Paesaggio e architettura*

Farò un intervento un po’ per punti, per nodi critici, al limite anche iconici e provocatori. E poi lascio delle domande sul tavolo. Dati i limiti di tempo e il tavolo di relatori e il parterre, credo che sia l’atteggiamento giusto. Ritengo che dobbiamo pensare ad alcune date significative che riguardano il paesaggio per poi chiudere sull’architettura.

1) Il paesaggio è per me come il tempo per sant’Agostino. Tutti sappiamo cos’è, ma non lo sappiamo definire. E noi abbiamo già difficoltà a definire le cose limitate, figuriamoci quelle illimitate, quelle di cui è difficile tracciare un confine, una cornice, un recinto. Tuttavia, per parlare e per far aumentare la conoscenza, dobbiamo convenire su alcune definizioni. Parto forse da quella più banale, più prosaica, meno poetica: la Convenzione Europea del Paesaggio. La Convenzione Europea che tutti conoscono, non aiuta: lo dico con modestia e con il gusto di provocare un po’. L’art. 1 della convenzione del 20 ottobre 2000, apre così: “Ai fini della presente Convenzione:
a. “Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;”. All’art. 2 continua poi così: “Articolo 2 – Campo di applicazione.
Fatte salve le disposizioni dell’articolo 15, la presente Convenzione si applica a tutto il territorio delle Parti e riguarda gli spazi naturali, rurali, urbani e periurbani. Essa comprende i paesaggi terrestri, le acque interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, che i paesaggi della vita quotidiana e i paesaggi degradati.”
I profili critici di questa definizione sono stati evidenziati da autori enormemente più prepararti di me sul tema. Ne voglio ribadire, solo per esigenze di memoria, e per esigenze che poi attengono alla gestione pratica del paesaggio, solo alcuni: il paesaggio designa una determinata parte di territorio. Il punto è come definire, delimitare una parte. Dove finisce questa parte? Come è percepita dalle popolazioni? Quali? In che modo capiremo come sono percepiti? Il carattere di un paesaggio che cosa è? Già il tema del “carattere” in architettura ha preso molte nostre energie: definire oggi il carattere di un paesaggio è sfida intellettuale e culturale improba.
L’art. 2 aumenta ancora la difficoltà, poiché se tutto può essere paesaggio, tutto è paesaggio. E’ evidente dunque che c’è bisogno di una costruzione valoriale e di una governance specifica per l’attribuzione o il riconoscimento di detti valori.

Posso provare a definire il paesaggio per via negativa, cercando di eliminare le “incrostazioni” dal concetto. E io ne vedo 3.
a) Il paesaggio non è l’ambiente. Anche se vi è stato un notevole schiacciamento tra i due termini, direi che l’ambiente è base nuda, lo sfondo, la matrice (come direbbero gli ambientalisti), su cui il paesaggio si fonda.
b) Il paesaggio non è il territorio. Il territorio, luogo forse privilegiato dagli urbanisti è il dato asciutto: al massimo è il luogo dove prevedere, con sovrastimate capacità demiurgiche, la localizzazione di ferrovie, strade, case, scuole, campi.
c) Il paesaggio non è il panorama, soprattutto se vogliamo superare quella concezione “visibilistica” o solo visibilistica del paesaggio. È una relazione strana: ogni panorama è sicuramente un paesaggio. Non necessariamente il paesaggio è un panorama. Pensiamo per esempio a un paesaggio urbano, un paesaggio industriale, una grande radura nel bosco, per usare un’immagine cara ai filosofi.
Conoscete questa frase della scuola di palo Alto: “È impossibile non comunicare”. Tradotto nel nostro contesto vuol dire che è impossibile non essere in un paesaggio. il paesaggio è già un significato. Noi siamo sempre in un paesaggio, solo che non lo sappiamo dire.

