Eravamo poveri, bisogna ammetterlo. Mio zio, che faceva il pendolare settimanale tra Spoleto e Parma, prima, e tra Spoleto e Aprilia, poi, rubava la carta igienica delle Ferrovie dello Stato. Insomma, durante la settimana ci pulivamo il didietro con il logo azzurro FS. Con il senno di poi mi è parsa quasi una sorta di compensazione per i disagi che viaggiare in treno comportava allora. Ritardi di ore, coincidenze perse, scioperi improvvisi. Il viaggio da Parma a Spoleto, nel 1976, era (a vederlo adesso), un’impresa stoica. Mio zio era, da questo punto di vista, veramente un eroe. Avrei assaggiato qualcosa di simile qualche anno più tardi, per andare all’Università a Firenze.

Zio mangiava alla mensa dell’impresa una volta al giorno. L’altro pasto era un panino ed un pezzo di cioccolata fondente: a conti fatti, il vitto si limitava a 800 lire al giorno. Partiva il venerdì sera da Parma ed arrivava il sabato mattina a Spoleto, lavorava con noi (secondo le sue idiosincrasie), e poi ripartiva la domenica sera. Raccontava di aver dormito in piedi, appoggiandosi un po’ alle pareti e un po’ a suoi compagni di viaggio. Portava il salario a casa, per intero. Il che consentiva alle nostre donne di comprare il necessario per noi e di andare avanti fino al mese successivo, ovviamente con l’aiuto della pensione di nonna. Zio Claude era nato a Pont-à-Mousson, vicino a Nancy, in Lorena. Era entrato in fabbrica a 14 anni, alla Fer Embal di Nancy. Era poi diventato aggiustatore meccanico di una competenza e precisione inarrivabili: alla lima era capace di arrivare ai decimi di millimetro. A 16 anni aveva attraversato a nuoto un canale della Mosella per arruolarsi nell’esercito tedesco. Lo avevano rispedito di qua. Era rimasto comunque un uomo di una severità effettivamente teutonica. Una sola volta l’ho visto piangere (inumidirsi gli occhi), quando accompagnandolo per un piccolo tratto verso l’autobus delle 20.30, fece delle riflessioni sul fatto che fossimo dei bravi ragazzi a non chiedere niente, nemmeno la domenica sera, mentre magari i nostri coetanei erano al cinema o a ballare.

Aveva smontato e rimontato completamente il motore dell’OTO, solo con qualche chiave inglese, trasportando avanti e dietro da Parma i pezzi rotti e poi aggiustati in una delle nostre borse da calcio “Superga”. Aveva attraversato il periodo della strage di Bologna senza mostrare alcuna paura. O almeno così mi era parso.

Anni dopo si sarebbe avvicinato un po’ a casa, andando a lavorare ad Aprilia, dove facevano le scatole per il tonno Rio Mare. Qualche ora di treno in meno per lui, qualche scatola di tonno in più per noi.

Non ha mai imparato bene l’italiano, nonostante abbia vissuto in Italia per 30 anni. Non si trattava di un’incapacità, quanto piuttosto del fatto che egli non amasse molte cose dell’Italia e soprattutto degli italiani. Non ne sopportava la vocazione alla furbizia, all’espediente, all’arrangiarsi. Lui era onesto e si aspettava che tutti lo fossero. Era leale e si aspettava che tutti lo fossero. Non amava i sindacati, gli scioperi, le manifestazioni: insomma non proprio un uomo di sinistra.

E dunque la lingua: mai amata. Tanto che alla fine si era costruito una sorta di idioletto di frasi composte da parole in italiano e parole in francese. E intercalari a iosa, battute, detti, tipo: “C’est pas tout ça.” (per troncare la conversazione), “Faut pas pousser quand c’est marqué de tirer!” (per dire di non esagerare). Si combatteva una battaglia a distanza tra lui e mia nonna, che invece reputava la lingua francese troppo facile e per bambini che ancora non sanno sillabare: “E’ semplice: la pasta? Le ‘pate, la stoffa? Le ‘tofe, la scuola? Le ‘cole. Per i figli che non sanno ancora parlare …”

Quando a Tonton saltavano i nervi, la lingua era solo quella d’oltralpe, senza possibilità di controllo e quindi di infilare anche una sola piccola parola in italiano. Come quella volta che aveva terrorizzato il nostro amico Pompilio, urlando sempre più forte “Le maìs!, Le maìs!!, Le maìs!!!”, che purtroppo non conosceva né le piantine del granturco (che quindi continuava a pestare), né l’accento francese. Lacune che gli erano costate il lancio della zappa, schivata con grande prontezza, e con altrettanta incredulità, poiché le ragioni del lancio gli furono chiare solo dopo.

Zio Claude era pignolo, burbero, parsimonioso, ed aveva le sue fisse. Voleva coltivare l’orto e non amava raccogliere il fieno, la paglia. Appena insediati, lo avevamo seguito nella sua idea di coltivare aglio, da rivendere al mercato. Ore e ore di zappa tra le file regolarissime di agli. Sudore trasformato in lacrime e fiamme quando scoprì che al mercato avrebbero comprato l’aglio ad un prezzo umiliante. Facemmo un grande fuoco di tutto l’aglio raccolto, buttandoci sopra anche del gasolio destinato all’OTO. Una scena fissa, un’immagine a cui ritorno, di tanto in tanto.

Aveva la sua radio portatile (non dimenticava mai di comprare le pile), con cui continuava ad ascoltare Radio Montecarlo o France Inter. Il suo intimo rifugio, la sua patria mentale, era di pochi decimetri cubici. Mi chiedo se non abbia vissuto i suoi trent’anni in Italia come una sorta di esilio e come abbia potuto resistere. Forse perché quelle volte che era tornato a Nancy a trovare sua madre e sua sorella, dopo anni, tutto era cambiato. Forse perché in fondo noi l’avevamo capito, avevamo rispettato le sue scelte, stimato la sua rettitudine e amato (anche), la sua incapacità di esprimere l’affetto. Più di quanto avessero fatto loro. L’ultima volta che vi è tornato, la Place Stanislas era ancora lì, certo, con tutto il suo ordine e i suoi ori, ma deve essergli apparsa più fredda e grigia del solito


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1 comment

  1. Complimenti.
    Le sensazioni che ho provato nello scorrere le immagini raccontate, sono equivalenti all’esser salito sulla macchina del tempo e tornato indietro negli anni.
    Bravo!

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