Alcune brevissime note su Leopardi, il paesaggio, la fatica.

«Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura»
Giacomo Leopardi, 1837

Il paesaggio è come il tempo per sant’Agostino. Tutti sappiamo cos’è, ma non lo sappiamo definire. E se abbiamo già difficoltà a definire le cose limitate, figuriamoci quelle illimitate, quelle di cui è difficile tracciare un confine, una cornice, un recinto. Tuttavia, per parlarne, per farne l’oggetto di un discorso, dobbiamo convenire su alcune definizioni.

Posso provare a dare un piccolo contributo, per via negativa, cercando di eliminare le incrostazioni dal concetto di paesaggio. Ne vedo tre, al momento.
a) Il paesaggio non è l’ambiente. Anche se vi è stato un notevole schiacciamento tra i due termini, direi che l’ambiente è base nuda, lo sfondo, la matrice (come direbbero gli ambientalisti) più “naturalistica”, su cui il paesaggio si fonda.
b) Il paesaggio non è il territorio. Il territorio, luogo forse privilegiato dagli urbanisti è il dato asciutto: al massimo è il luogo dove prevedere, con sovrastimate capacità demiurgiche, la localizzazione di ferrovie, strade, case, scuole, campi.
c) Il paesaggio non è il panorama, soprattutto se vogliamo superare quella concezione “visibilistica” o solo visibilistica del paesaggio. È una relazione strana: ogni panorama è sicuramente un paesaggio. Non necessariamente il paesaggio è un panorama. Pensiamo per esempio a un paesaggio urbano, un paesaggio industriale, una grande radura nel bosco, per usare un’immagine cara ai filosofi.

Se dobbiamo pensare a definizioni “positive”, posso partire forse da quella più nota, più prosaica: la Convenzione Europea del Paesaggio. Tuttavia la Convenzione Europea, che tutti conoscono, a me pare non aiuti: lo dico con umiltà. Chiedo al lettore di seguirmi un po’. L’art. 1 della convenzione del 20 ottobre 2000, apre così:
“Ai fini della presente Convenzione:
a. “Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;”.

All’art. 2 continua poi così: “Articolo 2 – Campo di applicazione.
Fatte salve le disposizioni dell’articolo 15, la presente Convenzione si applica a tutto il territorio delle Parti e riguarda gli spazi naturali, rurali, urbani e periurbani. Essa comprende i paesaggi terrestri, le acque interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, che i paesaggi della vita quotidiana e i paesaggi degradati.”

I profili critici di questa definizione sono stati evidenziati da autori enormemente più prepararti di me sul tema. Ne voglio ribadire, solo per esigenze che poi attengono alla gestione pratica del paesaggio, solo alcuni. Il paesaggio designa una determinata parte di territorio. Il punto è come definire, delimitare una parte. Dove finisce questa parte? Come è percepita dalle popolazioni? Quali? In che modo capiremo come sono percepiti? Il carattere di un paesaggio che cosa è? Già il tema del “carattere” in architettura ha portato a versare fiumi di inchiostro, come si dice oggi. Definire il carattere di un paesaggio è sfida intellettuale e culturale improba.
L’art. 2 aumenta ancora la difficoltà, poiché se tutto può essere paesaggio, tutto è paesaggio. Ma è evidente che bisogna distinguere tra paesaggio e paesaggio tra il casello di melegnano e Piazza Navona. E dunque che c’è bisogno di una costruzione valoriale e di una governance specifica per l’attribuzione o il riconoscimento di detti valori.
E’ ben nota questa frase della scuola di Palo Alto: “È impossibile non comunicare”. Tradotto nel nostro contesto vuol dire che è impossibile non essere in un paesaggio. Noi siamo sempre in un paesaggio, solo che non lo sappiamo. Solo che non lo sappiamo dire.
E allora bisogna rassegnarsi e cambiare l’oggetto del discorso: il tema non è il paesaggio: il tema è il valore che daremo al paesaggio, e cioè il valore che daremo a una certa porzione di territorio che avremo convenzionalmente delimitato.

Devo introdurre poi un altro argomento: cos’è questa interazione umana di cui parla la Convenzione del Paesaggio, se non la ricerca costante e continua dell’Uomo nel voler ottimizzare l’Energia? Il nostro paesaggio, che non è più naturale (non lo è mai stato, da quando ci siamo noi), è allora il frutto della trasformazione dell’ambiente, del territorio, al fine di ricavare la massima energia possibile dall’ambiente circostante e al fine di consumare il minimo di energia. Tutto il paesaggio è correlato fortissimamente all’energia: dalle città granaio dell’Anatolia, alle cittadine che si sono disposte sui versanti come Trevi, alle città “terapeutiche” di Leon Battista Alberti, al Barone Haussmann. Per fermarsi all’Italia, ai boschi che sono stati totalmente sacrificati dalla necessità di legname da costruzione, di legno per le navi e i remi, di legna da ardere.
Dalle strade, che sono state fatte per ottimizzare la fatica e le pendenze impossibili. Si mettevano i sacchi di calce sulla schiena dei muli e si bucavano, lasciandoli salire quasi lungo le isoipse naturali del terreno.
Dalle piccole centrali idroelettiche, ai nostri molini d’acqua, alle concerie, ai molini a vento, agli invasi artificiali, tutto è stato fatto per sfruttare le energie presenti sul luogo.
Le case sono state fatte per l’energia, i portici a sud, le limonaie, gli impluvi, i cortili, i recinti murari degli agrumi a Pantelleria sono fatti per l’energia.
Gli acquedotti romani sono una questione di energia, che siano in piena luce come il Ponte delle Torri di Spoleto o nascosti nel fianco della montagna come il Sanguinone. L’evoluzione del paesaggio non sarebbe altro che la storia sociale della fatica umana.

E’ evidente (almeno per me), che manca allora una estetica nuova per capire il paesaggio, quella che mi diverto a chiamare kepostica. E’ evidente che tra le Saline di Trapani (questione di energia), e il parco eolico della pianura di Foggia vi è un salto di qualità. Ma questo salto mi sembra non siamo ancora in grado di gestirlo, di capirlo, di argomentarlo, di discuterlo.
“Lesione dei valori paesaggistici”, “Impatto significativo sul paesaggio”, e altre formule burocratiche simili non reggono a una discussione seria e approfondita. Se il valore paesaggistico è dato dal suo status quo, qualsiasi intervento è lesivo. Se il valore è lo status quo, qualsiasi intervento ha un impatto significativo. E d’altra parte locuzioni simili negano da subito la possibilità di qualsiasi intervento migliorativo, assolutizzando il fatto che il paesaggio attuale è il migliore che ci possa essere. Il che è un assurdo.

Rimane infine un punto che in questa sede è impossibile trattare a causa di una lunghezza eccessiva dello scritto, che non si addice ai social.
CHI decide dove finisce un paesaggio? CHI decide del suo valore?
Perché paradossalmente, in materia di paesaggio, il tracciare un limite non è mai questione anodina, quantitativa, asciutta, oggettiva, ma implica già una scelta di valore. E delle responsabilità, che noi tendiamo a disperdere in mille rivoli di crocette e analisi multifattoriali, ma che resistono ostinate, e che qualcuno deve prendersi. Quella parte è paesaggio, ed è una parte proprio perché le ho riconosciuto già delle qualità, qualità che sono diffuse in un continuo, che devo sezionare. Tema non facile.

Riflessioni su Bastia – Seconda parte

In questa seconda parte faccio un approfondimento sull’area ormai da considerarsi tutta sotto tutela diretta ex art. 10 Dlgs. 42/2004. Mi aiuto con qualche fotografia presa con il telefonino o addirittura da google, cercando di rendere l’immagine da uomo della strada. Ho avuto modo di vedere, per lavoro (sono in ogni caso “atti pubblici”, come si dice), i provvedimenti di avvio del procedimento per l’apposizione del vincolo sia della parte produttiva “Mignini”, sia della parte “Spigadoro”: una grande area tra il centro storico di Bastia Umbra e la SS 75 verso sud. A est l’area confina con un’altra grande area di riqualificazione “Piazza del Mercato” e a ovest con il Fiume Chiascio. Mignini e Spigadoro sono aree simili, ma non identiche.
La parte che per comodità chiamerò Mignini e che riguarda il grande fabbricato dei silos a ridosso del nuovo parco commerciale Coop, ha un’attività produttiva del tutto residuale, mentre la parte Spigadoro, a ridosso del centro storico, mantiene una discreta attività produttiva, anche se i fabbricati su Via dell’Isola romana versano in stato di abbandono e sono in disuso.
Il vincolo sulla parte Mignini è stato apposto con Decreto alla metà di ottobre del 2023, mentre quello della parte Spigadoro è recentissimo, ed è motivato soprattutto dalla necessità di dare coerenza e completezza a quanto già detto con il Decreto del 2023. E dunque analizzerò in maniera particolare quest’ultimo, molto più approdondito nella parte motivazionale. Per rendere chiaro a tutti il significato del vincolo, esso ha la stessa qualità e gli stessi effetti giuridici del vincolo posto sulla Basilica di Assisi o sul Palazzo dei Priori di Perugia. Ciò significa che ogni minima modifica dovrà essere autorizzata preventivamente dalla Soprintendenza sulla base di un dettagliato rilievo e progetto.
Confesso che reputo le motivazioni a supporto del procedimento di vincolo della parte Mignini (denominato Spigadoro Petrini nel decreto di vincolo), imprecise, deboli e lacunose e che l’apposizione del vincolo potrebbe determinare una grande difficoltà nello sviluppo successivo della città di Bastia Umbra. Dico “potrebbe” poiché l’azienda Mignini ha proposto ricorso amministrativo avverso il decreto di vincolo e l’esito finale non è scontato. Al momento, tuttavia, il vincolo apposto nel 2023 è pienamente efficace, con tutto quello che ciò comporta.
Vi sono due ordini di ragionamento diverso che mi sento di sostenere: uno più culturale; l’altro più tecnico. Ovviamente entrambi sono legati in maniera quasi inestricabile, anche se spero ancora distinguibili.

