Racconti rurali – Il castrino, gli Hunza

Il 14 luglio 1983 era il giorno della mia maturità. Il 13, la “Notte prima degli esami”, io ho dormito. Non ho mai fatto “nottate” per lo studio, adesso che ci penso. La sera del 13 luglio ho deciso di diventare vegetariano. La cosa sembra abbastanza banale, oggi. E lo sarebbe, a dimenticarsi il contesto. Quando dico che a un certo punto siamo usciti dal Medioevo, dico che finalmente eravamo tornati in sincrono con la civiltà: acqua corrente, elettricità, automobile, trattore, ecc. “Fuori dal medioevo” significava anche mangiare carne: maiale, soprattutto, e poi agnello, pollame, ecc. Rifiutare tutto questo significava ripiombare, almeno in parte, nel medioevo. Era condannarsi all’emarginazione: nessuno infatti avrebbe avuto tempo di prepararmi un altro tipo di pasto, quando avrei scansato la carne. Facendo una scelta così costosa, mi assumevo anche l’onere di accontentarmi di quello che c’era in comune, o di farmi il pranzo da solo. Nel 1983 a Spoleto non c’erano negozi “bio” (li avremo aperti noi, sei anni dopo), e anche se ci fossero stati non ci sarebbero stati i soldi per comprarmi seitan o tofu, per esempio. In ultimo, ero solo un ragazzo di 20 anni, che faceva una scelta contro tutti, al buio.

La scelta derivava dall’insopportabilità della sofferenza che davamo agli animali. Certo, nulla di paragonabile agli allevamenti intensivi che vedevamo dal vero presso altre aziende o di cui avevamo notizia da parte di chi frequentava le stalle del nord Italia. Ma pur sempre sofferenza. A parte il rito dell’uccisione del maiale a fine anno, piuttosto cruento, vi erano anche altre occasioni di sofferenza. Una molto difficile, per me, era la castrazione dei maiali, soprattutto le femmine. Ai piccoli maschi era più facile tagliare quel che c’era da tagliare. Io e Patrizio tenevamo il maialino sollevandolo per le zampe posteriori e il “castrino” (en passant, lo stesso soggetto che mi aveva portato a Forlì con le pecore), tagliava la pelle con un bisturi, infilava un dito, tirava fuori i genitali non ancora formati e con lo stesso bisturi tagliava il piccolo cordone che portava ai genitali non ancora formati. Poi spruzzava uno spray viola, immagino disinfettante. Il maialino non era contento e tenerlo fermo era comunque un bello sforzo, anche per due giovanotti quali eravamo. Per le femmine la cosa era più cruenta. Le tenevamo sempre per le zampe posteriori, ma il “castrino” questa volta faceva un’incisione piuttosto profonda sul fianco dell’animale, che urlava di dolore, infilava due dita a cercare non so bene cosa, che comunque riusciva a tirare fuori e a tagliare. L’operazione non era velocissima, perché la maialina si dibatteva molto più fortemente dei maschi, il che complicava la ricerca tattile del “castrino”, e si alimentava un circolo vizioso. In qualche modo si riusciva a spruzzare anche a loro il disinfettante viola.

Altre occasioni di sofferenza “gratuita” erano date dai tentativi di mia nonna di ammazzare le anatre o i conigli. A causa dell’artrite deformante alle mani e a causa dell’età, i suoi colpi non erano né precisi né potenti, con il risultato che il coniglio prendeva tre o quattro colpi tra le orecchie e la schiena, e l’anatra delle accettate sul collo senza che queste lo troncassero definitivamente.

Dunque ero diventato macellaio (boia), per pietà. Ammazzavo io anatre, oche, conigli, galline, piccioni, che poi lasciavo alla lavorazione successiva di nonna, di zia, di Cristina, che aveva imparato a pulire gli animali, a macellare e a tagliare.

La decisione di non mangiare carne la presi con un certo ritardo rispetto ad un evento che mi aveva molto impressionato. Avevo allevato una capretta bianca (Saanen, quelle di Heidi, per intenderci), che la madre, dopo un parto trigemino, non aveva voluto allattare. L’avevo salvata dandole il latte mattina e sera con il biberon. Anche sapendo che la fine era segnata fin dall’inizio, mi ci ero affezionato ed era diventata come un cane. Le capre sono intelligentissime e divertentissime. Giocano gran parte della giornata, si arrampicano, saltano, fanno gli scherzi agli altri animali, mangiano di tutto. La mia mangiava anche il cornetto Algida, i cappelli di stoffa del consorzio agrario di Guerrino, i libri, le cortecce degli alberi da frutta. Era diventata più che domestica: un animale da compagnia. Poi è venuta la sua ora. Ogni animale ha un suo grido di sofferenza: il maiale piuttosto intenso, l’agnello pressoché muto. La capretta invece emette un grido lancinante e sembra che chiami “mamma”. Il suo belato è diverso da quello della pecora e sembra proprio “mamma”. Poiché la mia capretta era appunto più che domestica, è venuta sul ceppo e si è lasciata sgozzare senza intuire nulla. Tuttavia quando il coltello le ha trapassato la gola, si è messa a chiamare “mamma” e sembrava guardarmi. Purtroppo (o per fortuna, in questo caso), gli occhi delle capre hanno geometrie e colori completamente diverse dalle nostre, perché sostenere uno sguardo quasi umano sarebbe stato impossibile per me.

L’episodio mi ha segnato: la scena ha continuato a riproporsi. L’immagine ha continuato a lavorare. Ho comprato un libro sugli Hunza, ho riletto Gandhi, e mi sono determinato a non mangiare più carne. Questo ha significato che molte volte mi sono preparato il mio pranzo, o una parte di esso, perché mia zia non aveva assolutamente tempo di variare in cucina e di preparare cose differenti. Serviva una data particolare, un giorno particolare, per comunicare questa intenzione, e siccome avevo perso l’occasione della morte della capretta, ho scelto il giorno prima della maturità. Poiché odio le regole meccaniche e assolute, rompo questa mia legge una volta l’anno.

Quando ho scelto, ovviamente molti profetizzavano la mia desistenza, altri prefiguravano scenari di denutrizione, morte in giovane età, assenza di amminoacidi essenziali, ecc. Avevano torto, ma io non ho alcun piacere a dirlo: è andata così. I fatti sono ostinati.

Oggi è diventato di moda essere vegetariani, ed è anche facile trovare buoni prodotti sostitutivi. E’ diventato troppo di moda, e mi rendo conto che se tutti diventassimo vegetariani occorrerebbe un altro pianeta da coltivare a soia. Così come per essere integralmente “bio”. Sono diventato vegetariano per evitare di dare tanta sofferenza agli animali. Ma riconosco che la mia è una posizione filosoficamente debole e poco coerente. Infatti continuo a ammazzare formiche, mosche, zanzare, vespe, calabroni, qualche ragno che fa paura a Paolo o a Beatrice. E dunque non faccio mai “proselitismo”. La sofferenza è sofferenza, questa è la realtà. So che per condurre la mia esistenza di cittadino occidentale benestante, molte vite devono finire. Cerco solo di farne finire il meno possibile.

