Grazie all’ing. Massimo Palombo per questa gradita citazione nell’ultimo numero dell’Ingegnere Umbro.

Qualche nota sulla “nuova” Ristrutturazione Edilizia

La ristrutturazione edilizia in Umbria dopo la L. 120/2020 presenta qualche difficoltà applicativa, soprattutto in due casi: nello Spazio Rurale e negli ambiti vincolati ai sensi del Dlgs. 42/2004.

Quest’analisi parte ovviamente dal presupposto che la definizione degli interventi edilizi è prerogativa statale e che non vi sia dunque possibilità per le regioni di modificarla. Vediamo allora oggi la definizione di ristrutturazione edilizia prevista dal DPR 380/2001:

<<d) “interventi di ristrutturazione edilizia”, gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi altresì gli interventi di demolizione e ricostruzione di edifici esistenti con diversi sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche e tipologiche, con le innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica, per l’applicazione della normativa sull’accessibilità, per l’istallazione di impianti tecnologici e per l’efficientamento energetico. L’intervento può prevedere altresì, nei soli casi espressamente previsti dalla legislazione vigente o dagli strumenti urbanistici comunali, incrementi di volumetria anche per promuovere interventi di rigenerazione urbana. Costituiscono inoltre ristrutturazione edilizia gli interventi volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a tutela ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, nonché, fatte salve le previsioni legislative e degli strumenti urbanistici, a quelli ubicati nelle zone omogenee A di cui al decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444, o in zone a queste assimilabili in base alla normativa regionale e ai piani urbanistici comunali, nei centri e nuclei storici consolidati e negli ulteriori ambiti di particolare pregio storico e architettonico, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove siano mantenuti sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche e tipologiche dell’edificio preesistente e non siano previsti incrementi di volumetria;>>

Nell’ambito della ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche gli interventi di demolizione-e-ricostruzione con diversità di sedime e di sagoma. In breve: è possibile fare un nuovo edificio, da un’altra parte. L’unico limite è quello della capacità edificatoria (SUC, in Umbria). Nelle “canoniche” zone B, C, D, F o nei nuovi insediamenti di cui al R.R. 2/2015, la cosa sembra non destare alcuna difficoltà. Gli unici limiti qui saranno dati dalle distanze dai confini di proprietà e con altri edifici. Tuttavia qui non ci interessa più di tanto. Il tema è, come dicevo in apertura, nello spazio rurale. Infatti la LR 1/2015 consente, per gli edifici residenziali esistenti, interventi fino alla ristrutturazione edilizia. Ma oggi, come abbiamo visto, la legge nazionale consente, nell’ambito della ristrutturazione edilizia, di demolire e ricostruire un fabbricato (a mio avviso anche con l’incremento dei 100 mq in ampliamento), senza fedeltà di sedime. Il che, torno a dire, può significare ricostruire il fabbricato anche a centinaia di metri di distanza. Se la Regione Umbria non è d’accordo con questa “libertà” che la legge nazionale oggi permette è bene che corra ai ripari con una modifica normativa alla LR 1/2015 e al R.R. 2/2015.

In ambiti sottoposti a tutela ai sensi del DLgs 42/2004 il discorso si fa ancora più complicato. Riscrivo tuttavia la norma per renderla più facile.

“Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a tutela ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove siano mantenuti sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche e tipologiche dell’edificio preesistente e non siano previsti incrementi di volumetria.

Fatte salve le previsioni legislative e degli strumenti urbanistici, in riferimento agli immobili ubicati:

a) nelle zone omogenee A di cui al decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444;

b) in zone assimilabili alle zone omogenee A in base alla normativa regionale e ai piani urbanistici comunali, 

c) nei centri e nuclei storici consolidati;

d) negli ulteriori ambiti di particolare pregio storico e architettonico;   

gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove siano mantenuti sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche e tipologiche dell’edificio preesistente e non siano previsti incrementi di volumetria;

In prima istanza la norma fa riferimento, nello stesso periodo, a immobili e poi a edifici. Le due categorie non corrispondono (immobile è più ampia di edifici), e sarebbe bene fare chiarezza.

In secondo luogo la norma statale non ha ristretto l’ambito della ristrutturazione edilizia sugli edifici vincolati puntualmente dal Codice (per il quale è necessario comunque il parere preventivo ex art. 21 dello stesso Codice). Né ha voluto restringere ai casi previsti dalle prime tre lettere del comma 1 dell’art. 136 del Codice. E dunque la lettura sembra dover essere estensiva e di conseguenza applicarsi anche agli immobili (edifici?), posti per esempio in aree vincolate ope legis (i cosiddetti “galassini”).

L’effetto finale di questa sintetica premessa normativa è la paralisi di alcune operazioni di rigenerazione urbana. Faccio degli esempi presi dal vissuto quotidiano.

Il recupero di un annesso rurale in ambito vincolato, composto da quattro muri di tufo o da laterizi di vario genere, con altezze che variano da 2,20 m a 3 m, con copertura di una semplice lastra di eternit, non ammissibile oggi per nessuna normativa sismica, impiantistica, energetica, dovrà essere realizzato “com’è dov’è”. Questo è infatti il precipitato architettonico della fedeltà di sagoma, sedime, prospetti, ecc.

Il vecchio edificio in muratura a tre piani, che magari ha finestre disallineate, le cui aperture non consentono nemmeno l’innalzamento “a piombo” di un pilastro (se non passando davanti alla finestra, appunto), dovrebbe essere riproposto così come è. Il che non è possibile, se non a meno di chissà quali acrobazie strutturali e costi conseguenti. Vecchi edifici che se riproposti tali e quali oggi non hanno né i corretti coefficienti aero-illuminanti (per nuovi utilizzi interni), né le altezze minimamente vivibili secondo i parametri di comfort (non di lusso), odierni. Penso ai sottotetti o ai piani terra di nostri edifici anni ’60.

Altro esempio: vecchi opifici industriali oggi all’interno di tessuti insediativi consolidati. Edifici in cemento armato, con dimensioni ragguardevoli sia in pianta che in altezza. Chi può permettersi il recupero di questi edifici, se bisogna rifarli tali e quali? Perché che questi vadano demoliti non vi è dubbio. Chi può pensare, dopo aver tra l’altro sostenuto i costi di un probabile bonifica dei terreni, di ricostruire questi “fuoriscala” e pensare di riconvertire, sic et simpliciter, queste “navi”, ad un uso oggi sostenibile?

Nessuno. E infatti questi edifici, nell’uno e nell’altro caso, si stanno ruderizzando.