Partiamo dal profilo più culturale. E’ solo in parte condivisibile la notazione della Soprintendenza secondo cui “[….] il complesso può considerarsi l’elemento chiave dello sviluppo sia industriale che urbanistico della città [….]”. Il rilievo è vero, ma è rivolto al passato: il complesso è stato l’elemento chiave dello sviluppo sia industriale (meno), che urbanistico (più) della città. Sotto il profilo industriale, infatti, quel complesso ha funzionato dal 1965 (anno di collaudo), al 1990 circa, data in cui si è cominciato a pensare al nuovo PRG di Bastia e a immaginare anche una zona a Ospedalicchio dove delocalizzare l’attività Petrini. In ogni caso quei fabbricati sono stati, nel corso degli anni, sempre meno utilizzati dall’azienda, e anche adesso lo sono in via del tutto residuale.
Oggi, nel momento in cui l’amministrazione comunale ha da poco adottato il Piano Regolatore Generale, prevedendo uno sviluppo diverso per la città, l’apposizione del vincolo ex art. 10 DLgs 42/2004 rischia di creare un passo falso proprio nel momento di avvio del piano. Nel PRG adottato nel 2023, l’area Petrini Spigadoro è vista come elemento prioritario della rigenerazione urbana, ricollegando il quartiere di Umbriafiere con il quartiere di Santa Lucia e del Villaggio XXV Aprile. Previsione che ora dovrebbe fare i conti con un elemento di difficile integrazione nella nuova visione. Il perché sarà forse più chiaro una volta terminata la lettura di questo breve testo.

La nota della Soprintendenza, in un passaggio, parlando sempre dell’area Mignini, afferma che [il complesso] “[….] rappresentando tuttora un simbolo identitario di Bastia Umbra [….]”
Quel complesso, ma soprattutto l’elemento turrito dei sili, rappresenta OGGI un elemento identitario di Bastia Umbra? Per alcuni sì, per altri meno. Rappresenta un elemento di riconoscimento, sicuramente. Rappresenta tuttavia l’identità di una Bastia che non c’è più.
E’ facile confondere la riconoscibilità con l’identità. Senza volerci addentrare in distinzioni psicologiche e sociali forse troppo sottili, possiamo tuttavia tracciare una differenza i due concetti: l’identità è il senso che un individuo ha di se stesso, che si basa in parte anche sul riconoscimento altrui. Vi è insomma, nella definizione della identità, la ricerca di coerenza tra come un individuo si percepisce e come viene percepito da altri. La riconoscibilità attiene invece a una modalità che appartiene tutta ad altri: l’altro mi riconosce. L’identità ( e in questo caso la metafora è calzante), è un processo di “costruzione” continua, sottoposta continuamente a verifica e aggiustamenti, attraverso il quale l’individuo si identifica, appunto.
E’ di tutta evidenza, allora, che non si può forzare una persona o una collettività ad assumere un’identità che non è più quella, che non è più la sua. Non si può “schiacciare” una persona sul proprio passato. Né una collettività, né una città. Il passato è sicuramente importante ma non può determinare in maniera rigida, apodittica, assoluta, tutto lo sviluppo futuro. Vi sono città che sono nate e che oggi sono sepolte dall’acqua, dalla sabbia, o più semplicemente dal tempo, dall’abbandono. Le città mutano nel tempo.
Il grande manufatto dei sili è dunque sicuramente un elemento che distingue Bastia dal resto del paesaggio, che la rende dunque riconoscibile. Ma questo è facile a dirsi. Sarebbe stato riconoscibile, paradossalmente, anche con un edificio diverso, più semplice, più prosaico, meno raffinato. Oggi quell’edificio non è più un elemento dell’identità perché una parte della collettività locale non vi si riconosce più. Una parte sì, ed è una parte che ha ancora legami affettivi e personali con quegli edifici e con quella storia. Lo capisco: quell’edificio rappresenta la certezza che quella storia c’è stata, che quelle persone ci sono state, che vi sono delle emozioni legate a quei luoghi. E la solidità di quegli edifici pare garantire anche la solidità e la certezza di quei ricordi. E questi ricordi andrebbero salvaguardati, perché sono una cosa bella. Ma quella storia industriale non c’è più, quel tessuto sociale non c’è più. La proprietà è diversa dalla famiglia fondatrice e le persone che vi lavorano fanno riferimento al baricentro assisano o spoletino. Quella storia, quel racconto, non c’è più.
L’impianto Mignini è espressione e apice dell’attività molitoria, che si è protratta per una ventina di anni a partire dagli anni 60, e in cui una gran parte della collettività bastiola si riconosceva. Oggi questo grande silos è sottoutilizzato e incombe sull’area a ridosso del centro storico. Il fabbricato rappresenta oggi, se non il fallimento di una storia, l’esaurimento di una spinta, la fine di una società e dei suoi modi produttivi. Lo ha ben raccontato il professore Pineiro a una presentazione pubblica del libro di Antonio Mencarelli sullo stabilimento e non vi tornerò sopra. E a mio avviso i pochi anni (pochi anni nell’ottica secolare dei monumenti urbani), in cui è stato elemento forte della vita cittadina non gli hanno consentito di “stratificare” una memoria, un ricordo intergenerazionale così forte da trasformarlo in elemento identitario.
Oggi la proprietà non intende più usarlo per gli scopi per i quali fu costruito. Questo è un punto fermo da tenere a mente: è un punto da cui partire perché altrimenti si erra per soluzioni non praticabili. Oggi quel silos non è più funzionale all’azienda, che immagino investa molti soldi ogni anno per mantenerlo in minime condizioni di esercizio, fornendo un minimo reddito, se lo fornisce ancora. La decisione di disfarsene è stata presa tempo fa, e anche il PRG del 1996, nel momento in cui classificava l’area come ancora produttiva, si premuniva di trovare un’area di delocalizzazione vicino a Ospedalicchio. Oggi quel tipo di silos non è più funzionale, in generale (nell’industria molitoria), e non è più funzionale nello specifico a un’azienda che ha il suo cuore produttivo presso il Comune di Assisi, a Petrignano.

Ritengo che in questo caso sia stata la mole dell’edificio ad aver condotto a fare riflessioni che hanno si sono “appoggiate” sulla la mole stessa e che hanno “invaso” il profilo più squisitamente estetico. Il pensiero di fondo è che la dimensione, soprattutto verticale, sia quella che fa la differenza. Oso pensare infatti che lo stesso fabbricato, se fosse stato alto 5.7 metri, (invece di 57 metri), non avrebbe attirato l’attenzione di alcuno. E’ dunque sia la sua imponenza verticale a fare la differenza: la sua immanenza, la sua imponenza (come recita anche la schedatura del Censimento). Quali usi si potrebbero dunque immaginare per un edificio (o meglio: un complesso di edifici) di quel tipo? Ancora meglio dobbiamo dire quali usi possibili senza stravolgere l’immagine e la consistenza attuale di quel fabbricato? Perché (e qui tocchiamo un punto topico del vincolo), se il vincolo ha natura prettamente conservativa, come è, non sono possibili molte modifiche. Se non ha natura conservativa non si vede nemmeno che cosa voglia tutelare se non la semplice dimensione e imponenza. Che mi sembra assurdo.

Qualsiasi uso plausibile, al di là delle questioni di stabilità, su cui torneremo, deve prevedere la rispondenza a una serie di norme oggi vigenti. Pensiamo alla necessità di avere delle finestre verso l’esterno, per aerare e illuminare un manufatto che è profondo circa 16 m. Un edificio costituito da uno spazio verticale derivato in sostanza dall’affiancamento di decine di “tubi” di cemento armato, di 30 metri di altezza. Che uso fare di questa sorta di grande organo con canne di cemento armato di circa 3×3 m di sezione? Veramente difficile immaginare un uso minimamente confacente con una proprietà privata, senza stravolgere l’aspetto esterno (e interno), della costruzione.
Vi è l’onere dell’allineamento alle normative vigenti sotto il profilo energetico, qualsiasi uso riusciamo a dare al manufatto. Non sfuggirà infatti a nessuno che quelle pareti in cemento armato di pochi cm di spessore sono un vero disastro sotto il profilo energetico, in estate e in inverno. Non si intravvede altra possibilità, per non stravolgere l’aspetto esterno del fabbricato, di intervenire pesantemente dall’interno, senza peraltro riuscire a risolvere tutti i ponti termici. E anche qui con costi straordinari.
Infine i problemi legati alla sicurezza antincendio. Anche in questo caso, per non stravolgere all’esterno il fabbricato, con una di quelle scale esterne che oggi si vedono in molti edifici, bisogna stravolgerlo all’interno.
E dunque tutto si risolve a salvare la sua mole nelle sue tre dimensioni esterne, vero elemento di riconoscimento.