Morire sbranati

Quella sera d’estate abbiamo rischiato di morire. Eravamo andati a piedi a trovare una ragazza di cui Patrizio si era infatuato e che abitava dall’altra parte della collina, a 5 km di distanza. Abbiamo camminato nel buio fino a fiancheggiare quella grande casa colonica (Villamane, da Villa Magna: Villa Grande), che normalmente era disabitata e che invece in quel periodo ospitava dei pastori. Pastori “hard” che facevano solo quel lavoro, e che erano aiutati dai cani a pascolare liberamente il gregge nei campi non recintati. I cani che di norma aiutano i pecorai sono pastori maremmani e bastardi, incrociati tra pastore tedesco e pastore belga (i più raffinati). C’erano alcuni pastori che usavano anche i pastori scozzesi, ma il loro pelo lungo, in quei prati incolti, spesso teatro incontrastato di avena selvatica, di orzo selvatico e di bardana, poneva molti problemi, e quindi ce n’erano pochi.

Il complesso colonico era recintato, poiché lì la sera i pastori riportavano il gregge per mungerlo. Per un po’ non ci siamo preoccupati dei cani che abbaiavano perché pensavamo di essere in sicurezza. Non lo eravamo: i cani avevano trovato un piccolo pertugio nella rete e quindi stavano uscendo dal recinto, abbaiando sempre più forte. Abbiamo cominciato a correre a perdifiato per la discesa, ma gli otto cani (li contammo qualche tempo dopo, passandovi con qualcuno), ci stavano raggiungendo. Patrizio mi ha salvato la vita, spingendomi letteralmente nella scarpata di rovi e di biancospino. Poi anche lui si è proprio tuffato. Potrei dire che ci siamo gettati “nel buio più totale”, ma non sarebbe la verità. All’aperto, in campagna, il buio non è mai totale: c’è sempre la possibilità di distinguere la strada bianca, la sagoma degli alberi, di una grande siepe. Ma non molto di più. Ci siamo tuffati par coeur, confidando anche nella memoria, che lì ci proponeva questa scarpata di valle, inaccessibile da sopra. Patrizio mi ha salvato la vita, il che compensa almeno parzialmente il fatto che fosse stato proprio lui a metterla in pericolo, decidendo di andare fin là a piedi.

Nei rovi piangevo: lui pregava e mi diceva di pregare. A me pareva disonesto pregare Gesù solo nel momento del bisogno e quindi mi astenevo. Per rispetto, insomma. Siccome vivevo un periodo un po’ difficile con la religione, con la fede, con Dio, avevo smesso da un po’ di pregare la sera e anche di andare alla messa. Per coerenza, mi pareva troppo ingiusto pregare solo nel momento in cui avevo bisogno. Dunque qualche buona lacrima e i tremori della paura.

Io dicevo a Patrizio che certo morire sbranato dai cani non me lo sarei mai aspettato, e lui mi diceva di non pensarci. I cani continuavano ad avvicinarsi: ci annusavano ma non se la sentivano di infilarsi con convinzione in quel ginepraio di spine.

Non era la prima volta che avevo rischiato di morire.

Avevo rischiato in un laghetto collinare di pessima fattura (un invaso di poche migliaia di metri quadrati), con Carlo, cercando di aiutarlo, in affanno tra canne e fondo melmoso. Avevo rischiato di capovolgermi con il trattore di notte per arare un altro solco su una ripa troppo in pendenza. Avevamo rischiato, tutti noi, camminando di notte sui tetti dei magazzini di Tattini in Viale Trento e Trieste a Spoleto. Avevo rischiato nel bosco, quando l’albero si era piegato nel senso sbagliato (per me), e lo avevo scansato per un attimo.

Ma lì era diverso: vi era più tempo. Mentre nelle altre occasioni il rischio, anche se letale, si era presentato ed era scomparso in un attimo, qui la consapevolezza era diversa. Con il tempo i cani si facevano più audaci e si avvicinavano, sentivano anche il sangue che avevamo su braccia e gambe. Con il tempo vi era più tempo per pensare, per immaginare. E purtroppo era tempo impiegato a ipotizzare soluzioni (che non vi erano), o a visualizzare le immagini dei cani che mi avrebbero azzannato prima il polpaccio, poi le braccia, poi i fianchi. Siccome avevamo visto come i cani si dividevano gli agnelli morti, la prefigurazione non faceva altro che incutere terrore.

Passò un’auto poco dopo il nostro tuffo, ma avemmo solo il coraggio di alzare la testa e di vedere le sagome e gli occhi dei cani che erano in cima alla ripa, sulla strada, illuminati dal bagliore dei fari. Per molto tempo, poi, solo il bisbiglio orante di Patrizio, il ringhio dei cani, i rumori notturni della campagna (qualche trattore in lontananza, delle cicale). Finché sentimmo avvicinarsi una seconda automobile. Uscimmo sulla strada arrancando e sbracciando pieni di spine da tutte le parti, graffiati e sanguinanti. Uscimmo con la speranza di aver indovinato il tempismo (dopo l’ultima curva, ci siamo detti), che l’auto si fermasse e con la consapevolezza che più il tempo passava e meno probabilità di intercettare un’auto ci sarebbero state. Uscimmo infine con il rischio che se l’auto non si fosse fermata saremmo stati alla mercé dei cani. L’auto si fermò: i cani si allontanarono a causa del rumore, dei fari, e delle urla di quell’uomo. Era oltre la mezzanotte: avevamo passato 2 ore e mezza senza muoverci in quella sorta di nicchia fachiresca che si era creata. Questi ci portò prima a casa sua, dove ci fece bere un po’ di whisky, ci fece pulire un po’ e poi ci riportò a casa. Raccontammo solo molto tempo dopo quello che ci era successo.

Racconti rurali – Le mosche

Le mosche

Le mosche erano onnipresenti, d’estate. Nei campi, nelle stalle, in casa, nei fienili, in strada … C’è una differenza da fare tra moscerini, piccole mosche, mosconi, mosche cavalline (tafani), in funzione soprattutto del loro fastidio. Moscerini e piccole mosche sono poco fastidiose e inducono, più che altro, a pensare alla sporcizia. I mosconi sono molto più noiosi e molto più sporchi. Le mosche cavalline, invece, fanno anche male: la loro puntura è veramente dolorosa. L’unico vantaggio è che si sentono, quando “atterrano”, e che occorre loro un po’ di tempo per assestarsi, e quindi c’è tempo per sentirle e scacciarle. C’erano dei lavori o dei momenti in cui ogni tanto uno si poteva concedere il sollievo di scacciarle tutte con un cappello, una maglietta, le mani, una piccola fronda d’olmo. Ma c’erano lavori in cui si avevano le mani impegnate e non si potevano distogliere per nessuna ragione.

Uno di questi era la tosatura. Le pecore si tosano ovviamente all’inizio dell’estate, quando le mosche iniziano a popolare le giornate. I primi anni avevamo formato un piccolo gregge, composto in prevalenza da pecore Suffolk e sopravissane. Il loro vello è corto e compatto. Per tosarle bisognava prenderle una ad una, rovesciarle sulla schiena e solo dopo rimetterle in piedi. Ma non c’era un sistema automatico: bisognava tenerle ferme bloccando le zampe con le mani. Dunque eravamo Patrizio e io a tenerle ferme, mentre il tosatore faceva il suo lavoro. Impossibile lasciare la presa, dunque, non solo per il rischio di prendersi qualche calcio scomposto dell’animale, ma anche perché la macchina tosatrice (all’inizio erano grandi forbici), può fare dei tagli e delle ferite alle pecore. Il caldo e l’umidità attiravano parecchie mosche, piccole ma fastidiose. Che arrivavano vicino agli occhi, sul naso, sulla bocca, dalla quale riuscivamo a scacciarle solo sbuffando o scuotendo la testa (come fanno gli animali). Per buona parte del tempo bisognava solo sopportare, avere pazienza, rassegnarsi. Come fanno gli animali. In una società che già da allora puntava sulla competizione, sul natural winner, sul never give up, quelle piccole mosche obbligavano alla rassegnazione, alla resa.

