31 dicembre 1985

Avevo cucinato funghi champignons (la cosa mi fa sempre ridere: a me, a cui è rimasta un po’ di Francia addosso, sembra di dire funghi funghi), carote e panna. Poi una bottiglia di spumante, un po’ di pandoro e l’ananas. Avevo guardato Blob (una trasmissione cinica dell’epoca), e poi mi ero goduto il film Cotton Club. Infine avevo preso l’Alfasud ed ero andato in alto, sotto al ripetitore di Monte Martano, a circa 1000 m di quota. Il militare di leva, dall’interno della garitta, mi guardava con sospetto, e lo posso capire. Comincia a nevicare: ci speravo fortissimamente. Nevica. Compone (da noi si dice così quando la neve adagia il suo mantello a terra). Fiocchi grandi e pesanti che diventavano gialli e poi tornano bianchi, illuminati prima, in alto, dai lampioni arancioni della zona militare e poi dai fanali della macchina, che ogni tanto metto in moto per non restare troppo al freddo. E, confesso, per godermi lo spettacolo.
Avevo portato due o tre cassette di Lucio Battisti e le facevo inghiottire, scegliendo un po’ i lati A o B, dall’impianto “Marantz” dell’Alfasud.
Era il Capodanno successivo all’anno di leva, che avevo passato tra l’Ospedale Militare nel complesso di Santa Giuliana a Perugia, la caserma di Orvieto e casa. L’anno era servito: mi ricordo di uno strano senso di maturità, di potenza, di cose da fare. Riprendere a studiare, per esempio. Il servizio militare era stato deleterio, da questo punto di vista, e non avevo superato alcun esame. Anzi, avevo archiviato la mia richiesta di iscrizione a Roma (“Rinuncia agli studi” era stata la formula corretta per tornare in fretta in possesso del diploma), e mi ero re-iscritto, ex-novo, a Firenze. E come guadagnare allo stesso tempo un po’ di soldi, senza pesare sulla famiglia? Continuare a scrivere i miei “Zibaldini”, i miei diari? Perché? Continuare a leggere Krishnamurti, la cui critica mi assorbiva molte energie, poco meno di quelle che liberava? E che fare con miei amori impossibili? Smettere di pensare a R., ormai nelle braccia di un altro; azzardare con E., fidanzata, ma che sento “tentennare”; rispondere a M., che mi ha scritto lettere piene di fiori nell’anno del militare; chiedere a C. il significato del suo sorriso e del suo “ho capito che sei un amico” …?
Penserò a tutto questo, comunque, il 2 gennaio 1986. Oggi, cioè la fine dell’anno 1985, voglio pensare a me.
Guardo il volo scomposto di queste morbide e bianche farfalle che vogliono atterrare. Sono farfalle che volano solo all’ingiù, farfalle a cui solo la gravità dà una direzione. Cerco di individuarne una e di seguirla fino in fondo, ma è impossibile: si perde si nasconde si confonde tra le altre, innumerevoli, che continuano a scendere. Con la macchina spenta, e ammutolito anche Battisti, mi sembra quasi di sentire il rumore dei fiocchi che si posano uno sull’altro e che coprono in fretta il parabrezza. Fa’ freddo. “Pensare a me” senza pensare ad altro diventa una paradossale prigione: una formula retorica, un girare a vuoto, senza senso. “Bru’: torniamo giù”, mi dico.

