbandono. Oltre a essere un vulnus sul territorio, essi rappresentano un ulteriore costo per chi compra, e quindi tutto ciò rallenta le operazioni di rigenerazione. Chi compra uno di questi fabbricati da demolire deve avere uno sconto sugli oneri, sconto pagato da chi ha costruito per primo.

Il verde, il ruolo dell’agricoltura
Chi pensa all’agricoltura oggi (parlo di pianificatori, tecnici e politici), la pensa con le lenti romantiche di un’agricoltura molto vicina alla natura, molto soft, molto lenta … La vera agricoltura, quella che sfama la maggior parte di noi è ben altra cosa. Trattori di grande potenza, agricoltura di precisione, elevata robotizzazione, trattamenti periodici, ecc. Non c’è nessun Mulino Bianco a fare dei buoni croissant: solo dei grandi molini con dei silos molto alti, che fanno molto rumore, che fanno molta polvere, che richiedono molti camion all’andata e al ritorno. E così via per i pomodori, per esempio e per rimanere ad un prodotto che per molti anni ha informato la vita e l’architettura di Bastia Umbra.
C’è un lato duro delle cose che non vogliamo vedere, ma che permane. Faccio un esempio.
Noi possiamo chiamare anche “mobilità dolce” una pista ciclabile, ma si tratta pur sempre di terreni da espropriare, di una costruzione da realizzare (e da mantenere nel tempo). Per una pista ordinaria da circa 3,50 m di larghezza parliamo di 350 euro/m lineare, più esproprio. Più la manutenzione negli anni. Dico questo perché a me piacciono le piste: costano meno di una strada ma costano. Un km di pista significa togliere dal bilancio 400.000 euro, solo per la realizzazione. Se si mettono tutti i costi di un Quadro Tecnico di un lavoro pubblico arriviamo facilmente a 600.000 euro. Il lato duro delle cose è anche prendere coscienza che i Comuni hanno sempre meno fondi nel loro bilancio. Le risorse che arrivano sono spesso a valle di linee di finanziamento speciali (PNRR), oppure agganciate a un progetto che deve essere cantierabile in tempi brevissimi. E qui il Comune sconta la difficoltà (leggasi: impossibilità di un progetto fatto all’interno), di doversi affidare all’esterno, con tempi ristrettissimi e con soldi (di parte corrente), che spesso non ha.
Noi possiamo anche dire “agricoltura urbana”. Ma non è quest’agricoltura che ci può sfamare. La maggior parte del grano che i grandi molini lavorano da queste parti vengono dall’Ucraina: è inutile pensare che la produzione locale soddisfi la domanda. Può essere agricoltura ortiva, decentralizzata, didattica, ludica, sociale, ma non intensiva. Agricoltura ornamentale o poco più. (A me piace l’ornamento: dico solo di non farci abbindolare da bellissimi render di grandi studi d’architettura: il grano in mezzo ai nuovi palazzi dell’Area Franchi non serve a nulla. Né a migliorare l’architettura né a portare il grano a Petrini a km zero.)
Il Parco Agricolo è un’invenzione lessicale bellissima, ma cosa ha prodotto oltre alla negazione della saldatura tra Santa Maria degli Angeli e Bastia? Il Parco Agricolo del Sistema Centrale è stato per Bastia Umbra un insediamento residenziale estensivo e Assisi lo ha sconfessato allo stesso modo. Io invece auspico la continuità tra le due realtà insediative esistenti, visto ormai il fascio infrastrutturale sedimentato tra le due città? Fascio infrastrutturale impossibile da smantellare, visti anche gli investimenti stratificati sull’asse, e impossibile da evitare. Questi varchi ecologici nord-sud di cui si parla spesso anche in sedi regionali, sono smentiti dalla realtà delle barriere antropiche costituite dalla ferrovia, dalla SS75, dalla Strada Regionale Umbra, da Via Roma. Senza veri corridoi ecologici (che non siano solo trappole a favore di alcune specie), non vi è, già da anni, nessuna continuità in direzione nord-sud. E anche in questo caso, dovrebbe essere una pianificazione di rango regionale a dire dove vanno lasciati dei grandi varchi, tra Foligno e Ponte San Giovanni, e non lasciato ai Comuni l’onere di trovare sul proprio territorio, un problema che si è posto con decisioni sovraccomunali.
Questi grandi varchi potrebbero forse essere pensati tra Rivotorto e il cimitero di Santa Maria degli Angeli oppure tra Villaggio XXV Aprile e Ospedalicchio o ancora tra Ospedalicchio e Collestrada. Solo chi ha una visione ideologica non riesce a vedere che già oggi quel verde tra Santa Maria e Bastia, confinato tra Via Roma la ferrovia e SS 75 non ha più senso.
Per restare ancora sul lato duro delle cose, il suolo destinato all’agricoltura intensiva non è un suolo naturale: pieno di concimi, ormoni e nitrati, zappato, fresato, irrigato, falciato ha più ben poco di naturale. E allora io lo vorrei considerare “consumo di suolo”, al pari del giardino di casa (che fa consumo, appunto). Sul consumo di suolo ci sarebbe molto da dire, come si vede, perché il fenomeno è più complesso del previsto. Per esempio il suolo naturale (per me uno dei pochi naturali), e cioè quello dei boschi e delle foreste, negli ultimi cento anni è raddoppiato in Italia, con un andamento leggermente iperbolico. E basta guardare le foto di inizio secolo per vedere come i nostri monti erano depredati e brulli. Ne abbiamo consumato. E ne abbiamo guadagnato.

La transizione ecologica, la transizione tecnologica
Ritengo che i tetti dei nostri fabbricati, soprattutto quelli industriali debbano trasformarsi in tetti verdi o in tetti fotovoltaici. I tetti verdi sui fabbricati industriali costano moltissimo: non possiamo farci troppe illusioni. Si possono fare, ovviamente, ma è un costo che va preventivato. Costano molto di più rispetto ad altri fabbricati perché le luci tra i pilastri sono molto più lunghi e dunque il peso in copertura fa aumentare i costi delle strutture in maniera più che proporzionale. Più logico e sostenibile pensare a pannelli fotovoltaici (en passant, così verrò sommerso dagli insulti: preferisco le pale eoliche alle sconfinate praterie di pannelli).
Non possiamo fare molto di più per passare a modalità energetiche più pulite. Potrei mentire e dire che se spengiamo le lampadine quando andiamo in un’altra stanza stiamo salvando il pianeta, ma non lo farò.
L’energia più pulita che possiamo avere è quella che non consumiamo. Dovremmo fare case più performanti, certo. Credo (altri insulti), che una delle modalità più intelligenti sia di fare case un po’ più grandi, con stanze di compensazione, con grande inerzia termica (o meglio: capacità termica). Tra venti anni dovremo rifare i nostri cappotti di polistirolo e mettere nuovi pannelli fotovoltaici. Queste cose hanno un costo e bisognerebbe fare un LCA (Life Cycle Assessment: un bilancio energetico completo, per semplificare), per rendersene conto.
La città dei 15 minuti è uno slogan che può andare bene per Parigi, ma che a Bastia Umbra non ha senso. Bastia ha un territorio di circa 5 km di diametro. In bicicletta è già a dimensione del quarto d’ora. Nelle sue frazioni tutto il necessario è raggiungibile in 15 minuti a piedi.
La forma della città è ormai irrecuperabile, o meglio è una forma che non si riesce più a identificare in una forma chiusa. La città è dispersa. E’ un male? Sì certo. Ma oggi, con i droni, la mobilità individuale a basso impatto, la possibilità di un’edificazione off-grid, come obbligare i cittadini (noi), a limitarsi, a restare all’interno di un confine? E quale confine, oggi? Quali nudge mettere in campo per ri-orientare tutta una politica insediativa?
La tecnologia decentralizza tutti i servizi, che arrivano nelle nostre case o ancora meglio sui nostri telefonini. Certificati, pagamenti, salute (tele-medicina), educazione, formazione, ecc. Oggi non c’è servizio che non possa essere dematerializzato. Questo ha un effetto enorme sulla città. Il telelavoro del covid ha già imposto strategie immobiliari di adeguamento ai grandi gruppi di servizi, nelle grandi città. E’ questione di tempo, ma anche tutto il settore pubblico si sposterà verso un mix di lavoro in presenza e lavoro da remoto. E dunque bisogna inventarsi delle nuove forme di aggregazione. Probabilmente diminuiscono i grandi complessi per i servizi e aumenteranno gli spazi per palestre, gioco, shopping (di un certo tipo). Ci vedremo meno per lavorare: ci vedremo di più per divertirci, per fare sport, per mostrare empatia, per curare, per incontrarsi e basta. Si badi bene: tutte cose che saranno virtualizzate anch’esse, e quindi la presenza fisica sarà una scelta in più, e non un obbligo. Tra i luoghi fisici che vedo con un certo futuro ancora davanti penso alla piazza (la nostra migliore invenzione), e poi palestre (con un ampliamento concettuale verso una sport-city), e i luoghi di cura. E poi, con formula fortunata, in non luoghi: aeroporti, centri di scambio intermodali, stazioni ferroviarie.