Devo fare una piccola digressione sulla lana: il paradosso della vicenda è che dopo tutta la fatica fatta per tosare, bisognava anche bruciare o sotterrare la lana, perché nessuno la voleva. I primi anni abbiamo pagato per tosare e abbiamo pagato perché qualcuno venisse a prenderla. Solo Nonna Dusolina un anno era riuscita a scardazzare un po’ di lana (previa lavatura), e non so se ne facemmo un materasso. Dopodiché, i miei ragionamenti sulla fiducia nella natura hanno preso il sopravvento: ho detto che se le pecore soffrivano così tanto con la lana d’estate, Dio le avrebbe fatte con il pelo caduco come gli alberi e che se tutto il genere umano fosse morto le pecore avrebbero continuato a vivere lo stesso. Le argomentazioni convinsero il resto della famiglia e non le abbiamo più tosate.

Le mosche davano lo stesso fastidio lavorando con il fieno o con la paglia. Non al momento del taglio o del caricamento in pieno campo, perché lì c’era sempre un po’ di vento e quindi ci sono poche mosche. E poi si aveva una libertà di movimento e delle micropause che nella tosatura non vi erano, che consentivano di scacciarle. Il problema era lo stivaggio di queste “presse”, soprattutto nelle ultime file del fienile o del pagliaio, quando ci si avvicinava fila dopo fila alla copertura (spesso di lamiera), ed era un caldo spaventoso, vi era una polvere micidiale, e un sudore che andava negli occhi. Ecco, a tutto questo si aggiungevano ancora una volta le mosche.

Ovviamente erano anche in casa. Non c’erano zanzariere e la gestione degli oscuranti e delle porte non era eccellente da parte di noi più giovani. Abbiamo provato di tutto: carta moschicida, creme da spalmare, bombolette spray, ecc. Avevo escogitato anche una trappola per ridurre la popolazione in cifra assoluta: lasciavo, dopo il 1981, la finestra del bagno aperta tutto il giorno. Poi la sera la chiudevo e spruzzavo il Raid. Ne morivano molte, ma non abbastanza, evidentemente, perché il giorno dopo il numero mi pareva lo stesso.

Nei lunghi pomeriggi estivi, quando non ero impegnato nelle mie “invenzioni impossibili” (deltaplano, macchina per seminare il mais, trappole per vipere, ecc.), e noi ragazzi facevamo finta di fare la siesta, guardavo queste piccole mosche in camera. Alcune giravano nel centro esatto della stanza. La cosa mi faceva impazzire: ci doveva essere un motivo sul perché giravano nel baricentro della stanza, a quell’altezza, con quella velocità. Nei miei primi libri sulle erbe officinali, si raccontava di come Plinio riferisse che le rondini in greco si chiamano kelidon perché vanno a prendere la celidonia nei campi. E questa celidonia serve a pulire gli occhi dei rondinotti appena nati. Ecco, quello che mi appariva assolutamente straordinario era questa capacità di osservazione della natura, che avevamo irrimediabilmente perso. E che dunque rendeva impenetrabile il girotondo di quei piccoli insetti volanti.

Altre mosche, più grandi, continuavano a tentare di uscire attraverso il vetro della finestra, infilandosi in quella fessura di luce che gli oscuranti interni lasciavano, a causa della loro macroscopica imprecisione. Tentavano e ritentavano senza sosta, fino a esaurire l’energia.

L’ostinazione di quelle mosche sembrava a prima vista l’opposto della rassegnazione. A ben guardare, invece, era ancora null’altro che rassegnazione, ma nell’insistere. Nemmeno l’ostinazione era dunque una risposta. Avevo girato per molto tempo su un’orbita ellittica i cui due fuochi si erano rivelati inconsistenti. Come una mosca.

Racconti rurali – Arare, arare, arare

Arare era uno dei lavori che mi piaceva di più, oltre al tagliare la legna nella macchia. Arare da solo, di notte.

Pensare che all’inizio non amavo affatto questo lavoro, perché di fatto l’aratro era trainato dall’OTO e quindi bisognava andare dietro a quell’unico vomere e sganciare l’ingranaggio a fine solco, in modo che l’aratro si adagiasse su un fianco, ormai inoffensivo, nell’attesa di riagganciare e di riprendere un nuovo solco. Abitavamo in collina, e molti campi potevano essere arati solo “a solco morto”, come si dice, e cioè in discesa. Quindi il viaggio di ritorno era a vuoto, sul trattore o in equilibrio sul manubrio dell’aratro. Anche se anni dopo, sui libri di Tecnologia rurale, erano illustrate tecniche di aratura “a girapoggio”, io non le ho mai viste applicate, da noi. Presumo perché il girapoggio trattiene l’acqua, mentre noi dovevamo pensare a farla defluire al più presto, vista la tendenza a franare delle nostre colline. L’aratura con l’OTO implicava dunque due persone: una sul trattore e una alla manovra dell’aratro. Patrizio era più grande e conduceva lui il trattore, oppure era Guerrino e mia zia dietro. Spesso, in questi terreni incolti, il coltello dell’aratro si caricava di erbe e radici e quindi bisognava liberarlo, alzandolo a mano o fermandosi per liberarlo con calci e bastoni di fortuna. Il campo risultava così punteggiato da questi mucchi di erbacce (gramigna, carote selvatiche). E così anche la capezzagna, dove ovviamente l’aratro “staccava” per curvare e invertire la marcia. Per fortuna questa modalità è durata pochi anni. Nel 1981, infatti, abbiamo comprato un Fiat 451C di seconda mano (45 cavalli di pura potenza!), e l’aratro, sempre a traino, era manovrabile con una corda dallo stesso conducente. Tirandola seccamente, questa faceva scattare una leva e il vomere si alzava completamente dal terreno, sostenuto solo dalle due ruote.

I trattori Fiat all’epoca erano tutti di un colore curioso: un arancio spento, e così gli attrezzi (aratro, estirpatore, erpice, ecc.). Noi guardavamo, o almeno io, al verde intenso dei John Deere, o al bellissimo blu dei Landini, al rosso dei SAME, e non riuscivo a capire un arancio così sottotono.

Il vomere dell’aratro rovesciava una striscia di terra di circa 40 cm di media. Il nostro campo più grande era largo 200 m, il che significava 500 passaggi, senza considerare le capezzagne in testa e in fondo al campo. Il campo era lungo circa 450 m: un passaggio durava 3-4 minuti, più il ritorno un po’ più veloce. Per farla breve occorrevano giorni (e notti), intere per arare. Qualche volta ci siamo alternati, Patrizio e io: lui il giorno, io la notte. Striscia dopo striscia. Il giorno presentava la scomodità del caldo (il 451C era scoperto), del sudore delle gambe sul sedile in finta pelle, delle mosche, e il vantaggio della luce e quindi di poter guardare il paesaggio, almeno. Di giorno, per più anni, c’è stato un pettirosso, impavido, a tenermi compagnia. Mi anticipava di pochi metri, sulle zolle appena rovesciate. Poi quando ero troppo vicino, volava di altri 5-6 metri in avanti. Probabilmente sfruttava la paura che le vibrazioni del terreno potevano produrre sui piccoli insetti e che praticamente gli saltavano in bocca. Così per buona parte dei pomeriggi. Le rondini, invece, più prudentemente, sfrecciavano basse solo sul campo arato, dietro di me. La notte era più fresco, ovviamente, ma l’unica cosa che si poteva guardare era il solco illuminato dai fari del trattore. Non c’era nessun pettirosso: si era soli, con il rumore del motore, lo sferragliare dei cingoli, la polvere in controluce.

