Un corpo, oggi

La storia terrena di Gesù non poteva finire che così: con la sottrazione del Corpo. È iniziata con un corpo che arriva misteriosamente, e finisce con un corpo che va via, misteriosamente. Un corpo che appare la prima volta in una mangiatoia e che vediamo per l’ultima volta su una croce. Luoghi e situazioni molto umane, molte contestualizzate. In mezzo, una vita molto attiva, di grandi gesti, di frequenti viaggi, di momenti gioiosi e di momenti tristi. Gli uomini, per vivere, hanno dunque bisogno di un corpo. Sembra una cosa scontata. Solo che lo quando dico, forse sono proprio nel punto di rottura del pensiero sul corpo. Ecco, forse abbiamo frainteso, o proprio sbagliato, quando abbiamo detto che abbiamo bisogno di un corpo. Noi non abbiamo bisogno di un corpo: noi SIAMO un corpo. Non c’è un “Noi” fuori dal nostro corpo: non c’è un Io fuori dal mio corpo. Io sono il mio corpo. Dell’alluce alla punta di capelli. Mi sembra che abbiamo perso questa integrità, questa “santità”. Sebbene la storia di Gesù faccia molto riferimento al corpo, mi sembra che l’elaborazione dottrinaria del cattolicesimo abbia tralasciato questa “sacralità” del corpo a favore di una divisione tra” corpo” e “spirito”. Solo Piero della Francesca ci presenta un Cristo risorto con un corpo ben fatto, un corpo potente, un corpo che non si nasconde, un corpo non (già) spiritualizzato. Il corpo di Piero è un corpo che si offre, che non fugge, che non si sottrae. Invece noi abbiamo de-somatizzato la nostra vita. Niente corpo, niente morte. Ecco perché l’immagine delle bare di Bergamo sono così emozionanti. Quelle casse di legno sono l’evidenza, l’ultima evidenza, differita, mediata, di un corpo. La Resurrezione non è solo quel fenomeno per cui il corpo viene riportato in vita e tutto continua come sempre. Questa resurrezione, come una sorta di grande guarigione, di grande performance medica, mi sembra (mi si perdoni), anche banale: un miracolo in più, dopo aver camminato sull’acqua, ecc. La Resurrezione è invece una nuova vita, una Vita nuova: nulla può essere più come prima, nulla sarà più come prima. Gesù è risorto, ha una nuova vita, di cui sappiamo poco, e che comunque appare poco significativa, in confronto al prima. Tornare in vita per poche apparizioni, per convincere San Tommaso (con il corpo). Per poi volare in cielo, quando invece avrebbe potuto dimostrare ai Romani e a tutti che era storicamente, fisicamente, invincibile… Immaginiamo la scena: Gesù si presenta a Ponzio Pilato e gli dice: “Vedi, nemmeno la morte può fermarmi…” Perche’ non farlo? Perché quella sarebbe stata la vita di prima, la conseguenza, la continuazione, lo sviluppo, della vita precedente. Che grande insegnamento è invece la Risurrezione come nuova vita! Che grande prova lasciarsi morire definitivamente. Se non fosse presa come una diminutio, direi che è una prova eroica. Il grande insegnamento è rinunciare a tutto quello che è stato prima, lasciarlo andare, considerarlo concluso. Forse solo San Francesco si avvicina a questo profondo senso della risurrezione, quando si spoglia e cambia vita.

Questo della resurrezione è un grande miracolo, ovviamente. Forse il più grande. Come capire un miracolo? Non si può capire, si può solo comprenderlo: si può solo accoglierlo. Solo una razionalità “ampliata” può ammettere il miracolo. Una razionalità che ammette i propri limiti, dunque. Una razionalità disponibile, attenta, vergine. Mi sembra che questo dipinto di Piero lo dica meglio di me: “I miracoli avvengono quando voi dormite! Questo ci dice Piero. Anzi: “I miracoli avvengono sempre, solo che voi dormite.”

Ultimi tabù di fine stagione …

Ho sempre pensato che alcune nostre costruzioni culturali fossero fondate sul dato naturale. Oggi invece stiamo andando verso una società in cui il dato di natura (ed è veramente un dato), è completamente rimosso, o del tutto subordinato al “dato” culturale. Mi sembra un errore e cerco di spiegarne il motivo, partendo dalle cose semplici.

L’amore è amore e quindi non può esservi distinzione tra maschi e femmine di fronte alla volontà di stare insieme. Bene: lo accetto, andiamo avanti.
Se è giusto legalizzare il matrimonio gay, sono convinto che sia giunta l’ora di legalizzare anche la poligamia. Se infatti non bisogna discriminare sul sesso, non vedo perché occorra discriminare sul numero. Ovviamente poligamia intesa sia come poliginia che come poliandria. Ovviamente anche con sessualità cosiddetta di ritorno (maschi che diventano femmine e poi ci ripensano), o con nuove sessualità (shemale, ecc.).

E, poiché ormai la scienza ci consente di evitare facilmente gravidanze indesiderate, e la cultura nascite indesiderate, è evidente che il prossimo limite a dover essere infranto, per realizzare una cultura moderna e non discriminatoria, è quello dell’incesto. L’incesto è infatti un tabù (una costruzione culturale), che trovava il suo fondamento sul dato naturale. Se questo aspetto può essere del tutto ignorato, non c’è motivo di tenere in piedi una simile costruzione.

Anche la pedofilia è tutta da ripensare. Non si vede perché non possa andare con un bambino o una bambina di 10 anni. A quella età hanno meno diritti di noi. Dite di no? Ma a qualche ora dalla nascita non ne hanno affatto: infatti li possiamo sopprimere. Immagino quindi che ci sia una certa proporzionalità tra l’età anagrafica e i diritti. I figli nati da fecondazione “scientifica”non hanno diritto di sapere chi sono i genitori (o una parte dei genitori). Non c’è bisogno di andare avanti: è del tutto evidente che a 8/10 anni hanno pochi diritti. Se l’unico limite è quello tecnico, allora, bisogna solo stare attenti a non scendere sotto certi limiti per non creare “danni” non recuperabili.

L’anzianità ne esce sotto una luce diversa. Perché mantenere in vita gente che sta in piedi solo perché riempita di medicine? Perché mantenere in vita, con costi stratosferici per noi tutti, gente che ha fumato tutta la vita, che ha bevuto, che ha mangiato patatine fritte tutta una vita? Non c’è alcuna ragione culturale per fare ciò. A morte i ciccioni! Liberté, égalité, crudités!

Io metterei in conto anche un sano cannibalismo. Infatti non si comprende il motivo del perché si debbano maltrattare e uccidere animali quando ci sono già tante persone che muoiono ogni giorno. Risolveremmo così anche i dubbi di coloro che scelgono la cremazione perché non intendono consumare suolo o inquinare con la loro presenza corporea, ancorché in putrefazione.

Le mie sono provocazioni? Forse. Meno di quanto si possa credere a prima vista.

Chi critica le mie posizioni conservatrici (ok: bigotte, bacchettone, farisee, reazionarie, ecc.) sul mondo gay, sull’aborto, ecc., lo fa dall’alto di conquiste culturali, lì dove tutto è negoziabile.
Io sto solo facendo quello che faccio da una vita: una mossa di Aikido. Li porto lì dove li condurrebbe la loro foga. Solo più in fretta.