Sotto il profilo strutturale l’edificio ha bisogno di un’operazione di miglioramento sismico (come condizione minima), o di un adeguamento sismico (come condizione ottimale), e di un’operazione continuativa di manutenzione ordinaria o straordinaria, vista anche la vetustà dello stesso.
L’intervento di miglioramento sismico potrebbe essere anche sostenibile sotto il profilo dei costi, ma non risolve il profilo dell’uso, anzi: lo può solo irrigidire, prevedendo (forse), un ispessimento delle pareti e dei pilastri. Il miglioramento sismico può dunque solo “cristallizzare” l’edificio nella sua configurazione attuale, lasciandolo dunque monumento di se stesso, fantasma di se stesso, bozzolo metallico e minerale.
L’adeguamento sismico lo dovrebbe invece stravolgere. Impossibile pensare ad un intervento di adeguamento sismico lasciandolo nella sua veste attuale. L’intervento sarebbe così invasivo che il fabbricato ne uscirebbe stravolto, se non irriconoscibile. Se il miglioramento sismico della sede storica del Comune è stato vissuto come profondamente traumatico, l’adeguamento di questo complesso risulterà così invasivo da modificare completamente l’aspetto esterno del complesso.
In questo caso ci sembra che il Censimento dei Monumenti del Moderno, pure preso a fondamento della motivazione della Soprintendenza, sia impreciso. In primo luogo, per quanto riguarda i sili, le chiusure laterali non sono “pannelli”, ma sono più normalmente delle pareti in calcestruzzo. Le “paraste” che connotano la superficie esterna non sono dei pilastri con delle asole verticali in cui alloggiare degli apparenti pannelli, ma sono dei veri e propri pilastri, che consentono così anche un migliore aggancio dei ferri di armatura. In definitiva non vi è nemmeno quel valore di sperimentazione o di innovazione che la schedatura gli attribuisce.
In secondo luogo, lo stato del calcestruzzo e delle coperture non è affatto “buono” come recita la scheda del Censimento, ma pessimo, come può verificare ognuno, semplicemente avvicinandosi all’edificio o scattando una foto con un buon fattore di zoom.

Gli stessi ragionamenti vanno fatti per alcuni dei fabbricati vincolati con l’avvio del procedimento di fine luglio. Se gli interventi sono complessi per i sili rettangolari dell’arch. Dino Lilli, non oso immaginare che cosa si possa dire del complesso formato dai 18 sili cilindrici verso Via Torgianese, di cui allego qualche foto.
Pensare di consolidare questo aggregato, mantenendone in qualche modo la fisiognomia, e trovando allo stesso tempo un uso “civile”, significa porsi una sfida che richiederà centinaia di migliaia di euro. E al momento confesso che ignoro se questa tecnologia sia minimamente disponibile. E’ anche vero che la verifica della bontà antisismica dell’edificio spetta alla totale responsabilità del Soprintendente, che quindi potrebbe prendersi l’onere di dichiarare “sicuro” il fabbricato senza tanti interventi, con una certa nonchalance. Ricordo infatti che in tema di Beni Culturali l’unico titolato a verificare e quindi a autorizzare i lavori è il Soprintendente. Si veda infatti l’art. 16 della L. 64/1974, secondo il quale la responsabilità esclusiva per l’esecuzione dei lavori resta in capo al Soprintendente. Ma dubito che ci sarà questo coraggio. Vi sarebbe poi la necessità della continua manutenzione ordinaria di tutta una serie di fabbricati in cemento armato con quasi 80 anni alle spalle, e dunque a costi crescenti. Se i nostri ponti e viadotti sono un rischio, questi edifici lo sono ancora di più. E la manutenzione costa: si pensi solamente al costo dei ponteggi per andare a fare una “semplice” manutenzione ordinaria, per togliere la scorza di cemento che si sta distaccando e mettere in sicurezza i ferri di armatura.

Un altro motivo su cui si fonda il vincolo è l’autorialità e cioè sul fatto che questi edifici siano stati progettati e realizzati sotto la supervisione dell’arch. Dino Lilli. Ora, nessuno più di me ha rispetto per l’architettura e per i maestri dell’architettura. Occorre tuttavia fare delle distinzioni e dei raffinamenti di pensiero.
Non tutte le opere dei grandi maestri sono dei capolavori. Succede anche ai migliori di incappare in qualche errore o, più banalmente, fare un po’ di ordinaria professione. Un po’ di quotidiana professione. E mi sembra sia questo il caso. Tecnologie e tecniche forse sperimentali per l’epoca, ma non possiamo parlare di capolavori. Non si può paragonare l’Hotel Sangallo di Perugia con i sili di Bastia, per rimanere a Dino Lilli. E se non sono capolavori, sono lavori.
Che valore ha dunque l’autorialità? Ha un valore storico, biografico, per tracciare una completa cronaca e cronologia delle opere dell’autore. E questo valore può essere salvaguardato con un lavoro archivistico, storico, monografico, di raccolta dei disegni, di cura degli archivi.
Dino Lilli è tra l’altro un maestro dell’architettura, che tuttavia vede il suo rango limitato all’Umbria. In Umbria è personaggio di primo piano: allargando l’ottica, le sue opere sono al livello di molti altri architetti italiani degli anni 50 – 70. Il fatto che l’abbia progettato Dino Lilli non può essere un tabù, una cosa che la pone fuori da qualsiasi discussione.
Non si può mantenere tutto, non si può ricordare tutto. Anche a livello mentale, il ricordare tutto è una malattia. E dunque deve essere possibile parlare della demolizione di alcuni fabbricati.
Si proceda a un rilievo dettagliato, questo sì: un rilievo architettonico, materico, strutturale, tecnologico, fotografico, filmico e voli con il drone. Se ne faccia un gemello digitale, come si dice oggi. Ma una volta compiuto il rilievo si convenga che la fase conoscitiva è conclusa.

Posso già anticipare un’obiezione che verrà da più parti probabilmente: “Caro architetto, esistono altri esempi di restauro su beni di questo tipo e quindi è possibile intervenire anche su fabbricati simili …”. Certo che ci sono progetti di restauro di opifici industriali: da Renzo Piano (partendo da Torino e passando per Parma), a Heatherwick Studio in Sudafrica, a Shenzen, passando per Livorno. Ma c’è un ma. Anzi: più di uno.
Alcuni edifici industriali consentono con una certa facilità il loro recupero ad altre funzioni. E’ il caso spesso di uffici reinsediati in locali che prima erano già uffici, magazzini, sale di lavoro di operai, aree di carico e scarico materiali. Edifici generalmente grandi e con una certa “indifferenza distributiva”, che consentono dunque un progetto di riuso “ordinario”. Nessuno dubita che la parte degli uffici e magazzini verso Via dell’isola Romana (Foto da google), possa essere “facilmente” riconvertita. Ma non è il caso dei sili, i quali hanno una altissima specializzazione funzionale e non sono nati per accettare la presenza umana.
Il secondo “ma” riguarda appunto l’uso di questi sili. Immagini accattivanti (disponibili in rete), di grandi contenitori dedicati nel 90% dei casi a mostre d’arte contemporanea. Con un uso del cemento armato sbalorditivo e a mio avviso impensabile nel nostro territorio sismico. Nel caso di Livorno il complesso dei sili funziona un po’ (anche), come museo di se stesso.
Il terzo “ma” riguarda la localizzazione geografica e urbana: sono esempi incomparabili per bacini di utenza e per posizione all’interno di una città e di una regione.
Il quarto “ma” è la governance che ha consentito il risultato: il montaggio economico e finanziario di una cordata di soggetti pubblici e privati tutti facoltosi. I privati trovano legittimamente il loro profitto nell’arte o in migliaia di mq di “rigenerazione urbana”. Il pubblico trova forse qualche fondo in linee di finanziamento una tantum, si concentra sulle procedure e cerca di uscirne con un bilancio pluriennale che non lo affondi. Il montaggio di questa compagine è un vero e proprio lavoro e la sua cristallizzazione avviene sulla base di un progetto condiviso.

Il vincolo apposto immette un altro grado di complessità nel sistema, già difficile di suo, nel caso di un progetto su un singolo oggetto tutelato puntualmente dal Codice dei Beni culturali, ed è la numerosità degli oggetti e l’area complessiva. Nel caso di un singolo edificio, oggetto, monumento, la questione si risolve sul piano del progetto di restauro (perché di questo si tratta), del singolo oggetto. Ed è già una questione difficile, come ho detto, pensare a un restauro del blocco dei 18 sili cilindrici, per esempio. Ma qui occorre “mettere a sistema”, come si dice, un complesso di una decina di edifici diversi disposti in maniera casuale (oggi urbanisticamente casuale), all’interno di una più ampia area di circa 6 ettari. Le dimensioni del problema (non c’è bisogno di scomodare Koolhas per capirlo), implicano un salto di scala qualitativo del tema e non solo quantitativo. Il tema non è più solo di restauro architettonico, ma urbano. Ed è qui che dicevo che il vincolo pone dei forti limiti all’azione pianificatoria del Comune. Che tipo di previsione urbanistica è possibile fare su un’area di 6 ha punteggiata da una serie di edifici tutelati puntualmente dal Codice dei Beni culturali? Ha senso procedere al restauro di uno di essi senza un obiettivo generale di tutta l’area? E in che rapporti funzionali si deve porre quest’area con il resto della città? Che rapporto insomma tra quest’area e il centro storico o tra quest’area e Piazza del Mercato?
A me pare che con questo vincolo (anche aerale, e non solo puntuale), il Comune sia costretto a imporre un piano attuativo per il disegno dell’area (e questo potrebbe essere anche normale), ma soprattutto a invitare la Soprintendenza stessa al tavolo della pianificazione (e questo non è normale).

Premesso che sarei l’architetto più felice del mondo (e con me penso una lunga fila), se fossi incaricato del restauro e della rigenerazione di quell’area e di quegl’edifici, il punto finale, su cui si arenano tutte le migliori intenzioni del mondo, è l’equilibrio economico dell’operazione. Chi è disposto oggi a fare un intervento su fabbricati del genere? E quale tipo di intervento? Con quali tempi? Con quale certezza di tempi? Se è un investitore privato occorre trovare un uso che produca un reddito continuo. Ma trovare un uso che non stravolga l’area e che restauri gli edifici mi sembra difficile. Se è un attore pubblico (il Comune, il Ministero), potrebbe invece espropriare gli edifici e l’area circostante e farne un museo di se stesso o un Centro Sociale Polivalente (quando architetti e politici non sanno che fare, generalmente se ne escono con un “Centro Sociale Polivalente”). In questo caso sarà un museo un po’ caro, ma tant’è.

