L’Idea-di-città

Succede spesso in molti incontri con amici e anche con profani del settore, che a un certo punto della conversazione spunti la frase, generalmente definitiva sull’argomento: “Eh, manca un’idea di città …, una visione …”. Ed è facile convenire sul punto: si ritiene anzi di aver toccato “il” punto.
Ma che cos’è l’Idea-di-città?
Sarebbe, se non intendo male, un’idea totalizzante che prefigura, in un colpo solo, sia lo spazio che il tempo di questo nuovo spazio. Il tempo è infatti il fattore più importante nell’avere questa idea di città. Si deve trattare infatti di un tempo piuttosto lungo (almeno 20 o 30 anni). Non si può dire di avere un’Idea-di-città per i prossimi 12 mesi. Occorre onestamente darsi un orizzonte più lungo.
Ma perché dovremmo avere bisogno di questa Idea-di-città? Perché diamo valore a questo concetto? Non siamo forse prigionieri di una sorta di vizio di origine? Di un vizio demiurgico? Non ci lasciamo sempre abbindolare dal “canto delle sirene”? L’architetto come un Dio più piccolo, capace di prefigurare prima e di figurare poi lo sviluppo di una città nei prossimi 30 anni? In questo caso il pianificatore, il politico, l’urbanista sono molto simili: difficile distinguere, al di là della tecnicalità che l’urbanista apporterà successivamente, una differenza ontologica tra queste figure. L’urbanista partecipa spesso e fin dalle prime battute alle discussioni sul destino della città.
E’ ancora valido questo concetto, questo paradigma? E’ ancora utile, ancora fertile? Negli ultimi anni è servito? O, domanda scandalosa: è mai servito nella storia della città?
Lo strumento tecnico di questa volontà demiurgica è il PRG. Le varianti sono l’indicatore sintetico che questa volontà si è scontrata con la realtà, con le sue dinamiche, con i suoi tempi …
Le varianti sono un indicatore della rigidità del PRG. Si dirà che lo strumento è ancora valido e che è stato usato male. Può essere. Ma allora dobbiamo ammettere che abbiamo avuto una schiera di amministratori-urbanisti di pessima levatura negli ultimi anni. O lo strumento non è perfettamente adeguato o l’artigiano non è capace ad usarlo. O un mix, certo. Ma bisognerebbe fare una riflessione più radicale sul tema.
Bisognerebbe impostare una vera e profonda ricerca storica per vedere quanto i PRG sono stati modificati nella storia della città, quando e perché. Non parlo solo degli ultimi anni. Io dico: risaliamo pure indietro nella storia della città, anche molto indietro, e vediamo quando e dove e quanto si è dovuta modificare rispetto a una “volontà di piano”. Una ricerca universitaria seria, con una gran mole di dati, di date, di esempi, di esempi diversi su scale diverse. E contestualizzando anche le dinamiche e le decisioni in funzione del valore di alcuni concetti. Non possiamo nasconderci per esempio (ne cito uno per tutti), che il tempo aveva un valore e paradossalmente una “durata” diversa anche solo 50 anni fa rispetto a oggi.
Onestamente, siamo ancora in grado di immaginare lo sviluppo di una città nei prossimi 30 anni? E la domanda ancora più scandalosa: siamo mai stati in grado? O il nostro rito del PRG, con la liturgia dei Piani Particolareggiati, si è spento nel tempo, si è infranto contro le resistenze delle logiche insediative, di volontà che hanno scavalcato il potere e la competenza locale?
O allora le nostre città sono andate avanti nella loro storia, malgrado il PRG, malgrado il mito dell’Idea-di-città?
La città si sarebbe allora adeguata invece ai vari accadimenti puntuali (nello spazio e nel tempo), che la realtà ha imposto alla città? La città si è modificata a seguito di questi grandi accadimenti (frane, alluvioni, sismi, ma anche ferrovie, autostrade, porti, tunnel, industrie, carceri, caserme, ecc.), qualche volta in maniera fragile, qualche con inerzia (tollerando), qualche volta in maniera anti-fragile.
Forse più che un’Idea-di-città, ci sarebbero state delle grandi idee già localizzate, e il PRG avrebbe cercato di adeguarsi a queste idee di sviluppo. Tra l’altro, come ben sa chi frequenta un po’ la materia, le varianti al PRG passano in Consiglio Comunale, prima di finire sul tavolo dell’urbanista. E dunque l’accoglimento di queste idee di sviluppo (la maggior parte sono idee di sviluppo infrastrutturali o produttive: l’abitazione seguirà), richiede già una valutazione sociale, economica, politica, da parte del potere locale.
La tesi finale è insomma che il rapporto tra il PRG e le Grandi Idee Localizzate (mi si passi provvisoriamente la locuzione), sia stato poco studiato (intendo studiato con un corredo di dati pluridisciplinari e non solo sotto il profilo della Storia della città), e che intuitivamente questo rapporto veda il PRG molto in sofferenza e sempre alla rincorsa della vita.

