Le Comisane sono delle pecore il cui nome, nel dialetto spoletino, diventa “Commissane”, con un doppio raddoppio. Le Comisane arrivarono a seguito di un’idea di Patrizio, e furono proprio loro a tirarci fuori dal medioevo. Il primo gregge che avevamo formato era infatti eterogeneo: appenniniche, Suffolk, altre pecore di razza bastarda.

L’idea di allevare le pecore non ci venne subito, anche se ci avevano regalato, appena insediati, una prima agnellina, che riportammo sulle braccia da una fattoria vicina. L’avevamo chiamata Mosca perché quando ce la avevano consegnata, in compensazione di non ricordo quale favore, aveva una piccola macchia nera al centro del muso, che sembrava una mosca, appunto. Mosca è diventata grande e nel tempo ha partorito molte volte e quindi ci ha dato da mangiare per molto tempo. Lei (non posso dire “essa”, mi dispiace), diventata adulta e leader del gruppo, dirigeva anche il montone, poiché era molto più “domestica”, e quindi senza paura. La chiamavamo per nome e lei arrivava fino alla nostra mano, a mangiare un po’ d’orzo. Prima di confondersi nel gruppo e di vivere all’aria aperta, Mosca è stata un animale di compagnia, giocando con il cane, il gatto, la capretta. Mosca ha sempre convissuto con le comisane: ha visto la loro ascesa e anche la loro graduale scomparsa, quando zia ha abbandonato gradualmente la mungitura, quando sono tornate le appenniniche. E’ morta di vecchiaia, con il suo collarino e la sua campanella: la “medaglia” con cui l’avevamo decorata appena il gruppo si era fatto più folto.

Iniziammo in maniera inconsapevole a formare un piccolo gregge, destinato a produrre soprattutto carne, e non latte. A quel tempo il terreno era brullo, arido, senza ombra (ci tornerò), e dunque di erba fresca ce n’era veramente poca. D’estate andavamo a sfrondare degli olmi ai margini della macchia per dare un po’ di verdura alle pecore (le capre, che iniziammo dopo, avrebbero gradito molto di più). Inoltre non avevamo un sistema di cattura “industriale”: l’ovile era un semplice ricovero, fatto di pali e travi di carpino e di ornello, con un tetto di lamiera ondulata e le pareti di ginestre legate a testa all’insù, come tanti stoccafissi. L’ornello era prezioso per fare i pali, poiché i suoi rami crescono a due a due, ruotando di 90 gradi a ogni nuova articolazione, come un particolare candelabro. E dunque questa curiosa conformazione consente di fare una forcina su cui appoggiare comodamente le travi. Con l’ornello io facevo anche delle belle fionde, e nonna avrebbe fatto lo “spino” per rompere la cagliata.  

Patrizio ebbe più tardi l’idea di comprare pecore Comisane selezionate, ognuna con un numero (Mosca non lo ha mai avuto), e realizzammo un sistema di cattura semi-industriale grazie a un cugino fabbro. Mia nonna insegnò a mia zia a mungere, facemmo recinti e ricoveri sempre più stabili: Patrizio cominciò a registrare i litri di latte, i parti, le morti, le vendite. Alla sera zia faceva ricotta e formaggio, che la mattina andavamo a “piazzare” ai negozi di alimentari di Spoleto, anche se molte persone venivano a comprare in azienda, poiché i prodotti erano buoni, sani. Lo vendevamo anche agli amici più intimi: Zio Claude lo portava con sé a Parma e lo vendeva ai suoi colleghi di lavoro. Le comisane si accontentavano di un pascolo più povero delle appenniniche, e fornivano molto più latte. Con gli anni, poi, migliorammo anche la loro alimentazione e arrivammo a 220 pecore, il che comportava una grande fatica.

Dopo un po’ di tempo divenimmo bravi e vincemmo dei premi alla fiera dell’agricoltura a Bastia Umbra e anche a Forlì. A Forlì trasportai io le pecore con un camionista il 17 aprile 1988, il giorno dopo l’omicidio del senatore Ruffilli, a Forlì. Nella piccola borsa che portavo con me (la fiera durava tre giorni), avevo tra le altre cose un libro sul Cubismo cecoslovacco, in vista dell’esame di Storia dell’architettura. Lungo la strada era pieno di carabinieri e posti di blocco, e la mia preoccupazione era come avrei potuto giustificare un libro sul Cubismo cecoslovacco, e il mio “Zibaldino” (dei quaderni che portavo sempre con me e su cui scrivevo di tutto), nel caso mi avessero fermato. Come avrei messo d’accordo 30 pecore comisane, un camionista veramente truce e le mie riflessioni su Krishnamurti, sull’architettura dei primi del ‘900, sulle proprietà della cicoria? Ovviamente non ci fermò nessuno.


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1 comment

  1. Una sorpresa in più, ma non mi meraviglio più di tanto, anche se le pecore non me l’aspettavo. Questa è la letteratura che preferisco, dove si parla con competenza della vita. Credevo che le appenniniche fossero scomparse, non sono quelle con le corna?
    PS negli anni ottanta ero un addetto stampa della fiera di Bastia

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