Nebbia

A Spoleto da ragazzini giocavamo al pallone sul campo in asfalto di Santa Rita, la nostra parrocchia, fin quando la nebbia avvolgeva tutto: le porte, gli spalti in cemento, i pochi lampioni che illuminavano il parcheggio, la sacrestia, gli alloggi dei preti. Il segnale era il centro di quello spazio non più grande di un campo da tennis: se non si vedeva il pallone, posto sul centrocampo, bisognava smettere. Per “impraticabilità”, come ci dicevamo, fingendo di sentirci già in Serie A. Chiudevamo il pomeriggio con le ultime sfide “ai rigori” (il pallone era più vicino). Gli ultimi ad andarsene eravamo sempre noi: Patrizio, Pompilio, Carlo, io. Ci faceva sentire diversi, fortunati, forti. Tornavamo al bar, che era un po’ la nostra casa, rossi in viso e sulle gambe scoperte, a causa dei calzoncini ancora corti. Qualche cliente ci guardava, un po’ spiazzato dalla nostra comparsa, colorita e vociante, e sicuramente faceva dei commenti non sempre favorevoli indirizzati a zia Natalina e a nonna. Penso che loro se ne infischiassero bellamente: eravamo giovani, in buona salute: un po’ di freddo alle gambe non ci avrebbe ucciso di certo.
In campagna, anni dopo, quando la nebbia stazionava, e quando vi era un momento libero senza lavori urgenti da fare, mi piaceva camminare e fare il giro della “Cerquagrossa”. La nebbia intensa sembrava una rugiada fuori tempo e si formavano gocce di acqua sulle foglie dei rovi, dei biancospini, degli olmi campestri, ormai nudi, e poi sull’equiseto, sulla gramigna, tutti a costeggiare le ripe delle strade. Le querce tenevano invece ancora strette le loro foglie, e solo le tramontane di febbraio-marzo avrebbero scompigliato le loro foglie, ormai imbrunite e accartocciate. Facevo questa sorta di “giro di ronda” soprattutto alla fine del pomeriggio, quando la luce grigia e morbida diventava sempre più grigia, sempre più fosca.
Mi piace molto la nebbia, questo dispositivo di rallentamento, di umiltà. Le cose sono sempre lì. Sei tu che devi andare da loro. Devi vedere meglio. Devi capire meglio. Devi fare un altro passo, e sentirlo: sentire il rumore della scarpa sulla terra, sentire le goccioline sul viso, sentire il freddo sulle mani, vedere il tuo soffio caldo che esce e che si perde davanti a te. La nebbia è come l’alcol, che sembra appunto renderti meno lucido, ma che in realtà toglie un velo ai tuoi pensieri, alle tue parole. L’alcol è un buon viatico quando decidi di estraniarti per un po’, di mandare fuori fuoco la (falsa) realtà, per gustarti da solo un momento, per farti coraggio, per dichiarare il tuo amore a quella donna. Mandare fuori fuoco la falsa realtà per ritrovare la vera realtà, quella che è dentro, che è stata sempre dentro, che ha bisogno di essere ripescata.
La nebbia acuisce la vista, il pensiero, i sensi: l’udito, l’odorato. La nebbia amplifica, e devi apprezzare le piccole differenze. Espande il tuo mondo, che diventa paradossalmente di qualche decina di metri. Oltre c’è l’ignoto. O meglio c’è il noto, che aspetta solo di essere riconquistato. Quella quercia è ancora lì, e quando ti vede dice tra sé e sé: “Eccolo, è tornato.”

Il tiglio

Il tiglio arrivò tardi a casa. Ora ce ne sono due, tra la casa e la siepe di alloro, che oggi è gigante. Non so perché zia o nonna non pensarono a piantarlo. Ma è un albero che mi è sempre piaciuto tanto. Così profumato, così dolce nelle sere di maggio. E’ un albero che non vive molto. Direi che è un albero delicato. Verso novembre le foglie diventano di un bel giallo luminoso e cadono quasi tutte insieme. Le foglie sono fragili, sottili, e quindi non possono resistere al freddo. Se capita di passare in un gran bel viale, punteggiato da molti tigli, lo spettacolo aureo è assicurato. Certo: l’Unter den Linden è impressionante, ma ecco, c’è un luogo particolare a Spoleto, nel tratto che va da Via Filitteria al Duomo, che è pieno di magia. Una magia di proporzioni, di materiali, di cromìe, di piccoli accidenti (un grande muro di sostegno, una fontana, un muretto basso, le scale laterali), di microclima. E’ uno slargo di pochi metri, con una forte pendenza e un terrazzamento. Vi sono 3 tigli. Nelle sere di maggio, quando cominciano a schiudersi i fiori, vi è un odore dolcissimo, che arriva quasi alle punte del gelsomino. Vedere i frutti scendere a terra, appesi ai loro “elicotteri”, è sempre uno spettacolo che fa tornare bambini. Siccome è uno slargo racchiuso tra palazzi, il vento è sempre mitigato, e quindi i frutti si depositano ai piedi degli alberi. Poi, in autunno, a fine giornata, lì si danno appuntamento centinaia di passeri e fanno un gran vociare. C’è un bellissimo tramonto sul finire dell’estate, ed è bello andarci proprio in quel momento, per gustare tutta la dolcezza, la languidezza, la lussuria di quella luce aranciata che rimbalza sulle facciate dei grandi palazzi a monte. Bisogna prendersi del tempo e sedersi sul muretto di mattoni del terrazzamento. E aspettare senza aspettarsi nulla: qualcosa succede sempre quando il tempo è sospeso.