Solo grazie

#seed360 e #spaziosacro è stata un’esperienza fantastica! Per me sono stati 7 giorni di grande formazione e educazione: formazione è infatti riduttivo. Quindi posso solo ringraziare. Certo, ci sono state delle sbavature da parte mia e me ne prendo ovviamente la responsabilità. Qualche intervento è stato sotto alle aspettative (mie), e altri sopra. Ho scoperto amicizie e messo in luce sensibilità o fragilità altrui, e di questo mi dispiace. Credo tuttavia che luci e ombre, rose e spine, facciano parte di un’iniziativa così complessa e articolata. Ritengo di aver fatto il meglio che potessi fare, e mi pare un bel risultato per poter continuare a pensare a qualcosa di buono, in futuro. Abbiamo già ringraziato ufficialmente i nostri partner (privati e pubblici), e compagni di viaggio, e sono stati ringraziamenti veri, che però non posso ripetere adesso. Allo stesso tempo voglio evocare alcune persone con cui è nata una certa complicità o che comunque mi hanno colpito per lo spirito di abnegazione e per la generosità dimostrata in maniera del tutto spontanea e immediata. Dunque grazie a #nicolapalumbo con cui abbiamo condiviso avventure ambientali estreme “al limite della sopravvivenza” per “catturare” le riprese di Mario Botta a Mendrisio e di Paolo Portroghesi a Calcata. Grazie a #barbaracadeddu per aver tenuto sempre il timone a dritta anche quando il resto della ciurma si distraeva, a #barbaraargiolas per la sua calma sorniona, a #graziellatrudu per la discrezione e delicatezza, a #francescogubbiotti che ci osserva da dietro i suoi grandi e strani occhiali e ormai penso ci guardi come fossimo anche noi dei video da caricare sulla piattaforma. Grazie infine in ordine di tempo al sindaco di Bevagna #annaritafalsacappa che ci ha ospitato sabato sera e che ha incantato i nostri relatori con una serata piacevolissima fatta di gnocchi al sagrantino e iscrizioni medievali. Grazie A.M. (ma questa era prevedibile).

Franco Purini a Assisi il 30 aprile!

Franco Purini a Assisi #Seed #SpazioSacro #Perugia #Assisi

Seed

https://www.umbriatv.com/notizie/attualita/19618-149395-in-arrivo-seed-dal-24-al-30-festival-internazionale-architettura.html

Paesaggio e architettura*

Farò un intervento un po’ per punti, per nodi critici, al limite anche iconici e provocatori. E poi lascio delle domande sul tavolo. Dati i limiti di tempo e il tavolo di relatori e il parterre, credo che sia l’atteggiamento giusto. Ritengo che dobbiamo pensare ad alcune date significative che riguardano il paesaggio per poi chiudere sull’architettura.