Sulla partecipazione e la felicità (una ripresa)
Riprendo il tema, anche se è leggermente fuori sede, solo perché mi è stato chiesto da più parti.
Per parlare subito chiaro, non sono un grande fan della partecipazione. Mi si dirà “Per forza, non l’hai mai vista fatta bene …” Può darsi, anche se lo studio che ha curato questa parte a Bastia Umbra, per conto di Federico Oliva, non è l’ultimo arrivato.
Né le altre partecipazioni a cui ho assistito per CQ3 in Umbria, o per qualche PRG, mi ha ancora convinto. Né i PRG o le grandi rigenerazioni che seguo da lontano e che sono state oggetto di partecipazione mi sembrano eclatanti. Mi sembra che il valore aggiunto della partecipazione, rispetto al progetto uscito, sia modestissimo.
Non sono un grande fan perché ho anche paura che architetti e politici deleghino (rectius: scarichino), ad altri soggetti non solo la profondità dell’analisi, ma addirittura le soluzioni. E questo è un modo facile per “svignarsela” dalle responsabilità politiche e dalle responsabilità politiche. Ed evitare la fatica dello studio continuo (per i professionisti), e dell’ascolto continuo, in mezzo alla gente (per i politici).
Sulla felicità. E’ una questione molto prosaica, se si vuole. Il PRG riguarda la totalità del territorio comunale e quindi (almeno), tutti i suoi cittadini. Pianificare bene la risorsa spazio è una delle condizioni che aiuta a rendere felici le persone: seduto sotto un “pronao” della Rotonda del Palladio sto bene: seduto al casello autostradale di Roma Nord non sto bene. Gli esempi sarebbero troppo facili e non ne farò più.
Fino a qualche tempo fa il PRG poteva essere una questione di vocali (come dico sempre scherzando), e si poteva trasformare in Piano Regalatore Generale, rendendo molto felici alcuni e pochissimo felici altri. Oggi, teoricamente, la pianificazione ha introiettato e digerito la cultura della perequazione. Controfattualmente, tuttavia, anche la perequazione non ha sortito tutti questi effetti. La perequazione generalizzata su tutto il territorio comunale non esiste (in termini statistici significativi), e quella endo-ambito, beh, c’è sempre stata: si è mai visto un Piano di Lottizzazione in cui un proprietario di un piccolo fondo si prendeva tutta l’edificabilità e un altro nulla? Diciamo quindi che oggi c’è una maggiore attenzione a questi aspetti, quando si pianifica, che è già un risultato positivo. All’interno di un comparto, di una zona, di un ambito (chiamiamolo come vogliamo), o il sistema è perequato o è bloccato.
Tornando alla felicità: il PRG interessa tutti, e in piccola parte contribuisce alla felicità dei cittadini. “L’ordinato assetto del territorio” non è altro che la formulazione giuridica di una cosa che interessa tutti e che se c’è ci rende tutti un po’ più felici.
La partecipazione può essere fatta a più livelli e io credo che ai livelli generali abbia poco senso, mentre a livello locale (sul come rendiamo questa scuola più gradevole), possa avere un’utilità.
La partecipazione rischia spesso di trasformarsi in un lunghissimo cahier de doléances e/o in un grande libro dei sogni. Giustamente credo io: non si può chiedere a un cittadino qualsiasi di farsi carico della complessità del montaggio di un’operazione di rigenerazione urbana. Non tutte le scelte possono (o devono), essere condivise con tutti prima di farle. Non è possibile fare un referendum, su tutto, con il probabile risultato di rinviare comunque i fatti a un momento decisivo: la scelta, la decisione. Che scontenterà necessariamente qualcuno. Un equilibrio statico della felicità per tutti è impossibile.
Certo, vi è una certa felicità nel sapere di aver contribuito e partecipato a una soluzione. Ma non vorrei che fosse sovrastimata.
Né qui voglio parlare della partecipazione come nuova forma di autogoverno dal basso, dalla democrazia rappresentativa alla democrazia partecipativa, perché a mio avviso esula da questo scritto e anche dalla formazione del PRG.
Se ci si crede, occorre creare un modello che funzioni indipendentemente dal PRG e poi applicarlo, e non prendere il PRG come luogo di coltura in vitro o cavia da esperimento. E lo stesso vale per il baratto amministrativo, i beni comuni, ecc. Si parta da piccole cose, si faccia funzionare il meccanismo e poi si cresca di livello, se funziona.
Un ultimo contributo sul tema: formalizzare la costituzione di un “pensamento” (il parlamento essendo il luogo in cui si parla). Questo pensamento, un think tank per i moderni, potrebbe essere costituito da un raggruppamento di 10-15 soggetti che pensano continuamente alla città: la osservano, la studiano, e producono idee a livello pre-tecnico. Questo pensamento non ha ovviamente colore politico ma è solo d’ausilio alla Giunta Comunale e al Consiglio, in quanto deve produrre un documento, o una serie di documenti, o eventi, utili alla successiva scelta politica. La cabina di regìa sarebbe affidata al Comune (al Sindaco o suo delegato), e lo stesso Comune potrebbe mettere a disposizione un luogo dove riunirsi. In via del tutto indicativa e aurorale, potrebbero chiamarsi al tavolo (un rappresentante per ogni categoria): l’Università, i commercianti, gli agricoltori, le aziende, i professionisti, il mondo dello sport, la scuola. Qualcuno potrebbe definirla come una forma di partecipazione “ben temperata”.