Arare era diventato per me un esercizio di disciplina, di pazienza. Nonostante la noia e la delusione pazzesca di dover ricominciare daccapo un solco che sembrava quello del viaggio precedente, e il rumore del motore che rendeva completamente rimbambiti, dopo tante ore, bisognava andare avanti, nella polvere, solco dopo solco. E andavo avanti.

Arare libera il profumo della terra. Forse solo chi lo ha fatto riesce a capirlo: ogni luogo, ogni terra ha un suo profumo. Soprattutto di notte, dove i sensi sono più attenti, e dove l’umidità li amplifica, potevo distinguere i vari profumi e sapere in che zona del campo mi trovavo anche senza fari. Ogni tanto bisognava liberarsi il naso, poiché la polvere lo aveva ostruito quasi completamente. Era l’occasione per bere e per fare pipì. Fare pipì in piena notte, da solo, sotto un cielo stellato, era (è: si può dire?), una cosa bellissima. Una pipì sana, trasparente, liberatoria, era un’esperienza di comunione con il creato. E per godermela appieno spesso mettevo il gas al minimo, spengevo i fari e mi allontanavo di qualche metro.

Poi via, riprendere il solco, continuare ad arare, continuare a lavorare. Nel dialetto spoletino arare si dice sempre “lavorare”, forse perché è l’operazione più importante, quella che dà il via a un ciclo che sta per ripartire …

I miei amici di allora non capivano che cosa ci fosse di bello in quel tipo di lavoro. Rivedo ancora gli sguardi di Francesco, di Fabio, di Roberto, che intuiscono che c’è qualcosa di più per me in quel “lavoro”, ma che nonostante ciò continua a sfuggir loro. Probabilmente pensano sia un’altra delle mie stranezze, un’altra di quelle cose che mi rende particolare.

Arare mi ha “consacrato” nel coraggio di cominciare un lavoro che all’inizio appare sovrumano. A dire il vero, molti altri lavori di quei tempi, “insegnavano” la stessa cosa. Molti lavori, prima di iniziarli sembravano dire: è impossibile, non ce la farai mai, è troppo grande, ce ne sono troppe, è troppo lontano, ecc. Ripenso per esempio alla vera e propria paura che prendeva a guardare lo stesso campo (quello grande), disseminato di innumerevoli “presse” di fieno o di paglia, che bisognava radunare in piccoli gruppi, mettere in verticale (con la legatura in basso), trascinandole con un gancio … Allora le presse erano rettangolari, e sembravano zollette di zucchero sparpagliate su un tavolo giallo-oro da Polifemo o da un altro gigante.

Ecco, arare “insegnava” in maniera più intensa. Non sapevi quanto ci avresti messo, non potevi contare i solchi a venire: dovevi solo iniziare. Quando mi avviavo per affondare il coltello del vomere mi tornava sempre in mente una frase che avevo letto in “La Via dello Zen” di Alan W. Watts molti anni prima: “Un viaggio di cinquemila li inizia sempre con un passo”. A me faceva sempre pensare, oltre all’iniziare, che il viaggio fosse in effetti fatto di cinquemila “lì”. Di cinquemila altrove, insomma. Ogni passo era dunque diverso dall’altro. Ogni solco era diverso dall’altro.

Racconti rurali – Il tabacco

Per portare un po’ di soldi a casa, nell’estate del 1977 mia zia, Patrizio ed io fummo costretti ad andare “a tabacchi”, come si diceva. Mia sorella Cristina, più piccola, restò invece a casa ad aiutare la nonna nei lavori domestici. Il mio primo giorno di lavoro fu di 17 ore. La sera vomitai dalla fatica, mi misi a piangere e dissi che non volevo più tornare.

Non avevamo mai lavorato (in fondo venivamo comunque dalla città, per quanto piccola, e io avevo 14 anni), e quello ci sembrò l’inferno. Alle 5 del mattino eravamo praticamente in mezzo al campo. Il titolare dei campi di tabacco, Giovanni, era un pazzoide (ex muratore convertito sic et simpliciter a coltivatore), e ci veniva a prendere dove finiva il sentiero di terra e dove iniziava l’asfalto (altro segno di civiltà, per noi), con una FIAT 850. Vi salivamo in 8: 5 donne dentro, io e Patrizio davanti, sul cofano, sopra i fanali. Il pazzoide andava molto piano, questo è vero, ma la mattina alle 5 è sempre molto fresco.

Io e Patrizio, ignari di quello che ci attendeva, ci eravamo presentati il primo giorno con scarpe da ginnastica e calzoncini corti, una maglietta e tanta ingenuità. Dopo 15 minuti di “carreggio” (portavamo le foglie dalle donne, che coglievano, ad un piccolo telaio “telarino”, dove un’altra donna le sistemava e le infilava con un controtelaio con degli aghi, in modo da infilzare le foglie e bloccarle), eravamo fradici a causa della rugiada mattutina. Completamente bagnati e infreddoliti. Capimmo perché le donne, una volta arrivate al campo, si vestivano come soldatesse pronte per la guerra.

Aspettammo la levata del sole come una liberazione. Verso le 9 il sole era già alto e questa volta eravamo fradici di sudore. A quel punto ci siamo tolti la maglietta continuando a “carreggiare” a torso nudo. L’altra cosa che non sapevamo e che le foglie di tabacco appena colte, dal gambo, rilasciano la linfa, che contiene nicotina. La linfa, quando si asciuga diventa una colla terribile, ed infatti si erano impiastricciati tutti i pochi peli che avevamo sulle braccia e a Patrizio sul petto. Quando siamo andati alla prima pausa della colazione (già stravolti), ci siamo resi conto del perché le donne e tutti gli altri avevano dei guanti: il tabacco è amarissimo. Non siamo riusciti a mangiare la nostra colazione (due fette di pane con un formaggino Galbani in mezzo): tutto ciò che toccavamo diventava immangiabile. Nel campo non c’era acqua corrente e per lavarsi bisognava andare sulla riva di un laghetto artificiale o sacrificare l’acqua da bere. A pranzo riuscimmo ad andare al laghetto a lavarci le mani, che si rivelò operazione non semplicissima. Senza sapone occorreva prendere della sabbia e della terra e poi strofinarsi vivacemente. La tortura del primo giorno si concluse verso le 20. Tornammo a casa sconvolti. Gli ultimi metri, camminando verso casa, pensavo che non sarebbe stato possibile ricominciare anche l’indomani e misi a piangere. Arrivati a casa, eravamo così stanchi che non ci lavammo nemmeno: io e Patrizio ci mettemmo sul letto vestiti così come eravamo. La notte sognai di stare ancora in mezzo al campo a “carreggiare” il tabacco. Anche mia zia era probabilmente distrutta, ma non ci fece capire nulla.