Nella nota della Soprintendenza non si fa poi alcuna distinzione i vari manufatti diversi della parte Mignini, tutti ugualmente vincolati, senza modulare la motivazione: il gruppo dei due sili accoppiati con il suo corpo scale, il fabbricato ad un piano molto più ampio: un prefabbricato degli anni ’80, e tutta un’altra struttura in metallo (sia in copertura sui fianchi), disposta perpendicolarmente ai sili. Né analoghe differenziazioni vengono fatte con il “nuovo” vincolo: tutti gli edifici e le aree sono tutelate. “Poi vedremo con il progetto”: questo è il non detto. Eppure è evidente che vi sarebbe una valutazione diversa da fare tra questi manufatti, a tacere del fatto che il vincolo sic et simpliciter su tutta la particella catastale vincola anche la cabina elettrica di trasformazione visibile anche da Via IV Novembre.
Se posso concedere qualcosa sulla monumentalità dei sili di Lilli, non riesco a capire che cosa ci sia da salvare negli altri fabbricati. Fabbricati e manufatti tecnologici che in qualsiasi altro luogo saremmo disposti a demolire facendo una petizione su change.org.

L’apposizione del vincolo ha posto problemi di non facile soluzione. Alcuni riguardano i profili istituzionali e politici, altri più economici e tecnici.
Ritengo che la Soprintendenza, per consentire un progetto che abbia un senso anche urbano, e consentire dunque uno sviluppo della città di Bastia, dovrà accettare un progetto molto invasivo sui fabbricati e sull’area. Se invece vorrà mantenere un atteggiamento conservativo, difficilmente saremo in grado di montare una governance così complessa e costosa, e i fabbricati saranno sempre più vandalizzati e destinati alla ruderizzazione.
Il rischio è che il Tempo tolga ogni interesse a questo tema.

Sala dei Notari. Pre-testo per alcune sintetiche note di architettura.


Sono stato invitato da Paolo Belardi il 3 novembre alla Sala dei Notari di Perugia, a discutere insieme a Andrea Margaritelli (INARCH) e Alessandro Bruni (INU), di due progetti illustrati dai rispettivi progettisti. I progetti erano la Cantina Antinori dello Studio Archea e la Scuola di Riccione di Pietro Carlo Pellegrini (con un’aggiunta fuori programma di cui dirò più sotto). La cantina Antinori è stata illustrata da Laura Andreini. Mi ero preparato due o tre temi che sono stati sostituiti da una risposta a una domanda che mi è stata posta da Paolo Belardi. In ogni caso, come sempre mi succede, l’ascolto dei progettisti e dei relatori mi avevano già convinto a cambiare argomentazioni. Quindi ecco di seguito il risultato di pensieri ex-post.

Nel caso della Cantina Antinori ci sono diverse cose da dire, partendo dalla premessa che si tratta di una riuscitissima opera d’architettura, in cui il talento dei progettisti e la lungimiranza del committente emerge in maniera palese. Un’opera che ha aperto in maniera “aurorale” (come ho detto), tutta una stagione di opere ipogee.
Una prima riflessione che voglio fare è che quest’opera ci costringe a dei filtri estetici inconsueti perché di fatto i prospetti quasi non ci sono. Ce n’è solo uno, aperto verso valle, che si presenta come una feritoia, come un taglio orizzontale sul fianco della collina. Ma questo taglio non ha alcuna ambizione “prospettica”: direi anzi che egli stesso, che il progetto stesso avrebbe potuto fare a meno di questi. Il vero unico prospetto è la pianta della copertura, che in questo caso è la pianta della nuova superficie terrestre. Il “quinto” prospetto, che dimentichiamo spesso, diventa qui il primo prospetto.
E’ un progetto dunque che bisogna apprezzare dall’alto o in sezione, nei particolari, nei materiali.
Questa difficoltà di lettura mi fa pensare anche al fatto che ci potrebbe essere una difficoltà di concezione. Credo che cominciamo ad avere paura di fare edifici fuori terra e credo (mi si passi l’espressione), che sia “più facile” costruire sottoterra, dove la “tensione” può essere controllata meglio. Se non siamo bravi come lo Studio Archea, possiamo sempre limitarci a poche cose in superficie, con la scusa dell’ambiente, del paesaggio, ecc., e cercare di risolvere il tema tutto “da dentro”. Non vorrei insomma che il costruire sotto terra fosse l’”animale da soma” per evitare la difficoltà di fare oggi un edificio fuori terra.
Adesso che abbiamo visto l’insediamento ipogeo di Antinori pochissimi di noi avrebbero coraggio di pensare e realizzare un edificio fuori terra in quel luogo. Invece dobbiamo avere il coraggio di farlo: di immaginarlo e di farlo.
Ancora: la soluzione ipogea della Cantina Antinori (al limite del capolavoro, perché no), non può essere una soluzione praticabile per il tema della città contemporanea e per il tema del consumo di suolo, dove il tetto verde è ormai una conquista sedimentata da tempo, nella cultura e nella prassi. Non credo sia una soluzione vincente e replicabile tout-court, insomma.
Nel caso e nel merito del progetto ravviso poi una contraddizione e un aspetto psicologico un po’ curioso: ci si rifugia profondamente nel fianco della montagna, ma allo stesso tempo si fanno tutte le pareti di vetro (anche le sale riunioni), per non perdere mail il rapporto con il paesaggio e anzi per sentirsi sempre immersi nel paesaggio. Con lo stesso intento si realizzano delle grandi aperture zenitali per riguadagnare il rapporto con la luce e con l’aria.
Ma tutto questo sarebbe stato molto più facile realizzando un edificio fuori terra, sul terreno, (e non dentro), che avrebbe usufruito immediatamente di luce, aria e paesaggio! Ci si allontana dal, ma non si vuole perdere il rapporto “con” il paesaggio. Si scava nella terra ma non si vuole perdere il rapporto con il cielo e la luce.

I casi presentati, soprattutto quello della Cantina e del secondo progetto presentato da Pellegrini (una villa in cemento armato, abbandonata allo stato grezzo nella campagna, ripresa e restaurata), fanno pensare che ormai più di un’architettonica, più di un’urbanistica, abbiamo bisogno di una kepostica. Riprendo questo termine non per fingermi sapiente, ma perché non ne ho trovato un altro che condensasse quello che voglio dire. E cioè che il nostro paesaggio, dopo l’11 luglio 1969, è la Terra intera: è il Pianeta Terra. E che non può più essere visto, sentito, apprezzato, studiato, percepito, come un fatto territoriale o ambientale, ma deve essere curato come fosse un giardino. Ancora oggi sento parlare di autorizzazioni ambientali quando in realtà si tratta di autorizzazioni paesaggistiche, confondendo ancora ambiente e paesaggio, paesaggio e territorio.
Occorre una sensibilità “esaltata” per comprendere che il foglio non è mai bianco, che il paesaggio non è più innocente, che il paesaggio è stato sempre frutto dell’incontro tra l’Uomo e la Natura. Che siamo dunque, oggi, più in un giardino che non in un ambiente.

Un’altra riflessione che metto sul tavolo è questa: noi creiamo sempre suolo. Gli edifici sono sempre nuovo suolo. Sono sempre stati nuovo suolo. Possiamo andare sotto o, come abbiamo sempre fatto, andare sopra la crosta terrestre. Creiamo suolo per coltivare, per allevare, per abitare. Il cielo è stato, dal ‘900 in poi, nuovo suolo. Lo Spazio sarà nuovo suolo per i nostri discendenti.
E qui mi allaccio a un tema introdotto da Andrea Margaritelli, che oggi trova facile consenso: il suolo è una risorsa limitata, e dunque ci sono, ci devono essere, dei limiti a questa crescita lineare. E’ facile convenire. Ma è davvero così? I limiti non sono anche quelli che noi ci poniamo? Lo dico con un esempio al quale sono molto affezionato: la scena del Tuffatore di Paestum. Io non sono un “fanatico” della scienza, ma il tuffatore di Paestum è l’esempio lampante di cosa sia stato un limite. Il tuffatore presuppone, implica, un rapporto ludico con il mare, prima visto come territorio ostile o al massimo come risorsa per ottenere pesci. Il “tuffatore”, invece, si tuffa per divertirsi. C’è una scaletta per arrivare al trampolino. L’acqua è profonda, dunque sa nuotare. Ecco: il tuffatore infrange un limite (no, non infrange: infrange è brutto): dà un altro senso al mare. Fa un’operazione estetica, direi quasi: amplia la nostra conoscenza. Il mare diventa altro territorio, altro paesaggio. Altro suolo, forse.
Credo dunque che noi, ma soprattutto i nostri discendenti troveranno altro suolo per abitare, per coltivare, per oziare, e non necessariamente questo sarà visto come un fatto negativo poiché il rapporto non sarà necessariamente distruttivo. L’ampiezza dei cerchi dell’economia circolare non è data a priori.

Gambetto di donna per una ricerca sull’abitazione nello spazio rurale in Umbria

Premessa
Questo breve scritto dovrebbe diventare parte di un lavoro più organico e strutturato che riguarda i modi dell’abitare in Umbria nello Spazio Rurale. Lavoro che necessita di più tempo (che spero di potermi concedere), e di altre collaborazioni, per essere ben documentato, anche sotto il profilo fotografico. Questo scritto è un po’ la mossa d’apertura di una partita a scacchi: un gambetto di donna.

La tesi è questa, in maniera ruvida, aspra: l’abitazione rurale che tutti veneriamo come vera (pietra arenaria faccia a vista, zampini di castagno, coppi e controcoppi), è falsa. E prima ne prenderemo coscienza e prima potremo immaginare un nuovo paesaggio.