Riflessioni su Bastia – Seconda parte

In questa seconda parte faccio un approfondimento sull’area ormai da considerarsi tutta sotto tutela diretta ex art. 10 Dlgs. 42/2004. Mi aiuto con qualche fotografia presa con il telefonino o addirittura da google, cercando di rendere l’immagine da uomo della strada. Ho avuto modo di vedere, per lavoro (sono in ogni caso “atti pubblici”, come si dice), i provvedimenti di avvio del procedimento per l’apposizione del vincolo sia della parte produttiva “Mignini”, sia della parte “Spigadoro”: una grande area tra il centro storico di Bastia Umbra e la SS 75 verso sud. A est l’area confina con un’altra grande area di riqualificazione “Piazza del Mercato” e a ovest con il Fiume Chiascio. Mignini e Spigadoro sono aree simili, ma non identiche.
La parte che per comodità chiamerò Mignini e che riguarda il grande fabbricato dei silos a ridosso del nuovo parco commerciale Coop, ha un’attività produttiva del tutto residuale, mentre la parte Spigadoro, a ridosso del centro storico, mantiene una discreta attività produttiva, anche se i fabbricati su Via dell’Isola romana versano in stato di abbandono e sono in disuso.
Il vincolo sulla parte Mignini è stato apposto con Decreto alla metà di ottobre del 2023, mentre quello della parte Spigadoro è recentissimo, ed è motivato soprattutto dalla necessità di dare coerenza e completezza a quanto già detto con il Decreto del 2023. E dunque analizzerò in maniera particolare quest’ultimo, molto più approdondito nella parte motivazionale. Per rendere chiaro a tutti il significato del vincolo, esso ha la stessa qualità e gli stessi effetti giuridici del vincolo posto sulla Basilica di Assisi o sul Palazzo dei Priori di Perugia. Ciò significa che ogni minima modifica dovrà essere autorizzata preventivamente dalla Soprintendenza sulla base di un dettagliato rilievo e progetto.
Confesso che reputo le motivazioni a supporto del procedimento di vincolo della parte Mignini (denominato Spigadoro Petrini nel decreto di vincolo), imprecise, deboli e lacunose e che l’apposizione del vincolo potrebbe determinare una grande difficoltà nello sviluppo successivo della città di Bastia Umbra. Dico “potrebbe” poiché l’azienda Mignini ha proposto ricorso amministrativo avverso il decreto di vincolo e l’esito finale non è scontato. Al momento, tuttavia, il vincolo apposto nel 2023 è pienamente efficace, con tutto quello che ciò comporta.
Vi sono due ordini di ragionamento diverso che mi sento di sostenere: uno più culturale; l’altro più tecnico. Ovviamente entrambi sono legati in maniera quasi inestricabile, anche se spero ancora distinguibili.

Partiamo dal profilo più culturale. E’ solo in parte condivisibile la notazione della Soprintendenza secondo cui “[….] il complesso può considerarsi l’elemento chiave dello sviluppo sia industriale che urbanistico della città [….]”. Il rilievo è vero, ma è rivolto al passato: il complesso è stato l’elemento chiave dello sviluppo sia industriale (meno), che urbanistico (più) della città. Sotto il profilo industriale, infatti, quel complesso ha funzionato dal 1965 (anno di collaudo), al 1990 circa, data in cui si è cominciato a pensare al nuovo PRG di Bastia e a immaginare anche una zona a Ospedalicchio dove delocalizzare l’attività Petrini. In ogni caso quei fabbricati sono stati, nel corso degli anni, sempre meno utilizzati dall’azienda, e anche adesso lo sono in via del tutto residuale.
Oggi, nel momento in cui l’amministrazione comunale ha da poco adottato il Piano Regolatore Generale, prevedendo uno sviluppo diverso per la città, l’apposizione del vincolo ex art. 10 DLgs 42/2004 rischia di creare un passo falso proprio nel momento di avvio del piano. Nel PRG adottato nel 2023, l’area Petrini Spigadoro è vista come elemento prioritario della rigenerazione urbana, ricollegando il quartiere di Umbriafiere con il quartiere di Santa Lucia e del Villaggio XXV Aprile. Previsione che ora dovrebbe fare i conti con un elemento di difficile integrazione nella nuova visione. Il perché sarà forse più chiaro una volta terminata la lettura di questo breve testo.

La nota della Soprintendenza, in un passaggio, parlando sempre dell’area Mignini, afferma che [il complesso] “[….] rappresentando tuttora un simbolo identitario di Bastia Umbra [….]”
Quel complesso, ma soprattutto l’elemento turrito dei sili, rappresenta OGGI un elemento identitario di Bastia Umbra? Per alcuni sì, per altri meno. Rappresenta un elemento di riconoscimento, sicuramente. Rappresenta tuttavia l’identità di una Bastia che non c’è più.
E’ facile confondere la riconoscibilità con l’identità. Senza volerci addentrare in distinzioni psicologiche e sociali forse troppo sottili, possiamo tuttavia tracciare una differenza i due concetti: l’identità è il senso che un individuo ha di se stesso, che si basa in parte anche sul riconoscimento altrui. Vi è insomma, nella definizione della identità, la ricerca di coerenza tra come un individuo si percepisce e come viene percepito da altri. La riconoscibilità attiene invece a una modalità che appartiene tutta ad altri: l’altro mi riconosce. L’identità ( e in questo caso la metafora è calzante), è un processo di “costruzione” continua, sottoposta continuamente a verifica e aggiustamenti, attraverso il quale l’individuo si identifica, appunto.
E’ di tutta evidenza, allora, che non si può forzare una persona o una collettività ad assumere un’identità che non è più quella, che non è più la sua. Non si può “schiacciare” una persona sul proprio passato. Né una collettività, né una città. Il passato è sicuramente importante ma non può determinare in maniera rigida, apodittica, assoluta, tutto lo sviluppo futuro. Vi sono città che sono nate e che oggi sono sepolte dall’acqua, dalla sabbia, o più semplicemente dal tempo, dall’abbandono. Le città mutano nel tempo.
Il grande manufatto dei sili è dunque sicuramente un elemento che distingue Bastia dal resto del paesaggio, che la rende dunque riconoscibile. Ma questo è facile a dirsi. Sarebbe stato riconoscibile, paradossalmente, anche con un edificio diverso, più semplice, più prosaico, meno raffinato. Oggi quell’edificio non è più un elemento dell’identità perché una parte della collettività locale non vi si riconosce più. Una parte sì, ed è una parte che ha ancora legami affettivi e personali con quegli edifici e con quella storia. Lo capisco: quell’edificio rappresenta la certezza che quella storia c’è stata, che quelle persone ci sono state, che vi sono delle emozioni legate a quei luoghi. E la solidità di quegli edifici pare garantire anche la solidità e la certezza di quei ricordi. E questi ricordi andrebbero salvaguardati, perché sono una cosa bella. Ma quella storia industriale non c’è più, quel tessuto sociale non c’è più. La proprietà è diversa dalla famiglia fondatrice e le persone che vi lavorano fanno riferimento al baricentro assisano o spoletino. Quella storia, quel racconto, non c’è più.
L’impianto Mignini è espressione e apice dell’attività molitoria, che si è protratta per una ventina di anni a partire dagli anni 60, e in cui una gran parte della collettività bastiola si riconosceva. Oggi questo grande silos è sottoutilizzato e incombe sull’area a ridosso del centro storico. Il fabbricato rappresenta oggi, se non il fallimento di una storia, l’esaurimento di una spinta, la fine di una società e dei suoi modi produttivi. Lo ha ben raccontato il professore Pineiro a una presentazione pubblica del libro di Antonio Mencarelli sullo stabilimento e non vi tornerò sopra. E a mio avviso i pochi anni (pochi anni nell’ottica secolare dei monumenti urbani), in cui è stato elemento forte della vita cittadina non gli hanno consentito di “stratificare” una memoria, un ricordo intergenerazionale così forte da trasformarlo in elemento identitario.
Oggi la proprietà non intende più usarlo per gli scopi per i quali fu costruito. Questo è un punto fermo da tenere a mente: è un punto da cui partire perché altrimenti si erra per soluzioni non praticabili. Oggi quel silos non è più funzionale all’azienda, che immagino investa molti soldi ogni anno per mantenerlo in minime condizioni di esercizio, fornendo un minimo reddito, se lo fornisce ancora. La decisione di disfarsene è stata presa tempo fa, e anche il PRG del 1996, nel momento in cui classificava l’area come ancora produttiva, si premuniva di trovare un’area di delocalizzazione vicino a Ospedalicchio. Oggi quel tipo di silos non è più funzionale, in generale (nell’industria molitoria), e non è più funzionale nello specifico a un’azienda che ha il suo cuore produttivo presso il Comune di Assisi, a Petrignano.

