Una volta Spoleto era mia. La conoscevo palmo a palmo: ogni singola pietra. Conoscevo i vicoli, le ore, le ombre, i profumi, anche. Oggi è cambiata (per me Spoleto è una donna, ovviamente). Non la riconosco più, non riconosco più quella sterminata area che ha consumato in periferie poco curate. Vederla desertificata, disabitata, abbandonata, mi angoscia. Sì, c’è qualche intervento che ha restaurato qualche palazzo. Ma le incompiute sono maggiori. Non so, mi sembra che abbiamo perso la poesia in cambio di qualche parcheggio in più. Una volta la passeggiavo di notte, la accarezzavo, spesso da solo, a volte con qualche amico. Soprattutto d’inverno, con la pioggia e la nebbia, mi appariva meravigliosa. Il Duomo la notte si rifletteva sui mattoni bagnati della piazza e sembrava di stare più a Venezia che a Spoleto. E così la fontana di Piazza del Mercato, Piazza Pianciani, San Gregorio … O quella volta d’inverno che nevicava e io feci a tarda sera il cosiddetto “Giro della Rocca”, scoprendo che i fari di luce arancione che illuminavano il Ponte delle Torri stavano illuminando il Ponte con una luce verde-blu: la neve (molta), aveva piegato i rami dei lecci lì vicino e la combinazione di luce arancione, neve, e verde intenso dei lecci restituiva una luce irreale, da sogno. Sono tornato altre volte, quando nevicava, ma non ho mai più avuto quella fortuna.
Ho frequentato le scuole medie annesse all’Istituto d’Arte, che allora erano a Palazzo Collicola. Davanti al palazzo c’era una bella fontana settecentesca, fornita di una cannella di ottone, che consentiva di bere l’acqua sempre corrente. La vasca era di grandi blocchi di calcare bianco, con belle curve. A fianco c’era un carrozziere e pareva una cosa del tutto normale.
Le aule della scuola non erano sicuramente “a norma”, la palestra era lontana (bisognava scendere vicino a San Domenico, in una piccola chiesa sconsacrata il cui pavimento era stato coperto da parquet). Oppure andare direttamente allo stadio: una passeggiata urbana di 10 minuti. La scuola, nel suo complesso, non rispettava sicuramente gli standard del notorio DM del ’75, eppure … Eppure, che esperienza salire quelle scale così larghe e ben voltate, che esperienza guardare i nostri soffitti a cassettoni, o andare nell’ala dove il preside aveva il suo ufficio, con le pareti e le volte dipinte a grottesche. Che emozione vedere quei muri scavati con delle nicchie, delle porte dipinte en trompe l’oeil che nascondevano piccolissime scale a chiocciola. E poi le finestre enormi, i lampadari, dei quadri, dei busti …
Oggi i nostri figli li mandiamo in scuole prefabbricate (se va bene) degli anni 80 e 90, chiuse nei loro recinti, fuori dal centro storico, dove si può arrivare con le auto. Tutto “a norma”, ma che tristezza!
L’esame di terza media lo facemmo nel grande corridoio, o meglio nella grande loggia che dava verso sud. Oggi la chiameremmo una “serra solare”. Il soffitto era dipinto, le vetrate con archi a tutto sesto erano amplissime, ed entrava una luce limpidissima. Dal mio posto riuscivo a vedere il profilo del Monte Pincio, i suoi alberi, sullo sfondo di un cielo azzurro implacabile. Il pavimento era in cotto, ormai vissuto e disconnesso in qualche giunto, ma di un bel colore aranciato. Erano bellissime giornate di giugno. Guardavo Francesca, il suo profilo francese, ma lei guardava un altro. In verità aveva sempre guardato un altro, per tre anni. E io mi ero illuso che in quei tre anni avrebbe cambiato idea. Ormai, anche se non lo sapevo, non l’avrei più rivista: le mie chances erano finite con l’ultima sessione orale dell’esame, in cui il professor Falconi mi chiese la differenza tra la scherma, il fioretto e la sciabola. Quando uscii dall’aula, con la consapevolezza che sarei stato promosso, lei non c’era più, aveva tagliato il presente, e chiuso un ciclo.
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Paesaggio incontaminato
Esiste una differenza tra il paesaggio stellato e le colline umbre? E qual è la differenza tra una stella cadente e la foto delle particelle sub-atomiche?