Due nostri coetanei, il giorno dopo non si presentarono e dunque la loro esperienza “a tabacchi” si fermò quel primo giorno. Il giorno Patrizio e io ci vestimmo con dei pantaloni lunghi e delle camicie lunghe: i guanti ed i stivali non avevamo avuto tempo di comprarli e li avemmo qualche giorno più tardi, quando avevamo riempito i due forni con “la prima foglia” (quella più bassa, che spaccava la schiena). Poi comprammo anche degli impermeabili, imparando a modulare il vestiario in funzione della rugiada, del sole, del tipo di foglia.

Le donne, contrariamente a quello che pensavo, erano piuttosto immediate e impudiche nei loro racconti, che andavano dalla loro vita di casalinghe, alle loro preferenze e esperienze sessuali, alle loro battutacce riservate alle proprie suocere. A volte ero un po’ in imbarazzo (avevo 14 anni e facevo finta di non sentire), mentre Patrizio lo era molto meno.

I fiori del tabacco sono molto belli, di un rosa pallido e delicato, a forma di piccolo calice, e contrariamente alla linfa delle foglie, raccoglievano dell’acqua piovana o della rugiada che a berla era molto dolce.

Nonostante ciò, ho cominciato a odiare le piante di tabacco e quel modo di concepire l’agricoltura che noi non riuscivamo a ottenere. Le piante crescevano in file ordinatissime, con un ritmo preciso sia tra le file che sulla stessa fila. Crescevano in maniera sincronizzata, maturavano in maniera sincronizzata, fiorivano dunque negli stessi giorni. Tra le file non c’era nemmeno un filo di erba infestante, mentre noi conducevamo a casa una lotta titanica contro la gramigna e i cardi selvatici, a colpi di zappa. Mi resi conto poi che tra quelle file ordinate non solo non vi erano erbe infestanti, ma non vi era nemmeno la vita: non c’erano cavallette, grillotalpe, lucertole, orbetti, serpi, nidi di uccelli, … niente di quello che trovavo nei nostri campi a casa.

Quella non era terra: era un sostrato marrone inodore, con un fuso granulometrico perfetto, atto a sostenere delle cose che vi crescevano fino ai due metri di altezza. I fiori venivano tagliati appena possibile, e mi sembra di ricordare che quando venivano cimate a queste piante si iniettava una sorta di ormone che impediva nuove fioriture. La cosa mi faceva un po’ tristezza e ho cominciato a sviluppare lì l’idea che quella non fosse agricoltura, ma una grande officina meccanica-chimica, di cui gli operai erano quelle povere piante, parte di innumerabili catene di montaggio verticali.

Racconti rurali – La cicoria

La cicoria selvatica ha tenuto su la nostra famiglia per circa tre anni. La cicoria di campo ha rappresentato infatti la nostra cena per 3 anni. O meglio: la cicoria rappresentava il contorno, di cui la “bruschetta” rappresentava il primo ed il secondo. E’ stato così, immancabilmente, per 3 anni. A pranzo vi era la pasta con il sugo di “battuto” (grasso del maiale tritato fino e conserva di pomodoro), e la sera bruschetta e cicoria. Questa abitudine necessaria era interrotta solo il giorno di Natale e di Capodanno, quando il negoziante del paese ci regalava un panettone ed una bottiglia di spumante dolce. Forse ce lo regalava per compassione, visto che all’epoca non avevamo liquidità ed il quaderno dove registrava le nostre spese era spesso in rosso. Ma a noi quella compassione andava benissimo, e le nostre donne erano talmente forti da accettare questi regali senza farselo e farcelo pesare. Solo nel 1980 abbiamo cominciato ad uscire dal medioevo, come l’ho definito in seguito, ed anche il nostro pasto è cambiato. Abbiamo (io almeno) ho ri-mangiato dopo anni una banana, per esempio.

Vi erano invero altre due o tre occasioni in cui questa routine alimentare si interrompeva ed era nel giorno della trebbiatura, per esempio, o per una festa, una cresima. In quel giorno nonna ammazzava un’anatra. Le anatre sono più “spartane” delle galline, mangiano di tutto, allevarle è meno costoso. Nei primi anni sono state loro, insieme ai piccioni (praticamente autonomi nel procacciarsi il cibo), a essere la nostra fonte di proteine.

Avevamo seminato anche una piccola area vicino al pozzo con della cicoria che andava tagliata periodicamente e che ricresceva di continuo. Questa non poteva essere venduta, perché si presentava male nella busta (eravamo attenti al packaging, si direbbe). Mentre invece il tarassaco (piscialetto), si presentava benissimo, così come i crispigni, ancora interi e con le loro radici.

La cicoria fa dei bellissimi fiori, che sono i primi ad aprirsi la mattina e che tendono a richiudersi con il caldo più torrido. Anche se il mio colore preferito è il blu della cosiddetta “asprana” (in italiano Bluglossa Azzurra), la cicoria presenta molte nuance delicate di un blu azzurro violetto da cui anni e anni fa si tirava pure una tintura. Solo che quando “è andata in fiore” la cicoria è troppo dura e amara per essere mangiata.

Dunque: in prima istanza la cicoria era il nostro cibo principale. In secondo luogo ci consentiva di fare un po’ di liquidità. Nonna andava di giorno a raccogliere la cicoria nei campi, e poi l’andava a vendere il giorno dopo presso le famiglie borghesi di Spoleto. La metteva in una busta di plastica trasparente, veniva con noi alla fermata dell’autobus e all’arrivo partiva per il suo giro di vendite, che consisteva semplicemente nel suonare a tutte le porte dei condomini del Viale Trento e Trieste, di Via Cerquiglia, di Via Flaminia, finché non aveva venduto tutta la cicoria e intascato due o tremila lire. Liquide, esentasse. Per noi erano una salvezza. Quei pochi soldi si trasformavano subito in zucchero, farina, sigarette, un paio di scarpe …

Più tardi Nonna avrebbe portato a vendere delle galline o dei polli con la stessa modalità. I polli erano vivi e, sebbene, fossero legati, facevano rumore nel sacco di plastica e noi ci vergognavamo che lei venisse con noi sullo stesso autobus. Quando Patrizio e io abbiamo cambiato squadra di calcio e quindi avevamo a disposizione una borsa più grande e di finta pelle per fare l’allenamento (era una borsa Superga, oblunga, rossa e bianca), usavamo una di quelle per metterci i polli. Poi nonna passava di porta in porta, vendeva l’animale e, se la proprietaria voleva, nonna uccideva seduta stante la gallina o il pollo e lo preparava in quella casa. Era la dimostrazione inoppugnabile che il pollo era ruspante e che era vivo (fino a poco prima).

La cicoria (il tarassaco), mi aveva guarito anche da due porri che avevo sulle dita di una mano e che mi portavo dietro dalla Francia: ricordavo insomma di averceli sempre avuti. Mia madre mi metteva tintura di iodio e altre pozioni simili, immagino. Ma quei due piccoli porri non erano mai scomparsi. Il “latte” del tarassaco, invece, con il suo alcaloide amarissimo, lo aveva proprio tolto con grande facilità. Sì, nel tempo ero diventato espertissimo di erbe. Con i pochi soldi che riuscivo a mettere da parte mi ero comprato tutti i libri di Maurice Mességué, che all’epoca erano pubblicati da Oscar Mondadori.

La cicoria mi ha consentito infine di fare un servizio militare con molti giorni di convalescenza a casa.

