SOCOAM era la sigla di Società Cooperativa Agricola Martana. Era gestita allora da un prete molto influente, tale Don Enrico. A un paio di km da casa nostra, questa cooperativa aveva costruito un frantoio per le olive. Erano state installate delle macchine della ditta Rapanelli di Foligno. Per farle entrare avevamo dovuto allargare le porte principali dell’edificio. Era un grosso macchinario a coclea orizzontale, che macinava le olive, le riduceva a una pasta marrone, che mandava poi a due centrifughe verticali.
Al piano terra, in linea, avevamo dunque la lavatrice delle olive, un primo vaglio (il pettine, per me), la molitrice, le centrifughe. Queste facevano il loro lavoro e separavano l’acqua di risulta dall’olio, che usciva di un bel verde acceso. L’acqua di scarto finiva in un bacino di raccolta a cielo aperto di circa 500 mq, che la SOCOAM aveva realizzato nelle immediate vicinanze del frantoio. La puzza dell’acqua di lavaggio, rinchiusa in questa pozza, era abbastanza intensa. Fortunatamente d’inverno, quando è freddo, e quindi durante il periodo di molitura, gli odori si spengono, si attenuano, forse a causa del freddo, dell’umidità. O semplicemente perché d’inverno si sta più tempo in casa. Con l’avanzare delle giornate l’acqua percolava, evaporava, e infine restava sul fondo, culla di canne e di rane, fino al novembre successivo.
La sansa veniva invece convogliata attraverso un’altra vite senza fine, su un piccolo piazzale di raccolta, anche questo a ridosso dell’edificio. Una volta alla settimana veniva un misterioso camion da Roma a caricarla, per farne un olio rettificato.
La temperatura interna era altissima, così come l’umidità. I turni di lavoro erano di 12 ore, fatta eccezione per il primo, che fu per me di 24, poiché il cambio turno aveva frainteso e si presentò quindi 12 ore dopo. Lavoravamo quindi, a regime, su turni di 12 ore e in coppia. Io ero insieme a Franco “de Cancelli”, che all’epoca aveva sui 40 anni e che a me pareva molto più grande, come sempre succede quando uno è molto giovane. Crescendo, poi, a 40 anni ci si pensa invece ancora ragazzi e io, per esempio, cerco sempre negli occhi dei giovani, e nelle loro parole, dei dettagli, delle sfumature, dei toni, per capire se loro mi vedono vecchio come io vedevo vecchi i quarantenni di allora. Non erano solo adulti, erano lontani, erano un’altra cosa. Il mondo arrivava fino alle Colonne d’Ercole dei nostri vent’anni: oltre c’era un’età totalmente diversa, una vita diversa.
Ogni tanto la vasca di raccolta delle foglie e di altre impurità si riempiva e andava svuotata, fuori, vicino alla sansa. All’interno, come detto la temperatura era altissima e io e Franco lavoravamo in canottiera, sudando alquanto. Per buttare questo grande catino bisognava uscire fuori, in piena notte, cosa che facevamo senza vestirci, confidando sul breve tempo che sarebbe occorso per vuotare il recipiente e rientrare. Solo che fuori la temperatura era sullo zero (una notte nevicava: controluce vedevo i nostri corpi fumare e i fiocchi sciogliersi direttamente sulle nostre spalle). Franco si prese una polmonite paradossalmente a stagione finita.
Le olive erano stipate al primo piano di questo modesto edificio di due piani. Erano accumulate sul pavimento di klinker rosso e confinate con delle sponde di legno o di metallo. Al centro della stanza vi era un buco sul pavimento (una botola quadrata di ca 50 cm di lato), che collimava perfettamente con il collo di questa sorta di imbuto artigianale che era stato costruito allo scopo. Questo grande imbuto era di fatto un tronco di piramide rovesciato, la cui parte più piccola era chiusa da una sorta di tagliola di metallo, che consentiva di aprire il fondo della piramide e di far cadere le olive nella macchina lavatrice che era posta proprio lì sotto. Per passare dal piano terra della molitura al piano primo occorreva prendere della scale un po’ defilate, sul fianco dell’edificio. Ovviamente il primo piano (il magazzino), non era riscaldato e era anzi molto freddo. Il lavoro “di sopra” era riempire questa grande tramoggia con un grande badile, dal manico molto lungo, per non pestare le olive. Una volta riempita la piramide (la clessidra, per me), questa andava fatta collimare con il buco del pavimento, e aperto il fondo della clessidra. La clessidra aveva quattro ruote, che permettevano di spostarla in prossimità dei cumuli di olive e di riportarla sopra la botola. Vedere la clessidra svuotarsi dalle olive era ipnotizzante. Le olive (verdi, viola, marroni), e le le foglie scendevano magicamente di livello e sembravano innumerevoli granelli di una sabbia vegetale e colorata. Muovere la clessidra quando era piena era molto faticoso perché per quanto fosse pulito il pavimento c’era sempre qualche oliva e qualche nocciolo che capitava davanti alle ruote e che impedivano il facile rotolamento. Per riempirla e riportarla in posizione occorreva una buona mezz’ora. Era molto faticoso: in compenso vi era un attimo di pausa dal rumore infernale e continuo. Il rumore delle centrifughe era talmente alto, continuo e profondo che quando tornavo a casa continuavo a sentirlo nella testa per un paio d’ore. Dunque a volte rimanevo un po’ più di sopra, anche se era freddo, per pulire il pavimento del grande magazzino, per arieggiare un po’ le olive e per gustarmi un po’ di silenzio. Cercavo di fare il prima possibile uno stradello tra i mucchi di olive per arrivare a una delle finestre che davano verso est. Franco ed io facevamo infatti il turno di notte, perché non eravamo sposati, (e questo criterio era sembrato sufficiente per chiudere lì la questione). L’avevamo fatta pesare un po’, ma a me la cosa non dispiaceva, perché la notte non avremmo avuto tutte le persone che venivano di giorno a macinare la loro “partita”, a controllare la bascola all’arrivo, a controllare “la resa”, a far finire fino all’ultimo giro la centrifuga. Dunque restavamo lì dalle 19 alle 7 della mattina dopo, in un modo che a me pareva un po’ stoico, ma di cui andavo silenziosamente fiero. La notte sembrava infinita, e quando stavo sopra cercavo, dalle 5 in poi, di scorgere un po’ di chiarore sopra i profili delle colline a est. Era il segno che il turno stava per finire. Andavo alla finestra, pensavo a Ciaula e a come, in piccolo, ogni giorno, io scoprissi il sole.