Un filo d’erba fortissimo


Tutto quello che è venuto dopo aver trebbiato il grano è stato orpello, decorazione. Fuori da quel campo di calcetto, da quella strada, non siamo nulla. Fuori da quel campo d’avena sativa non siamo che evanescenze. Quello che siamo ora era già lì, in nuce. Chi era stronzo allora è rimasto stronzo. Certo: migliorato, civilizzato, incravattato, ma sempre stronzo.
Ormai sbaglio pochissime volte. Guardo negli occhi delle persone e vedo il loro passato le loro paure, le loro esitazioni, i loro sostegni … Vedo e capisco che non passavano i compiti in classe, non marinavano la scuola, che si innamoravano distrattamente, come una cosa che bisogna fare: senza passione, senza sofferenza.
Sto perdendo tempo: dovrei solo tornare lassù a falciare il fieno, a innaffiare le fragole, a tagliare la legna nel bosco. E invece sto ancora qui a sentire questo fantasma che vuole insegnarmi l’urbanistica concertata “dal basso” (che se fosse una cosa musicale avrebbe perlomeno un altro appeal …). Gente a cui tutto è arrivato, ma che non ha ereditato nulla, che non ha mai riconquistato nulla.
Siamo cresciuti facendoci credere che essere avvocato, ingegnere, imprenditore, fosse importante. Ma non era vero: tutte finzioni, tutte medaglie di latta. Tutti fantasmi. A volte questo senso di irrealtà mi prende così forte che devo fare uno sforzo di ri-piombatura, di zavorramento.
Quello che contava, quello che conta, è essere innamorati, avere le mani sporche di terra, la schiena bruciata dal sole.

Vallice 1

Tra i posti che ho amato moltissimo c’era Vallice.
Vallice era un luogo magico, frutto di un’intuizione fantastica di un uomo buono: Amerigo C. Aveva comprato questa piccola casa tra le colline che dividono Spoleto da Terni, in prossimità di Giuncano, e nell’insenatura più profonda aveva realizzato uno sbarramento e dunque si era formato un laghetto. Acqua purissima e freschissima, che confluiva dai campi e dai boschi lì intorno.
A Vallice ho fatto il bagno l’8 aprile del 1985. Era il Lunedì di Pasqua. Giornate bellissime. Ho preso l’Alfasud verso le 11: vi ho caricato le pinne la maschera un tubo di gomma lungo circa 5 m un po’ di filo di ferro dolce, un paio di pinze.
Sono andato a Vallice. Non c’era nessuno. Ho trovato un ramo piuttosto grande già segato. Ho legato il tubo di 5 m al ramo da una parte e l’altra estremità del tubo al boccaglio della maschera. Ho buttato tutto il sistema in acqua, mi sono seduto ho messo le pinne e mi sono tuffato. L’acqua era gelata e per un momento ho pensato che avevo fatto una cazzata gigantesca. L’acqua era talmente fredda che mi sembrava che il petto non riuscisse fisicamente ad ampliarsi e quindi ospitare l’aria. Non so come, ma ho superato questo momento e ho cominciato a nuotare sottacqua con qualche difficoltà, poiché comunque il corpo tendeva a tornare su e quindi dovevo sempre puntare con la testa verso il basso. L’inerzia del tronco era molto più alta della mia battuta di gambe e quindi il boccaglio tendeva a storcersi e fare entrare l’acqua. Quindi una volta sono dovuto risalire rimettermi maschera e boccaglio un po’ più correttamente e poi sono partito di nuovo sotto questa volta muovendomi più piano verso il fondo, sui 4 5 m di profondità Un paesaggio un po’ deludente fatto di pini e roverelle abbattute dal bulldozer e ormai completamente sommerse dall’acqua. Un fondale che era tutta l’argilla che era lì intorno. Quindi verde di qualche alga e grigio chiaro della terra. In ogni caso ho fatto un bel giretto. Quando sono tornato su ero bianco su tutto il corpo. Mi sono sdraiato sulla spiaggetta di argilla dopo essermi asciugato con l’asciugamano. Poco dopo sono diventato rosso e ho cominciato a sudare ovunque: dal petto, dalla schiena, dalle cosce, dalle braccia, dal viso. E’ durato una decina di minuti. Mi sono rimesso la camicia leggera i pantaloni e sono andato a Spoleto, con il finestrino aperto, piano piano, gustandomi già il ricordo di quello che avevo fatto.