1) Il paesaggio è per me come il tempo per sant’Agostino. Tutti sappiamo cos’è, ma non lo sappiamo definire. E noi abbiamo già difficoltà a definire le cose limitate, figuriamoci quelle illimitate, quelle di cui è difficile tracciare un confine, una cornice, un recinto. Tuttavia, per parlare e per far aumentare la conoscenza, dobbiamo convenire su alcune definizioni. Parto forse da quella più banale, più prosaica, meno poetica: la Convenzione Europea del Paesaggio. La Convenzione Europea che tutti conoscono, non aiuta: lo dico con modestia e con il gusto di provocare un po’. L’art. 1 della convenzione del 20 ottobre 2000, apre così: “Ai fini della presente Convenzione:
a. “Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;”. All’art. 2 continua poi così: “Articolo 2 – Campo di applicazione.
Fatte salve le disposizioni dell’articolo 15, la presente Convenzione si applica a tutto il territorio delle Parti e riguarda gli spazi naturali, rurali, urbani e periurbani. Essa comprende i paesaggi terrestri, le acque interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, che i paesaggi della vita quotidiana e i paesaggi degradati.”
I profili critici di questa definizione sono stati evidenziati da autori enormemente più prepararti di me sul tema. Ne voglio ribadire, solo per esigenze di memoria, e per esigenze che poi attengono alla gestione pratica del paesaggio, solo alcuni: il paesaggio designa una determinata parte di territorio. Il punto è come definire, delimitare una parte. Dove finisce questa parte? Come è percepita dalle popolazioni? Quali? In che modo capiremo come sono percepiti? Il carattere di un paesaggio che cosa è? Già il tema del “carattere” in architettura ha preso molte nostre energie: definire oggi il carattere di un paesaggio è sfida intellettuale e culturale improba.
L’art. 2 aumenta ancora la difficoltà, poiché se tutto può essere paesaggio, tutto è paesaggio. E’ evidente dunque che c’è bisogno di una costruzione valoriale e di una governance specifica per l’attribuzione o il riconoscimento di detti valori.

Posso provare a definire il paesaggio per via negativa, cercando di eliminare le “incrostazioni” dal concetto. E io ne vedo 3.
a) Il paesaggio non è l’ambiente. Anche se vi è stato un notevole schiacciamento tra i due termini, direi che l’ambiente è base nuda, lo sfondo, la matrice (come direbbero gli ambientalisti), su cui il paesaggio si fonda.
b) Il paesaggio non è il territorio. Il territorio, luogo forse privilegiato dagli urbanisti è il dato asciutto: al massimo è il luogo dove prevedere, con sovrastimate capacità demiurgiche, la localizzazione di ferrovie, strade, case, scuole, campi.
c) Il paesaggio non è il panorama, soprattutto se vogliamo superare quella concezione “visibilistica” o solo visibilistica del paesaggio. È una relazione strana: ogni panorama è sicuramente un paesaggio. Non necessariamente il paesaggio è un panorama. Pensiamo per esempio a un paesaggio urbano, un paesaggio industriale, una grande radura nel bosco, per usare un’immagine cara ai filosofi.
Conoscete questa frase della scuola di palo Alto: “È impossibile non comunicare”. Tradotto nel nostro contesto vuol dire che è impossibile non essere in un paesaggio. il paesaggio è già un significato. Noi siamo sempre in un paesaggio, solo che non lo sappiamo dire.

2) 470 a.c. Il tuffatore di Pompei. È un’immagine molto nota. Vi sono state molte letture di questa immagine: il passaggio dalla vita alla morte, lo sguardo verso il futuro, il fatto che sia solo un tuffo. A me piace pensare che questo tuffo segni il passaggio culturale del mare visto prima come territorio e ora come paesaggio. Se infatti diciamo tutti che bisogna superare la concezione solo “visibilistica” del paesaggio a favore di una concezione più estetica (nel senso greco del termine: della percezione, dei sensi), beh allora credo che questa immagine sia emblematica. Il mare smette di essere l’elemento che fa paura e diventa un elemento di piacere. Vado al mare non solo per pescare (territorio), ma vado al mare per tuffarmi. Il mare non mi mette più paura: posso anzi avere il gusto di salire su una scala, un trampolino, per lanciarmi e lasciarmi avvolgere dalla sua freschezza, dalla sensazione di scivolare sull’acqua. Chi sa nuotare sa a cosa mi riferisco, a quella sensazione di essere uno con l’acqua, di essere nel flusso, di scivolare in un elemento amico.