Accenno solo, perché non è questa la sede, e perché i temi sono già molti, la difficoltà di lettura dell’inciso: “Fatte salve le previsioni legislative e degli strumenti urbanistici [….]”.  La “e” è per esempio da leggersi come congiuntiva o elencativa? E come dovrebbero declinarsi nello strumento urbanistico le lettere che ho indicato sopra da a) a d): Variante strutturale al PRG? Semplificata?

Temposanto

Il Temposanto è quella cosa che porto con me da tanto tempo e a cui non sapevo dare un nome. L’assonanza con il camposanto fa riflettere e forse non è solo un’assonanza. In effetti, ora che ci penso, il Temposanto è quello che trasforma il cimitero in camposanto. Nel cimitero infatti non è tanto lo spazio a subire una trasformazione (c’è molta edilizia e molta brutta architettura anche lì), quanto invece il Tempo. Chi entra in quel recinto subisce, attua, realizza, coglie, accetta una sospensione del tempo, un suo rallentamento. Tutto ciò avviene in maniera quasi spontanea, ed è molto bello vedere queste persone silenziose, pensose, che curano delle pietre, delle immagini, delle frasi, delle date, dei fiori. Ecco, ogni tanto io riesco a ricreare, a richiamare, questa sorta di Tempo, dove ci sono solo cose semplici e immutabili. Un Tempo basato sui tempi delle cose che tornano sempre, su cui si può fare affidamento: il sole che sorge a est, la pioggia che scende in un solo verso, il vento che fa suonare le foglie secche delle querce. Un Tempo che non conosce la parola immediatezza, un tempo che lascia maturare le cose, un tempo che consente alla ghianda di diventare quercia, dove le cose si fanno più forti, o muoiono. Un Tempo che lascia tempo. A volte sento proprio il bisogno di questo tempo, che agli altri deve apparire sicuramente improduttivo e quindi perso. Di questo tempo che in qualche modo crea spazio, che si fa culla, per idee ancora a venire. Questo tempo, sempre più prezioso, può solo chiamarsi Temposanto.

Racconti rurali – La ruota di Stephane

Per un periodo di tempo Cristina e me dormimmo a Villamane. Patrizio aveva spostato lì una parte del gregge e noi facevamo un po’ da guardiani. Era un vecchio aggregato composto da una bella e grande casa colonica, in rovina, e da altri tre fabbricati destinati a fienile, stalla e rimessa. Villamane deriva da Villa Magna, cioè grande, importante. I contadini del posto dicono che era un vecchio castro romano: non ho mai approfondito e me ne dispiace. In effetti da lì c’è un paesaggio simile a quello della cima della “mia” collina e si domina con la vista molto territorio. Patrizio aveva preso in affitto anche una parte dei terreni che appartenevano al patrimonio di Villamane, sui quali soprattutto aveva seminato dell’erba medica per farne fieno. Erano sicuramente una decina di ettari. Al tempo avevamo una pressatrice Gallignani verde e arancio, che faceva abbastanza bene il suo lavoro: dei parallelepipedi di fieno, tenuti insieme da filo di ferro o di nylon. Pur guidando il trattore da molti anni e avendo trainato la pressatrice per diverse stagioni, non conoscevo intimamente il suo funzionamento, che è rimasto sempre per me “un enigma avvolto in un mistero”, per fare una citazione colta.

Non ho mai provato a smontare il meccanismo e i carter per paura di non saperlo rimontare e per attirarmi di conseguenza le critiche di Patrizio. Negli anni, infatti, mi si era appiccicata addosso una sorta di sindrome di Fantozzi: mi si rompevano gli attrezzi, la motosega, l’aratro, ecc. Allora avevamo obbedito a una specie di patto silente: io non mi azzardavo a smontare niente (come la mia natura curiosa mi aveva portato a fare molte volte prima), e se si guastava qualcosa saremmo andati dal meccanico. Dunque, per la pressatrice, io mi limitavo a cambiare il filo quando questo finiva. Rimanevo come sempre incantato dal giunto cardanico che consentiva di trasferire la potenza dal trattore alla pressatrice, con un asse in diagonale. Cercavo di ridisegnarlo sui miei “zibaldini” e ogni volta mi chiedevo come aveva potuto inventarlo nel 1500 questo filosofo padovano. Ma lì mi fermavo, con un po’ di frustrazione, perché avrei voluto inventarlo io.

In quel periodo era venuto a trovarci dalla Francia anche Stephane, uno dei miei fratelli, dopo la riconciliazione avvenuta con mia madre nel 1985. Stava con noi a Villamane e anche lui era molto curioso nello smontare le cose, nel capire il funzionamento intimo delle macchine. Ma il diktat era stato fermo, e non potevamo toccare nulla di macchine se non in presenza del meccanico.

Mi aiutava nella fienagione e nella pressatura del secondo taglio del fieno, quindi in piena estate. Il secondo taglio è di qualità inferiore perché l’erba è molto asciutta: molti gambi, poche foglie. Il fatto, l’evento, fu questo: che nel bel mezzo di una discesa una ruota della Gallignani si bucò. Come si cambia una ruota di una pressatrice in mezzo a un campo in forte pendenza? Questa era la domanda. Ovviamente quando arrivammo da Patrizio, fece il solito sguardo “rompi sempre tutto”, ma, almeno quella volta ero abbastanza in pace con la mia coscienza: non mi si poteva rimproverare di aver bucato! Decidemmo comunque di risolvere da soli, io e Stephane. Ci organizzammo per farci prestare un cric idraulico da qualcuno, ci infilammo sotto la pressa, tra la terra, la polvere, i gambi arsi di sulla, erba medica, carote selvatiche, e riuscimmo ad alzare la pressatrice e sfilare la ruota! La trascinammo fino in cima al campo e la portammo con la Dyane dal gommista, che ce la riparò in un giorno. La notte Stephane ebbe un sonno molto agitato e si mise seduto sul letto urlando “La discipline de la science!” (La disciplina della scienza), cosa per la quale l’ho sempre preso in giro, poiché la frase era veramente assurda. Il giorno dopo dovevamo dunque rimontarla. Arrivati in cima al campo, una ripa di 3 – 4 metri circa divideva il campo stesso dalla strada. Scaricammo la ruota dalla Dyane e vidi Stephane appoggiare di piatto la ruota a terra sul fianco della ripa. La cosa sembrava ragionevole: lasciar scivolare dolcemente la ruota lungo il breve pendio della scarpata. Solo che la scienza, indisciplinata, ci avrebbe regalato un coup de théâtre. Arrivata in fondo alla scarpata, anche se con pochissima velocità, la ruota si drizzò in piedi, girò il proprio asse verticale di 90 gradi e si mise a rotolare per il campo in direzione della pressatrice! Speravamo che si sarebbe fermata contro la pressatrice o contro il trattore, ma aveva preso talmente tanta velocità che con un ultimo gigantesco rimbalzo passò sopra la pressatrice! Continuò ancora a correre, rimbalzando, fino ad infilarsi nella macchia alla fine del campo. Non racconto nemmeno con che spirito mi avviai verso casa a raccontare a Patrizio quest’ultima “Fantozzata”! Da sopra la macchia era fitta e scoscesa più del campo, impenetrabile anche per me che ero abbastanza esperto. Né riuscivamo proprio a scorgere dove fosse finita la ruota. Occorreva andare a prendere motosega, roncola, e una corda, perché nessuno avrebbe potuto tirarla su con le sole mani. Prendemmo dunque un altro trattore a ruote e il necessario per aprirsi un varco in quella “giungla”. Trovammo la ruota a tarda sera in mezzo a rovi e olmi ormai rinsecchiti e la tirammo su grazie ai fari del trattore. La lasciammo in prossimità della pressatrice e tornammo a casa, esausti e affranti allo stesso tempo, convinti che nessuno avrebbe mai creduto alla nostra storia, convinti che tutti avrebbero pensato che fossimo stati così scemi da cercare di governare in discesa la ruota, facendola rotolare da sopra.