Il salice

Quando le api si avvicinavano al salice, io capivo che la vera primavera era arrivata: le api gli ronzavano intorno. Lo avevamo piantato sopra la vecchia vasca di recupero dell’acqua piovana che zia Natalina aveva fatto tombare appena arrivati. Il salice è cresciuto bello e rigoglioso per tanti anni, e per tanti anni mi sono lasciato fisicamente accarezzare dalle sue fronde quando vi era un filo di vento. L’ombra del salice è delicata per cui ci si può sempre stare, anche quando si è sudati. Il salice è cresciuto per molti anni senza alcuna potatura, poi è morto, poco prima che anche zia se ne andasse. Il salice è uno dei primi alberi a fiorire, quando sta per arrivare la primavera. I fiori (i miei amici botanici mi diranno che non sono tecnicamente “fiori”, ma ci siamo capiti lo stesso), non sono appariscenti, ma sono dolci, ed è forse per questo che le api, appena uscite dall’inverno, vanno subito a rifocillarsi. Tra l’altro credo che dal salice le api traggano anche qualche sostanza fondamentale per loro, come dal pioppo. In effetti, l’acido salicilico (l’aspirina), deriva dalla corteccia del salice.
Quante ore passate in sua compagnia! Non so perché non sono riuscito mai a dargli un nome, anche se lo avrebbe meritato. Alla sua ombra ho immaginato e scritto un breve romanzo in cui il salice riusciva a leggere i miei pensieri e i pensieri di chiunque altro si fosse seduto lì sotto. Sopra il salice mi sono riposato qualche volta con Fabio mentre stavamo ristrutturando la casa. Il suo verde chiaro la ingentiliva. Sotto questo salice ho studiato da solo per l’esame di Storia dell’architettura II del Prof. Godoli, e letto per la prima volta del cubismo cecoslovacco, quando a Forlì uccidevano il senatore Ruffilli. Sotto il salice ho provato a parlare con mamma, quando ero indeciso se continuare a studiare a Firenze o trasferirmi a Nancy, dove c’era una Facoltà “paradiso” (60 insegnanti, 472 studenti). Forse riusciva a leggere i nostri pensieri, ma non era in grado di suggerire le parole giuste. Un salice piangente silente.

Lo “Scudo”