L’abitazione rurale umbra, in questi anni, si è trasformata e articolata. Mentre prima potevamo classificare in due grandi categorie le residenze dello spazio rurale, oggi non è più possibile perché la tassonomia si è ampliata.
Prima poteva esserci la casa padronale e il casolare (mezzadrile o colonico). La differenza era data innanzi tutto da questioni censuarie. [Fare esempi di ville padronali e case rurali del passato anche saccheggiando Desplanques]
Tuttavia entrambi i tipi mantenevano con il territorio un rapporto economico, più mediato il primo e meno il secondo. La villa padronale era infatti anche il centro amministrativo (di comando e di controllo), dell’attività fondiaria, dell’attività agricola, dell’attività immobiliare. L’abitazione del contadino (mezzadro o piccolo proprietario qui non fa differenza), era invece molto più strettamente legata all’attività di coltivazione del fondo: coltivazione che includeva spesso anche l’allevamento di qualche capo di bestiame.
E dunque il tipo della casa era molto semplice e razionale (vedi anche Desplanques), spesso con le stalle al piano terra, con le scale a profferlo, ecc.
Ed è questa l’immagine prevalente della casa rurale umbra che si vorrebbe mantenere (Soprintendenza in testa), senza capire che i modi della produzione agricola hanno posto fuori dal tempo quel tipo. Oggi non è possibile per esempio pensare alla stalla dei bovini al piano terra del casolare. E dunque queste case coloniche vernacolari si sono trasformate in altre cose: residenze (a volte), agriturismi, ristoranti, luoghi del benessere (spa et similia): soprattutto luoghi della vacanza.
Anche nel caso delle residenze si è tuttavia perso il rapporto produttivo con il territorio, con la campagna. Si vive in campagna, non si vive della campagna. Chi vive in questi casolari fa spesso un altro lavoro: imprenditore, commerciante, libero professionista di successo. Questi casolari sono spesso “restaurati” da geometri che non hanno avuto paura della hybris, o da architetti che hanno smesso di farsi troppe domande e che hanno fatto dunque operazioni di “anastilesi” agricola. Questi casolari non hanno più nulla di rurale, né all’interno, né all’esterno. All’interno l’uso dei locali è di soggiorno loisirs (grandi soggiorni, archi e archetti come se piovesse, televisioni da 100 pollici, quando non anche biliardo). All’esterno si è tenuto il minimo bagaglio iconico possibile che tiene ancora unita quest’immagine di casolare tipico: il tetto in coppi, la gronda in zampini di castagno, il comignolo di mattoni …
Le altre cose, infatti, sono “invenzioni” postume e posticce: la pietra faccia a vista sulle facciate, le pianelle di laterizio che fasciano il fabbricato a mo’ di marciapiede e che si allargano fino all’immancabile piscina, l’illuminazione esterna, i parcheggi sotto le tettoie fotovoltaiche, ecc., sono tutte cose che ovviamente non c’erano nella “vera” casa rurale. Le case quando possibile erano intonacate, poiché la pietra grezza si sfalda facilmente alle intemperie (e costruire in pietra costa fatica); le case non avevano un marciapiede pulito di laterizi poiché appoggiavano direttamente per terra (solo l’aia era eventualmente pavimentata e per ovvie ragioni produttive); di illuminazione esterna non si parlava (era già tanto avere quella interna); il parcheggio coperto non era proprio un tema all’ordine del giorno; non vi era un cancello imponente poiché non vi era un granché da annunciare o da difendere.
Dunque: oggi chi ha i mezzi (molti), si è tenuto o si è appropriato della grande villa signorile. Questa villa non sempre è rimasta centro amministrativo della grande azienda. Spesso è divenuta attività turistica, spa, albergo, ecc.
Questo tipo di ville è spesso tutelata puntualmente dal Codice dei beni culturali, e quindi le trasformazioni fisiche nel tempo sono state limitate, per quanto possibile.
Gli annessi di queste ville o di casolari di pregio sono stati trasformati in altre residenze o altri agriturismi. E’ saltato tuttavia il rapporto di scala poiché anche oggi per vivere della campagna occorrono (vado a naso) almeno 10 Ha a famiglia, in pianura. E invece oggi vediamo proliferare questi casolari (finti), con un lotto di 2.000 mq di terreno che ovviamente non possono garantire la sufficienza alimentare nemmeno di una persona. Queste casette finto rustico sono solo lottizzazioni in campagna, con tutto il corredo di cancelli, recinzioni, luci esterne, piscine, siepe di lavanda, ecc. Sono casolari che solo apparentemente sono residenze in armonia con il terreno circostante, ma che spesso rifiutano quasi il rapporto con le coltivazioni, gli allevamenti e, in breve, la vita di campagna.
Chi non ha i mezzi e vive della campagna, oggi abita in un casolare ristrutturato alla bell’e meglio, oppure abita in un’abitazione molto semplice, costruita negli anni ’70, spesso progettata da geometri (onesti professionisti), che però oggi ci fanno inorridire. Edifici tozzi, a due piani (tre se un figlio è rimasto), con la scala interna, infissi in alluminio anodizzato, intonaco in cemento e quarzo graffiato, con tinte che vanno dal grigio spento al verde acido al rosa tenue, tetto in tegole marsigliesi. Il piano terra è destinato a uno spazioso garage, un fondo, una cantina e poco altro.
Gli attrezzi per il lavoro (trattori, erpici, aratri, seminatrici, pressatrici, ecc.), sono tutti alloggiati in fabbricati molto semplici: 4 pilastri e una copertura spesso in lamiera metallica se non in lastre di fibrocemento. Lo stesso dicasi per i fienili. Le stalle hanno generalmente un grado di solidità in più poiché devono resistere all’usura degli animali alloggiati e quindi sono in muratura.
Il rapporto con la strada è altresì emblematico. La casa rurale di un tempo cercava la massima prossimità con la strada pubblica, che costituiva un valore infrastrutturale vero. Mentre oggi il rapporto con la strada pubblica è considerato un minus. Tutte le case che adoriamo hanno generosamente regalato al Comune un altro tracciato, sdemanializzando il tracciato originario, allontanandosi dalla dalla strada pubblica.
I casolari superstiti, riadattati con la minima spesa, li troviamo nelle zone più povere dell’Umbria e ovviamente salendo verso le nostre montagne, le nostre zone interne. Sono in pietra faccia a vista (di dubbio se non modesto magistero), perché l’intonaco è caduto. Gli infissi sono fatiscenti: qualcuno è stato rimpiazzato con l’alluminio. Gli impianti elettrici sono pericolosamente aggiustati cercando di nascondersi sotto traccia, ed evidenziando ovviamente una traccia ben più visibile. Il bagno è stato collocato all’interno dividendo un locale preesistente e bucando la muratura dove serviva per una piccola finestrina. Al piano terra resistono ancora fondi cantine garage, mentre gli animali sono stati un poco allontanati in altre strutture. Ovviamente non ci sono marciapiedi e piscine.

La casa rurale del Desplanques non esiste più ed egli stesso sarebbe molto critico verso la nostra ostinazione a mantenerla come riferimento.
Quello che noi veneriamo insomma (la casa rurale umbra), è un fantasma, retaggio di un rapporto ormai completamente disaccoppiato dal territorio, e dunque dal paesaggio. Quel mondo rurale non esiste più: prima ne prendiamo coscienza e prima potremo dare luogo a un nuovo rapporto con il paesaggio. Anzi, poiché dico sempre che è impossibile non essere in un paesaggio (non c’è un paesaggio “fuori” con cui avere un rapporto: noi siamo il paesaggio), prima ne saremo consapevoli e prima potremo costruire un nuovo autentico paesaggio.

Paesaggio e architettura*

Farò un intervento un po’ per punti, per nodi critici, al limite anche iconici e provocatori. E poi lascio delle domande sul tavolo. Dati i limiti di tempo e il tavolo di relatori e il parterre, credo che sia l’atteggiamento giusto. Ritengo che dobbiamo pensare ad alcune date significative che riguardano il paesaggio per poi chiudere sull’architettura.

1) Il paesaggio è per me come il tempo per sant’Agostino. Tutti sappiamo cos’è, ma non lo sappiamo definire. E noi abbiamo già difficoltà a definire le cose limitate, figuriamoci quelle illimitate, quelle di cui è difficile tracciare un confine, una cornice, un recinto. Tuttavia, per parlare e per far aumentare la conoscenza, dobbiamo convenire su alcune definizioni. Parto forse da quella più banale, più prosaica, meno poetica: la Convenzione Europea del Paesaggio. La Convenzione Europea che tutti conoscono, non aiuta: lo dico con modestia e con il gusto di provocare un po’. L’art. 1 della convenzione del 20 ottobre 2000, apre così: “Ai fini della presente Convenzione:
a. “Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;”. All’art. 2 continua poi così: “Articolo 2 – Campo di applicazione.
Fatte salve le disposizioni dell’articolo 15, la presente Convenzione si applica a tutto il territorio delle Parti e riguarda gli spazi naturali, rurali, urbani e periurbani. Essa comprende i paesaggi terrestri, le acque interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, che i paesaggi della vita quotidiana e i paesaggi degradati.”
I profili critici di questa definizione sono stati evidenziati da autori enormemente più prepararti di me sul tema. Ne voglio ribadire, solo per esigenze di memoria, e per esigenze che poi attengono alla gestione pratica del paesaggio, solo alcuni: il paesaggio designa una determinata parte di territorio. Il punto è come definire, delimitare una parte. Dove finisce questa parte? Come è percepita dalle popolazioni? Quali? In che modo capiremo come sono percepiti? Il carattere di un paesaggio che cosa è? Già il tema del “carattere” in architettura ha preso molte nostre energie: definire oggi il carattere di un paesaggio è sfida intellettuale e culturale improba.
L’art. 2 aumenta ancora la difficoltà, poiché se tutto può essere paesaggio, tutto è paesaggio. E’ evidente dunque che c’è bisogno di una costruzione valoriale e di una governance specifica per l’attribuzione o il riconoscimento di detti valori.