Mangiavamo verso mezzanotte nel piccolo spazio destinato ordinariamente a ufficio. Franco portava una vera e propria gavetta con della pasta e della carne. Io ero già vegetariano e portavo soprattutto lenticchie, ceci, piselli, che condivo lì, e delle mandorle, che tenevo in tasca e che continuavo a sgranocchiare durante la notte. Franco era dipendente da caffè: ne portava un thermos intero corretto con il mistrà. A volte ho avuto dubbi che fosse più mistrà che caffè. Quando apriva il thermos io da sopra sentivo l’odore dell’anice. Alla fine era diventato un codice di comunicazione tra noi: quando lui apriva il thermos era indizio che appena avevo fatto dovevo scendere per mangiare o più semplicemente per bere il caffè.
In previsione della stagione le grandi botti in cemento dovevano essere pulite. In realtà non erano delle botti così come si possono immaginare: erano grandi contenitori parallelepipedi di circa 2 m x 3 x 3, con una bocchetta di ingresso in testa e una sul lato, in fondo, da dove si poteva far uscire l’olio con il rubinetto. Per pulire queste botti l’unico adatto ero io. Svuotata completamente la botte, si smontava il portello di chiusura. Io riuscivo a infilarmi dentro passando da sopra, restando in precario equilibrio in mezzo al fondo melmoso del deposito dell’olio “stanco”. Qualcuno poi agganciava una lampada, simile a quelle che hanno i meccanici, sulla bocchetta superiore. Infine mi veniva passata una lancia con acqua calda a forte pressione. Da dentro pulivo completamente l’interno, spesso scivolando e cadendo sul fondo. L’aria diventava irrespirabile in pochi minuti, sia per l’odore che per la temperatura. Ogni tanto dovevo fermare il getto di vapore per sentire addosso un po’ di aria fresca penetrare dal portello inferiore. Penso di essere stato il solo ad aver fatto questo lavoro, così rischioso. Stare in un ambiente chiuso con acqua, umidità prossima al 100% e corrente elettrica non era effettivamente una grande idea. Per dimostrare ad altri il proprio coraggio a volte si fanno scemenze stratosferiche, soprattutto quando si è giovani. Gli altri anni venivano pulite (più superficialmente, è ovvio), dal portello basso, cercando di fare il meglio possibile.
Finita la pulizia, restituivo la lampada da sopra, piombavo per un attimo in un’oscurità pressocché totale e mi avviavo a uscire dalla botte attraverso la bocchetta inferiore, come fossi un bambino al parto: fuori mi aiutavano tenendomi la testa e le spalle servendosi di stracci asciutti, poiché io uscivo bagnato e viscido come un nascituro. Buttavo via i pochi vestiti con i quali ero entrato in quelle “caverne” e andavo a fare la doccia con quel sapone in pasta che una volta avevano i meccanici (non so se esiste ancora), molto ruvido al tatto. Come gratificazione, finita la doccia, rivestito e (quasi) profumato, facevamo una piccola festicciola con bruschetta, salsicce, vino rosso. E caffè corretto.
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Leggo sempre con piacere grazie
Il Ven 7 Ago 2020, 21:09 Pensai et congettai … ha scritto:
> bmbarch posted: ” SOCOAM era la sigla di Società Cooperativa Agricola > Martana. Era gestita allora da un prete molto influente, tale Don Enrico. A > un paio di km da casa nostra, questa cooperativa aveva costruito un > frantoio per le olive. Erano state installate delle macchi” >
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Grazie Bruno, grazie di cuore. Ti ho conosciuto grande, un po’ meno di me, professionista bravo e scupoloso …. Il resto non è pubblicabile per il decoro “pubblico 😒” te lo dirò a voce 😜
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