Ritengo che in questo caso sia stata la mole dell’edificio ad aver condotto a fare riflessioni che hanno si sono “appoggiate” sulla la mole stessa e che hanno “invaso” il profilo più squisitamente estetico. Il pensiero di fondo è che la dimensione, soprattutto verticale, sia quella che fa la differenza. Oso pensare infatti che lo stesso fabbricato, se fosse stato alto 5.7 metri, (invece di 57 metri), non avrebbe attirato l’attenzione di alcuno. E’ dunque sia la sua imponenza verticale a fare la differenza: la sua immanenza, la sua imponenza (come recita anche la schedatura del Censimento). Quali usi si potrebbero dunque immaginare per un edificio (o meglio: un complesso di edifici) di quel tipo? Ancora meglio dobbiamo dire quali usi possibili senza stravolgere l’immagine e la consistenza attuale di quel fabbricato? Perché (e qui tocchiamo un punto topico del vincolo), se il vincolo ha natura prettamente conservativa, come è, non sono possibili molte modifiche. Se non ha natura conservativa non si vede nemmeno che cosa voglia tutelare se non la semplice dimensione e imponenza. Che mi sembra assurdo.

Qualsiasi uso plausibile, al di là delle questioni di stabilità, su cui torneremo, deve prevedere la rispondenza a una serie di norme oggi vigenti. Pensiamo alla necessità di avere delle finestre verso l’esterno, per aerare e illuminare un manufatto che è profondo circa 16 m. Un edificio costituito da uno spazio verticale derivato in sostanza dall’affiancamento di decine di “tubi” di cemento armato, di 30 metri di altezza. Che uso fare di questa sorta di grande organo con canne di cemento armato di circa 3×3 m di sezione? Veramente difficile immaginare un uso minimamente confacente con una proprietà privata, senza stravolgere l’aspetto esterno (e interno), della costruzione.
Vi è l’onere dell’allineamento alle normative vigenti sotto il profilo energetico, qualsiasi uso riusciamo a dare al manufatto. Non sfuggirà infatti a nessuno che quelle pareti in cemento armato di pochi cm di spessore sono un vero disastro sotto il profilo energetico, in estate e in inverno. Non si intravvede altra possibilità, per non stravolgere l’aspetto esterno del fabbricato, di intervenire pesantemente dall’interno, senza peraltro riuscire a risolvere tutti i ponti termici. E anche qui con costi straordinari.
Infine i problemi legati alla sicurezza antincendio. Anche in questo caso, per non stravolgere all’esterno il fabbricato, con una di quelle scale esterne che oggi si vedono in molti edifici, bisogna stravolgerlo all’interno.
E dunque tutto si risolve a salvare la sua mole nelle sue tre dimensioni esterne, vero elemento di riconoscimento.

Sotto il profilo strutturale l’edificio ha bisogno di un’operazione di miglioramento sismico (come condizione minima), o di un adeguamento sismico (come condizione ottimale), e di un’operazione continuativa di manutenzione ordinaria o straordinaria, vista anche la vetustà dello stesso.
L’intervento di miglioramento sismico potrebbe essere anche sostenibile sotto il profilo dei costi, ma non risolve il profilo dell’uso, anzi: lo può solo irrigidire, prevedendo (forse), un ispessimento delle pareti e dei pilastri. Il miglioramento sismico può dunque solo “cristallizzare” l’edificio nella sua configurazione attuale, lasciandolo dunque monumento di se stesso, fantasma di se stesso, bozzolo metallico e minerale.
L’adeguamento sismico lo dovrebbe invece stravolgere. Impossibile pensare ad un intervento di adeguamento sismico lasciandolo nella sua veste attuale. L’intervento sarebbe così invasivo che il fabbricato ne uscirebbe stravolto, se non irriconoscibile. Se il miglioramento sismico della sede storica del Comune è stato vissuto come profondamente traumatico, l’adeguamento di questo complesso risulterà così invasivo da modificare completamente l’aspetto esterno del complesso.
In questo caso ci sembra che il Censimento dei Monumenti del Moderno, pure preso a fondamento della motivazione della Soprintendenza, sia impreciso. In primo luogo, per quanto riguarda i sili, le chiusure laterali non sono “pannelli”, ma sono più normalmente delle pareti in calcestruzzo. Le “paraste” che connotano la superficie esterna non sono dei pilastri con delle asole verticali in cui alloggiare degli apparenti pannelli, ma sono dei veri e propri pilastri, che consentono così anche un migliore aggancio dei ferri di armatura. In definitiva non vi è nemmeno quel valore di sperimentazione o di innovazione che la schedatura gli attribuisce.
In secondo luogo, lo stato del calcestruzzo e delle coperture non è affatto “buono” come recita la scheda del Censimento, ma pessimo, come può verificare ognuno, semplicemente avvicinandosi all’edificio o scattando una foto con un buon fattore di zoom.

Gli stessi ragionamenti vanno fatti per alcuni dei fabbricati vincolati con l’avvio del procedimento di fine luglio. Se gli interventi sono complessi per i sili rettangolari dell’arch. Dino Lilli, non oso immaginare che cosa si possa dire del complesso formato dai 18 sili cilindrici verso Via Torgianese, di cui allego qualche foto.
Pensare di consolidare questo aggregato, mantenendone in qualche modo la fisiognomia, e trovando allo stesso tempo un uso “civile”, significa porsi una sfida che richiederà centinaia di migliaia di euro. E al momento confesso che ignoro se questa tecnologia sia minimamente disponibile. E’ anche vero che la verifica della bontà antisismica dell’edificio spetta alla totale responsabilità del Soprintendente, che quindi potrebbe prendersi l’onere di dichiarare “sicuro” il fabbricato senza tanti interventi, con una certa nonchalance. Ricordo infatti che in tema di Beni Culturali l’unico titolato a verificare e quindi a autorizzare i lavori è il Soprintendente. Si veda infatti l’art. 16 della L. 64/1974, secondo il quale la responsabilità esclusiva per l’esecuzione dei lavori resta in capo al Soprintendente. Ma dubito che ci sarà questo coraggio. Vi sarebbe poi la necessità della continua manutenzione ordinaria di tutta una serie di fabbricati in cemento armato con quasi 80 anni alle spalle, e dunque a costi crescenti. Se i nostri ponti e viadotti sono un rischio, questi edifici lo sono ancora di più. E la manutenzione costa: si pensi solamente al costo dei ponteggi per andare a fare una “semplice” manutenzione ordinaria, per togliere la scorza di cemento che si sta distaccando e mettere in sicurezza i ferri di armatura.