Cristina e io decidemmo di andare a trovare nostra madre a Nancy nell’estate del 2002. Partimmo con un vecchio “Scudo” della FIAT, che chiesi in prestito a Patrizio. Beatrice aveva 16 mesi e quindi ancora prendeva il latte al biberon. Pietro era più grande, ma sempre un bambino. Lo Scudo aveva un solo problema, che Patrizio mi aveva anticipato: dopo un po’ di km l’acqua del radiatore si scaldava e bisognava fermarsi. Partimmo senza cellulare, senza navigatori, senza carte stradali, piantine o altro. In fondo eravamo stati tante volte in Francia e quindi non sarebbe stato difficile. Solo che avevamo deciso di passare da Digione, dove all’epoca abitava mio fratello Enrico. E dunque il viaggio che mi ero prefigurato prevedeva di andare verso Milano, di girare a sinistra a un certo punto verso Torino, di trovare il passo o la galleria del Monte Bianco, e di uscire in Francia andando fino a Digione. Partimmo di sera perché così avremmo rischiato di meno con l’acqua del radiatore dello Scudo. Arrivammo a Milano, sbagliammo tangenziale e prendemmo la est invece della ovest, in piena notte. Chiedemmo informazione a una pattuglia della Polizia in una stazione di servizio, che ci consigliò di tornare indietro. Cosa che facemmo. Nulla di grave: un’oretta di ritardo sulla tabella di marcia. Andando verso Torino attraversammo questo paesaggio piatto e diradato (solitario, a tratti), che non avevo mai visto, e di cui ricordo solo la quantità infinita di insetti che si spiaccicavano sul parabrezza. E dunque mi fermavo spesso a mettere l’acqua nel serbatoio dell’acqua tergicristalli. In prossimità di Torino seguimmo le indicazioni per il tunnel del Monte Bianco. “Le tunnel du Mont Blanc” era un mito della mia giovinezza in Francia: mia madre ne parlava sempre con sua sorella, con le sue amiche, con Philippe, con Zio Claude, con zia. Con gli adulti insomma. E a me sembrava una cosa mostruosa da sconfiggere.
Arrivati al tunnel ci fu un po’ di attesa da fare (sfruttammo il tempo per dare da mangiare a Beatrice e per cambiarla, poi si addormentò con Pietro vicino).
Piccola digressione: quando faccio un viaggio in auto, l’unica cosa che mi mette ansia (prima molto di più, e pour cause, viste le mie avventure con vecchie automobili), è capire come posso uscire d’impaccio se la macchina ha un guasto improvviso. E dunque ripasso mentalmente una mappa e una lista di amici a cui potrei chiedere aiuto in caso di necessità. Se sono verso Forlì penso a Francesco, verso Modena penso a Sara, a Firenze a Alessandra, a Milano a Stefano. Ma a quel tempo verso Torino non avevo nessuno a cui far riferimento, e dunque non vedevo l’ora di passare il confine. Digione era lontana, ma se avessimo avuto un guasto mio fratello Enrico mi avrebbe tirato fuori, in un modo o nell’altro.
Passato il tunnel arrivammo poi al primo casello autostradale francese che era ancora un po’ buio. Chiedemmo indicazioni per arrivare a Digione e dormimmo un paio d’ore in macchina. Arrivammo da Enrico leggendo i cartelli stradali e dopo pochi giorni di sosta eravamo da mia madre, a Nancy.
Poi venne il momento di ripartire. Ricordo mia madre e i miei fratelli che ci salutano con le lacrime agli occhi, con mia madre preoccupata. Partimmo di giorno, perché volevo fare il percorso in Francia con la luce del sole, arrivare in Italia con la notte, in un paesaggio conosciuto. Il viaggio di ritorno prevedeva Sainte Marie aux mines, Basilea, la Svizzera, Chiasso, Milano e poi casa. Il ritorno fu punteggiato dalle nostre soste tecniche e dal mangiare ogni tanto, ma comunque seguimmo il programma (che era solo latente, in testa). Solo a Basilea ci sbagliammo (Basilea era sempre un cantiere), e tra interruzioni e deviazioni sbucammo in Germania. Anche qui piccolo dietro front con risate dei doganieri tedeschi e nostro conseguente “vaffanculo kartoffen”. Poi le tre ore e mezza della Svizzera e poi finalmente altro luogo mitico di famiglia: Chiasso. Mi ricordo che a Milano era notte fonda e che ero molto stanco. Ci fermammo alla stazione di servizio San Giuliano a mettere il gasolio e prendere un caffè buono (finalmente!). Alla ripartenza puntai una stella che mi sembrava più lucente delle altre, verso sud est, verso casa. Il motore diesel aveva fatto un buon lavoro, con il suo ritmo lento e rassicurante. Ripartendo lo ringraziai. Da Milano in giù, in Italia, d’estate, non poteva succederci più nulla di grave.