2) 470 a.c. Il tuffatore di Pompei. È un’immagine molto nota. Vi sono state molte letture di questa immagine: il passaggio dalla vita alla morte, lo sguardo verso il futuro, il fatto che sia solo un tuffo. A me piace pensare che questo tuffo segni il passaggio culturale del mare visto prima come territorio e ora come paesaggio. Se infatti diciamo tutti che bisogna superare la concezione solo “visibilistica” del paesaggio a favore di una concezione più estetica (nel senso greco del termine: della percezione, dei sensi), beh allora credo che questa immagine sia emblematica. Il mare smette di essere l’elemento che fa paura e diventa un elemento di piacere. Vado al mare non solo per pescare (territorio), ma vado al mare per tuffarmi. Il mare non mi mette più paura: posso anzi avere il gusto di salire su una scala, un trampolino, per lanciarmi e lasciarmi avvolgere dalla sua freschezza, dalla sensazione di scivolare sull’acqua. Chi sa nuotare sa a cosa mi riferisco, a quella sensazione di essere uno con l’acqua, di essere nel flusso, di scivolare in un elemento amico.

3) 1339. Il buongoverno. Il paesaggio buono è bello. L’estetica contemporanea ha fatto saltare il collegamento tra ciò che è buono e ciò che è bello. Umberto Eco ha scritto l’elogia della bruttezza e la categoria del brutto è entrata nelle nostre discussioni come argomento piacevole di conversazione. Solo che la piacevolezza decade immediatamente se siamo immersi in un luogo brutto, e massimamente se quel luogo brutto si associa alla nostra sicurezza. Il brutto è bello (passatemi l’espressione), solo se è visto da lontano. Il deserto è bello solo se visto dall’aereo e non se sto morendo di sete mentre cerco una strada, un’orizzonte amico, un’oasi. L’inverso invece non è dato, anzi. Il paesaggio bello ci rende più buoni. Proverbio danese. Con il generale Benedetto parlavamo prima davanti al caffe. Quant’è bella la nebbia vista da montefalco! Quant’è brutta se ci rituffiamo dentro.

4) 1353. L’ascesa al Monte Ventoux di Petrarca. L’ascesa è un’ascesi. Scoprire il paesaggio è (anche) scoprire se stessi. Il paesaggio è quel luogo paradossale e contemporaneo di due movimenti apparentemente antinomici tra loro: uno verso l’esterno, verso l’orizzonte, un’estasi, e l’altro verso l’interno, un insight. Anche qui il rapporto con il territorio (dove vado a pascolare le capre, a tagliare la legna), è diventato un rapporto di altro tipo. Io vado sulla montagna per sentirmi uno con la montagna. O per sentirmi diverso da tutto quello che vedo, o immagino, nella valle. Direi che l’ascesa del Petrarca è il racconto del tuffatore, o meglio del nuotatore.

5) 1837. Leopardi. «Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura»
Leopardi

6) il 1969 è un anno fantastico per il paesaggio. Il 21 luglio 1969 Il nuovo paesaggio è tutta la terra. Lo era già stato con la prima fotografia dall’orbita lunare di Apollo 8 verso la Terra. Ma ancora di più con lo sbarco sulla Luna è la Terra che diventa il nostro paesaggio. La Terra intera diventa un unico paesaggio. Così come la Luna. In un unico momento abbiamo due paesaggi folgoranti e forse ce ne rendiamo conto solo dopo.

7) Il 29 ottobre 1969 due computer si scambiano un messaggio, o meglio due uomini si mandano un messaggio attraverso due computer. Nasce il web, di fatto. Non sembri una banalità, ma la rete fa nascere un nuovo paesaggio, perché del paesaggio riesce ad eliminare il dato territoriale: la distanza. Il paesaggio fino ad allora condivideva con il territorio un parametro di riferimento geografico vorrei dire, un parametro comune, un parametro “simmetrico” avrebbe detto Aristotele: la distanza. La rete fa saltare questo rapporto e la Terra è diventata velocissima. Uno dei parametri che faceva accomunare paesaggio e ambiente, paesaggio e territorio, è la distanza, la distanza fisica. Che qui tende a scomparire, a farsi incommensurabile.