Racconti rurali – Il camino

Il camino era veramente il cuore di quella casa colonica costruita nel 1936. Era nel centro del vano principale (la cucina), posto al primo piano. La cucina disimpegnava tutti gli altri locali, che di fatto erano camere e basta. In verità avevamo lasciato una delle stanze a nord-est come piccolo magazzino e sala “per la salata”, e cioè la stanza dove si mettevano sotto sale o ad asciugare i pezzi del maiale macellato, e quindi prosciutti, salsicce, ecc. Il pavimento era in pianelle di laterizio, che abbiamo coperto con delle brutte piastrelle in occasione del secondo restauro della casa. Adesso possiamo dire che fu un errore: allora ci sembrò un ulteriore riavvicinamento alla civiltà.

Il piano terra era destinato a stalla (mai usata), con relative mangiatoie, a cantina e fondo. Erano tre locali: quasi quadrato, più grande, la stalla: due vani più piccoli la cantina e la dispensa. Il pavimento era finito con cemento lisciato con boiacca, così come le mangiatoie.

Il tetto era in tegole marsigliesi, appoggiate su elementi in laterizio (tavelle), sostenute da travicelli e travi di legno. Le travi principali appoggiavano sul muro centrale, di spina, e “spingevano” sulle pareti perimetrali. Un tipico tetto a capanna, insomma. Nel tempo il tetto era scivolato un po’, spingendo sui muri laterali, in mattoni, e tegole e tavelle si erano leggermente sconnesse. I primi tempi dormivo nella camera di nord-est, nel letto con mia nonna. L’ampiezza dello scollamento tra il muro di spina e le tegole era così grande che, prendendo bene la posizione, si vedeva qualche stella. Le finestre erano dei semplici infissi di abete con delle specchiature di vetro di spessore cipollineo (si può dire?). Vi erano degli oscuranti interni che non combaciavano perfettamente con la cornice della finestra, cosicché il buio, nei giorni d’estate, non era mai completo. D’inverno era così freddo (non c’era riscaldamento, ovviamente), che i jeans di Patrizio e Cristina gelavano e rimanevano rigidi come stoccafissi. Io non ho mai indossato jeans, ma non per pregiudizi di chissà quale tipo, solo perché il taglio sulle gambe era sempre molto stretto e mi rendevano più goffo di quello che già mi pareva di essere. Patrizio li metteva nel letto prima di indossarli, cercando così di ammorbidirli e di riscaldarli. L’unica fonte di calore era il benedetto camino, su cui facevamo ardere quella poca legna che riuscivamo a rimediare. Non avevamo la motosega e quindi tagliavamo la legna con una sega ordinaria, in metallo, in due. Tagliare la legna nel bosco e andarla a prendere con l’OTO era una fatica enorme. Quindi cercavamo di tagliarla ai margini del bosco, in prossimità della casa e il più vicino possibile alla strada. La legna era dunque spesso verde e di cattiva qualità: ginestre, olmi, pioppi, salici, qualche quercia. Zio Claude raccattava sempre dei pezzi irregolari, spesso ciocchi o rami di olivo, sempre bitorzoluti, e che quindi entravano malamente nel camino, attirandosi i commenti sarcastici di mia nonna. Ma alla fine quella poca legna bastava per scaldarci tutti.

Intorno al fuoco, dopo cena, parlavamo e basta: nonna raccontava le sue esperienze sul Monte Catria, noi le nostre scemate. Io facevo qualche scherzo, buttando di nascosto del sale grosso in mezzo al fuoco (che scoppia), o buttandovi sopra dell’olio consumato. Oppure prendevamo tra le mani piccoli pezzi di brace e ce li passavamo in velocità da una mano all’altra. E poi ascoltavamo Radio Subasio, le prime “dediche”, i cantautori, le canzoni pop che andavano cambiando. Il focolare serviva a far bollire l’acqua per la pasta, a preparare i nostri cibi: la bruschetta, le patate sotto la cenere. Il caldaro andava appeso sulla catena proprio al centro del fuoco, ma le cose più buone si preparavano sulle pentole e casseruole appoggiate sopra “la serva” (un piccolo treppiede), da mettere vicino al fuoco, sulla brace. Zia era riuscita a scovare, non so dove, un ferro da stiro che andava riempito con la brace e poi sventolato di tanto in tanto, per mantenerla viva. Con gli anni avevamo accumulato anche una certa competenza sul tipo di legna adatto per i vari usi. Così i pomodori arrosto sulla graticola erano più buoni con le fascine della potatura della vigna o con la potatura minuta dell’olivo. Per dare un profumo particolare andava meglio il biancospino, l’alloro, il legno di frutta (pero, melo). Per una brace duratura occorreva la roverella, la quercia, l’olmo. Il salice ha un odore particolare, ma brucia male e fa una brace inconsistente, quasi come il pioppo. La sera si andava a letto solo dopo la “benedizione” (ovviamente), e dopo aver coperto con abbondante cenere il fuoco: la mattina avremmo ritrovato, con lo stesso gusto di una sorpresa che si sa, sarà comunque bella, della buona brace pronta a ravvivare il fuoco. La cenere veniva poi gettata nell’orto, dove avrebbe migliorato la struttura della nostra terra così argillosa, e dove avrebbe allontanato le formiche. Nonna era riuscita a farne, i primi due anni, anche del sapone per lavare i vestiti, ma diciamo che lei era una fuoriclasse.