3) 1339. Il buongoverno. Il paesaggio buono è bello. L’estetica contemporanea ha fatto saltare il collegamento tra ciò che è buono e ciò che è bello. Umberto Eco ha scritto l’elogia della bruttezza e la categoria del brutto è entrata nelle nostre discussioni come argomento piacevole di conversazione. Solo che la piacevolezza decade immediatamente se siamo immersi in un luogo brutto, e massimamente se quel luogo brutto si associa alla nostra sicurezza. Il brutto è bello (passatemi l’espressione), solo se è visto da lontano. Il deserto è bello solo se visto dall’aereo e non se sto morendo di sete mentre cerco una strada, un’orizzonte amico, un’oasi. L’inverso invece non è dato, anzi. Il paesaggio bello ci rende più buoni. Proverbio danese. Con il generale Benedetto parlavamo prima davanti al caffe. Quant’è bella la nebbia vista da montefalco! Quant’è brutta se ci rituffiamo dentro.

4) 1353. L’ascesa al Monte Ventoux di Petrarca. L’ascesa è un’ascesi. Scoprire il paesaggio è (anche) scoprire se stessi. Il paesaggio è quel luogo paradossale e contemporaneo di due movimenti apparentemente antinomici tra loro: uno verso l’esterno, verso l’orizzonte, un’estasi, e l’altro verso l’interno, un insight. Anche qui il rapporto con il territorio (dove vado a pascolare le capre, a tagliare la legna), è diventato un rapporto di altro tipo. Io vado sulla montagna per sentirmi uno con la montagna. O per sentirmi diverso da tutto quello che vedo, o immagino, nella valle. Direi che l’ascesa del Petrarca è il racconto del tuffatore, o meglio del nuotatore.

5) 1837. Leopardi. «Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura»
Leopardi

6) il 1969 è un anno fantastico per il paesaggio. Il 21 luglio 1969 Il nuovo paesaggio è tutta la terra. Lo era già stato con la prima fotografia dall’orbita lunare di Apollo 8 verso la Terra. Ma ancora di più con lo sbarco sulla Luna è la Terra che diventa il nostro paesaggio. La Terra intera diventa un unico paesaggio. Così come la Luna. In un unico momento abbiamo due paesaggi folgoranti e forse ce ne rendiamo conto solo dopo.

7) Il 29 ottobre 1969 due computer si scambiano un messaggio, o meglio due uomini si mandano un messaggio attraverso due computer. Nasce il web, di fatto. Non sembri una banalità, ma la rete fa nascere un nuovo paesaggio, perché del paesaggio riesce ad eliminare il dato territoriale: la distanza. Il paesaggio fino ad allora condivideva con il territorio un parametro di riferimento geografico vorrei dire, un parametro comune, un parametro “simmetrico” avrebbe detto Aristotele: la distanza. La rete fa saltare questo rapporto e la Terra è diventata velocissima. Uno dei parametri che faceva accomunare paesaggio e ambiente, paesaggio e territorio, è la distanza, la distanza fisica. Che qui tende a scomparire, a farsi incommensurabile.

8) 1992. Il metaverso. Il prossimo paesaggio è quello del metaverso. Il metaverso, poliverso ecc. fa saltare anche altri parametri che sono quelli della realtà della visione e della percezione. Chi ha provato gli occhiali e le applicazioni di realtà aumentata o di realtà virtuale sa che cosa si prova. La sensazione fisica di essere in un mondo reale, altrettanto reale è fortissima. E siamo solo agli inizi. È sicuro che nel futuro prossimo, immediato avremo un ampliamento protesico, o endoprotesico, delle nostre percezioni. Ma quali categorie estetiche possiamo applicare a questo mondo? Sono ancora valide? Ne dobbiamo trovare delle altre?