8) 1992. Il metaverso. Il prossimo paesaggio è quello del metaverso. Il metaverso, poliverso ecc. fa saltare anche altri parametri che sono quelli della realtà della visione e della percezione. Chi ha provato gli occhiali e le applicazioni di realtà aumentata o di realtà virtuale sa che cosa si prova. La sensazione fisica di essere in un mondo reale, altrettanto reale è fortissima. E siamo solo agli inizi. È sicuro che nel futuro prossimo, immediato avremo un ampliamento protesico, o endoprotesico, delle nostre percezioni. Ma quali categorie estetiche possiamo applicare a questo mondo? Sono ancora valide? Ne dobbiamo trovare delle altre?

9) Creare spazio. La frontiera culturale che ci attende è quella di creare spazio. Anche se potessimo immediatamente diventare tutti virtuosi, oramai ci dicono che abbiamo già consumato il nostro pianeta. Io non sono un fanatico di questo dogma del consumo di suolo, dato che va sempre ben temperato, altrimenti si rischia di fare confusione. Abbiamo consumato spazio in Italia, ma negli ultimi 20 anni sono cresciuti anche i boschi. I boschi sono luoghi molto più naturali dell’agricoltura. Oggi l’agricoltura intensiva è un’officina, una grande officina, i cui salariati hanno le radici nel campo. Detto ciò, noi non possiamo fare altro che creare nuovo suolo, nuovo territorio, perché non è riducendo di qualche ettaro i nostri piani regolatori che salveremo il pianeta. Il nuovo suolo è dato dalle vertical farm, dal coltivare il mare, dal creare proteine di sintesi, da coltivare nello spazio, dal colonizzare satelliti e altri pianeti. Dico questo non perché mi faccia particolarmente piacere, ma perché i nostri amici ambientalisti mi dicono che siamo già in ritardo.

10) E l’architettura? I nodi tra architettura e paesaggio sono molteplici. Tuttavia oggi voglio usare il paesaggio per ragionare sulla differenza tra progetto e restauro. Se quello che dice Leopardi è vero, se quello che dice la Convenzione del Paesaggio è vero, se si assume un’ottica attenta al paesaggio, la differenza tra il progetto del nuovo e il recupero dell’esistente tende a scomparire. Non c’è mai un nuovo progetto: il foglio non è mai bianco. Qualche anno fa, quando insegnavo all’università, mi capitavano studenti che dicevano di aver il blocco del foglio bianco. Innanzi tutto il foglio è bianco perché non hai una teoria. E il foglio bianco in sé non suggerisce nulla, anche se continui a guardarlo per molto tempo. E la prima teoria dovrebbe essere questa: che è impossibile non essere in un luogo, in un paesaggio. Noi siamo sempre in un paesaggio, e la costruzione della nostra nuova villa (il sogno di ogni architetto), non è altro che il restauro di una costruzione più ampia che si chiama luogo: paesaggio, appunto. Siamo a Montefalco: pensiamo per un attimo di dover intervenire sul “Fungo”. Si tratterebbe di sola architettura? O non invece di paesaggio? E nel momento in cui lo si è costruito, si è costruito solo un nuovo oggetto architettonico, o si è modificato (significativamente), sul paesaggio? Ovviamente uso qui la parola restauro in un’accezione che è impropria: solo per contrapporla al progetto ex-novo. E se non c’è un paesaggio, che per me è sempre una costruzione intellettuale e quindi simile concettualmente all’architettura, c’è almeno un territorio, un ambiente: il sole, i venti dominanti, l’esposizione, l’umidità, ecc. C’è sempre qualcosa da cui partire. C’è sempre troppo da cui partire: la realtà è spesso sovrabbondante, per chi sa guardare. La difficoltà è semmai nello scegliere la giusta partenza, la giusta distanza.