Un altro motivo su cui si fonda il vincolo è l’autorialità e cioè sul fatto che questi edifici siano stati progettati e realizzati sotto la supervisione dell’arch. Dino Lilli. Ora, nessuno più di me ha rispetto per l’architettura e per i maestri dell’architettura. Occorre tuttavia fare delle distinzioni e dei raffinamenti di pensiero.
Non tutte le opere dei grandi maestri sono dei capolavori. Succede anche ai migliori di incappare in qualche errore o, più banalmente, fare un po’ di ordinaria professione. Un po’ di quotidiana professione. E mi sembra sia questo il caso. Tecnologie e tecniche forse sperimentali per l’epoca, ma non possiamo parlare di capolavori. Non si può paragonare l’Hotel Sangallo di Perugia con i sili di Bastia, per rimanere a Dino Lilli. E se non sono capolavori, sono lavori.
Che valore ha dunque l’autorialità? Ha un valore storico, biografico, per tracciare una completa cronaca e cronologia delle opere dell’autore. E questo valore può essere salvaguardato con un lavoro archivistico, storico, monografico, di raccolta dei disegni, di cura degli archivi.
Dino Lilli è tra l’altro un maestro dell’architettura, che tuttavia vede il suo rango limitato all’Umbria. In Umbria è personaggio di primo piano: allargando l’ottica, le sue opere sono al livello di molti altri architetti italiani degli anni 50 – 70. Il fatto che l’abbia progettato Dino Lilli non può essere un tabù, una cosa che la pone fuori da qualsiasi discussione.
Non si può mantenere tutto, non si può ricordare tutto. Anche a livello mentale, il ricordare tutto è una malattia. E dunque deve essere possibile parlare della demolizione di alcuni fabbricati.
Si proceda a un rilievo dettagliato, questo sì: un rilievo architettonico, materico, strutturale, tecnologico, fotografico, filmico e voli con il drone. Se ne faccia un gemello digitale, come si dice oggi. Ma una volta compiuto il rilievo si convenga che la fase conoscitiva è conclusa.

Posso già anticipare un’obiezione che verrà da più parti probabilmente: “Caro architetto, esistono altri esempi di restauro su beni di questo tipo e quindi è possibile intervenire anche su fabbricati simili …”. Certo che ci sono progetti di restauro di opifici industriali: da Renzo Piano (partendo da Torino e passando per Parma), a Heatherwick Studio in Sudafrica, a Shenzen, passando per Livorno. Ma c’è un ma. Anzi: più di uno.
Alcuni edifici industriali consentono con una certa facilità il loro recupero ad altre funzioni. E’ il caso spesso di uffici reinsediati in locali che prima erano già uffici, magazzini, sale di lavoro di operai, aree di carico e scarico materiali. Edifici generalmente grandi e con una certa “indifferenza distributiva”, che consentono dunque un progetto di riuso “ordinario”. Nessuno dubita che la parte degli uffici e magazzini verso Via dell’isola Romana (Foto da google), possa essere “facilmente” riconvertita. Ma non è il caso dei sili, i quali hanno una altissima specializzazione funzionale e non sono nati per accettare la presenza umana.
Il secondo “ma” riguarda appunto l’uso di questi sili. Immagini accattivanti (disponibili in rete), di grandi contenitori dedicati nel 90% dei casi a mostre d’arte contemporanea. Con un uso del cemento armato sbalorditivo e a mio avviso impensabile nel nostro territorio sismico. Nel caso di Livorno il complesso dei sili funziona un po’ (anche), come museo di se stesso.
Il terzo “ma” riguarda la localizzazione geografica e urbana: sono esempi incomparabili per bacini di utenza e per posizione all’interno di una città e di una regione.
Il quarto “ma” è la governance che ha consentito il risultato: il montaggio economico e finanziario di una cordata di soggetti pubblici e privati tutti facoltosi. I privati trovano legittimamente il loro profitto nell’arte o in migliaia di mq di “rigenerazione urbana”. Il pubblico trova forse qualche fondo in linee di finanziamento una tantum, si concentra sulle procedure e cerca di uscirne con un bilancio pluriennale che non lo affondi. Il montaggio di questa compagine è un vero e proprio lavoro e la sua cristallizzazione avviene sulla base di un progetto condiviso.

Il vincolo apposto immette un altro grado di complessità nel sistema, già difficile di suo, nel caso di un progetto su un singolo oggetto tutelato puntualmente dal Codice dei Beni culturali, ed è la numerosità degli oggetti e l’area complessiva. Nel caso di un singolo edificio, oggetto, monumento, la questione si risolve sul piano del progetto di restauro (perché di questo si tratta), del singolo oggetto. Ed è già una questione difficile, come ho detto, pensare a un restauro del blocco dei 18 sili cilindrici, per esempio. Ma qui occorre “mettere a sistema”, come si dice, un complesso di una decina di edifici diversi disposti in maniera casuale (oggi urbanisticamente casuale), all’interno di una più ampia area di circa 6 ettari. Le dimensioni del problema (non c’è bisogno di scomodare Koolhas per capirlo), implicano un salto di scala qualitativo del tema e non solo quantitativo. Il tema non è più solo di restauro architettonico, ma urbano. Ed è qui che dicevo che il vincolo pone dei forti limiti all’azione pianificatoria del Comune. Che tipo di previsione urbanistica è possibile fare su un’area di 6 ha punteggiata da una serie di edifici tutelati puntualmente dal Codice dei Beni culturali? Ha senso procedere al restauro di uno di essi senza un obiettivo generale di tutta l’area? E in che rapporti funzionali si deve porre quest’area con il resto della città? Che rapporto insomma tra quest’area e il centro storico o tra quest’area e Piazza del Mercato?
A me pare che con questo vincolo (anche aerale, e non solo puntuale), il Comune sia costretto a imporre un piano attuativo per il disegno dell’area (e questo potrebbe essere anche normale), ma soprattutto a invitare la Soprintendenza stessa al tavolo della pianificazione (e questo non è normale).

Premesso che sarei l’architetto più felice del mondo (e con me penso una lunga fila), se fossi incaricato del restauro e della rigenerazione di quell’area e di quegl’edifici, il punto finale, su cui si arenano tutte le migliori intenzioni del mondo, è l’equilibrio economico dell’operazione. Chi è disposto oggi a fare un intervento su fabbricati del genere? E quale tipo di intervento? Con quali tempi? Con quale certezza di tempi? Se è un investitore privato occorre trovare un uso che produca un reddito continuo. Ma trovare un uso che non stravolga l’area e che restauri gli edifici mi sembra difficile. Se è un attore pubblico (il Comune, il Ministero), potrebbe invece espropriare gli edifici e l’area circostante e farne un museo di se stesso o un Centro Sociale Polivalente (quando architetti e politici non sanno che fare, generalmente se ne escono con un “Centro Sociale Polivalente”). In questo caso sarà un museo un po’ caro, ma tant’è.

Nella nota della Soprintendenza non si fa poi alcuna distinzione i vari manufatti diversi della parte Mignini, tutti ugualmente vincolati, senza modulare la motivazione: il gruppo dei due sili accoppiati con il suo corpo scale, il fabbricato ad un piano molto più ampio: un prefabbricato degli anni ’80, e tutta un’altra struttura in metallo (sia in copertura sui fianchi), disposta perpendicolarmente ai sili. Né analoghe differenziazioni vengono fatte con il “nuovo” vincolo: tutti gli edifici e le aree sono tutelate. “Poi vedremo con il progetto”: questo è il non detto. Eppure è evidente che vi sarebbe una valutazione diversa da fare tra questi manufatti, a tacere del fatto che il vincolo sic et simpliciter su tutta la particella catastale vincola anche la cabina elettrica di trasformazione visibile anche da Via IV Novembre.
Se posso concedere qualcosa sulla monumentalità dei sili di Lilli, non riesco a capire che cosa ci sia da salvare negli altri fabbricati. Fabbricati e manufatti tecnologici che in qualsiasi altro luogo saremmo disposti a demolire facendo una petizione su change.org.