Posso provare a definire il paesaggio per via negativa, cercando di eliminare le “incrostazioni” dal concetto. E io ne vedo 3.
a) Il paesaggio non è l’ambiente. Anche se vi è stato un notevole schiacciamento tra i due termini, direi che l’ambiente è base nuda, lo sfondo, la matrice (come direbbero gli ambientalisti), su cui il paesaggio si fonda.
b) Il paesaggio non è il territorio. Il territorio, luogo forse privilegiato dagli urbanisti è il dato asciutto: al massimo è il luogo dove prevedere, con sovrastimate capacità demiurgiche, la localizzazione di ferrovie, strade, case, scuole, campi.
c) Il paesaggio non è il panorama, soprattutto se vogliamo superare quella concezione “visibilistica” o solo visibilistica del paesaggio. È una relazione strana: ogni panorama è sicuramente un paesaggio. Non necessariamente il paesaggio è un panorama. Pensiamo per esempio a un paesaggio urbano, un paesaggio industriale, una grande radura nel bosco, per usare un’immagine cara ai filosofi.
Conoscete questa frase della scuola di palo Alto: “È impossibile non comunicare”. Tradotto nel nostro contesto vuol dire che è impossibile non essere in un paesaggio. il paesaggio è già un significato. Noi siamo sempre in un paesaggio, solo che non lo sappiamo dire.

2) 470 a.c. Il tuffatore di Pompei. È un’immagine molto nota. Vi sono state molte letture di questa immagine: il passaggio dalla vita alla morte, lo sguardo verso il futuro, il fatto che sia solo un tuffo. A me piace pensare che questo tuffo segni il passaggio culturale del mare visto prima come territorio e ora come paesaggio. Se infatti diciamo tutti che bisogna superare la concezione solo “visibilistica” del paesaggio a favore di una concezione più estetica (nel senso greco del termine: della percezione, dei sensi), beh allora credo che questa immagine sia emblematica. Il mare smette di essere l’elemento che fa paura e diventa un elemento di piacere. Vado al mare non solo per pescare (territorio), ma vado al mare per tuffarmi. Il mare non mi mette più paura: posso anzi avere il gusto di salire su una scala, un trampolino, per lanciarmi e lasciarmi avvolgere dalla sua freschezza, dalla sensazione di scivolare sull’acqua. Chi sa nuotare sa a cosa mi riferisco, a quella sensazione di essere uno con l’acqua, di essere nel flusso, di scivolare in un elemento amico.

3) 1339. Il buongoverno. Il paesaggio buono è bello. L’estetica contemporanea ha fatto saltare il collegamento tra ciò che è buono e ciò che è bello. Umberto Eco ha scritto l’elogia della bruttezza e la categoria del brutto è entrata nelle nostre discussioni come argomento piacevole di conversazione. Solo che la piacevolezza decade immediatamente se siamo immersi in un luogo brutto, e massimamente se quel luogo brutto si associa alla nostra sicurezza. Il brutto è bello (passatemi l’espressione), solo se è visto da lontano. Il deserto è bello solo se visto dall’aereo e non se sto morendo di sete mentre cerco una strada, un’orizzonte amico, un’oasi. L’inverso invece non è dato, anzi. Il paesaggio bello ci rende più buoni. Proverbio danese. Con il generale Benedetto parlavamo prima davanti al caffe. Quant’è bella la nebbia vista da montefalco! Quant’è brutta se ci rituffiamo dentro.

4) 1353. L’ascesa al Monte Ventoux di Petrarca. L’ascesa è un’ascesi. Scoprire il paesaggio è (anche) scoprire se stessi. Il paesaggio è quel luogo paradossale e contemporaneo di due movimenti apparentemente antinomici tra loro: uno verso l’esterno, verso l’orizzonte, un’estasi, e l’altro verso l’interno, un insight. Anche qui il rapporto con il territorio (dove vado a pascolare le capre, a tagliare la legna), è diventato un rapporto di altro tipo. Io vado sulla montagna per sentirmi uno con la montagna. O per sentirmi diverso da tutto quello che vedo, o immagino, nella valle. Direi che l’ascesa del Petrarca è il racconto del tuffatore, o meglio del nuotatore.

5) 1837. Leopardi. «Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura»
Leopardi

6) il 1969 è un anno fantastico per il paesaggio. Il 21 luglio 1969 Il nuovo paesaggio è tutta la terra. Lo era già stato con la prima fotografia dall’orbita lunare di Apollo 8 verso la Terra. Ma ancora di più con lo sbarco sulla Luna è la Terra che diventa il nostro paesaggio. La Terra intera diventa un unico paesaggio. Così come la Luna. In un unico momento abbiamo due paesaggi folgoranti e forse ce ne rendiamo conto solo dopo.

7) Il 29 ottobre 1969 due computer si scambiano un messaggio, o meglio due uomini si mandano un messaggio attraverso due computer. Nasce il web, di fatto. Non sembri una banalità, ma la rete fa nascere un nuovo paesaggio, perché del paesaggio riesce ad eliminare il dato territoriale: la distanza. Il paesaggio fino ad allora condivideva con il territorio un parametro di riferimento geografico vorrei dire, un parametro comune, un parametro “simmetrico” avrebbe detto Aristotele: la distanza. La rete fa saltare questo rapporto e la Terra è diventata velocissima. Uno dei parametri che faceva accomunare paesaggio e ambiente, paesaggio e territorio, è la distanza, la distanza fisica. Che qui tende a scomparire, a farsi incommensurabile.

8) 1992. Il metaverso. Il prossimo paesaggio è quello del metaverso. Il metaverso, poliverso ecc. fa saltare anche altri parametri che sono quelli della realtà della visione e della percezione. Chi ha provato gli occhiali e le applicazioni di realtà aumentata o di realtà virtuale sa che cosa si prova. La sensazione fisica di essere in un mondo reale, altrettanto reale è fortissima. E siamo solo agli inizi. È sicuro che nel futuro prossimo, immediato avremo un ampliamento protesico, o endoprotesico, delle nostre percezioni. Ma quali categorie estetiche possiamo applicare a questo mondo? Sono ancora valide? Ne dobbiamo trovare delle altre?

9) Creare spazio. La frontiera culturale che ci attende è quella di creare spazio. Anche se potessimo immediatamente diventare tutti virtuosi, oramai ci dicono che abbiamo già consumato il nostro pianeta. Io non sono un fanatico di questo dogma del consumo di suolo, dato che va sempre ben temperato, altrimenti si rischia di fare confusione. Abbiamo consumato spazio in Italia, ma negli ultimi 20 anni sono cresciuti anche i boschi. I boschi sono luoghi molto più naturali dell’agricoltura. Oggi l’agricoltura intensiva è un’officina, una grande officina, i cui salariati hanno le radici nel campo. Detto ciò, noi non possiamo fare altro che creare nuovo suolo, nuovo territorio, perché non è riducendo di qualche ettaro i nostri piani regolatori che salveremo il pianeta. Il nuovo suolo è dato dalle vertical farm, dal coltivare il mare, dal creare proteine di sintesi, da coltivare nello spazio, dal colonizzare satelliti e altri pianeti. Dico questo non perché mi faccia particolarmente piacere, ma perché i nostri amici ambientalisti mi dicono che siamo già in ritardo.

10) E l’architettura? I nodi tra architettura e paesaggio sono molteplici. Tuttavia oggi voglio usare il paesaggio per ragionare sulla differenza tra progetto e restauro. Se quello che dice Leopardi è vero, se quello che dice la Convenzione del Paesaggio è vero, se si assume un’ottica attenta al paesaggio, la differenza tra il progetto del nuovo e il recupero dell’esistente tende a scomparire. Non c’è mai un nuovo progetto: il foglio non è mai bianco. Qualche anno fa, quando insegnavo all’università, mi capitavano studenti che dicevano di aver il blocco del foglio bianco. Innanzi tutto il foglio è bianco perché non hai una teoria. E il foglio bianco in sé non suggerisce nulla, anche se continui a guardarlo per molto tempo. E la prima teoria dovrebbe essere questa: che è impossibile non essere in un luogo, in un paesaggio. Noi siamo sempre in un paesaggio, e la costruzione della nostra nuova villa (il sogno di ogni architetto), non è altro che il restauro di una costruzione più ampia che si chiama luogo: paesaggio, appunto. Siamo a Montefalco: pensiamo per un attimo di dover intervenire sul “Fungo”. Si tratterebbe di sola architettura? O non invece di paesaggio? E nel momento in cui lo si è costruito, si è costruito solo un nuovo oggetto architettonico, o si è modificato (significativamente), sul paesaggio? Ovviamente uso qui la parola restauro in un’accezione che è impropria: solo per contrapporla al progetto ex-novo. E se non c’è un paesaggio, che per me è sempre una costruzione intellettuale e quindi simile concettualmente all’architettura, c’è almeno un territorio, un ambiente: il sole, i venti dominanti, l’esposizione, l’umidità, ecc. C’è sempre qualcosa da cui partire. C’è sempre troppo da cui partire: la realtà è spesso sovrabbondante, per chi sa guardare. La difficoltà è semmai nello scegliere la giusta partenza, la giusta distanza.

* Traccia dell’intervento tenuto a Montefalco il 25 novembre 2022, invitato da Fondazione Sorella Natura

E27(2)

“[….] una rete di mobilità dolce [….]”
Bisogna tornare a nominare le cose come sono, che è un grande sforzo di umiltà e di realtà. Per mobilità dolce si intende un percorso per biciclette e altri mezzi? I marciapiedi sono già mobilità dolce? I percorsi per le biciclette devono essere necessariamente asfaltate? Devono essere necessariamente delle piste da corsa? Perché ricordo che la bicicletta è un mezzo previsto dal codice della strada che dovrebbe andare sulla strada. Perché questi percorsi non possono farsi con del semplice ghiaino (permeabile, tra l’altro)?