* Traccia dell’intervento tenuto a Montefalco il 25 novembre 2022, invitato da Fondazione Sorella Natura

Il PRG Parte Strutturale del Comune di Laputa (IG)

Obiettivi del PRG Parte Strutturale di Laputa
  1. Limitare il consumo e l’impermeabilizzazione di suolo mediante politiche che riducano l’urban sprawl 
  2. Delocalizzare attività rumorose o moleste dai centri abitati
  3. Limitare il consumo di suolo mediante l’incentivazione di forme ecosostenibili di riconversione urbana
  4. Consentire a tutti gli edifici il “diritto al sole”
  5. Protezione dal rischio di esondazione
  6. Ricreare nei nuovi insediamenti l’effetto città
  7. Protezione dal rischio di frane
  8. Ridurre la produzione di acque reflue
  9. Ridurre il consumo di acqua potabile tramite erogatori differenziati
  10. Incentivare piste ciclopedonali
  11. Incentivare la raccolta differenziata
  12. Incentivare il verde urbano e territoriale anche in funzione di compensazione della CO2
  13. Incentivare la mobilità dolce
  14. Evitare insediamenti in ambiti paesaggisticamente rilevanti
  15. Evitare l’insediamento di attività rumorose o moleste
  16. Incentivare forme di produzione di energia da fonti rinnovabili
  17. Favorire la riqualificazione dei centri storici
  18. Implementare la Struttura Urbana Minima nei centri consolidati
  19. Incentivare la creazione di percorsi alternativi
  20. Creare piattaforme di interscambio modale
  21. Tutelare il paesaggio storico e identitario
  22. Attuare il Piano di Risanamento Acustico
  23. Evitare nuove fonti luminose
  24. Creare zone ad alta sicurezza urbana
  25. Realizzare nuove scuole con ampie dotazioni di verde permeabile
  26. Incentivare la creazione di Corridoi Ecologici
  27. Incentivare la creazione di nuova occupazione
  28. Favorire i mercati a Km 0
  29. Mantenere forme storiche di coltivazione dei fondi
  30. Favorire il ritorno della residenziali nei centri storici
  31. Attuare il PEBA (Piano Eliminazione Barriere Architettoniche)
  32. Favorire l’economia digitale
  33. Evitare per quanto possibile, la collocazione di antenne e ripetitori
  34. Attuare un Piano di Monitoraggio in tempo reale

I limiti del Piano*

Buongiorno a tutti. Grazie all’Ing. Gianluca Fagotti per avermi invitato a questo convegno. Anche se dovrei essere abituato a parlare in pubblico, non è così. In realtà non sono ancora riuscito a sviluppare questa positiva abitudine, soprattutto quando parlo ad una platea qualificata, e quindi permettetemi un po’ di emozione. Mi perdonerete quindi qualche incertezza o qualche lacuna nell’esposizione.

Il mio intervento si intitola “I limiti del Piano”. L’ho articolato in tre parti e resterò nei limiti, appunto, dei 20 minuti. La prima parte vuole evidenziare alcuni limiti del PRG così come lo conosciamo ora. La seconda è una digressione, una sorta di interludio. La terza tratteggia quello che a mio avviso sembra essere l’evoluzione della “Forma-Piano”. Il PRG è forse l’atto amministrativo più importante di un’amministrazione. Ma perché facciamo il PRG? E’ una domanda che vuole essere provocatoria, ma non più di tanto. Si fa per tanti motivi, anche se la più bella (anche per continuare a fare questa professione), mi sembra questa: il PRG si fa per rendere felici gli uomini. Insomma, il PRG dovrebbe rendere felici la maggior parte della collettività, avendo come orizzonte ideale quello di far felice tutta la collettività locale. In effetti, prima, far felice tutta la collettività era operazione molto difficile. Oggi, con gli strumenti della perequazione e della partecipazione che l’ing. Nodessi e l’arch. Paolo Ghirelli  ci illustreranno successivamente, è sicuramente più facile. Prima lo era un po’ meno. Tant’è che scherzando, con il prof. Nigro, mi ero inventato questa battuta bruttissima del  Piano Regalatore, invece che Regolatore.