Era un camino semplice e molto ampio per la stanza in cui si trovava e di conseguenza faceva molto fumo. Per pulirlo, quando era chiaro che anche la canna era ostruita dalla fuliggine, andavo a prendere delle ginestre, che infilavamo da sotto nella canna fin dove possibile, e poi appiccavamo il fuoco. Le fiamme a quel punto salivano nella canna e la pulivano un po’, bruciando la fuliggine. Noi andavamo fuori, sul piazzale, a vedere questo spettacolo delle fiamme che uscivano addirittura dal cappello dalla canna. Nonna non era molto contenta, memore di qualche tetto incendiato, ma in quel momento non vi erano alternative, poiché non eravamo attrezzati per pulire una canna fumaria.

Nei pomeriggi invernali giravamo la schiena al focolare per leggere e fare i compiti, appoggiandoci al tavolo, alla luce delle candele. Immagino che i nostri vestiti odorassero di fumo (puzzassero, per qualcuno), ma all’epoca per noi era impossibile sentirlo. O forse, da ragazzi, non si dà nessuna importanza a queste cose. Quando abbiamo ristrutturato la casa, il camino di sopra è stato smantellato e ne abbiamo realizzato uno al piano terra, più piccolo, più “moderno”, in un angolo di quella che era la stalla la cui mangiatoia avevo demolito poco tempo prima con la mazza, ascoltando le prime “cassette” di Keith Jarrett.

Racconti rurali – La collina dei desideri

Salivo quella piccola collina dietro casa come fosse l’ascesa a uno spazio sacro. Quel posto mi apparteneva, o meglio, come avrei realizzato molti anni dopo, io appartenevo a quel posto. Fino ai 15 anni sognavo quasi tutte le notti di volare, decollando da quella collina, nuotando nell’aria. Poi, dopo essermi schiantato con un piccolo deltaplano che mi ero costruito con delle canne palustri e un telo di plastica cucito alla bell’e meglio, ho cominciato a “diradare” i sogni. Ma questa è la versione di chi mi vuole prendere in giro. Anche se io, a ben guardare, non ho altro da contrapporre. Insomma non so perché non sogno di volare come prima.

Proprio in cima al poggio c’era il “bottino dell’acqua”: un pozzetto di servizio dell’acquedotto comunale, costituito da un tubo in cemento di circa 80 com di diametro, infisso verticalmente nel terreno, chiuso da un coperchio di metallo e da un lucchetto. Per qualche anno quel semplice manufatto ha rappresentato per noi il limite della civiltà: lì si fermava l’acquedotto. Solo anni dopo, infatti, riuscimmo a portare l’acqua, a spese nostre, fino all’angolo di casa.

Quel pozzetto era situato sul punto più alto della collina (avrei scoperto molto più tardi, visionando una Carta Tecnica Regionale, che il toponimo era Colle Francia: a volte le coincidenze sono veramente curiose: avrebbe fatto piacere a Zio Claude). Su quella collina ho fatto l’amore per la prima volta, nel settembre del 1981. Ricordo la data perché l’avevo segnata sul mio “zibaldino” (sì: scimmiottavo Leopardi, e poi quella parola mi faceva pensare a Zio Ubaldo, di Gubbio, di cui ammiravo la rudezza, e che in famiglia chiamavamo Zi’ Baldino). Raramente rileggo quei quaderni, ma era capitato, anni fa, e non avevo potuto evitare di notare la coincidenza con una data diventata tristemente famosa e quindi ormai indimenticabile. Il luogo non era nascosto, ma isolato, e c’era un bel vento fresco: mi era parso pieno di “potere”, per citare Carlos Castaneda. Mi era sembrato altresì un bel gesto averla portata lì, perché in fondo la facevo entrare nella mia “stanza” più intima, a dispetto della vastità oggettiva. Né saprei dire dove saremmo potuti andare, se non banalizzando il tutto.

A parte quest’episodio, io salivo solo sul dosso, e solo per sedermi su quel coperchio arrugginito a pensare, a guardare il paesaggio, ad ascoltare il vento, che c’era sempre. Che c’è sempre. Ogni stagione aveva la propria aria, il proprio odore, la propria forza. I momenti più belli erano i tramonti di fine agosto, quando il grosso dei lavori agricoli era fatto e c’era questa atmosfera di cosa compiuta, di lavoro ben fatto, di pienezza. Il primo taglio del fieno era stato fatto, la trebbiatura del grano anche: ora non c’era che da arare e da aspettare l’uva e le olive.

Da lì si aveva una vista straordinaria a 360 gradi: verso nord, su Montefalco, la pianura intorno a Foligno, sul Subasio. Verso est il castello di Morgnano e poi Monte Pettino, verso sud est la Rocca di Spoleto, Monteluco. Verso sud i monti che dividono da Terni, Monte Bibico. Verso ovest infine i Monti Martani, Monte Capoccia Pelata.

A mezza costa di quell’altura Patrizio e io (più raramente anche Cristina), giocavamo al pallone, perché vi era una piccola sella e il terreno pianeggiava. La collina non era nostra: era di un milanese che l’aveva comprata, insieme ad altri 18 ettari, nello stesso periodo in cui zia aveva deciso di trasferirci lì. Lui veniva solamente in estate a soggiornare un po’ di tempo con la moglie e le figlie, immagino con qualche difficoltà di gestione famigliare, date le dure condizioni che anche loro pativano. La strada di terra che saliva fino in cima divideva un po’ due mondi: sulla sinistra l’erba medica, la sulla, o più raramente il grano o l’orzo, che “il milanese” (lo chiamavamo così), aveva seminato. Sulla destra una no man’s land, una fascia incolta che arrivava fino al nostro confine, a mezza costa, che qualche olivo si contendeva con cespugli di biancospini o olmi campestri ancora giovani.

In poche altre occasioni ho avuto questa sensazione di comprensione, di serenità, di totalità, come l’osservare da lì il paesaggio che si svolgeva tutt’intorno. Avevo l’impressione di profonda unità con il mondo intero e, allo stesso tempo, di distacco. Inoltre percepivo una dilatazione del tempo, che andava più piano, con un respiro più lento. Quand’ero lassù c’era tempo per tutto, ci sarebbe stato tempo per tutto: ero lo gnomone di una meridiana inutile. Contrariamente all’ampiezza della vista (che porta spesso la maggior parte delle persone alla dismisura), a me lì i desideri si riducevano. Lassù mi chiedevo di cos’altro avrei avuto bisogno: la collina era un freno ai miei desideri, un rallentatore, un filtro. Desiderare è una abilità che nessuno ci insegna, che richiede il senso dell’orizzonte, pensavo tra me e me, camminando verso casa.

Racconti rurali – Chicchio

“Ecco San Francesco che parte.” Questa è la frase che i nostri dirimpettai dicevano quando con il binocolo mi vedevano partire per la macchia con la capretta bianca, il cane, il gatto e il passerotto (Chicchio).