“[….] un tessuto continuo di prati e campi incolti [….]”
I campi incolti sono il segno della disfatta di un’iniziativa economica: non sono lì per fare da connettore ecologico tra altri prati e giardini. Per il semplice motivo che nessuno paga l’agricoltore per realizzare dei connettori ecologici. Se si vogliono dei connettori di questo tipo, se la collettività ritiene che questi connettori siano un valore fondamentale, la stessa collettività deve essere in grado di pagare per questo valore. Così come i prati. I prati sono tali perché sono destinati al pascolo o allo sfalcio, e non alla composizione estetizzante di patchwork visibili dall’alto di una terrazza (naturale o meno).

“[….] un parco multifunzionale [….]”
Che cos’è un parco multifunzionale? A cosa potrebbe formalmente rassomigliare se non alla città dispersa che tutti (apparentemente) disprezzano? Un parco è un ambito piuttosto esteso dove la matrice predominante è rappresentata da spazio agricolo (che oggi è tutto meno che naturale). E in questa matrice abbiamo una punteggiatura di casolari e agriturismi. E da un punto di vista formale vorrei capire che cosa cambia tra un agriturismo e uno studio dentistico o ambulatoriale, tra un casolare con le stalle e una piccola officina per riparare trattori o macchine o biciclette. E se non c’è una grande differenza, come immagino, bisogna accettare che in fondo questa città dispersa in Umbria, in Italia, non è tutta da disprezzare. Se non è multifunzionale è spazio rurale, come l’abbiamo sempre conosciuto e vissuto.

Paesaggio incontaminato

Esiste una differenza tra il paesaggio stellato e le colline umbre? E qual è la differenza tra una stella cadente e la foto delle particelle sub-atomiche?
A me sembra che il cielo stellato rappresenti la prima dimensione  iper-estetica (contemplativa), del paesaggio.  I primi uomini hanno guardato le stelle con un sentimento di stupore, forse di paura. E sicuramente con un senso di impotenza. Rispetto alla realtà che ha intorno a sé l’uomo stabilisce subito una distinzione tra ciò su cui ha potere e ciò su cui non ha potere. E tra ciò che ha potere su di lui e ciò che non ha potere: tra ciò che influisce con la nostra vita e ciò che non influisce. Il sole è un astro: noi non possiamo niente su di esso ma lui si di noi ha molto potere. Il nostro sguardo è da subito non più innocente. Ma le stelle sono tutte innocenti. Non avevano senso per noi, non influiscono sulla nostra vita. Sono dunque elemento meramente estetico, nel senso più soggettivo del termine. Le nuvole hanno influssi diretti su di noi, con la pioggia, la grandine la neve, l’ombra. Le stelle sono lontane. L’unico esercizio possibile è dargli un senso propiziatorio. La dimensione iper-estetica è insomma questa lontananza, questa impossibilità a trasformare l’oggetto in un oggetto di progetto. Le stelle si pongono allora come primo paesaggio iper-estetico. Per i romantici o gli integralisti dell’ambiente, forse le stelle sono l’unico (ancora per poco) paesaggio incontaminato.
Desiderare. Sembra che nel linguaggio degli auguri significasse “notare la mancanza di stelle”. E cioè delle costellazioni necessarie per trarre gli auspici. Quindi sentire la mancanza di qualcosa.
Galimberti, al Festival della Filovia del 2003 dice che “l’etimologia della parola desiderio ci rimanda al De Bello Gallico. I desiderantes erano i soldati che stavano sotto le stelle a aspettare quelli che dopo aver combattuto durante il giorno, non erano ancora tornati. Da qui il significato del verbo desiderare: stare sotto le stelle ad aspettare”.
La dimensione estetica è invece  quella che riesce a portare l’oggetto dal campo della astrazione a quello della potenza e che riesce a pensare a un progetto su di esso. La dimensione estetica carica di senso l’oggetto e lo rende disponibile alla conoscenza. La dimensione estetica riesce a stabilire dei valori e a evitare che sia tutto territorio. La dimensione estetica del paesaggio rende possibile l’idea di disegno per un territorio. Uso consapevolmente la parola “disegno” e non “progetto” per marcare una differenza: si progetta una vacanza, si progetta una fuga: non si disegna una vacanza, non si disegna una fuga. La parola disegno introduce una componente in più rispetto alla prosa del progetto. La dimensione estetica sottrae al mondo la visione solo territoriale e la qualifica come paesaggistica. Mentre infatti l’uomo guarda al paesaggio che ha intorno a sé come territorio (si dice territorio di conquista e non paesaggio di conquista), è solo la dimensione estetica che riesce a integrare la lettura prosaica, “territoriale”, del paesaggio con quella semantica, con quella significativa, con una lettura di progetto.
Lo sbarco sulla Luna ha comportato allora due cose, tra le altre.
La prima, aver acquistato una conoscenza della Terra come paesaggio intero in sé. Quando Apollo 11 torna dalla Luna, o meglio ancora quando Armstrong guarda la Terra dalla Luna, la fa diventare oggetto di paesaggio. La Terra intera diventa paesaggio.  Ne discende che è la finalità dello studio a determinare quale sia l’ambito geografico da considerare per definire una Unità di Paesaggio (operativa). La porzione delimitata di territorio della CEP diventa IL problema: problema di pertinenza, problema di scala.
La seconda conseguenza è che lo sbarco sulla Luna ha ampliato i confini dell’Uomo e ha reso il firmamento un vero e proprio territorio. Da paesaggio iper-estetico le stelle sono diventate territorio (anche di conquista). Posso fare dei disegni su di esse: posso immaginare dei viaggi, delle modifiche, dei ritorni …
Le stelle cadenti mi hanno sempre fatto pensare, per una sorta di simmetria adimensionale, alle foto di collisioni di particelle sub-atomiche. C’è differenza tra i due fenomeni, a parte l’essere l’una (per noi), una rappresentazione e l’altra no? Dico che la rappresentazione è solo per noi perché magari qualche scienziato ha la possibilità reale di vedere questo fenomeno. E quindi è solo per noi che esso si dà per rappresentazione.
L’altra differenza è forse quella che in un caso noi la produciamo e nell’altra no. Ma anche questa differenza sembra sfumare. Infatti e probabilmente, queste collisioni accadono continuamente nel mondo e siamo forse noi incapaci di vederle.  Riusciamo a vedere solo quelle che riusciamo a produrre.
Andando di questo passo, insomma, anche il mondo sub-atomico sembra avviarsi ad essere paesaggio.
Il che porta a un’ultima domanda, per ora: esiste qualcosa che non sia paesaggio?
Così come siamo sempre, da sempre, immersi in una lingua, così siamo sempre, da sempre, immersi in un paesaggio. Non è possibile uscire dal paesaggio. Da questo punto di vista noi non siamo NEL paesaggio: noi siamo (anche) IL paesaggio.

Sul Paesaggio

Grazie agli organizzatori per questa bella giornata di approfondimento. *

A me è stato chiesto di prospettare qualche idea innovativa, brillante, intelligente, su come valorizzare il paesaggio, in 15 minuti, possibilmente 12. Ma vista l’importanza del tema, se avessi avuto idee così brillanti, nuove e trasmissibili in 15 minuti mi sarei candidato anch’io come sindaco. Battuta a parte, il taglio  sarà quindi molto essenziale e forse a tratti anche grossolano.
Ho trovato tre temi che ho riassunto in tre grandi frasi. Non credo di riuscire a svilupparli tutti, quindi qualcuno rimarrà solo come un sasso lanciato nello stagno.
Le frasi sono queste:
La Grande Bellezza
Valorizzare senza conoscere.
Valorizzare sì, ma non il paesaggio

La Grande Bellezza
Incrementare il valore di un  paesaggio è semplice: basta fare cose belle e togliere cose brutte. E’ semplicistico, è naif, ma già qui capite che si apre un abisso di senso, una voragine di convegni, dibattiti, pubblicazioni, ecc. Il richiamo all’attualità (la Grande Bellezza) implica che si possa fare una distinzione tra più gradi di bellezza. Il problema è sempre quello, noto, di come sezionare un continuo, di come si possa valutare un qualcosa di molto concreto e anche allo stesso tempo di molto fluido sfuggente (il tempo, la suono, una curva …). Per praticare questa distinzione ci sono due domande formidabili a cui bisogna saper rispondere. O almeno tentare di rispondere. La prima: come si fa a distinguere il bello dal brutto. La seconda: chi è autorizzato a fare questa distinzione. Chi è autorizzato sia in termini di autorevolezza che in termini di autorità. Capite da soli che la faccenda si complica sempre di più e che trascinano sé molte altre domande, quali ad esempio: noi non siamo più capaci di produrre il bello? O non siamo più capaci di riconoscerlo, di giudicarlo?
E vi faccio subito capire come sia difficile riconoscere la realtà è accettare alcune conseguenze.
1 2823166240_9443ef392b_b

_DSC8423

3 5119882379_3be73b8a00_b

Amalfi

Mentre sulle prime tre vedo un giudizio quasi unanime, sulla quarta qualcuno di voi comincia già ad avere qualche tentazione, qualche dubbio, qualche pausa.

Per togliervi d’impaccio vi faccio vedere come si può rovinare una collina intera, nel centro Italia, con una lottizzazione di centinaia di migliaia di metri cubi, perpetrata scientemente nel tempo, in sfregio alla VAS e alla VIA, realizzando edifici senza fare caso a zone urbanistiche, mischiando edifici specialistici a residenze, intervenendo più volte sugli stessi edifici, e così via.

Questa è la collina prima dell’intervento dell’Uomo ….

5 A 1

E questa è la collina dopo l’intervento dell’Uomo.