Ad ogni buon conto, l’ambizione del PRG è questa. E quali strumenti ha un PRG? Fin dove può arrivare? Il PRG è sostanzialmente una legge, una legge che una collettività locale si dà, per migliorare le proprie condizioni di vita. Rispetto ad altre leggi, il PRG ha la particolarità di individuare spazialmente alcune proprie esigenze e quindi di disegnare, di tracciare confini. E’ una legge potentissima, che dice che in un certo luogo si può fare una cosa e in un altro un’altra cosa. E dice anche come bisogna farla, con quale procedimento amministrativo. E con chi bisogna mettersi d’accordo per fare una certa cosa (il confinante, ecc.). E anche entro quanto tempo si può fare qualcosa.

E quindi il PRG può fare tutto? No, ovviamente: ci sono dei limiti.

Il primo, banalmente ma non troppo, è quello del territorio amministrato. La nostra architettura istituzionale prevede ancora  i Comuni e prevede ancora i piani regolatori limitati al territorio comunale. Questo è evidentemente un limite, poiché ci sono magari delle particolarità per cui sarebbe meglio vedere il territorio ad una scala più vasta. Ma vasta quanto? E’ semplice intuire che in ogni caso avremmo dovuto stabilire una scala di pertinenza: un limite di pertinenza.  Il disaccoppiamento tra l’ambito territoriale e il livello di governance è esercizio difficile in Italia e finora non ha dato grandi frutti. I limiti amministrativi diventano quindi anche limiti concettuali. E di conseguenza limiti operativi. Ma è evidente che sul territorio incidono enti portatori di interessi più ampi e diffusi di quelli della collettività locale. L’esempio più semplice è quello del tracciato ferroviario, la cui definizione sfugge al completo potere pianificatori del Comune. Il Comune può partecipare (in varie forme), alla definizione del tracciato, ma certo non è completamente padrone di esso. Ora, la ferrovia e una stazione o una fermata hanno ricadute urbanistiche di non poco conto. Occorre quindi che il PRG integri queste variabili esterne all’interno di un disegno di piano coerente. Così come una zona industriale al confine con un altro Comune. Ancora più difficile integrare le valenze del paesaggio con un disegno di piano focalizzato sul singolo Comune. La nozione di paesaggio è infatti indifferente ai limiti amministrativi, ovviamente. Questo esercizio di integrazione non è sempre facile, anzi: non lo è quasi mai. Come vedete, lo spazio concettuale prima e operativo poi si riduce sempre più. Lo spazio di manovra del PRG è sempre più eroso, magari da piani di settore: il PAI, il PRAE. La torta è sempre più “smangiucchiata”. 

Anche nelle aree tutelate (Dlgs. 42/2004: fiumi, aree boscate, intorni dei beni puntuali, ecc.), benché non sia sottratta completamente, la potestà pianificatoria del Consiglio Comunale deve prima flettersi alla tutela e poi alla valorizzazione. In molti casi ciò si traduce in una vincolistica di tipo conservativo, in ossequio al principio di prevenzione e di precauzione. Poiché non abbiamo molta fiducia nelle nostre capacità progettuali, e pensiamo che sicuramente faremo peggio di quanto hanno fatto i nostri padri, meglio fare i danni da un’altra parte.

Poi ci sarebbe la sacrosanta questione del Consumo di suolo. In realtà non sarebbe né sacra né santa, ma visto che siamo a Assisi …

Non bisogna consumare suolo, punto. E la legge regionale fissa le percentuali massime disponibili. Come vedete, il baricentro del PRG si sposta da logiche spaziali a logiche di tipo comportamentale.