Seppi solo molti anni più tardi che i vicini (i vicini più prossimi stavano comunque a 4 km di distanza), mi chiamavano così, quando mi invitarono a lavorare al frantoio e ancora prima alla raccolta delle presse del fieno. Se al fatto che partivo in compagnia di questi animali si aggiunge che da maggio a settembre camminavo molto a piedi scalzi si capisce che la frase poteva sembrare non del tutto fuori luogo. Riuscivo a camminare a piedi nudi sulla strada bianca e nella stoppia del grano appena mietuto. Questo richiede una tecnica tutta particolare. Bisogna strisciare il passo e non alzarlo come si fa di solito. I miei amici che venivano dalla città rimanevano piuttosto impressionati da questa mia capacità. C’era un po’ di vanità (è ovvio, a vent’anni), ma vi era da parte mia il piacere tattile di sentire sui piedi le differenze di fondo. Camminare a piedi nudi presuppone una certa attenzione sul dove mettere i piedi, un passo dopo un altro, e a me questa attenzione sul qui e ora non dispiaceva affatto. Era bellissimo passare dai sassi della strada alla freschezza dell’erba (cercare il ciuffo d’erba come una pietra da guado), e dall’erba alla terra sminuzzata dall’erpice, o schiacciare una piccola zolla rimasta intatta, e sentirla franare sotto il mio peso. E infine il piacere sublime di camminare a piedi nudi su un tappeto di fiori d’olmo (in realtà sono i semi, ma possiamo convenire tranquillamente sui fiori). La sera, a casa, sentire i piedi ipercapillarizzati, dilatava questo piacere per un paio d’ore. Certo, ogni tanto c’era qualche spina di cardo da togliere, ma con l’ago ho la mano fermissima e sono tutt’ora il riferimento in famiglia per togliere le spine a chiunque.

Non ricordo che nome avesse la capretta: il cane era Birillo (eravamo andati a vedere il primo film di Rocky), il gatto Zorro e il passerotto Chicchio.

In autunno mi avviavo nella macchia con la motosega Castor molto pesante, una roncola, l’olio per la catena, la miscela per la Castor, un grosso panino con la frittata e l’acqua. Avevo legato tutte queste cose a un bastone, che portavo sulla spalla come una sorta di viandante.

Chicchio lo avevamo trovato e allevato a Spoleto, prima del trasloco, dove aveva riempito di deiezioni un’enciclopedia De Agostini, con la copertina verde, che non riuscimmo a completare, oggi diremmo a causa della spending review. Lo aveva trovato per terra Cristina e lo aveva allevato nonna, con pane bagnato e poca carne macinata. Era un maschietto: nonna ci aveva insegnato a riconoscerli dal piccolo cravattino nero che hanno sul petto, oltre al marrone più intenso del piumaggio. Era straordinario: mangiava gli spaghetti come un’aquila mangia un serpente, beveva acqua e vino dal mio bicchiere, ubriacandosi un po’ e barcollando. Volava di spalla in spalla o sulla mia testa. Faceva i suoi giri con altri passeri e poi bastava chiamarlo per vederlo tornare. Veniva con me nella macchia, allontanandosi quando accendevo la motosega, per tornare quando la spengevo. Credo di avere ancora da qualche parte una foto meravigliosa in cui sulla loggetta d’ingresso al primo piano della casa, dormono il cane, il gatto e Chicchio. E’ morto mangiando un chicco di concime. L’ho ritrovato stecchito in un solco nel campo di mais. Ho pianto come un bambino, o semplicemente com’è giusto piangere per qualcosa d’importante. L’ho seppellito vicino al pozzo, mettendolo in una scatola di scarpe riempita di fieno e ovatta. Poi ho fatto una piccola croce di legno che ho infisso vicino al lato corto della scatola, immaginando di dare un senso in più a questo piccolo rito.

E’ facile voler bene agli animali. Anzi, oggi mi sembra che sia più facile voler bene agli animali che agli uomini. Ma Chicchio era particolare. Avere l’affetto e la fiducia di un esserino così piccolo e indifeso (se mettevo un pinolo in fondo alla bocca vi entrava a prenderlo senza timore alcuno), era fonte perpetua di gioia. Vederlo giocare in compagnia del gatto e del cane, era come essere lo spettatore unico di un piccolo e delicato circo in miniatura. Sono stato proprio fortunato ad averlo avuto vicino per un po’ di tempo.

Racconti rurali – L’acqua

I primi tempi l’acquedotto non arrivava fino a casa. Andavamo al pozzo, distante una cinquantina di metri da casa. Io, zia e Patrizio tiravamo su dal pozzo dei secchi da dieci litri con la corda, che poi portavamo in cucina e versavamo in un grande recipiente di plastica, coperto da un telo. Cristina aiutava nel portare i secchi tra la casa e il pozzo. Quell’acqua ci serviva per lavare e mangiare, facendola bollire. È stato dopo un po’ di tempo che Guerrino ha agganciato una carrucola, ricavandola dalla ruota di una Vespa, su una delle travette in ferro che reggevano la copertura del pozzo. Per noi è stata una grande cosa: si faticava veramente molto meno a tirare su i 200 litri d’acqua che ci servivano quotidianamente. D’estate l’incombenza del pozzo diventava ancora più pesante, poiché bisognava avere l’acqua anche per innaffiare un po’ di orto che, si sa, è molto vorace. Nei primi tempi l’orto era limitato a poche decine di mq e a poche piante, che non richiedevano molta acqua. All’inizio piantammo anche meloni e cocomeri e credo fummo gli unici ad avere cocomeri bonsai, poiché questi potevano stare in una mano! Appena arrivati, Zia aveva fatto tombare una cisterna interrata che raccoglieva l’acqua del tetto per paura che noi, ancora piccoli, ci cadessimo dentro. Con il senno di poi avrebbe fatto comodo, ma capisco che avere tre ragazzini in giro intorno a una cisterna di una quindicina di mq, di cui si ignorava anche la tenuta del solaio, avrebbe messo paura a qualsiasi genitore.

Verso il 1978 zia commissionò ad un ruspista di fare uno scavo per allacciarci all’acquedotto comunale, il cui punto di raccordo distava circa 150 m. Portammo il tubo fino all’angolo sud della casa, dove c’è ancora un rubinetto esterno. Avremmo portato l’impianto all’interno qualche anno dopo, con l’occasione della ristrutturazione dell’abitazione. Ma già quella piccola grande comodità ci parve un risultato straordinario. L’acqua era potabile, era vicina, e per riempire le taniche era sufficiente girare il rubinetto e aspettare! Il primo giorno lasciammo aperto il rubinetto aperto per qualche buona ora, con un tubo che portava l’acqua nell’orto, un po’ per pulire le tubature e un po’ per verificare fosse tutto vero!