6 A 2

È una trappola? Una provocazione? Solo in parte. Solo in parte perché io non so se oggi saremmo in grado di valutare serenamente una cosa simile, e soprattutto quel piccolo edificio in primo piano e se avremmo il coraggio di approvarlo in tutte le sedi competenti: Commissione edilizia, Comune, Regione, Soprintendenza, ecc.
Perché se non abbiamo il coraggio, noi ci precludiamo automaticamente il fatto che in futuro potremo avere cose simili. Inutile provare a pensare di fare cose simili, insomma. Bisogna allora guardarsi e dirsi che soffriamo di una sorta di complesso di Edipo architettonico collettivo e generale che ci impedisce di fare cose altrettanto belle. Bisogna guardarsi e dirsi che oggi abbiamo raggiunto il massimo, il climax, come civiltà come cultura, in termini di paesaggio, e che è impossibile aggiungere altro a questo paesaggio. Perché se non ce lo diciamo stiamo mentendo a noi stessi e stiamo mentendo ai nostri figli.
Nel caso della Basilica di Assisi è forse semplice dire che non saremo più in grado. Ma sull’esempio che segue è più difficile.

Casa Malaparte8 Malap

 

 

 

 

E’ una casa deliziosa di Adalberto Libera per lo scrittore Curzio Malaparte fatta a Capri. E’ una casa che vorrei aver fatto. Ma se oggi penso di fare una cosa così il grande occhio orwelliano della Soprintendenza invia subito un elicottero con la SWAT e una camicia di forza. Ma qui non parliamo di cose fatte nel 1230 ma nel 1930: ieri, in termini di paesaggio.

Ancora. Se è impossibile aggiungere e se vogliamo comunque migliorare il paesaggio l’unica strada è “per via di togliere”, come avrebbe detto Michelangelo.
Ma anche togliere si rivela subito irto di difficoltà. Togliere a chi? Per ridare a chi, eventualmente? Togliere con quali strumenti? Con l’esproprio? Con le casse attuali dei comuni? Con strumenti negoziali? Negoziando cosa, oggi? E, punto fondamentale: togliere cosa?
Perché alla fine il problema principale, quello del giudizio, quello della comparazione Albertiana, quello intorno al quale stiamo girando, quello del giudizio sulla Bellezza, rimane integro e inviolato. E invece il punto è lì.
Per cercare di evitare il punto molti colleghi architetti, naturalisti, agronomi, hanno fatto assumere al paesaggio, nel tempo, una vocazione sempre più naturalistica, sempre più ambientalistica, sempre più ecologica. Il paesaggio è stato confuso con il territorio. Il paesaggio è diventato un fornitore di servizi ecologici, che mi sembra una delle più brutte definizioni che si possano dare del paesaggio, in special modo del paesaggio assisiate, del paesaggio umbro toscano, del paesaggio italiano, infine. Perché non dobbiamo dimenticarci che il paesaggio è una nostra invenzione. Se puntiamo il compasso su Perugia con un raggio di 100 km in linea d’aria c’è tutto quello che abbiamo donato alla cultura occidentale in termini di paesaggio: da Giotto a Piero della Francesca, Urbino, il Perugino, Benzolo Gozzoli, Siena, … Ma l’abbiamo dimenticato. Si è voluta marginalizzare la componente estetica del paesaggio. Paradossalmente, tra l’altro, poiché se ammiriamo Assisi, oggi, se ammiriamo la Roma della Grande Bellezza è grazie alla componente estetica e non per i servizi ecosistemici, non per la biodiversità.
E, ancora più importante per noi, si è costruito un discorso disciplinare, scientifico,  sul paesaggio, tutto incentrato sugli indicatori: indicatori di stato, indicatori di pressione, indicatori di risultato, indicatori di risposta. Perché questo?
Primo, perché questo è legittimamente un modo scientifico corretto di avvicinarsi a un fenomeno.
Secondo, anche perché ciò consente di differire, di attenuare la responsabilità culturale, politica, sociale e, in ultima istanza, culturale, della decisione. Se riesco a sezionare quel continuo, se riesco a linearizzare il problema, se riesco a avere delle misurazioni scientifiche, la mia decisione è psicologicamente più semplice, socialmente più facile da far transitare in ogni sede.
Ma questo tentativo riduzionistico sul paesaggio riesce molto male. Il paesaggio infatti integra una dimensione estetica che è impossibile espungere, rifiutare, ignorare. Questa dimensione è impossibile da cogliere con indicatori scientifici. Se il paesaggio integra una componente estetica come ritengo, esso è assimibilabile, per certi aspetti a un’opera d’arte. Come la Divina Commedia o la Flagellazione di Piero. Ma se ancora non siamo riusciti a definire degli  indicatori per stabilire la bellezza della Divina Commedia o della Terza Sinfonia di Brahms forse c’è un motivo. E il motivo è che è molto difficile farlo.
Insomma, di fronte alla bellezza siamo tutti un po’ nudi.
Alla bellezza ci si arrende, quando la si incontra. Come la piratessa  si arrende all’ammiraglio Kwu Lang nel film Cantando dietro i paraventi di Ermanno Olmi.
La bellezza richiede responsabilità, innanzi tutto: bisogna avere il coraggio di giudicare di valutare, di soppesare, la bellezza. Non c’è nessuna rete a salvarci, nessun Piano B, nessun indicatore a cui delegare il compito. La bellezza va difesa. Ognuno deve sentire in sé questa necessità.
Questa componente soggettiva della bellezza ha però bisogno di un riconoscimento sociale, intersoggettivo, di un convenire, per diventare cultura condivisa.
Dobbiamo convenire su alcune cose, sul valore di alcune cose e dobbiamo farlo insieme, spostando la decisione su una nuova architettura istituzionale. Non possiamo più demandare al tiranno, al principe illuminato la scelta, né al dittatore.
Attenzione: non sono un fanatico della partecipazione. Spesso i miei colleghi architetti declinano questa partecipazione in forma di  abdicazione. La partecipazione “dal basso”, sic et simpliciter,  non porta sempre a buoni risultati. Se volete, visto che siamo a Assisi, mi concedo un esempio blasfemo, Ponzio Pilato ha fatto un grande esercizio di partecipazione dal basso, e abbiamo visto come è andato a finire. Occorre dunque una partecipazione “ben temperata”, per evitare di accontentare l’ottica di breve periodo che generalmente contraddistingue la massa. Ben temperata da organismi in cui ci siano persone di alto profilo culturale.

Alla necessità di modificare  la governance necessaria all’oggetto paesaggio arrivo anche da un’altra parte.
Probabilmente molti di voi conoscono la definizione di paesaggio  data dalla Convenzione Europea del Paesaggio firmata da vari stati europei e ratificata dall’Italia nel 2006: “Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;”
La definizione dice ovviamente delle cose culturalmente importanti, così come molto interessante è il preambolo della CEP, mai citata.
Una “determinata parte del territorio” non coincide con i confini amministrativi del singolo Comune. Una banalità, forse. Ma la conseguenza che ne  discende lo è forse meno: le azioni che si fanno sul paesaggio non possono essere fatte da un singolo Comune, nell’ambito del dominio operativo e concettuale di un singolo Comune. O possono essere fatte, ma in maniera molto parziale. Ecco dunque l’esigenza di creare e coordinare nuove forme di governo, di governance, adeguate all’oggetto che si intende governare. Questa necessità di scardinare la governance appiattita sui confini amministrativi è stata sempre sentita e si sono provate altre forme. Da ultimo siamo approdati ai Piani Strategici, e oggi ai Contratti di Fiume e i Contratti di Paesaggio.
Questi contratti si fondano su accordi tra pubbliche amministrazioni, ai sensi di un certo articolo del testo unico degli enti locali che non vi sto a raccontare. Sono accordi volontari. Non hanno in genere garanzie sugli impegni che si prendono. Né hanno scadenze perentorie o penali di qualunque tipo. Non prevedono clausole in caso di rescissione del contratto. Sono dunque impegni politici, programmatici. Producono generalmente degli ottimi risultati in termini di conoscenza cosiddetta “dal basso” e in termini di partecipazione (Quadri conoscitivi, Mappe di Comunità, ecc.). Devono poi essere declinati in progetti operativi e qui incontrano sempre tipicamente dei problemi: soldi e procedure. Devono tradursi in istruttorie, pareri, varianti al PRG, procedimenti amministrativi, bandi a evidenza pubblica, ecc. E qui mi sembra che mostrino una battuta d’arresto. Mi sembra che manchi l’anello finale e conclusivo a questi strumenti.

Se vogliamo continuare a usare questi strumenti, anche per provare a scardinare i limiti dei singoli Comuni, i Contratti di Paesaggio dovrebbero forse trovare una formalizzazione giuridica più stringente, con degli effetti operativi. Mi chiedo se queste forme di Contratto non possano accogliere queste proposte:
Comprendere al tavolo istituzionale e tecnico la Soprintendenza. Oggi la Soprintendenza è il convitato di pietra. Ma essa è ineludibile. Io ritengo che negli anni passati abbia svolto un buon lavoro di tutela, spesso, di argine. Inutile fare battute da Bar Sport. In Soprintendenza lavorano poche persone che si impegnano con grande spirito e con grande passione. Altrettanto spesso si è arroccata su posizioni indifendibili, e qui c’ è poco da fare. E’ comunque, in un momento in cui tutto si sgretola, un’istituzione con una sua solidità. Con essa bisogna concertare il discorso sul paesaggio. Escluderla mi sembra un errore di strategia.
Darsi dei tempi perentori entro cui arrivare a un quadro conoscitivo non ridondante e darsi dei tempi per arrivare a un progetto, a un risultato.
La VAS dovrebbe essere fatta a questo punto sul Contratto di Paesaggio, senza scaricare sui singoli Comuni singole e defatiganti procedure.
Il Contratto dovrebbe essere approfondito fino ai progetti definitivi. O a un livello tale da consentire l’espressione dei pareri urbanistici e paesaggistici.
Il progetto dovrebbe avere la forza dell’Accordo di Programma ex art. 34 TUEL e consentire contemporaneamente varianti al PRG. In modo da poter essere subito operativo.

Come potete constatare, ho finito il mio tempo a disposizione, e quindi mi fermo qui.

* Traccia di un intervento fatto in seno all’incontro Assisi e La Grande Bellezza, tenutosi a Assisi il 1° giugno 2016