Il tempo. E’ veramente impensabile, ormai, immaginare strumenti urbanistici che abbiano durata indeterminata, come era quella del PRG ex L. 1150/1942. Il PRG dovrebbe migliorare le condizioni di vita della collettività e quindi magari ampliare il benessere attraverso l’insediamento di attività produttive, commerciali, terziarie, ecc. Tuttavia queste iniziative sono spesso frutto di valutazioni imprenditoriali che non sempre collimano con l’assetto pianificato. Insomma occorre pensare il PRG alla luce del fatto che l’economia e la socialità intrattengono con il territorio rapporti non necessariamente sedimentati e stratificati sul luogo. Ci sembra evidente che la vita della città, dipende da fenomeni che hanno radici geografiche lontane. Anche se siamo in fase di redazione del Piano Regolatore Generale, che canonicamente si fonda sul territorio, bisogna rendersi conto che lo stesso territorio è teatro di negoziazione tra soggetti che non hanno più un legame storico e fondante con il territorio. A questo va associato anche un fenomeno generale di “de-materializzazione” dell’economia, secondo il quale una parte dell’economia stessa transita ormai su luoghi e su reti che prescindono dal territorio, o che lo occupano in via temporanea. Si pone sempre dunque il problema delle varianti. A parte il tema spaziale, territoriale, per l’impresa si apre un tema fortissimo legato ai tempi. Le aziende hanno programmi insediativi molto dinamici. Ci sono delle vere e proprie finestre temporali per cui quell’investimento va fatto in quella finestra oppure non va più fatto. La stessa cosa succede spesso per finanziamenti comunitari, che richiedono un progetto già quasi bell’e pronto. Paradossalmente mai come ora si assiste all’importanza del fattore tempo nella pianificazione. Analisi e pianificazione debbono per forza integrare la variabile tempo nella loro equazione ed abbandonare uno statuto epistemologico “forte” per fare i conti con una realtà molto più fluida. A un PRG oggi si chiede forse uno statuto meno autoritario, ma più flessibile, più veloce nel rispondere a delle richieste che pervengono dalla società. Lo Sportello Unico (in realtà Struttura unica, e la cosa aveva una sua giustificazione), aveva proprio questa intenzione: facilitare e snellire quanto più possibile procedimenti legati alla produzione di ricchezza, alle attività. Certo, dobbiamo dircelo: il 90% delle domande presentate al SUAP è in variante al PRG. Possibile che sbagliamo così tanto a fare i PRG? Perché se lo dobbiamo variare vuol dire che quello di prima non era adeguato. O allora dobbiamo passare ad una visione della pianificazione più elastica, costruire un meccanismo più cedevole? Ecco, è un po’ come le strutture sismiche: dobbiamo costruire strutture che si deformano per assorbire l’energia del sisma. Forse dobbiamo progettare dei PRG che si deformano per assorbire l’energia della società.

Perché per fare un PRG occorre anche qui, del tempo. Quanto? Da una mia piccola indagine, in Umbria, siamo intorno ai 6 anni. Nonostante l’ottimo lavoro fatto dalla Regione ultimamente in materia di governo del territorio con la redazione del Testo Unico, la mole di conoscenza necessaria e la concatenazione dei procedimenti porta a questi tempi. Consideriamo i soli strumenti che occorre conoscere per redigere il PRG: PUT, PTCP, DST, PAI, PRAE, RR 7/2010 ecc. C’è poi il “rischio guerra” come nelle polizze assicurative internazionali: se l’amministrazione nuova non è concorde con quella appena uscita, si assiste ad un blocco totale e ad un ricominciamento.

E arriviamo alla seconda parte del mio intervento, dedicata all'”ansia valutativa”

A tutta la mole di conoscenza richiesta per la parte più “urbanistica” del PRG si aggiunge tutta la parte necessaria alla VAS: PRQA, PTA, PDG, RSA, PRT, PFV, PSR, PRAE, SEAR, PRRA, Si tratta di circa 10.000 pagine più tutti gli allegati sotto forma di matrici e tavole. Il solo PTA e il Piano di Gestione delle Acque dell’Autorità di Bacino sono 936 pagine. A queste aggiungiamo gli strumenti nazionali. Vi rendete conto che si tratta di uno sforzo di conoscenza molto intenso.