Scoprimmo poco dopo che l’acquedotto comunale entrava in sofferenza d’estate e spesso siamo rimasti senz’acqua per tre giorni di seguito. Facevamo delle riserve, ma spesso queste finivano, e ad ogni modo l’acqua delle taniche non era buona da bere, dopo un giorno di “fermo” in quella plastica. Ho imparato a mie spese (poi, più tardi, i libri sul Taoismo me lo avrebbero confermato), che le cose migliori devono fluire, scorrere. E soprattutto l’aria e l’acqua.

Quando l’acqua “tornava” (tornava sempre di notte), faceva un grande rumore nei tubi. Allora ci alzavamo in fretta e riempivamo tutti i secchi ed i catini disponibili. Dormivano sempre sperando di sentire quel gran tremore nei tubi, perché voleva dire che per un po’ di ore avremmo avuto acqua corrente! Il che significava che avremmo avuto un po’ d’acqua anche per l’orto. Innaffiare la mattina presto era una delle mie attività preferite. Mi mettevo a piedi nudi, stendevo il tubo e prima dell’alba me ne stavo in santa pace a dare acqua ai pomodori e ai fagiolini. Partivo dal fondo, da valle, e poi risalivo i solchi, godendomi il fresco, e il rumore rilassante dell’acqua sulla terra o sulle foglie. Con l’acqua abbondante siamo diventati bravissimi a coltivare le fragole, impegno che piaceva molto a mio zio Claude. Ne mangiavamo a chili, nelle più varie forme, e ne regalavo altrettanti chili a amici. A un postino, persona molto gentile d’altri tempi, lasciavamo la libertà di coglierne a sua discrezione quando veniva a portare la corrispondenza.

Nonostante l’acqua corrente e le comodità in casa, d’estate non rinunciavo al mio bagno al tramonto, nel grande tino, di un paio di metri di diametro, che avevo riempito già dalla mattina. Era un’abitudine che avevo preso quando non c’era la vasca o la doccia in casa, e che avevo deciso di mantenere anche dopo, e che coltivavo il più spesso possibile. L’acqua si era scaldata durante tutto il giorno e al tramonto era bellissimo infilarsi nudo in quel tepore, in quella micro-piscina personale con vista sul Subasio e sulla pianura, solo con il garrito delle rondini.

Racconti rurali – SOCOAM

SOCOAM era la sigla di Società Cooperativa Agricola Martana. Era gestita allora da un prete molto influente, tale Don Enrico. A un paio di km da casa nostra, questa cooperativa aveva costruito un frantoio per le olive. Erano state installate delle macchine della ditta Rapanelli di Foligno. Per farle entrare avevamo dovuto allargare le porte principali dell’edificio. Era un grosso macchinario a coclea orizzontale, che macinava le olive, le riduceva a una pasta marrone, che mandava poi a due centrifughe verticali.

Al piano terra, in linea, avevamo dunque la lavatrice delle olive, un primo vaglio (il pettine, per me), la molitrice, le centrifughe. Queste facevano il loro lavoro e separavano l’acqua di risulta dall’olio, che usciva di un bel verde acceso. L’acqua di scarto finiva in un bacino di raccolta a cielo aperto di circa 500 mq, che la SOCOAM aveva realizzato nelle immediate vicinanze del frantoio. La puzza dell’acqua di lavaggio, rinchiusa in questa pozza, era abbastanza intensa. Fortunatamente d’inverno, quando è freddo, e quindi durante il periodo di molitura, gli odori si spengono, si attenuano, forse a causa del freddo, dell’umidità. O semplicemente perché d’inverno si sta più tempo in casa. Con l’avanzare delle giornate l’acqua percolava, evaporava, e infine restava sul fondo, culla di canne e di rane, fino al novembre successivo.

La sansa veniva invece convogliata attraverso un’altra vite senza fine, su un piccolo piazzale di raccolta, anche questo a ridosso dell’edificio. Una volta alla settimana veniva un misterioso camion da Roma a caricarla, per farne un olio rettificato.

La temperatura interna era altissima, così come l’umidità. I turni di lavoro erano di 12 ore, fatta eccezione per il primo, che fu per me di 24, poiché il cambio turno aveva frainteso e si presentò quindi 12 ore dopo. Lavoravamo quindi, a regime, su turni di 12 ore e in coppia. Io ero insieme a Franco “de Cancelli”, che all’epoca aveva sui 40 anni e che a me pareva molto più grande, come sempre succede quando uno è molto giovane. Crescendo, poi, a 40 anni ci si pensa invece ancora ragazzi e io, per esempio, cerco sempre negli occhi dei giovani, e nelle loro parole, dei dettagli, delle sfumature, dei toni, per capire se loro mi vedono vecchio come io vedevo vecchi i quarantenni di allora. Non erano solo adulti, erano lontani, erano un’altra cosa. Il mondo arrivava fino alle Colonne d’Ercole dei nostri vent’anni: oltre c’era un’età totalmente diversa, una vita diversa.

Ogni tanto la vasca di raccolta delle foglie e di altre impurità si riempiva e andava svuotata, fuori, vicino alla sansa. All’interno, come detto la temperatura era altissima e io e Franco lavoravamo in canottiera, sudando alquanto. Per buttare questo grande catino bisognava uscire fuori, in piena notte, cosa che facevamo senza vestirci, confidando sul breve tempo che sarebbe occorso per vuotare il recipiente e rientrare. Solo che fuori la temperatura era sullo zero (una notte nevicava: controluce vedevo i nostri corpi fumare e i fiocchi sciogliersi direttamente sulle nostre spalle). Franco si prese una polmonite paradossalmente a stagione finita.