Partii come renitente alla leva, con i carabinieri che mi vennero a prendere all’ospedale di Spoleto, dove avevo chiesto di essere ricoverato per una (finta) appendicite. In fondo non avevo né padre né madre e formalmente, dallo stato di famiglia, mia sorella Cristina risultava vivere con me e disoccupata. All’epoca non sopportavo i militari e non mi pareva giusto che io dovessi fare il militare, mentre a Patrizio, per esempio, era arrivato il Congedo illimitato in una bella busta verde. Avevo letto tutto quello che trovavo in italiano di Gandhi e di Capitini, seguivo Pannella alla televisione. Mi consideravo un non-violento e pacifista, ovviamente. Ero convinto che attraverso il rapporto che aveva fatto il Maresciallo della locale Stazione dei Carabinieri sulla nostra situazione familiare avrei avuto anch’io il congedo. Mi ero iscritto infatti alla facoltà di architettura di Roma il 30 ottobre, sicuro che la faccenda fosse ormai sistemata. Il foglio per presentarmi alla caserma militare di Orvieto arrivò il 4 novembre. Con Patrizio escogitammo dunque questa cosa della finta appendicite, senza tuttavia avere una strategia precisa. Ovviamente ero sano come un pesce e i carabinieri vennero a prendermi qualche giorno dopo all’Ospedale, accompagnandomi sul treno in partenza verso Orte.

L’avventura del mio servizio militare meriterebbe forse un piccolo racconto a parte. Qui basterà dire che l’infermeria di Orvieto mi inviò, come di prassi, a fare una verifica all’Ospedale Militare di Perugia. Qui fui notato da un colonnello medico che mi vide leggere Storia della filosofia occidentale di Bertrand Russell. Il colonnello mi disse se mi sarebbe piaciuto fare il militare lì e passare molti giorni a casa in convalescenza. Ovviamente accettai. Il “trucco” con cui far saltare gli esami del sangue era semplicemente restare a digiuno completo per tre giorni, con due bicchieri d’acqua al giorno. Ciò avrebbe obbligato il mio fegato a produrre più bilirubina. Il terzo giorno, invece di bere acqua, bevvi un decotto molto intenso di cicoria di campo, molto amaro. L’esito dell’esame fu: Iperbilirubinemia post-epatitica, con un valore di 2,9. Con un valore di 3 avrei avuto il congedo per motivi di salute. Il 2,9 mi regalò 30 giorni di convalescenza a casa, in prossimità del Natale. Tornai a casa studiando la possibilità di decotti più intensi, a base di cicoria

Racconti rurali – Zio Claude (Tonton)

Eravamo poveri, bisogna ammetterlo. Mio zio, che faceva il pendolare settimanale tra Spoleto e Parma, prima, e tra Spoleto e Aprilia, poi, rubava la carta igienica delle Ferrovie dello Stato. Insomma, durante la settimana ci pulivamo il didietro con il logo azzurro FS. Con il senno di poi mi è parsa quasi una sorta di compensazione per i disagi che viaggiare in treno comportava allora. Ritardi di ore, coincidenze perse, scioperi improvvisi. Il viaggio da Parma a Spoleto, nel 1976, era (a vederlo adesso), un’impresa stoica. Mio zio era, da questo punto di vista, veramente un eroe. Avrei assaggiato qualcosa di simile qualche anno più tardi, per andare all’Università a Firenze.

Zio mangiava alla mensa dell’impresa una volta al giorno. L’altro pasto era un panino ed un pezzo di cioccolata fondente: a conti fatti, il vitto si limitava a 800 lire al giorno. Partiva il venerdì sera da Parma ed arrivava il sabato mattina a Spoleto, lavorava con noi (secondo le sue idiosincrasie), e poi ripartiva la domenica sera. Raccontava di aver dormito in piedi, appoggiandosi un po’ alle pareti e un po’ a suoi compagni di viaggio. Portava il salario a casa, per intero. Il che consentiva alle nostre donne di comprare il necessario per noi e di andare avanti fino al mese successivo, ovviamente con l’aiuto della pensione di nonna. Zio Claude era nato a Pont-à-Mousson, vicino a Nancy, in Lorena. Era entrato in fabbrica a 14 anni, alla Fer Embal di Nancy. Era poi diventato aggiustatore meccanico di una competenza e precisione inarrivabili: alla lima era capace di arrivare ai decimi di millimetro. A 16 anni aveva attraversato a nuoto un canale della Mosella per arruolarsi nell’esercito tedesco. Lo avevano rispedito di qua. Era rimasto comunque un uomo di una severità effettivamente teutonica. Una sola volta l’ho visto piangere (inumidirsi gli occhi), quando accompagnandolo per un piccolo tratto verso l’autobus delle 20.30, fece delle riflessioni sul fatto che fossimo dei bravi ragazzi a non chiedere niente, nemmeno la domenica sera, mentre magari i nostri coetanei erano al cinema o a ballare.

Aveva smontato e rimontato completamente il motore dell’OTO, solo con qualche chiave inglese, trasportando avanti e dietro da Parma i pezzi rotti e poi aggiustati in una delle nostre borse da calcio “Superga”. Aveva attraversato il periodo della strage di Bologna senza mostrare alcuna paura. O almeno così mi era parso.

Anni dopo si sarebbe avvicinato un po’ a casa, andando a lavorare ad Aprilia, dove facevano le scatole per il tonno Rio Mare. Qualche ora di treno in meno per lui, qualche scatola di tonno in più per noi.

Non ha mai imparato bene l’italiano, nonostante abbia vissuto in Italia per 30 anni. Non si trattava di un’incapacità, quanto piuttosto del fatto che egli non amasse molte cose dell’Italia e soprattutto degli italiani. Non ne sopportava la vocazione alla furbizia, all’espediente, all’arrangiarsi. Lui era onesto e si aspettava che tutti lo fossero. Era leale e si aspettava che tutti lo fossero. Non amava i sindacati, gli scioperi, le manifestazioni: insomma non proprio un uomo di sinistra.

E dunque la lingua: mai amata. Tanto che alla fine si era costruito una sorta di idioletto di frasi composte da parole in italiano e parole in francese. E intercalari a iosa, battute, detti, tipo: “C’est pas tout ça.” (per troncare la conversazione), “Faut pas pousser quand c’est marqué de tirer!” (per dire di non esagerare). Si combatteva una battaglia a distanza tra lui e mia nonna, che invece reputava la lingua francese troppo facile e per bambini che ancora non sanno sillabare: “E’ semplice: la pasta? Le ‘pate, la stoffa? Le ‘tofe, la scuola? Le ‘cole. Per i figli che non sanno ancora parlare …”

Quando a Tonton saltavano i nervi, la lingua era solo quella d’oltralpe, senza possibilità di controllo e quindi di infilare anche una sola piccola parola in italiano. Come quella volta che aveva terrorizzato il nostro amico Pompilio, urlando sempre più forte “Le maìs!, Le maìs!!, Le maìs!!!”, che purtroppo non conosceva né le piantine del granturco (che quindi continuava a pestare), né l’accento francese. Lacune che gli erano costate il lancio della zappa, schivata con grande prontezza, e con altrettanta incredulità, poiché le ragioni del lancio gli furono chiare solo dopo.

Zio Claude era pignolo, burbero, parsimonioso, ed aveva le sue fisse. Voleva coltivare l’orto e non amava raccogliere il fieno, la paglia. Appena insediati, lo avevamo seguito nella sua idea di coltivare aglio, da rivendere al mercato. Ore e ore di zappa tra le file regolarissime di agli. Sudore trasformato in lacrime e fiamme quando scoprì che al mercato avrebbero comprato l’aglio ad un prezzo umiliante. Facemmo un grande fuoco di tutto l’aglio raccolto, buttandoci sopra anche del gasolio destinato all’OTO. Una scena fissa, un’immagine a cui ritorno, di tanto in tanto.