Ormai valutiamo tutto ed è, nella maggior parte dei casi, un bene. Occorre tuttavia anche qui stabilire una misura, tornare a unaurea mediocritas, perché altrimenti rischiamo di infilarci in un pozzo senza fondo: in un ultimo SUAP di cui mi sono interessato, alla ennesima conferenza di servizi è stata balenata la necessità di fare una VIS: una Valutazione di Impatto Sanitario. Probabilmente necessaria, ma certo demotivante per chi deve fare un investimento. Ormai, dunque, siamo immersi nella vertigine delle valutazioni: VIA, VAS, VINCA, VIC (Valutazione Impatto Commerciale), VIS. Bene: ne prendiamo atto, come si dice. Anzi, grazie al mio passato nelle arti marziali, e con una mossa di Aikido, senza voler essere polemico, mi chiedo se non sia giunto il momento di valutare quale contributo portano queste pratiche valutative al normale percorso di redazione del PRG. Quanto costa la Valutazione (in termini di tempo e di soldi) così come svolta oggi e quanto riporta a casa di contributo utile? Perché ovviamente deve esserci un punto di equilibrio.

La mia piccola proposta è rivolta alla Regione: forse potrebbe bandire qualche assegno di ricerca per i nostri neolaureati alla Facoltà di Ingegneria per capire nel merito e costruttivamente qual è il giusto grado di importanza che dobbiamo dare a queste pratiche.

E sono alla terza fase del mio intervento: l’evoluzione degli strumenti per il governo del territorio.

Dai limiti del PRG a cui ho appena accennato sopra e ad altri, già noti, emerge chiaramente che la forma del PRG attuale non riesce a collimare la componente strategica di un territorio.

Per questo dal Piano Strategico di Torino in poi, abbiamo assistito ad altri piani di questo tipo. Anche Perugia si era dotata di un Piano Strategico, che coinvolgeva altre amministrazioni. Ultimamente assistiamo poi a Contratti di Fiume, Contratti di Paesaggio, ecc. Sono tutti strumenti che cercano di sopperire ai limiti del piano, in qualche modo, cercando di allargare l’ambito territoriale di riferimento, formulando accordi, innovando anche la governance. Anche il QSV va in questa direzione, sebbene limitandosi ai centri storici.

Credo allora che il futuro del Piano sarà quello di spostare sempre più il suo timone verso il Piano Strategico, accompagnato dalla Valutazione Strategica. E che si rovesceranno i pesi tra urbanistica e VAS, dove cioè sarà l’urbanistica a diventare una delle tecniche o delle pratiche della VAS.

Se sarà così, alle amministrazioni comunali non verrà richiesto di valutare i progetti secondo una rigida conformità al Piano: sarà richiesta invece una valutazione di congruenza, di coerenza, tra obiettivi del Piano Strategico e obiettivi del progetto. Ciò presuppone ovviamente una nuova mentalità nel dipendente pubblico e un nuovo processo di partecipazione pubblico-privato, con garanzie e tutele per entrambi.

Questo scenario implica anche la necessità di passare dalla copianificazione alla co-gestione. Ormai la copianificazione è entrata nella prassi ordinaria sia degli urbanisti che delle amministrazioni. Il punto è nella gestione ordinaria del territorio che abbiamo bisogno di una nuova architettura istituzionale o nuovi moduli procedimentali. Perché la semplificazione (seppure benedetta), non può sempre farsi con la riduzione dei tempi di istruttoria, dei tempi della conoscenza, se gli enti coinvolti sono tanti. se per mettere un cartello pubblicitario abbiamo bisogno di un minimo di titolo abilitativo in Comune, del nullaosta della Provincia, del parere della Soprintendenza, del parere della Commissione per la Qualità, dell’autorizzazione per l’occupazione del suolo pubblico, e così via, voi capite che possiamo anche ridurre i termini per le istruttorie, ma sotto una certa soglia non si può scendere.