A me sembra che il cielo stellato rappresenti la prima dimensione iper-estetica (contemplativa), del paesaggio. I primi uomini hanno guardato le stelle con un sentimento di stupore, forse di paura. E sicuramente con un senso di impotenza. Rispetto alla realtà che ha intorno a sé l’uomo stabilisce subito una distinzione tra ciò su cui ha potere e ciò su cui non ha potere. E tra ciò che ha potere su di lui e ciò che non ha potere: tra ciò che influisce con la nostra vita e ciò che non influisce. Il sole è un astro: noi non possiamo niente su di esso ma lui si di noi ha molto potere. Il nostro sguardo è da subito non più innocente. Ma le stelle sono tutte innocenti. Non avevano senso per noi, non influiscono sulla nostra vita. Sono dunque elemento meramente estetico, nel senso più soggettivo del termine. Le nuvole hanno influssi diretti su di noi, con la pioggia, la grandine la neve, l’ombra. Le stelle sono lontane. L’unico esercizio possibile è dargli un senso propiziatorio. La dimensione iper-estetica è insomma questa lontananza, questa impossibilità a trasformare l’oggetto in un oggetto di progetto. Le stelle si pongono allora come primo paesaggio iper-estetico. Per i romantici o gli integralisti dell’ambiente, forse le stelle sono l’unico (ancora per poco) paesaggio incontaminato.
Desiderare. Sembra che nel linguaggio degli auguri significasse “notare la mancanza di stelle”. E cioè delle costellazioni necessarie per trarre gli auspici. Quindi sentire la mancanza di qualcosa.
Galimberti, al Festival della Filovia del 2003 dice che “l’etimologia della parola desiderio ci rimanda al De Bello Gallico. I desiderantes erano i soldati che stavano sotto le stelle a aspettare quelli che dopo aver combattuto durante il giorno, non erano ancora tornati. Da qui il significato del verbo desiderare: stare sotto le stelle ad aspettare”.
La dimensione estetica è invece quella che riesce a portare l’oggetto dal campo della astrazione a quello della potenza e che riesce a pensare a un progetto su di esso. La dimensione estetica carica di senso l’oggetto e lo rende disponibile alla conoscenza. La dimensione estetica riesce a stabilire dei valori e a evitare che sia tutto territorio. La dimensione estetica del paesaggio rende possibile l’idea di disegno per un territorio. Uso consapevolmente la parola “disegno” e non “progetto” per marcare una differenza: si progetta una vacanza, si progetta una fuga: non si disegna una vacanza, non si disegna una fuga. La parola disegno introduce una componente in più rispetto alla prosa del progetto. La dimensione estetica sottrae al mondo la visione solo territoriale e la qualifica come paesaggistica. Mentre infatti l’uomo guarda al paesaggio che ha intorno a sé come territorio (si dice territorio di conquista e non paesaggio di conquista), è solo la dimensione estetica che riesce a integrare la lettura prosaica, “territoriale”, del paesaggio con quella semantica, con quella significativa, con una lettura di progetto.
Lo sbarco sulla Luna ha comportato allora due cose, tra le altre.
La prima, aver acquistato una conoscenza della Terra come paesaggio intero in sé. Quando Apollo 11 torna dalla Luna, o meglio ancora quando Armstrong guarda la Terra dalla Luna, la fa diventare oggetto di paesaggio. La Terra intera diventa paesaggio. Ne discende che è la finalità dello studio a determinare quale sia l’ambito geografico da considerare per definire una Unità di Paesaggio (operativa). La porzione delimitata di territorio della CEP diventa IL problema: problema di pertinenza, problema di scala.
La seconda conseguenza è che lo sbarco sulla Luna ha ampliato i confini dell’Uomo e ha reso il firmamento un vero e proprio territorio. Da paesaggio iper-estetico le stelle sono diventate territorio (anche di conquista). Posso fare dei disegni su di esse: posso immaginare dei viaggi, delle modifiche, dei ritorni …
Le stelle cadenti mi hanno sempre fatto pensare, per una sorta di simmetria adimensionale, alle foto di collisioni di particelle sub-atomiche. C’è differenza tra i due fenomeni, a parte l’essere l’una (per noi), una rappresentazione e l’altra no? Dico che la rappresentazione è solo per noi perché magari qualche scienziato ha la possibilità reale di vedere questo fenomeno. E quindi è solo per noi che esso si dà per rappresentazione.
L’altra differenza è forse quella che in un caso noi la produciamo e nell’altra no. Ma anche questa differenza sembra sfumare. Infatti e probabilmente, queste collisioni accadono continuamente nel mondo e siamo forse noi incapaci di vederle. Riusciamo a vedere solo quelle che riusciamo a produrre.
Andando di questo passo, insomma, anche il mondo sub-atomico sembra avviarsi ad essere paesaggio.
Il che porta a un’ultima domanda, per ora: esiste qualcosa che non sia paesaggio?
Così come siamo sempre, da sempre, immersi in una lingua, così siamo sempre, da sempre, immersi in un paesaggio. Non è possibile uscire dal paesaggio. Da questo punto di vista noi non siamo NEL paesaggio: noi siamo (anche) IL paesaggio.