Aveva la sua radio portatile (non dimenticava mai di comprare le pile), con cui continuava ad ascoltare Radio Montecarlo o France Inter. Il suo intimo rifugio, la sua patria mentale, era di pochi decimetri cubici. Mi chiedo se non abbia vissuto i suoi trent’anni in Italia come una sorta di esilio e come abbia potuto resistere. Forse perché quelle volte che era tornato a Nancy a trovare sua madre e sua sorella, dopo anni, tutto era cambiato. Forse perché in fondo noi l’avevamo capito, avevamo rispettato le sue scelte, stimato la sua rettitudine e amato (anche), la sua incapacità di esprimere l’affetto. Più di quanto avessero fatto loro. L’ultima volta che vi è tornato, la Place Stanislas era ancora lì, certo, con tutto il suo ordine e i suoi ori, ma deve essergli apparsa più fredda e grigia del solito

Racconti rurali – Nonna

Credo che il mio amore per le parole venga da un episodio che risale a mia nonna, che legge un messale (non saprei come altro identificarlo), con pagine a fronte in latino, e che recita queste parole: “Di’ solo una parola, e l’anima mia sarà salvata”. Ho 10 anni, guardo in alto, dove anche lei sembra guardare, e mi chiedo qual è questa parola. Con alti e bassi, ho sempre continuato a chiedermelo.

Mia nonna era nata a Pascelupo-Scheggia, un posto a confine tra le Marche e l’Umbria. Aveva governato le capre sul Monte Catria a partire dai cinque anni. Aveva iniziato a leggere ripetendo il libretto di un’opera (non ricordo se fosse la Tosca). Si chiamava Dusolina, in omaggio a Eleonora Duse, che immagino mio bisnonno apprezzasse alquanto.

Aveva imparato il francese a 55 anni suonati, seguendo suo figlio (mio padre), emigrato in Francia. Aveva visto le due guerre, sotterrato in una notte nel giardino di casa una motocicletta alla fine della seconda, tessuto vestiti sfibrando le ginestre sulla riva del fiume, aiutato a fare il carbone, tirato fuori dal pantano l’OTO con dei rami messi sotto i cingoli, indicato gli alberi da segare per la “tralla”, insegnato a mungere e a fare il formaggio, falciato il grano sotto una luna piena, fumato fino all’ultimo giorno Gauloises senza filtro, bestemmiato.

Nonna aveva tuttavia, per una sorta di contrappasso, quest’usanza della benedizione serale.

Non potevamo andare a dormire se prima non eravamo passati da lei, chiedendo: “Benedizione”. Ci toccava la testa e ci diceva: “Che Dio ti benedica”, con le mani completamente deformate dall’artrite che l’aveva colpita ancora giovane. Io la ricordo, da sempre, con queste mani “accartocciate”, incapaci di aprirsi completamente. Anche il braccio era dolorante, sicché ogni benedizione sembrava una cosa solenne, poiché vi erano lentezza e dolore.

A quel tempo, questo rito serale non mi piaceva: non lo capivo. Mi sembrava il retaggio di una cultura antica, superstiziosa, contadina (nel peggiore senso del termine), e, alla fine inutile. Un rito stanco, svuotato: una formalità. E poi, che potere aveva mia nonna per poter “benedire”? Quando nonna se n’è andata, questa usanza tutta nostra, intima e famigliare, l’ha seguita.

Oggi, molto tempo dopo, guardo i miei figli e capisco quello che ho perso: quello che abbiamo perso. Non so quello che succederà domani e allora spero con tutto il cuore, la sera, che domani vada tutto bene per i miei figli, per la mia famiglia, per me. Era un bel rito, il momento di una cosa importante, e l’abbiamo dimenticato.

Nonna non aveva nessun potere di benedire, ovviamente. L’unica cosa che poteva fare era trasmettere il suo immenso amore per noi. L’amore era così grande e la speranza del bene così intensa che l’unico atto che poteva riassumere tutto ciò, in maniera sintetica ma compiuta, era un atto di benedizione. Quell’amore avrebbe potuto fare da tramite (intercedere), e Dio ci avrebbe benedetti e resi inattaccabili dal male. Implicava, tra l’altro, di non poter andare a dormire con l’ira. Anche se avevamo litigato, se eravamo stati sgridati o puniti, occorreva passare da lei, da loro, e allora a quel punto anche un piccolo gesto o una parola serviva per colmare la distanza che si era creata. Tutto veniva riassorbito da quella piccolissima, intima, liturgia. Tutto veniva rimesso nella giusta prospettiva: non c’era nulla che poteva mettere in discussione la profondità di quell’accettazione, di quell’accoglimento.

Nonna era capace, a suo dire, di togliere il malocchio a cui potevamo essere stati esposti, se accusavamo qualche malessere. Faceva tutto con un piatto, dell’acqua e tre gocce d’olio. Recitava qualche strana formula, ci faceva il segno della croce e ci liberava dal malocchio. Ho saputo, molti anni dopo, che mia madre non sopportava (oltre a tante altre cose), soprattutto questa strana abitudine, e che considerava quasi stregonesca. Una pratica superstiziosa, certo. Che non faceva del male a nessuno. Nonna non ci ha mai impedito di prendere la tachipirina o un antibiotico, insomma. Non ha mai preteso di guarirci solo con un piatto d’acqua e con l’olio. Aiutava la medicina ufficiale, diciamo. E’ la medicina che non voleva saperne, di lei. E infatti è morta in ospedale.

Torni a settembre

In questo periodo di crisi credo che ci sia la necessità di incrociare tre tipi di economia: l’economia dall’alto, l’economia di lato, l’economia dal basso. Con economia dall’alto intendo trasferimenti dallo Stato, aiuti dallo Stato, prestiti molto vantaggiosi, sconti, detrazioni fiscali, facilitazioni, ecc. Con economia laterale intendo l’economia “normale”, la B2B, il tessuto produttivo ordinario. Con economia dal basso intendo quella del crowdfunding, del baratto amministrativo, della banca del tempo, del volontariato, del terzo settore, ecc. Ci auspichiamo tutti che lo Stato faccia la sua parte, ovviamente. Nell’attesa, mi vorrei concentrare sinteticamente su uno degli argomenti più importanti da affrontare e cioè quello della scuola, delle scuole, su cui il Governo è in grave ritardo, e di cui avevo scritto già qualche tempo fa. Bisognerebbe ovviamente disarticolare e vedere i vari tipi di scuola perché ognuna di esse ha problematiche diverse.

Tuttavia, il dato comune è che noi abbiamo necessità di maggiori spazi da destinare a aule scolastiche, a aule per scuole materne, per asili, a spazi per un co-sitting di prossimità. Mi chiedo se non sia possibile fare una chiamata a collaborare verso le grandi aziende, verso grandi società del terziario, verso i condomini più strutturati, verso le strutture religiose, verso gli alberghi. Potremmo aver bisogno di ospitare 2-3 classi, possibilmente sotto un unico edificio. Forse ci sono anche grandi aziende dismesse o parzialmente dismesse in cui potremmo alloggiare delle unità autonome, secondo il modello concettuale della “casa nella casa”. Le grandi aziende potevano già (mi sembra fosse una legge ai tempi di Tremonti), avere degli asili nido aziendali. Le aziende dovrebbero essere incentivate a trovare simili spazi nei loro insediamenti. Grandi società del terziario o grandi condomìni potrebbero aiutare in questo senso “adottando” una classe, o fornendo degli spazi per condividere il baby sitting di prossimità. Oppure gli stessi locali attrezzati per un co-working più agevole e vicino ai propri figli. Ovviamente i cambi d’uso dovrebbero essere gratuiti e con procedimenti amministrativi rapidi. Dovrebbero essere studiate leve fiscali adeguate verso la proprietà e verso le imprese, con possibilità anche in questo caso di cessione del credito. Lo so che ci sono ancora una quantità di problemi da risolvere: dalla sicurezza alla privacy, dagli insegnanti necessari al setting tecnologico, al personale insegnante e ausiliario, ecc.