Lo Sportello Unico potrebbe essere il pivot intorno a cui ruota una conferenza di servizi permanente, composta da rappresentanti dei vari enti, la quale dovrebbe esaminare i progetti in maniera continua, e possibilmente sincrona, anche per territori da ricomprendere in aree più vaste del singolo Comune. Un super-ufficio per la gestione del territorio: una Struttura Unica, appunto.

* Traccia dell’intervento tenuto al Convegno “Il nuovo PRG di Assisi. Urbanistica e Sviluppo del territorio: quali prospettive di crescita” ad Assisi il 30/01/2015

Consumo di suolo

Io non sono un “cementificatore”. Ho vissuto tutta la mia giovinezza in piena campagna vicino a Spoleto, in Umbria. Conosco il valore della terra (anche la sua “durezza”), ed il valore dei boschi. Ho introdotto la coltivazione biologica nel nostro fondo nel 1981, dopo aver letto Villaggio e autonomia di Gandhi e i libri di antroposofia di Steiner.

Detto ciò, sono anche un architetto. Conosco il valore della città ed anche la bellezza di vivere in città: i suoi vantaggi.

Oggi è di grande attualità il consumo di suolo. Il consumo di suolo è quel fenomeno per cui l’antropizzazione consumerebbe spazio destinato all’agricoltura. E’ in discussione nelle commissioni parlamentari un disegno di legge che prevede “zero consumo i suolo” per i prossimi Piani Regolatori. Non voglio certo sminuire l’importanza del suolo inteso come risorsa non rinnovabile. Cerco di portare qualche elemento di riflessione in contro tendenza.

In primo luogo, il suolo destinato all’attività agricola intensiva non ha un grande pregio ambientale e naturalistico. Spesso le coltivazioni sono trattate con pesticidi e sono concimate chimicamente (azoto, potassio, fosforo). Gli animali più grandi non accettano di fare il loro rifugio lì. Spesso l’agricoltura intensiva è fonte di inquinamento.

In secondo luogo, non tutte le aree antropizzate diventano cementificate. Vi è anche la possibilità di avere dei verdi privati o pubblici, all’interno di aree definite come urbanizzate. E spesso il valore ambientale di queste aree (anche di piccoli parchi), è superiore a quello agricolo.

In terzo luogo, ritengo che nel prossimo futuro le abitazioni saranno tutte molto performanti dal punto di vista energetico (vicino al consumo zero). Saranno anche autosufficienti dal punto di vista di produzione dell’energia e dello smaltimento dei loro rifiuti, tendendo a costruire un ciclo chiuso. Saranno sempre più abitazioni e fabbricati off-grid: autonome.

In quarto luogo, ritengo che siamo ormai al punto di picco per le automobili così come le conosciamo. Prendono sempre più quote di mercato trasporti pubblici (all’estero soprattutto) e sistemi di mobilità differenti (car-pooling, car-sharing, ecc.). I mezzi di trasporto individuali si fanno più piccoli ed anch’essi più performanti, e vengono alimentati da fonti energetiche più “pulite”.

In quinto luogo, molte trasferte possono essere oggi evitate: penso ovviamente al telelavoro. Ma penso anche all’e-learning, alla consegna a domicilio di beni (attraverso servizi logistici, droni, ecc).

Ritengo insomma che molte delle motivazioni che ci spingevano a vivere in città siano non più attuali, e che nel prossimo futuro ci dovremo misurare con una spinta ad abitare il territorio in maniera sempre più diffusa. Non auspico questo (io sono uno dei pochi che vive in un piccolo centro storico): mi sembra però che la tendenza sia questa. Mi auguro che i centri storici possano continuare a vivere, anche se non vedo come possano sostenersi, in special modo i centri storici minori, ai quali nemmeno il turismo riesce a garantire un minimo di economia. Se qualcuno ha delle idee, è il momento di tirarle fuori.