Paesaggio italiano n. 37 – Latina

Un piccolo autobus verde

Andavamo a scuola prendendo questo piccolo autobus verde che passava nella strada provinciale di fondovalle alle 7,20. Per prenderlo ci alzavamo alle 6,40. Con la bella stagione non vi erano grandi problemi. Solo che la bella stagione arrivava quando la fine della scuola si avvicinava. Da ottobre ad aprile era uno strazio poiché lo stradello che percorrevamo era appunto una strada su cui potevano passare solo trattori era di terra. Quindi di fango, tutta in discesa. In inverno ci alzavamo con il buio: Patrizio si alzava un po’ prima e metteva i jeans nel letto prima di indossarli, a causa del freddo. Si lavava come si lavano i gatti (come gli ripeteva nonna), prendendo poche gocce d’acqua e pulendosi a malapena gli occhi. Io mi lavavo un po’ più intensamente, prendendo un po’ d’acqua dal grande fusto, nei primi anni. All’epoca non usavamo ovviamente deodoranti: erano proprio fuori dal nostro orizzonte e poi li avremmo considerati anche un po’ cose “da femmine”, se non peggio.
Raramente il focolare era in funzione e dunque zia e nonna si alzavano per ravvivarlo, metterci su qualche tizzone e prepararsi un caffè, che sarebbe arrivato molto tempo dopo che noi eravamo usciti.
Ci mettevamo gli stivali, ci arrotolavamo i pantaloni e poi partivamo nel buio completo, senza torce. Il buio non è mai completamente buio e dunque arrivavamo alla fermata in tempo. In fondo alla strada di terra, prima del ponticello, lasciavamo le scarpe buone in una busta di plastica, che nascondevamo sotto un grande pino domestico, in mezzo alla ripa, ma accessibile con una certa facilità. Tempo dopo, il proprietario di una casa lì vicino, avendo scoperto in silenzio e con discrezione il nostro “traffico” per il cambio delle scarpe, ci offrì di fare il “pit-stop” nel suo garage. Le scarpe sarebbero state sempre asciutte, calde (d’inverno, fuori, erano infatti molto fredde), e avremmo potuto sederci comodamente con calma per cambiarci. Perché tra l’altro dovevamo cambiarci le scarpe in piedi, appoggiandoci a qualche albero o l’un l’altro. Credo che il suo nome fosse Dante: bisogna che io lo ringrazi, seppure tardivamente. Ci sono persone che si incontrano nella vita e che fanno piccoli grandi gesti di altruismo, di gentilezza. Non l’ho mai ringraziato all’epoca, a voce, di persona, per timidezza (la mia solita timidezza). Come può ringraziare un ragazzino di 15 anni per un gesto di gentilezza che viene ad un adulto, da un vecchio (così sembrava allora), quando il ragazzino sa di essere ragazzino, nonostante capisca la bellezza del gesto ma nonostante questo sa di non poter ringraziare con una profondità e con una consapevolezza che normalmente non ci si aspetta da lui?
Scendendo il sentiero in fretta e a volte correndo per non arrivare in ritardo i nostri vestiti si macchiavano di fango, di terra, e quindi bisognava correre in un certo modo, senza “tallonare” troppo. La cosa era un po’ complicata e buffa, a rivederla oggi: una sorta di “passo dell’oca”, di corsa. Più di una volta sono scivolato in quelle discese piuttosto ripide e fangose, e dunque sono tornato a casa, con il lato positivo del non essere andato a scuola, anche se con il ritorno a casa moriva la possibilità di vedere per qualche minuto (forse), le ragazze che mi piacevano.
L’autobus faceva un giro enorme perché “perlustrava” tutte le frazioni e arrivavamo a Spoleto verso le 8, comunque ancora presto per entrare a scuola. In quella mezz’ora si apriva un florilegio di opzioni, che però partiva da una prima scelta: marinare la scuola (fare sega). In quella mezz’ora c’era appunto la possibilità di vedere Roberta passare e accompagnarla per andare a scuola alle “Magistrali”, oppure più tardi Eloisa, o Manuela. Impossibile convincerle a marinare o assentarsi dal lavoro (Manuela lavorava già). Era una cosa, marinare, che facevamo soprattutto io e Francesco. Andavamo poi ad allenarci (arti marziali), oppure a giocare al pallone, o a conoscere Spoleto, con la sua macchina fotografica.
Il ritorno con l’autobus verde era lunghissimo: partiva da Spoleto alle 13,40 e arrivava alla nostra fermata alle 14,30. Da lì percorso a ritroso: cambio delle scarpe e via per la salita sulla strada di terra. La fame era pazzesca, poiché le nostre risorse quotidiane prevedevano i soldi solo per la merenda di mezza mattina. Patrizio aveva più fame di tutti perché lasciava spesso indietro Cristina e me. Spesso anche io prendevo qualche metro su Cristina per cui si formava questa piccola formazione lineare, anche perché in campagna, con il terreno disagevole, il sentiero è uno e si batte quello. Di qua o di là significava solo più fango, più fatica, più tempo. Lo stesso fango negli ultimi mesi di scuola (maggio, per me), si sarebbe asciugato a una velocità folle e avrebbe lasciato delle fessure molto ampie nel terreno. A volte sembrava di sentire la terra respirare attraverso quelle crepe. Interi tratti di strada soprattutto dove l’acqua aveva ristagnato si riconfiguravano su una estesa rete di spaccature, di fessure, di disegni ipnotici.
Anni dopo, con l’Alfasud, una volta usciti dal medioevo, è capitato di incrociare quell’autobus e di provare quella strana sensazione di nostalgia. Mi sono fermato e ho guardato con attenzione il conducente, per vedere se lo riconoscevo e ho sperato che dentro ci fosse qualcuno, ma era vuoto. Quel parallelepipedo verde, illuminato da dentro, con una luce che tanti anni dopo avrei ritrovato solo nei quadri di Hopper, era surreale: eravamo surreali. Siamo stati surreali, per un momento. Poi siamo tornati a fingere di fare cose importanti: il lavoro, i pensieri, il tragitto, la prossima fermata, lo sgarbo di un amico …

Casi San Remo ed Inps. La chimera dei poteri del datore privato e della “performance”

I casi di San Remo e dei premi gonfiati ai dirigenti dell’Inps non possono non trovare spazio di riflessione. La prima reazione, da cittadini prima ancora che da operatori, è quella dell’indignazione e della rabbia, per comportamenti immorali, prima che illeciti sul piano penale. Ma, la reazione a caldo serve a poco. Il problema è […]

https://rilievoaiaceblogliveri.wordpress.com/2015/10/24/casi-san-remo-ed-inps-la-chimera-dei-poteri-del-datore-privato-e-della-performance/