9) Creare spazio. La frontiera culturale che ci attende è quella di creare spazio. Anche se potessimo immediatamente diventare tutti virtuosi, oramai ci dicono che abbiamo già consumato il nostro pianeta. Io non sono un fanatico di questo dogma del consumo di suolo, dato che va sempre ben temperato, altrimenti si rischia di fare confusione. Abbiamo consumato spazio in Italia, ma negli ultimi 20 anni sono cresciuti anche i boschi. I boschi sono luoghi molto più naturali dell’agricoltura. Oggi l’agricoltura intensiva è un’officina, una grande officina, i cui salariati hanno le radici nel campo. Detto ciò, noi non possiamo fare altro che creare nuovo suolo, nuovo territorio, perché non è riducendo di qualche ettaro i nostri piani regolatori che salveremo il pianeta. Il nuovo suolo è dato dalle vertical farm, dal coltivare il mare, dal creare proteine di sintesi, da coltivare nello spazio, dal colonizzare satelliti e altri pianeti. Dico questo non perché mi faccia particolarmente piacere, ma perché i nostri amici ambientalisti mi dicono che siamo già in ritardo.

10) E l’architettura? I nodi tra architettura e paesaggio sono molteplici. Tuttavia oggi voglio usare il paesaggio per ragionare sulla differenza tra progetto e restauro. Se quello che dice Leopardi è vero, se quello che dice la Convenzione del Paesaggio è vero, se si assume un’ottica attenta al paesaggio, la differenza tra il progetto del nuovo e il recupero dell’esistente tende a scomparire. Non c’è mai un nuovo progetto: il foglio non è mai bianco. Qualche anno fa, quando insegnavo all’università, mi capitavano studenti che dicevano di aver il blocco del foglio bianco. Innanzi tutto il foglio è bianco perché non hai una teoria. E il foglio bianco in sé non suggerisce nulla, anche se continui a guardarlo per molto tempo. E la prima teoria dovrebbe essere questa: che è impossibile non essere in un luogo, in un paesaggio. Noi siamo sempre in un paesaggio, e la costruzione della nostra nuova villa (il sogno di ogni architetto), non è altro che il restauro di una costruzione più ampia che si chiama luogo: paesaggio, appunto. Siamo a Montefalco: pensiamo per un attimo di dover intervenire sul “Fungo”. Si tratterebbe di sola architettura? O non invece di paesaggio? E nel momento in cui lo si è costruito, si è costruito solo un nuovo oggetto architettonico, o si è modificato (significativamente), sul paesaggio? Ovviamente uso qui la parola restauro in un’accezione che è impropria: solo per contrapporla al progetto ex-novo. E se non c’è un paesaggio, che per me è sempre una costruzione intellettuale e quindi simile concettualmente all’architettura, c’è almeno un territorio, un ambiente: il sole, i venti dominanti, l’esposizione, l’umidità, ecc. C’è sempre qualcosa da cui partire. C’è sempre troppo da cui partire: la realtà è spesso sovrabbondante, per chi sa guardare. La difficoltà è semmai nello scegliere la giusta partenza, la giusta distanza.

* Traccia dell’intervento tenuto a Montefalco il 25 novembre 2022, invitato da Fondazione Sorella Natura

E27(2)

“[….] una rete di mobilità dolce [….]”
Bisogna tornare a nominare le cose come sono, che è un grande sforzo di umiltà e di realtà. Per mobilità dolce si intende un percorso per biciclette e altri mezzi? I marciapiedi sono già mobilità dolce? I percorsi per le biciclette devono essere necessariamente asfaltate? Devono essere necessariamente delle piste da corsa? Perché ricordo che la bicicletta è un mezzo previsto dal codice della strada che dovrebbe andare sulla strada. Perché questi percorsi non possono farsi con del semplice ghiaino (permeabile, tra l’altro)?

“[….] un tessuto continuo di prati e campi incolti [….]”
I campi incolti sono il segno della disfatta di un’iniziativa economica: non sono lì per fare da connettore ecologico tra altri prati e giardini. Per il semplice motivo che nessuno paga l’agricoltore per realizzare dei connettori ecologici. Se si vogliono dei connettori di questo tipo, se la collettività ritiene che questi connettori siano un valore fondamentale, la stessa collettività deve essere in grado di pagare per questo valore. Così come i prati. I prati sono tali perché sono destinati al pascolo o allo sfalcio, e non alla composizione estetizzante di patchwork visibili dall’alto di una terrazza (naturale o meno).