Tuttavia, ad oggi non vedo grandi soluzioni in giro.

Il Governo è in grave ritardo perché, a prescindere dal bisogno di assumere molti più insegnanti, personale tecnico, ecc., non ha fornito indicazioni chiare ai Comuni. Ammettendo quindi che domani il Governo dica ai Comuni di “attrezzarsi” in qualche maniera per la ripresa dell’attività scolastica, i tempi sono già impossibili. Bisogna accordarsi con i dirigenti scolastici, selezionare i progettisti, redigere un minimo di progetto, realizzare le opere. Oggi è già il 5 giugno e non abbiamo notizie certe. Possiamo concordare delle linee di azione con i dirigenti scolastici, e arriviamo a fine mese. Bisogna redigere un minimo di progetto esecutivo e approvarlo: siamo al 30 giugno a essere bravi, e evitando pareri della soprintendenza e di altri enti. Bisogna individuare le ditte. Anche con procedure negoziate ci vogliono almeno 15 giorni. Siamo a luglio. Poi ci vuole il tempo per realizzare i lavori. Rimangono da 30 a 40 giorni per fare i lavori. Non si può generalizzare, ma non sono molti, considerate anche le forniture da coordinare. Questo sinteticissimo programma funziona poi sul presupposto, tutt’altro che certo, che il Governo reperisca i fondi necessari per tutta questa operazione di edilizia scolastica e li ripartisca in maniera adeguata. I Comuni infatti non potranno contribuire in alcun modo: non avrebbero probabilmente nemmeno i fondi di parte corrente per affidare la progettazione, figuriamoci la realizzazione. E poi un altro tema: se questo virus scemasse, finisse la sua corsa, se trovassimo il vaccino in poco tempo, che faremmo di queste nuove strutture? Al costo di impianto si sommerebbero i costi di smantellamento.

Il distanziamento impone maggiori spazi: o li troviamo in queste strutture semi-disponibili o li dovremo trovare nelle nostre case, affidare i nostri figli a baby sitter e tornare alla didattica on-line.

O per settembre il governo deciderà che il virus non è più pericoloso.

Racconti rurali – La neve

La neve scendeva immancabilmente di notte. Non so perché: quando si è piccoli è così. La mattina era dunque come se il buon Dio ci avesse fatto una sorpresa, un regalo. Uscire e rovinare quell’integrità a me pareva quasi un peccato. Anche un singolo passo avrebbe rotto quell’incantesimo, quella purezza. Così, prima di uscire restavamo diverso tempo solo a guardare. E anche sull’uscio, io almeno rimanevo sempre incerto sul primo passo da fare. 

Quando l’abbondanza del manto ce lo permetteva (e bastavano pochi centimetri), facevamo una sorta di bob con i sacchi di plastica del concime. Preparavamo la pista, camminandoci sopra, per comprimere la neve, e poi ci ripassavamo sopra, lentamente, con il sedere. Una volta disegnata la pista, il divertimento era assicurato: ci passavamo l’intero pomeriggio, fino a che rientravamo vicino al focolare tutti rossi in viso e bagnati.

La neve era così bella: rendeva il mondo silenzioso, più silenzioso di quello che era già. Un mondo delicato, educato, virginale. Dalla finestra della camera mi dicevo che da qualche parte, in qualche momento, era necessariamente caduto un ultimo fiocco. Mi colpiva quest’idea dell’ultimo fiocco, che si vede cadere su quella distesa bianca, in una immensa solitudine.

Crescendo, purtroppo, quel senso di meraviglia si è perso, non saprei come.

Con la neve alta sono tornato dalla mia visita militare. L’autobus che rientrava il pomeriggio da Perugia è arrivato tardissimo e ho perso la coincidenza per tornare a casa la sera. Dunque ho dormito nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Spoleto (all’epoca non avevamo ancora allacciato il telefono), e poi ho preso la prima corriera, la mattina molto presto, che mi ha lasciato, al suo capolinea,  a 7 km da casa. La mattinata era di un azzurro splendente e crudele. Ho cominciato a camminare seguendo le tracce delle poche auto che erano già passate, cercando di restare sul pulito, ma dopo un po’ le scarpe erano bagnate. Sentivo freddo ai piedi,  dunque le ho tolte e ho arrotolato i calzoni. A un certo punto ho tolto anche le calze sperando così di poter scaldare meglio i piedi che almeno si erano liberati dell’umidità. Ho camminato e camminato nella luce cristallina,  facendo scrocchiare la neve, che nelle parti in ombra aveva formato una sorta di dura crosta, che mi feriva a ogni richiamo del piede. Gli ultimi mille metri sono stati i più duri, tutti in salita. Sono arrivato con il collo dei piedi che sanguinava. I miei stavano macellando il maiale: quando sono passato nell’aia, il mio tragitto, segnato dal sangue dei passi, ha intersecato quello del maiale, già sgozzato e trascinato in malo modo verso il fusto dell’acqua bollente. 

Spesso occorreva comunque lavorare quando pioveva o quando tirava una tramontana gelida, per esempio raccogliendo le ghiande o le olive. Significava passare qualche ora pomeridiana a cercare le ghiande in mezzo a erba bagnata (meglio), o alla terra bagnata (peggio), con una tramontana che fischiava nella schiena. A volte le dita si intirizzivano e allora sbattevamo le braccia intorno al torace come ci aveva insegnato Zio Claude. Raccoglievamo, noi ragazzi, anche le olive cadute per terra, che non potevamo certo lasciare agli uccelli. All’epoca le olive si raccoglievano più tardi di quanto si faccia oggi, quando le stesse erano tutte nere, praticamente. E dunque molte erano già cadute dagli alberi.

Quando nevicava o pioveva di brutto, invece, bisognava fare come gli animali: restare nella tana (vicino al fuoco), ed aspettare che passasse. Non si poteva andare a scuola, non si poteva lavorare nei campi. A noi più giovani non è che la cosa dispiacesse tanto. Ho capito poi che quelle giornate mi avevano insegnato, in silenzio, l’umiltà. Mi avevano insegnato a perdere. E’ ovvio: anche prima, benché molto giovane, avevo perso, e tante volte. E continuavo a perdere, in molte cose. Solo che non avevo mai imparato “intimamente” a perdere. Odiavo perdere, odiavo me stesso perdente, odiavo colui che aveva vinto, odiavo il senso di colpa verso il vincitore, odiavo la mia goffaggine, la mia incapacità, odiavo il mondo. Piangevo. La grande neve, le grandi piogge, invece, mi avevano costretto a un bagno di realtà: c’era qualcuno più bravo di me, più forte di me. Ci sarebbe sempre stato qualcuno più bravo di me nella mia vita, in qualcosa, e io non avrei mai potuto batterlo, nemmeno con tutto l’allenamento e la preparazione del mondo.