Può apparire strano che io pensi a ripartire quando siamo in piena emergenza. Anche io ho paura, come tutti, che questo nemico sia più forte di me o dei miei cari. Non lo sottovaluto, anzi. Invito tuttavia chi legge a prendere in considerazione altri fatti. Sotto il profilo dell’emergenza abbiamo fatto del nostro meglio, finora. Certo, ci sono stati errori nella definizione univoca della linea di comando e nella comunicazione. Ci sono errori che provengono da politiche passate. Sono tutte lezioni che ci serviranno per il futuro, se avremo la saggezza di tenerne traccia e di fare un’analisi profonda degli errori. Ma oggi, oltre a chiudere tutto il possibile, ad attenerci alle disposizioni, a supportare chi, a vario titolo, fronteggia in prima linea il virus, non possiamo fare. Pensare alla ripartenza, invece, immaginare, modellare il prossimo futuro, ci dà il senso della nostra resistenza, ci porta su atteggiamenti positivi (che fanno sempre ben), ci dà anche, più prosaicamente, un vantaggio competitivo in termini di tempo. Ci consente di dire adesso, con memoria incorrotta, cosa non dobbiamo fare se si ripresentasse un nemico simile al Coronavirus. E cosa, invece, dovremmo fare. Cerchiamo dunque di essere, non resilienti, come oggi va di moda dire, ma addirittura anti-fragili.

Credo dunque che una riflessione vada fatta, e condotta su due livelli: uno più strategico, con un orizzonte più lungo, e uno, invece più immediato, prossimo.

A livello strategico, la battaglia che abbiamo condotto porterà, oltre a modifiche transitorie del nostro quotidiano (riassorbite nel giro di qualche mese), a modifiche strutturali in vari settori: sociali, economici, istituzionali, ecc. Soprattutto se l’accelerazione telematica di questi giorni sarà portata a regime. La telematica porterà a mio avviso (paradossalmente, quasi), a cambiamenti fisici notevolissimi nell’architettura, nella città e dunque nel paesaggio.

La Città come l’abbiamo conosciuta, molto molto sinteticamente, si è modellata sulla residenza, sul commercio, sul lavoro. La componente del lavoro (quella hard, dico: le “fabbriche”), è stata completamente rivista con la crisi produttiva degli anni ‘80. Quella del commercio alla fine del secolo scorso. Ora sembra il turno dell’attività Terziaria. Avremo dunque una polverizzazione degli uffici, o almeno una loro agglomerazione in unità più piccole e ‘cellulari” (simili forse alle cellule dei telefonini).

Aumenteranno gli spari di socializzazione dedicati al leisure, allo sport, al wellness, alla cultura. La visione delle pinacoteche, dei musei, della gipsoteca, sarà meno “turistica” e più mirata. Potremo infatti vedere dipinti e statue da casa, su schermi molto grandi (o su occhiali specifici), o riprodotti in 3D con la realtà aumentata. Di contro nasce il problema di riqualificare i grandi immobili che oggi sono gli uffici, sia pubblici che privati.

Bisogna rigenerare la città, immaginando che i grandi edifici terziari diventeranno un tema analogo a quello che è stata la riconversione degli edifici industriali. Le proporzioni fisiche sono ovviamente diverse, sebbene il Tema sia analogo e per me sarà analogo anche l’impatto sull’economia.

Bisogna re-immaginare gli uffici e le scuole, che non potranno più avere la stessa forma, la stessa importanza, la stessa distribuzione. Banalmente questo implicherà il ripensamento e la localizzazione degli esercizi di prossimità (bar, cartolerie, tavole calde, ecc). E ciò costringe a rivedere, a riplasmare i parcheggi, la viabilità.

Come si può intuire, il potenziamento della telematica costringe a ripensare la città e (di conseguenza), il paesaggio.