“[….] un parco multifunzionale [….]”
Che cos’è un parco multifunzionale? A cosa potrebbe formalmente rassomigliare se non alla città dispersa che tutti (apparentemente) disprezzano? Un parco è un ambito piuttosto esteso dove la matrice predominante è rappresentata da spazio agricolo (che oggi è tutto meno che naturale). E in questa matrice abbiamo una punteggiatura di casolari e agriturismi. E da un punto di vista formale vorrei capire che cosa cambia tra un agriturismo e uno studio dentistico o ambulatoriale, tra un casolare con le stalle e una piccola officina per riparare trattori o macchine o biciclette. E se non c’è una grande differenza, come immagino, bisogna accettare che in fondo questa città dispersa in Umbria, in Italia, non è tutta da disprezzare. Se non è multifunzionale è spazio rurale, come l’abbiamo sempre conosciuto e vissuto.

E27(1)

E27 (1)

La serie E27 vuole essere una serie di piccole notazioni critiche negli ambiti che più mi interessano: l’architettura, l’arte, la letteratura, il cinema …
Questa nasce dall’insofferenza che mi prende quando leggo testi sistematici o relazioni illustrative di piani, strumenti, programmi, redatti per la maggior parte da colleghi architetti in tema di pianificazione. Urbanistica, ma anche ambientale o di settore.
Molti di questi redattori sono colleghi, e qualcuno anche amico: se l’amicizia se è tale, forse potrà ben sopportare qualche critica. Non me ne vogliano, insomma: sono disponibile alle loro repliche.
Ritengo che l’uso di questo linguaggio dimostri una conoscenza superficiale delle dinamiche economiche e sociali (in buona fede). Sul territorio agricolo si sentono e si leggono poi delle cose che riflettono una visione ideologica del mondo (ideologica nel senso di non realistico), del tutto lontane dal mondo produttivo agricolo. Lo dico da uomo cresciuto in campagna e ancora e sempre vicino al mondo rurale.

Riporto per cominciare un passo e una locuzione abusata e le commento.

“[….] impostare un percorso di aggregazione volontaria ed attiva di attori del territorio attraverso patti di collaborazione per avviare un programma di promozione e sviluppo dell’area tra amministrazione comunale, imprenditori agricoli, strutture ricettive e cittadini. Una governance ‘leggera’ che assume la forma di network di coordinamento di iniziative comuni senza spese di gestione.”
CHI dovrebbe impostare un percorso di aggregazione “volontaria”? Che cosa è una governance leggera senza spese di gestione? Le cose si realizzano perché qualcuno decide. E in organizzazioni appena un po’ più complesse della tirannia il procedimento di decisione va formalizzato. E la formalizzazione implica una struttura, dei ruoli, delle responsabilità, degli impegni. Altrimenti è un happening, un flash-mob, un aperi-cena (che parola!). Occorrono patti, contratti, firme: quello che già conosciamo. Non è la forma di queste associazioni il problema: il problema sono i contenuti. Ci mettiamo insieme per fare cosa? Quali sono i nostri obiettivi comuni? Quali sono i nostri valori? Quanto siamo disposti a pagare per averli?

I prodotti a Km zero.
Un mercato di prodotti a Km zero è quasi la negazione ontologica del mercato, che nasce per far incontrare merci che arrivano (anche) da lontano. I prodotti a Km zero significa avere prodotti (anche), a Ore zero: nel senso della vicinanza e della freschezza. Ma anche nel senso dell’adesione ai cicli naturali. Prodotti a Km zero a Milano significa non avere ananas a Natale o più banalmente arance, o banane, per esempio. Significa che le fragole arrivano a maggio e non a settembre. Significa che le ciliegie arrivano a giugno, non a febbraio. Siamo disposti a questi sacrifici? O per prodotti a Km zero parliamo solo di lattughe e ravanelli? Perché se è così non credo che potrebbe contribuire in maniera significativa a risolvere o mitigare i nostri problemi ambientali.

