A Spoleto da ragazzini giocavamo al pallone sul campo in asfalto di Santa Rita, la nostra parrocchia, fin quando la nebbia avvolgeva tutto: le porte, gli spalti in cemento, i pochi lampioni che illuminavano il parcheggio, la sacrestia, gli alloggi dei preti. Il segnale era il centro di quello spazio non più grande di un campo da tennis: se non si vedeva il pallone, posto sul centrocampo, bisognava smettere. Per “impraticabilità”, come ci dicevamo, fingendo di sentirci già in Serie A. Chiudevamo il pomeriggio con le ultime sfide “ai rigori” (il pallone era più vicino). Gli ultimi ad andarsene eravamo sempre noi: Patrizio, Pompilio, Carlo, io. Ci faceva sentire diversi, fortunati, forti. Tornavamo al bar, che era un po’ la nostra casa, rossi in viso e sulle gambe scoperte, a causa dei calzoncini ancora corti. Qualche cliente ci guardava, un po’ spiazzato dalla nostra comparsa, colorita e vociante, e sicuramente faceva dei commenti non sempre favorevoli indirizzati a zia Natalina e a nonna. Penso che loro se ne infischiassero bellamente: eravamo giovani, in buona salute: un po’ di freddo alle gambe non ci avrebbe ucciso di certo.
In campagna, anni dopo, quando la nebbia stazionava, e quando vi era un momento libero senza lavori urgenti da fare, mi piaceva camminare e fare il giro della “Cerquagrossa”. La nebbia intensa sembrava una rugiada fuori tempo e si formavano gocce di acqua sulle foglie dei rovi, dei biancospini, degli olmi campestri, ormai nudi, e poi sull’equiseto, sulla gramigna, tutti a costeggiare le ripe delle strade. Le querce tenevano invece ancora strette le loro foglie, e solo le tramontane di febbraio-marzo avrebbero scompigliato le loro foglie, ormai imbrunite e accartocciate. Facevo questa sorta di “giro di ronda” soprattutto alla fine del pomeriggio, quando la luce grigia e morbida diventava sempre più grigia, sempre più fosca.
Mi piace molto la nebbia, questo dispositivo di rallentamento, di umiltà. Le cose sono sempre lì. Sei tu che devi andare da loro. Devi vedere meglio. Devi capire meglio. Devi fare un altro passo, e sentirlo: sentire il rumore della scarpa sulla terra, sentire le goccioline sul viso, sentire il freddo sulle mani, vedere il tuo soffio caldo che esce e che si perde davanti a te. La nebbia è come l’alcol, che sembra appunto renderti meno lucido, ma che in realtà toglie un velo ai tuoi pensieri, alle tue parole. L’alcol è un buon viatico quando decidi di estraniarti per un po’, di mandare fuori fuoco la (falsa) realtà, per gustarti da solo un momento, per farti coraggio, per dichiarare il tuo amore a quella donna. Mandare fuori fuoco la falsa realtà per ritrovare la vera realtà, quella che è dentro, che è stata sempre dentro, che ha bisogno di essere ripescata.
La nebbia acuisce la vista, il pensiero, i sensi: l’udito, l’odorato. La nebbia amplifica, e devi apprezzare le piccole differenze. Espande il tuo mondo, che diventa paradossalmente di qualche decina di metri. Oltre c’è l’ignoto. O meglio c’è il noto, che aspetta solo di essere riconquistato. Quella quercia è ancora lì, e quando ti vede dice tra sé e sé: “Eccolo, è tornato.”


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