L’apposizione del vincolo ha posto problemi di non facile soluzione. Alcuni riguardano i profili istituzionali e politici, altri più economici e tecnici.
Ritengo che la Soprintendenza, per consentire un progetto che abbia un senso anche urbano, e consentire dunque uno sviluppo della città di Bastia, dovrà accettare un progetto molto invasivo sui fabbricati e sull’area. Se invece vorrà mantenere un atteggiamento conservativo, difficilmente saremo in grado di montare una governance così complessa e costosa, e i fabbricati saranno sempre più vandalizzati e destinati alla ruderizzazione.
Il rischio è che il Tempo tolga ogni interesse a questo tema.

Il Cretto

Tecnicamente, il Cretto è come me lo aspettavo. Il cemento armato, le proporzioni strette delle viuzze, l’altezza dei singoli getti, il colore, la grana del calcestruzzo … E questo spaesamento lo avevo in qualche maniera vissuto a Berlino, nel Memoriale degli ebrei di Eisenman.
Ma il gesto di Burri a Gibellina vecchia condensa così tante idee che Berlino si ridimensiona di molto. Burri arriva anni dopo tutto questo, ma l’idea è lo stesso potentissima.
Il Cretto è silenzio, lenzuolo bianco, labirinto aperto, giardino dei passi perduti, memoriale, tomba, Via Crucis, Sacro Monte, espressione di conflitto interno.
Innanzi tutto il silenzio. Ma non solo del Cretto. Anche prima, sulla strada, c’è un silenzio antico, un silenzio che viene da lontano, da tutto quell’orizzonte. Certo, quando vi sono arrivato era una giornata molto calda, ma non vi era alcun rumore di fondo: automobili, trattori, qualche richiamo di una mucca, di una pecora, la campanella di un capobranco … niente: solo un filo di vento tra l’avena ormai bionda e resa quasi diafana dal sole, e un odore di terra asciutta, un leggerissimo odore di finocchio selvatico, di cicoria, di erba di campo.
Nel Cretto, poi, il silenzio era ancora maggiore, quasi assoluto, avrei detto amplificato (ma si può amplificare il silenzio?). Si sentivano perfino i passi di un altro visitatore, lontano, nel labirinto, tale era appunto il fondo silenzioso su cui potevano risuonare in piena autonomia.
Il Cretto è un grande lenzuolo bianco, steso pietosamente sopra le salme. Un segno di pietà a posteriori. E’ tornare al 16 gennaio 1968, e riconoscere che nulla sarà più come prima, che lì è passato qualcosa più forte di noi tutti, e che bisogna fare silenzio, avere pietà di quei morti. Burri è stato anche medico e forse avrà pescato dalla sua esperienza vissuta anche questo rito umanissimo di coprire le salme.
Il Cretto è un labirinto, come già anticipato. Ma un labirinto in cui non ci si perde, poiché le macerie sono coperte ad una certa altezza e dunque si può vedere. Si può vedere dove si è ed è un labirinto in cui si può essere visti, poiché il colore (qualsiasi colore), risalta facilmente sullo sfondo biancastro del Cretto. E dunque è un labirinto dove ci si perde solo perché ci si vuole perdere. E’ un labirinto atipico perché non vi è un ordine regolare da seguire: si può iniziare da una parte e limitarsi a una sola parte, per esempio. Vi sono più ingressi e più uscite possibili: un labirinto “aperto”. Non è un labirinto canonico, insomma. Ma per comprenderlo bisogna passarci dentro e perdersi, abbandonarsi al caso, al desiderio dell’ultimo secondo. E allora lo si percorre come un “jardin des pas perdus”, se l’immagine del giardino può flettersi fino a questo punto. Perché il giardino evoca i colori, i fiori, i profumi, il verde, gli uccellini, il fresco: tutte cose qui negate o portate all’opposto: un solo colore dominante, nessun profumo, nessun fiore, nessuna frescura. La locuzione in francese mi consente tuttavia di trarre un altro senso, e un’altra emozione. Il Cretto è il contrario di un giardino (qual è in italiano la parola che indica “il contrario di un giardino”?), come appena detto, ed è (anche), un luogo dei passi perduti, un luogo dove appunto si cammina, si consumano i passi. Ma in francese “pas perdus” può leggersi anche come “non persi”. Quel luogo, quello spazio, è il giardino (mi si consenta ancora l’immagine), di coloro che non sono persi. E non sono persi perché, paradossalmente, qualcuno va a perdervisi. Per onorare quel luogo bisogna passare, bisogna attraversarlo. Quel transito, quel nostro transito, diventa una sorta di Via Crucis “orizzontale”, diffusa, laicizzata, che ognuno di noi deve fare per capire, per uscire con una sensibilità intensificata, per uscire con un guadagno netto di umanità. Una Via Crucis che non ci conduce ovviamente a nessun Golgota, ma che ci obbliga a portare, almeno un po’, la croce del ricordo. Gibellina vecchia è un Sacro Monte non “schiacciato” sulla sola cristianità, non limitato alla sola fede cristiana, ma non per questo meno sacro. Il Cretto è quel Sacro Monte dove ogni prisma sghembo, di cemento armato e bianco, è un’edicola.
Ancora: il Cretto è una tomba, un cimitero. Un cimitero dove i morti riposano a casa propria. Paradossalmente, non è quello che chiedono gli anziani (e anche i meno anziani), quando vedono purtroppo avvicinarsi l’ora di andarsene? Non vogliono, non vogliamo tutti, tornare a casa? Ecco in questo caso la tomba coincide con la casa. Lo so, è un punto doloroso e scandaloso. Come sempre quando muore una persona cara, sentiamo di essere arrivati in ritardo. Avremmo potuto salvarlo? Non lo sapremo mai. Scientificamente, razionalmente ci diciamo di no. Intimamente, invece, pensiamo di sì. E allora immagino e sento il dolore di chi ha perso la madre o la figlia lì sotto e non ha potuto nemmeno seppellirla con un rito ordinario. Il dolore di saperle lì sotto e di non poter fare assolutamente nulla, nemmeno per tumularle. Il dolore dei morti si unisce in casi come questi al dolore dei sopravvissuti. Dunque la scelta più difficile credo, per Corrao e tutti gli altri: lasciarli, finalmente, riposare lì. A un certo punto avranno smesso di cercare i corpi, e in quel momento il dolore ha trovato il suo culmine.
Infine il Cretto è certo la terra che si spacca, la frattura: le fratture. Non è una semplice frattura, con una direzione. Non vi è un taglio netto. E’ tutto il sistema che si frattura, che SI frattura da solo. E’ tutto il sistema che era in tensione, e le fratture, i tagli, non vengono da un agente esterno, ma dall’interno. Le fratture, senza una direzione precisa, non hanno senso, non hanno UN senso. Tutto questo dolore non ha senso, eppure dobbiamo trovarne uno.

Le case improbabili #1

La casa che si guarda dentro

Sala dei Notari. Pre-testo per alcune sintetiche note di architettura.