Architettura è Accoglienza*

Grazie a tutti voi, innanzi tutto.
Grazie a Pietro Carlo, che ha avuto l’idea di questa mostra.
Grazie agli architetti-artisti che hanno dato il loro contributo con la loro opera.
Grazie agli sponsor che voglio nominare uno a uno. Innanzi tutto il Comune di Assisi, con la bellissima sala qui sotto, poi l’Ordine degli Architetti, la ditta Samuele Pelucca srl, DEA illuminazione, Giannoni & Santoni, Edilglobal, Visiona. I loro loghi e siti sono sulla locandina.
Grazie infine alla Fondazione, che ha scelto di proporre questa mostra a Assisi. E grazie a Simone Menichelli e Mattia Mattioli, che hanno fatto tutto ciò che c’è da fare per una mostra: dal trasporto, all’allestimento, alla locandina, agli inviti. Con pochissimi mezzi e in pochissimo tempo.

Devo premettere, per onestà intellettuale e per serietà verso chi soffre, che l’idea della mostra è partita prima del precipitare degli eventi in Ucraina. Non vi è insomma un aggancio immediato tra la mostra e l’attualità.
Anche se, e su questo la mostra è in perenne attualità, il mondo ha sempre bisogno di accoglienza, perché il mondo ha sempre bisogno dell’architettura.
Se l’accoglienza implica anche la protezione (ti accolgo per proteggerti), allora l’architettura nasce come accoglienza. Che si rinvii l’origine dell’architettura alla caverna, alla tenda, alla capanna originaria, all’invenzione del muro (per chi scrive), essa nasce proprio per accogliere, per proteggere, per stare. Anche a seguire Adolf Loos fino all’ultima conseguenza logica, l’architettura coincide con il tumulo: con la terra, quindi. Nostra ultima accoglienza, nostra ultima architettura.
Dunque davvero oggi non ci sarebbe molto da aggiungere sul tema trattato dagli architetti e dagli artisti di questa mostra, se non la necessità dell’estetica. E davvero l’estetica è uno dei criteri che ci distingue dagli animali. Il riso bergsonniamo non può nascere che sul viso di un animale estetico. L’uomo è dunque e soprattutto homo aestheticus. Sono molto d’accordo con Gianluca Peluffo, quando dice: “Il Mediterraneo non ha mai distinto etica ed estetica.” L’uomo estetico è dunque anche uomo etico.

Mi sia consentito introdurre un secondo punto, forse un po’ contro il mainstream, che chiamerò per brevità “L’elogio del muro”.
Oggi ce l’abbiamo tutti contro il muro perché è visto come strumento di divisione, di separazione, di esclusione.
Ma il muro è sicuramente anche strumento di protezione. Le persone scappano oggi dalle case e si rifugiano negli scantinati (dove il muro è più solido). Le persone scappano oggi dall’Ucraina e vengono in Italia perché in Italia si aspettano di trovare dei muri.
Il muro è anche strumento di inclusione, dunque.
Il fatto che noi non vogliamo più confini di nessun tipo deriva dalla credenza (tutta ancora da dimostrare), che l’assenza di confini porti all’assenza di conflitti. Far saltare tutti i confini porta all’indebolimento dell’identità. Evitare tutti i confini non porta a una personalità “liquida”, ma porta a una società gassosa, evanescente. La qualità che serve, invece, anche ai fini dell’accoglienza, è quella di poter dialogare con l’altro, anche se l’altro è molto diverso da me. Occorre una “razionalità ben temperata”, per citare (a memoria) Ratzinger.

I risultati degli artisti (sia consentito riunirli qui sotto quest’unica etichetta), chiamati a contribuire a questa mostra lo dimostrano: l’accoglienza è un’accoglienza pensata: una riflessione che guarda all’accoglienza sotto molti profili e che ci ritorna l’importanza e la fertilità di un tema così importante.
Che ovviamente avrebbe bisogno di ulteriori eventi e momenti di questo tipo.
La Fondazione Umbra per l’Architettura è dunque onorata di aver contribuito a questa mostra.

* Traccia dell’intervento di apertura della mostra.

Assisi 12 marzo 2022

NoVas

Ho creato un nuovo movimento politico ambientale trasversale! Si chiama NoVAS! Basta con questi soprusi! Basta con queste valutazioni! Il Vas pass non può essere obbligatorio per tutti i piani! Architetti di tutta Italia unitevi! Aderite anche voi con una mail a bruno.broccolo@novas.org !!!!