Le olive erano stipate al primo piano di questo modesto edificio di due piani. Erano accumulate sul pavimento di klinker rosso e confinate con delle sponde di legno o di metallo. Al centro della stanza vi era un buco sul pavimento (una botola quadrata di ca 50 cm di lato), che collimava perfettamente con il collo di questa sorta di imbuto artigianale che era stato costruito allo scopo. Questo grande imbuto era di fatto un tronco di piramide rovesciato, la cui parte più piccola era chiusa da una sorta di tagliola di metallo, che consentiva di aprire il fondo della piramide e di far cadere le olive nella macchina lavatrice che era posta proprio lì sotto. Per passare dal piano terra della molitura al piano primo occorreva prendere della scale un po’ defilate, sul fianco dell’edificio. Ovviamente il primo piano (il magazzino), non era riscaldato e era anzi molto freddo. Il lavoro “di sopra” era riempire questa grande tramoggia con un grande badile, dal manico molto lungo, per non pestare le olive. Una volta riempita la piramide (la clessidra, per me), questa andava fatta collimare con il buco del pavimento, e aperto il fondo della clessidra. La clessidra aveva quattro ruote, che permettevano di spostarla in prossimità dei cumuli di olive e di riportarla sopra la botola. Vedere la clessidra svuotarsi dalle olive era ipnotizzante. Le olive (verdi, viola, marroni), e le le foglie scendevano magicamente di livello e sembravano innumerevoli granelli di una sabbia vegetale e colorata. Muovere la clessidra quando era piena era molto faticoso perché per quanto fosse pulito il pavimento c’era sempre qualche oliva e qualche nocciolo che capitava davanti alle ruote e che impedivano il facile rotolamento. Per riempirla e riportarla in posizione occorreva una buona mezz’ora. Era molto faticoso: in compenso vi era un attimo di pausa dal rumore infernale e continuo. Il rumore delle centrifughe era talmente alto, continuo e profondo che quando tornavo a casa continuavo a sentirlo nella testa per un paio d’ore. Dunque a volte rimanevo un po’ più di sopra, anche se era freddo, per pulire il pavimento del grande magazzino, per arieggiare un po’ le olive e per gustarmi un po’ di silenzio. Cercavo di fare il prima possibile uno stradello tra i mucchi di olive per arrivare a una delle finestre che davano verso est. Franco ed io facevamo infatti il turno di notte, perché non eravamo sposati, (e questo criterio era sembrato sufficiente per chiudere lì la questione). L’avevamo fatta pesare un po’, ma a me la cosa non dispiaceva, perché la notte non avremmo avuto tutte le persone che venivano di giorno a macinare la loro “partita”, a controllare la bascola all’arrivo, a controllare “la resa”, a far finire fino all’ultimo giro la centrifuga. Dunque restavamo lì dalle 19 alle 7 della mattina dopo, in un modo che a me pareva un po’ stoico, ma di cui andavo silenziosamente fiero. La notte sembrava infinita, e quando stavo sopra cercavo, dalle 5 in poi, di scorgere un po’ di chiarore sopra i profili delle colline a est. Era il segno che il turno stava per finire. Andavo alla finestra, pensavo a Ciaula e a come, in piccolo, ogni giorno, io scoprissi il sole.

Mangiavamo verso mezzanotte nel piccolo spazio destinato ordinariamente a ufficio. Franco portava una vera e propria gavetta con della pasta e della carne. Io ero già vegetariano e portavo soprattutto lenticchie, ceci, piselli, che condivo lì, e delle mandorle, che tenevo in tasca e che continuavo a sgranocchiare durante la notte. Franco era dipendente da caffè: ne portava un thermos intero corretto con il mistrà. A volte ho avuto dubbi che fosse più mistrà che caffè. Quando apriva il thermos io da sopra sentivo l’odore dell’anice. Alla fine era diventato un codice di comunicazione tra noi: quando lui apriva il thermos era indizio che appena avevo fatto dovevo scendere per mangiare o più semplicemente per bere il caffè.

In previsione della stagione le grandi botti in cemento dovevano essere pulite. In realtà non erano delle botti così come si possono immaginare: erano grandi contenitori parallelepipedi di circa 2 m x 3 x 3, con una bocchetta di ingresso in testa e una sul lato, in fondo, da dove si poteva far uscire l’olio con il rubinetto. Per pulire queste botti l’unico adatto ero io. Svuotata completamente la botte, si smontava il portello di chiusura. Io riuscivo a infilarmi dentro passando da sopra, restando in precario equilibrio in mezzo al fondo melmoso del deposito dell’olio “stanco”. Qualcuno poi agganciava una lampada, simile a quelle che hanno i meccanici, sulla bocchetta superiore. Infine mi veniva passata una lancia con acqua calda a forte pressione. Da dentro pulivo completamente l’interno, spesso scivolando e cadendo sul fondo. L’aria diventava irrespirabile in pochi minuti, sia per l’odore che per la temperatura. Ogni tanto dovevo fermare il getto di vapore per sentire addosso un po’ di aria fresca penetrare dal portello inferiore. Penso di essere stato il solo ad aver fatto questo lavoro, così rischioso. Stare in un ambiente chiuso con acqua, umidità prossima al 100% e corrente elettrica non era effettivamente una grande idea. Per dimostrare ad altri il proprio coraggio a volte si fanno scemenze stratosferiche, soprattutto quando si è giovani. Gli altri anni venivano pulite (più superficialmente, è ovvio), dal portello basso, cercando di fare il meglio possibile.

Finita la pulizia, restituivo la lampada da sopra, piombavo per un attimo in un’oscurità pressocché totale e mi avviavo a uscire dalla botte attraverso la bocchetta inferiore, come fossi un bambino al parto: fuori mi aiutavano tenendomi la testa e le spalle servendosi di stracci asciutti, poiché io uscivo bagnato e viscido come un nascituro. Buttavo via i pochi vestiti con i quali ero entrato in quelle “caverne” e andavo a fare la doccia con quel sapone in pasta che una volta avevano i meccanici (non so se esiste ancora), molto ruvido al tatto. Come gratificazione, finita la doccia, rivestito e (quasi) profumato, facevamo una piccola festicciola con bruschetta, salsicce, vino rosso. E caffè corretto.

Racconti rurali – Zia

Zia era nata il 25 dicembre, e quindi i miei nonni l’avevano chiamata Natalina. Poi crescendo, invece, l’avrebbero chiamata sempre Lina: un nome più asciutto, più deciso. Aveva seguito mio padre in Francia, partito come emigrante, e lì aveva conosciuto il suo futuro marito, che per me e Cristina sarebbe diventato Zio Claude. Aveva aperto un bar a Nancy, in Rue Phalsbourg, con una scritta dipinta sul vetro del sopralluce: “Chez Lina”, da pronunciarsi ovviamente con l’accento tonico sulla “a”. Per quelle strane coincidenze della vita che fanno riflettere sul senso del tempo, ho un’immagine molto chiara di me stesso il giorno del mio ottavo compleanno: sono seduto proprio davanti alla porta del bar, sul cordolo in pietra che delimita il marciapiede, con i piedi sulla strada, in corrispondenza della caditoia stradale (che in Francia è spesso un’asola verticale sul ciglio del marciapiede), e faccio il conto di quanto manca ai miei venti anni, che immagino come un traguardo liberatorio e che visualizzo purtroppo molto in là: 18 marzo 1983. Ebbene, il 18 marzo 1983, in occasione della morte del papà di Zio Claude, e quindi di un nostro viaggio a Nancy, nel bel mezzo di una passeggiata solitaria e senza meta, ripasso davanti a quella porta e a quel marciapiede, e l’immagine di quel ragazzino mi si presenta in maniera talmente forte che per un attimo mi devo appoggiare al muro. Per un lungo momento ho paura della mia memoria e di questa coincidenza, e spero anche di sbagliarmi. Rifaccio i calcoli, mi sforzo di richiamare alla memoria ricordi, date, eventi significativi, ma niente: l’immagine è troppo forte e precisa: è andata proprio così. Mi allontano con questo senso di forte straniamento pensando che lascio su quell’angolo di strada due fantasmi: quello del 1970, e quello del 1983, che guarda quello del 1970.