Sono stato invitato da Paolo Belardi il 3 novembre alla Sala dei Notari di Perugia, a discutere insieme a Andrea Margaritelli (INARCH) e Alessandro Bruni (INU), di due progetti illustrati dai rispettivi progettisti. I progetti erano la Cantina Antinori dello Studio Archea e la Scuola di Riccione di Pietro Carlo Pellegrini (con un’aggiunta fuori programma di cui dirò più sotto). La cantina Antinori è stata illustrata da Laura Andreini. Mi ero preparato due o tre temi che sono stati sostituiti da una risposta a una domanda che mi è stata posta da Paolo Belardi. In ogni caso, come sempre mi succede, l’ascolto dei progettisti e dei relatori mi avevano già convinto a cambiare argomentazioni. Quindi ecco di seguito il risultato di pensieri ex-post.

Nel caso della Cantina Antinori ci sono diverse cose da dire, partendo dalla premessa che si tratta di una riuscitissima opera d’architettura, in cui il talento dei progettisti e la lungimiranza del committente emerge in maniera palese. Un’opera che ha aperto in maniera “aurorale” (come ho detto), tutta una stagione di opere ipogee.
Una prima riflessione che voglio fare è che quest’opera ci costringe a dei filtri estetici inconsueti perché di fatto i prospetti quasi non ci sono. Ce n’è solo uno, aperto verso valle, che si presenta come una feritoia, come un taglio orizzontale sul fianco della collina. Ma questo taglio non ha alcuna ambizione “prospettica”: direi anzi che egli stesso, che il progetto stesso avrebbe potuto fare a meno di questi. Il vero unico prospetto è la pianta della copertura, che in questo caso è la pianta della nuova superficie terrestre. Il “quinto” prospetto, che dimentichiamo spesso, diventa qui il primo prospetto.
E’ un progetto dunque che bisogna apprezzare dall’alto o in sezione, nei particolari, nei materiali.
Questa difficoltà di lettura mi fa pensare anche al fatto che ci potrebbe essere una difficoltà di concezione. Credo che cominciamo ad avere paura di fare edifici fuori terra e credo (mi si passi l’espressione), che sia “più facile” costruire sottoterra, dove la “tensione” può essere controllata meglio. Se non siamo bravi come lo Studio Archea, possiamo sempre limitarci a poche cose in superficie, con la scusa dell’ambiente, del paesaggio, ecc., e cercare di risolvere il tema tutto “da dentro”. Non vorrei insomma che il costruire sotto terra fosse l’”animale da soma” per evitare la difficoltà di fare oggi un edificio fuori terra.
Adesso che abbiamo visto l’insediamento ipogeo di Antinori pochissimi di noi avrebbero coraggio di pensare e realizzare un edificio fuori terra in quel luogo. Invece dobbiamo avere il coraggio di farlo: di immaginarlo e di farlo.
Ancora: la soluzione ipogea della Cantina Antinori (al limite del capolavoro, perché no), non può essere una soluzione praticabile per il tema della città contemporanea e per il tema del consumo di suolo, dove il tetto verde è ormai una conquista sedimentata da tempo, nella cultura e nella prassi. Non credo sia una soluzione vincente e replicabile tout-court, insomma.
Nel caso e nel merito del progetto ravviso poi una contraddizione e un aspetto psicologico un po’ curioso: ci si rifugia profondamente nel fianco della montagna, ma allo stesso tempo si fanno tutte le pareti di vetro (anche le sale riunioni), per non perdere mail il rapporto con il paesaggio e anzi per sentirsi sempre immersi nel paesaggio. Con lo stesso intento si realizzano delle grandi aperture zenitali per riguadagnare il rapporto con la luce e con l’aria.
Ma tutto questo sarebbe stato molto più facile realizzando un edificio fuori terra, sul terreno, (e non dentro), che avrebbe usufruito immediatamente di luce, aria e paesaggio! Ci si allontana dal, ma non si vuole perdere il rapporto “con” il paesaggio. Si scava nella terra ma non si vuole perdere il rapporto con il cielo e la luce.

I casi presentati, soprattutto quello della Cantina e del secondo progetto presentato da Pellegrini (una villa in cemento armato, abbandonata allo stato grezzo nella campagna, ripresa e restaurata), fanno pensare che ormai più di un’architettonica, più di un’urbanistica, abbiamo bisogno di una kepostica. Riprendo questo termine non per fingermi sapiente, ma perché non ne ho trovato un altro che condensasse quello che voglio dire. E cioè che il nostro paesaggio, dopo l’11 luglio 1969, è la Terra intera: è il Pianeta Terra. E che non può più essere visto, sentito, apprezzato, studiato, percepito, come un fatto territoriale o ambientale, ma deve essere curato come fosse un giardino. Ancora oggi sento parlare di autorizzazioni ambientali quando in realtà si tratta di autorizzazioni paesaggistiche, confondendo ancora ambiente e paesaggio, paesaggio e territorio.
Occorre una sensibilità “esaltata” per comprendere che il foglio non è mai bianco, che il paesaggio non è più innocente, che il paesaggio è stato sempre frutto dell’incontro tra l’Uomo e la Natura. Che siamo dunque, oggi, più in un giardino che non in un ambiente.

Un’altra riflessione che metto sul tavolo è questa: noi creiamo sempre suolo. Gli edifici sono sempre nuovo suolo. Sono sempre stati nuovo suolo. Possiamo andare sotto o, come abbiamo sempre fatto, andare sopra la crosta terrestre. Creiamo suolo per coltivare, per allevare, per abitare. Il cielo è stato, dal ‘900 in poi, nuovo suolo. Lo Spazio sarà nuovo suolo per i nostri discendenti.
E qui mi allaccio a un tema introdotto da Andrea Margaritelli, che oggi trova facile consenso: il suolo è una risorsa limitata, e dunque ci sono, ci devono essere, dei limiti a questa crescita lineare. E’ facile convenire. Ma è davvero così? I limiti non sono anche quelli che noi ci poniamo? Lo dico con un esempio al quale sono molto affezionato: la scena del Tuffatore di Paestum. Io non sono un “fanatico” della scienza, ma il tuffatore di Paestum è l’esempio lampante di cosa sia stato un limite. Il tuffatore presuppone, implica, un rapporto ludico con il mare, prima visto come territorio ostile o al massimo come risorsa per ottenere pesci. Il “tuffatore”, invece, si tuffa per divertirsi. C’è una scaletta per arrivare al trampolino. L’acqua è profonda, dunque sa nuotare. Ecco: il tuffatore infrange un limite (no, non infrange: infrange è brutto): dà un altro senso al mare. Fa un’operazione estetica, direi quasi: amplia la nostra conoscenza. Il mare diventa altro territorio, altro paesaggio. Altro suolo, forse.
Credo dunque che noi, ma soprattutto i nostri discendenti troveranno altro suolo per abitare, per coltivare, per oziare, e non necessariamente questo sarà visto come un fatto negativo poiché il rapporto non sarà necessariamente distruttivo. L’ampiezza dei cerchi dell’economia circolare non è data a priori.

Gambetto di donna per una ricerca sull’abitazione nello spazio rurale in Umbria

Premessa
Questo breve scritto dovrebbe diventare parte di un lavoro più organico e strutturato che riguarda i modi dell’abitare in Umbria nello Spazio Rurale. Lavoro che necessita di più tempo (che spero di potermi concedere), e di altre collaborazioni, per essere ben documentato, anche sotto il profilo fotografico. Questo scritto è un po’ la mossa d’apertura di una partita a scacchi: un gambetto di donna.

La tesi è questa, in maniera ruvida, aspra: l’abitazione rurale che tutti veneriamo come vera (pietra arenaria faccia a vista, zampini di castagno, coppi e controcoppi), è falsa. E prima ne prenderemo coscienza e prima potremo immaginare un nuovo paesaggio.