Lo scrivevo tempo fa (nel 1996), e oggi ne sono sempre più convinto: a fianco della città storica consolidata, dobbiamo immaginare una forma dell’abitare disperso nel paesaggio. O meglio: questo sarà il nuovo paesaggio. Con buona parte dell’approvvigionano minuto soddisfatto dalla logistica capillare, via terra o via drone, le nostre abitazioni sono destinate a disperdersi nel territorio, e probabilmente in modalità off-grid per quanto riguarda l’acqua potabile, le fogne, l’elettricità, ecc.

La città murata che noi conosciamo e che fatichiamo (culturalmente, emotivamente),a abbandonare, e che presenta ancora dei vantaggi, è nata da esigenze sincroniche e persistenti di sicurezza, di economia degli spostamenti, di economia di infrastrutturazione, di governo, di socialità, di commercio. Oggi molte di queste esigenze possono essere soddisfatte in altro modo rispetto alla densificazione delle costruzioni. Ecco perché bisogna pensare a una nuova città. A una nuova “Forma”.

Ad un livello più immediato, cosa possiamo fare? Possiamo convenire che nell’immediato ci sia la necessità di consentire una veloce ripartenza. Provo a elencare una serie di punti, ovviamente non esaustivi, e limitandomi ai settori dell’architettura.

E’ evidente: per ripartire velocemente occorre modificare (anche), il Codice dei Contratti Pubblici. Chi dice di sospenderlo non sa di cosa parla. E’ innegabile tuttavia che la sua applicazione rappresenta un freno nell’attività edilizia e infrastrutturale.

Accendo uno spot su un argomento “tabù”: la corruzione. Il Codice è scritto tenendo in considerazione vari elementi, ovviamente, ma soprattutto due: la concorrenza (come favorirla), e la corruzione (come evitarla). Credo che il funzionario pubblico italiano sia uno dei pochi al mondo a avere, tra i preferiti del browser, un portale dedicato all’anti-corruzione. Ora, al di là dell’infelicità del termine (che cos’è l’anticorruzione?), ritengo che ci sia un forte disallineamento tra la corruzione reale del paese e la corruzione percepita. Così com’è necessario capire quanto costa, in termini reali, sommando costi pubblici e privati, dirette e indiretti, il controllo e la prevenzione della corruzione. Perché, molto prosaicamente, questo controllo costa molto.

Se faremo davvero telelavoro bisognerà progettare le nostre case con delle stanze per il Telelavoro. Queste dovrebbero non soggiacere agli oneri tipici del Permesso di Costruire in quanto necessari all’attività lavorativa. Prevedere una sorta di “Piano Casa”, anche in deroga ai limiti posti dal PRG, per consentire questo tipo di interventi con PdC o SCIA, laddove non ci siano particolari interessi pubblici da tutelare. La possibilità del telelavoro e del teleapprendimento va consentita anche nello spazio rurale. Oggi l’agricoltura è una componente residuale dell’economia rurale, e non si vede quali debbano essere i limiti ideologici a questa possibilità.

In Umbria ci sarà bisogno di integrare la LR 1/2015 e il RR 2/2015. Nonostante il buon impianto generale, dovranno tener conto dello smartworking nella Pubblica Amministrazione. E in Comuni dove la copertura internet è debolissima, non sarà facile. Non dimentico i Comuni colpiti dal sisma 2016, ma l’argomento ha bisogno di una sede propria. In ogni caso il lavoro e la scuola a distanza possono rappresentare per questi Comuni solo un’opportunità in più.

Recentemente Assisi ha istituito un Tavolo Tecnico Paritario tra tecnici del Comune e designati dagli Ordini professionali per favorire il dialogo tra due mondi visti spesso, erroneamente (almeno per quello che mi riguarda), in contrapposizione. Ritengo che lo stesso Tavolo, nelle prossime riunioni, potrà tranquillamente mettere all’ordine del giorno alcuni degli argomenti qui appena anticipati.


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2 commenti

  1. Analisi attenta che lancia spunti di riflessione per modifiche normative finalizzate ad una nuova progettualità. Manifesto solo il dubbio (ma spero di sbagliare) che questa emergenza, questa “lezione”, rimanga come insegnamento e non invece scompaia presto dalla nostra memoria…

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