Dopo la morte di mio padre (suo fratello), zia era tornata in Italia, immagino con un po’ di attrito con suo marito, che invece aveva deciso di restare in Francia. In Italia aveva preso un piccolo bar lungo il Viale della Stazione di Spoleto, che condusse per circa 5 anni. Stanca di quella vita fatta di orari sballati e priva di un significato appagante, comprò il casolare nel 1975 con 500.000 lire, chieste in prestito a suo cugino Carlo per pagare il notaio.

Bisogna riconoscerle il coraggio, o l’incoscienza, di una scelta così spavalda e ambiziosa: acquistare 17 ettari di terreno con un casolare disabitato da tempo, senza riscaldamento, senza energia elettrica, senza acqua corrente. E ancora di più bisogna valutare la decisione di andarci a vivere con tre ragazzi di 16, 13, 12 anni, con la madre di 68 anni, senza l’automobile, a 4 km dalla fermata dell’autobus più vicina. Oggi non saprei come giudicare questa scelta: da una parte non posso che avere un’ammirazione smisurata; dall’altra sono spaventato dal rischio che ha corso. In ogni caso bisogna riconoscerle una capacità, una tenacia, una determinazione, non comuni.

Piccola parentesi sullo zodiaco. Pur non credendo all’oroscopo quotidiano, devo ammettere che mi diverto a vedere se ci sono alcuni tratti simili tra persone dello stesso segno. Tra le persone del capricorno che ho incontrato, molto importanti nella mia vita, ho sempre notato questa tenacia (al limite dell’ostinazione, direi), e anche questa scarsa capacità di valutare compiutamente le persone, di tenere in conto anche il peso dei sentimenti o dell’irrazionalità nell’agire umano, che hanno invece una forte valenza. Per le persone di questo segno che ho conosciuto da vicino, gli obiettivi si traducevano in porte da sfondare, in muri da abbattere, sfide da vincere. Il panorama che c’è dall’altra parte del muro è meno importante dell’aver abbattuto il muro. Il bellissimo panorama che c’è di là diventa solo la analitica certificazione che hanno vinto la sfida, di cui spesso hanno dimenticato la ragione.

Tornando a zia, i suoi cugini, all’epoca benestanti, non avevano condiviso la scelta, anzi. Per confermare la piccola e debole teoria di poco sopra sullo zodiaco, più loro dicevano che non ce l’avrebbe fatta, più aumentava la motivazione. I figli di questi cugini cominciarono ad evitarci, e in effetti non vennero mai nemmeno una volta in campagna a renderci visita, mentre a Spoleto ci frequentavamo spesso.

Non ho più visto una persona dedita al lavoro come zia, se non una vecchia signora, che venne nel 1977 a cogliere il tabacco con noi e che rispetto alle altre donne aveva un’età più avanzata: oggi dovrebbe essere centenaria. Il suo nome era Domitilla, che ovviamente tutti arrotondavamo a “Mitilla” e poi, nel lavoro, per non sprecare fiato, troncavamo a “Mitì”. La immagino ancora viva e ancora più curva su se stessa, intenta a raccogliere erba campagnola, a curare l’orto, a dar da mangiare alle galline. Tra le due donne vi era grande stima, tant’è vero che zia la chiamò ad aiutarla in cucina quando l’agriturismo cominciò a impegnarla molto.

Rispetto a Mitilla, Zia aveva comunque una capacità di calcolo impressionante (calcolo mentale, da commerciante), e calcolo inteso come capacità di traguardare obiettivi a lungo termine. Tutto era messo in una prospettiva ventennale. Nello scegliere il casolare, e la vita di sacrifici che ne sarebbe conseguita, lei confessò anni dopo che puntava sul fatto che gli adolescenti che eravamo sarebbero diventati presto dei giovanotti e poi degli uomini, apportando così sia capacità operativa nel lavoro, sia nuove idee. E per un periodo andò infatti in questo senso, finché la vita non si mise a sparigliare un po’ le carte.

Aveva gli occhi neri e luminosi, con un’impareggiabile capacità di arrangiarsi in cucina e di creare buoni pranzi, e buone cene, con 4 elementi, sempre quelli: patate, pomodori, un po’ di carne, fagiolini, formaggio … I primi anni dell’agriturismo funzionavamo anche come piccolo ristorante su prenotazione: amici benestanti di Spoleto telefonavano chiedendo di poter stare a cena sotto il grande olmo davanti alla casa. Sapevano che sarebbero stati in un luogo tranquillo, con la sicurezza della massima discrezione, con una brezza fresca, con un vino rosso di campagna senza pretese. Così capitava che io portassi a tavola a professori di storia dell’arte, architetti affermati, politici regionali, direttori di banche, con la scontrosità di cui solo chi è timido conosce la fonte, conigli alla cacciatora, patate in insalata, pomodori arrosto, e, a volte, un poderoso cous-cous con harissa (appreso quando era in stata in Francia).

L’ho vista camminare interi pomeriggi nella polvere dietro l’aratro dell’OTO, dietro l’estirpatore, mungere le pecore fino a sera, fare il formaggio e contemporaneamente pensare e poi preparare la cena per noi tutti, lavare i vestiti con l’acqua del pozzo, cogliere le olive con un freddo implacabile fino ad avere le dita viola, e vomitare la sera, per la fatica, in disparte. Insomma sacrifici (no cinema, no teatro, no balere, no sagre), per anni, dolore e sudore in quantità. Il tutto senza mai un lamento. Il tutto anzi con l’ottimismo pacato e sicuro di chi pensa che adesso è difficile, ma che domani andrà sicuramente meglio.

Tra noi non c’era bisogno di molte parole, considerate in gran parte superflue. Io facevo l’imitazione di Ollio o di Enrico Montesano e la facevo ridere, e lei mi chiedeva poche cose, molto più prosaiche, ma che le servivano, lo capisco solo oggi, per capire se andava tutto bene. Poi, o meglio: prima, c’era il fare: lavorare, studiare, onorare i debiti, aiutare chi stava peggio. L’insegnamento passava attraverso l’esempio silenzioso, senza aggettivi, fermo come le montagne.