L’abitazione rurale umbra, in questi anni, si è trasformata e articolata. Mentre prima potevamo classificare in due grandi categorie le residenze dello spazio rurale, oggi non è più possibile perché la tassonomia si è ampliata.
Prima poteva esserci la casa padronale e il casolare (mezzadrile o colonico). La differenza era data innanzi tutto da questioni censuarie. [Fare esempi di ville padronali e case rurali del passato anche saccheggiando Desplanques]
Tuttavia entrambi i tipi mantenevano con il territorio un rapporto economico, più mediato il primo e meno il secondo. La villa padronale era infatti anche il centro amministrativo (di comando e di controllo), dell’attività fondiaria, dell’attività agricola, dell’attività immobiliare. L’abitazione del contadino (mezzadro o piccolo proprietario qui non fa differenza), era invece molto più strettamente legata all’attività di coltivazione del fondo: coltivazione che includeva spesso anche l’allevamento di qualche capo di bestiame.
E dunque il tipo della casa era molto semplice e razionale (vedi anche Desplanques), spesso con le stalle al piano terra, con le scale a profferlo, ecc.
Ed è questa l’immagine prevalente della casa rurale umbra che si vorrebbe mantenere (Soprintendenza in testa), senza capire che i modi della produzione agricola hanno posto fuori dal tempo quel tipo. Oggi non è possibile per esempio pensare alla stalla dei bovini al piano terra del casolare. E dunque queste case coloniche vernacolari si sono trasformate in altre cose: residenze (a volte), agriturismi, ristoranti, luoghi del benessere (spa et similia): soprattutto luoghi della vacanza.
Anche nel caso delle residenze si è tuttavia perso il rapporto produttivo con il territorio, con la campagna. Si vive in campagna, non si vive della campagna. Chi vive in questi casolari fa spesso un altro lavoro: imprenditore, commerciante, libero professionista di successo. Questi casolari sono spesso “restaurati” da geometri che non hanno avuto paura della hybris, o da architetti che hanno smesso di farsi troppe domande e che hanno fatto dunque operazioni di “anastilesi” agricola. Questi casolari non hanno più nulla di rurale, né all’interno, né all’esterno. All’interno l’uso dei locali è di soggiorno loisirs (grandi soggiorni, archi e archetti come se piovesse, televisioni da 100 pollici, quando non anche biliardo). All’esterno si è tenuto il minimo bagaglio iconico possibile che tiene ancora unita quest’immagine di casolare tipico: il tetto in coppi, la gronda in zampini di castagno, il comignolo di mattoni …
Le altre cose, infatti, sono “invenzioni” postume e posticce: la pietra faccia a vista sulle facciate, le pianelle di laterizio che fasciano il fabbricato a mo’ di marciapiede e che si allargano fino all’immancabile piscina, l’illuminazione esterna, i parcheggi sotto le tettoie fotovoltaiche, ecc., sono tutte cose che ovviamente non c’erano nella “vera” casa rurale. Le case quando possibile erano intonacate, poiché la pietra grezza si sfalda facilmente alle intemperie (e costruire in pietra costa fatica); le case non avevano un marciapiede pulito di laterizi poiché appoggiavano direttamente per terra (solo l’aia era eventualmente pavimentata e per ovvie ragioni produttive); di illuminazione esterna non si parlava (era già tanto avere quella interna); il parcheggio coperto non era proprio un tema all’ordine del giorno; non vi era un cancello imponente poiché non vi era un granché da annunciare o da difendere.
Dunque: oggi chi ha i mezzi (molti), si è tenuto o si è appropriato della grande villa signorile. Questa villa non sempre è rimasta centro amministrativo della grande azienda. Spesso è divenuta attività turistica, spa, albergo, ecc.
Questo tipo di ville è spesso tutelata puntualmente dal Codice dei beni culturali, e quindi le trasformazioni fisiche nel tempo sono state limitate, per quanto possibile.
Gli annessi di queste ville o di casolari di pregio sono stati trasformati in altre residenze o altri agriturismi. E’ saltato tuttavia il rapporto di scala poiché anche oggi per vivere della campagna occorrono (vado a naso) almeno 10 Ha a famiglia, in pianura. E invece oggi vediamo proliferare questi casolari (finti), con un lotto di 2.000 mq di terreno che ovviamente non possono garantire la sufficienza alimentare nemmeno di una persona. Queste casette finto rustico sono solo lottizzazioni in campagna, con tutto il corredo di cancelli, recinzioni, luci esterne, piscine, siepe di lavanda, ecc. Sono casolari che solo apparentemente sono residenze in armonia con il terreno circostante, ma che spesso rifiutano quasi il rapporto con le coltivazioni, gli allevamenti e, in breve, la vita di campagna.
Chi non ha i mezzi e vive della campagna, oggi abita in un casolare ristrutturato alla bell’e meglio, oppure abita in un’abitazione molto semplice, costruita negli anni ’70, spesso progettata da geometri (onesti professionisti), che però oggi ci fanno inorridire. Edifici tozzi, a due piani (tre se un figlio è rimasto), con la scala interna, infissi in alluminio anodizzato, intonaco in cemento e quarzo graffiato, con tinte che vanno dal grigio spento al verde acido al rosa tenue, tetto in tegole marsigliesi. Il piano terra è destinato a uno spazioso garage, un fondo, una cantina e poco altro.
Gli attrezzi per il lavoro (trattori, erpici, aratri, seminatrici, pressatrici, ecc.), sono tutti alloggiati in fabbricati molto semplici: 4 pilastri e una copertura spesso in lamiera metallica se non in lastre di fibrocemento. Lo stesso dicasi per i fienili. Le stalle hanno generalmente un grado di solidità in più poiché devono resistere all’usura degli animali alloggiati e quindi sono in muratura.
Il rapporto con la strada è altresì emblematico. La casa rurale di un tempo cercava la massima prossimità con la strada pubblica, che costituiva un valore infrastrutturale vero. Mentre oggi il rapporto con la strada pubblica è considerato un minus. Tutte le case che adoriamo hanno generosamente regalato al Comune un altro tracciato, sdemanializzando il tracciato originario, allontanandosi dalla dalla strada pubblica.
I casolari superstiti, riadattati con la minima spesa, li troviamo nelle zone più povere dell’Umbria e ovviamente salendo verso le nostre montagne, le nostre zone interne. Sono in pietra faccia a vista (di dubbio se non modesto magistero), perché l’intonaco è caduto. Gli infissi sono fatiscenti: qualcuno è stato rimpiazzato con l’alluminio. Gli impianti elettrici sono pericolosamente aggiustati cercando di nascondersi sotto traccia, ed evidenziando ovviamente una traccia ben più visibile. Il bagno è stato collocato all’interno dividendo un locale preesistente e bucando la muratura dove serviva per una piccola finestrina. Al piano terra resistono ancora fondi cantine garage, mentre gli animali sono stati un poco allontanati in altre strutture. Ovviamente non ci sono marciapiedi e piscine.

La casa rurale del Desplanques non esiste più ed egli stesso sarebbe molto critico verso la nostra ostinazione a mantenerla come riferimento.
Quello che noi veneriamo insomma (la casa rurale umbra), è un fantasma, retaggio di un rapporto ormai completamente disaccoppiato dal territorio, e dunque dal paesaggio. Quel mondo rurale non esiste più: prima ne prendiamo coscienza e prima potremo dare luogo a un nuovo rapporto con il paesaggio. Anzi, poiché dico sempre che è impossibile non essere in un paesaggio (non c’è un paesaggio “fuori” con cui avere un rapporto: noi siamo il paesaggio), prima ne saremo consapevoli e prima potremo costruire un nuovo autentico paesaggio.