Idee varie per la ripartenza

Provo a fare qui sotto un elenco di varie idee per la ripartenza. Alcune hanno bisogno della modifica di leggi e regolamenti regionali (Umbria), altre di leggi nazionali. Alcune sono fattibili con poca spesa, altre hanno bisogno di un maggiore investimento. È comunque un primo tentativo di azioni proattive, anche per riprendersi dallo choc della sola logica emergenziale. Se questo elenco, suddiviso per punti tematici, avrà fatto venire anche solo un’idea buona ad altri, potrò ritenermi più che soddisfatto.

PRG
Il Comune approva il documento programmatico e avvia il procedimento. Lo trasmette alla Regione, a cui chiede di fornire il quadro conoscitivo.
La Regione o la Provincia (su delega), devono fornire il quadro conoscitivo ai Comuni, sia sotto il profilo grafico che alfanumerico.
Il Comune redige il PRG stutturale limitato a pochi elementi (consumo di suolo, reti blu, verdi, grigie, grandi localizzazioni, altezze massime, ecc.).
La Regione organizza e gestisce un’unica conferenza in cui rientrano anche soprintendenza e VAS per l’approvazione del PRG strutturale.
Il PRG operativo è di sola competenza comunale (come ora). Anche in questo caso si chiede di poter fare un’unica conferenza di servizi con la quale approvare anche la VAS.
I PRG devono solo localizzare dove vanno grandi insediamenti produttivi e i centri storici. Sul resto del territorio deve dimensionare e localizzare parcheggi prevedendo da subito la possibilità dei cambi d’uso a commercio dei piani terra.
Nel resto del territorio i cambi d’uso sotto i 250 mq sono liberi. No oneri concessori, no standard obbligatori. Per queste SUC rimane obbligo della manutenzione e della proprietà privata.
I parcheggi Tognoli vanno portati a 1 mq/5 mq SUC.

Favorire le monetizzazioni in luogo della presa in carico. La monetizzazione deve essere basata (al massimo) sul costo del terreno, poiché la gestione nel tempo di piccoli appezzamenti costa più dell’incremento di valore patrimoniale.

Varianti semplificate ex art. 8 DPR 160/2010 (SUAP), per localizzare edifici destinati alla logistica per le merci da portare nelle nostre città storiche. Percorso autorizzativo unico attraverso una sala conferenza di servizi dove si valuta congiuntamente profilo VAS, profilo VIA e progetto edilizio.

Nuovi interventi consentiti con SCIA, (SCIA alternativa al PdC) ferma rimanendo la responsabilità ai sensi del DPR 380/2001 per gli abusi.

Nel territorio agricolo deve essere possibile non solo il ristorante, ma anche avere servizi professionali (studi professionali, ambulatoriali, ecc.). Mixité funzionale estesa.

Ampliamento/Bonus di 10 mq di SUC a persona adulta per Telelavoro. L’ampliamento è esente da ogni contributo concessorio o di dotazioni territoriali. L’ampliamento avviene ovviamente con SCIA.

Obbligo della valorizzazione degli immobili comunali, attraverso le alienazioni o affidamento a enti del terzo settore.

Favorire con procedimenti semplificati le costruzioni per la logistica di prossimità e per la distribuzione delle merci nelle nostre città storiche.

PROCEDIMENTI
Semplificare il conteggio della SUC. Ci sono 19 eccezioni nella formulazione del Regolamento regionale. Meglio essere generosi da subito: indice urbanistico + 30 mq di bonus.

Inversione dei procedimenti Paesaggistico da una parte e Edilizio dall’altra. Il procedimento dell’autorizzazione paesaggistica va avanti prima di quello edilizio: si ricongiungono prima del rilascio del titolo.

Rendere al più presto disponibile il PRG in formato Open Data ai professionisti esterni.

Adesione immediata al Regolamento Edilizio Tipo della Conferenza Unificata Stato regioni del 2016.

Ridurre l’istruttoria di Pdc e Piani Attuativi conformi al PRG a una semplice check list.

Nei procedimenti deve essere data la priorità 1 a varianti in corso d’opera.

Le conferenze di servizi devono rendere pubblico il materiale tecnico oggetto di conferenza. I tempi della conferenza sono anche i tempi di pubblicità nei quali il cittadino può partecipare. La conferenza decide anche sulle osservazioni dei cittadini.

COMMISSIONE PER LA QUALITÀ E IL PAESAGGIO
Vanno in Commissione solo gli interventi che riguardano beni culturali (art. 21 Dlgs 42/2004)
Vanno in Commissione solo gli interventi che riguardano modifiche esterne in aree tutelate profilo paesaggistico. (Dlgs 42/2004)
Non vanno in commissione interventi su edifici ex art. 89 LR1/2015 (casolari tipici) che non hanno modifiche esterne.
Per interventi semplificati di cui al DPR 31/2017 sia sufficiente il parere dell’ufficio pesaggistico, senza il passaggio in CQAP.
Ampliamento degli interventi sottoposti a procedimento semplificato. (Nuovi edifici a seguito di demolizione di detrattori ambientali o di detrattori paesaggistici).

Creare una app per il pagamento degli oneri e rateizzazioni.

Pagamento della parcella del professionista (almeno il 50%), al rilascio del Titolo Edilizio o della presentazione della SCIA. O il pagamento completo prima dell’agibilità.

Eliminare il bollo dalle istanze.

Eliminare i diritti di segreteria per le pratiche edilizie.

TURISMO
Favorire il Turismo “site-specific”. Il Turismo “culturale” (pinacoteche, musei, ecc), può sopravvivere anche nell’epoca telematica. Il Turismo dei luoghi naturali o rurali può sopravvivere solo in presenza. Quindi favorire gli agriturismi, fattorie didattiche, ecc. Virtualizzare al più presto i beni culturali. La disponibilità virtuale spinge infatti alla visita “de visu”.

LAVORI PUBBLICI
Consentire affidamenti diretti sotto i 100.000 euro per i servizi. Disponibilità dei RUP a comunicare i propri conti correnti a ANAC
Rendere stabile l’inversione procedimentale nelle gare pubbliche.
Eliminare il contributo a ANAC per ogni gara, sia per le stazioni appaltanti sia per gli operatori economici.
Univocità del controllo sull’operato del RUP: Corte dei Conti o ANAC.
Assicurazione full risk del RUP a spesa della Stazione Appaltante.
Nei contratti pubblici (servizi, Forniture, lavori), preferenza per le aziende del Territorio per valori stimati sotto una certa soglia (es.: 1.000.000 di euro per lavori). Ciò in coerenza anche ai Criteri Ambientali Minimi CAM. Minori spostamenti ecc.
Semplificazione e riduzione della disciplina dell’accesso ai documenti amministrativi.
Pubblicazione degli atti di gara da una sola sezione del sito web, senza invio a altri soggetti.
Portare il criterio della rotazione di inviti a tre possibili inviti successivi e a due incarichi.
Impedire, a certe condizioni, il ricorso contro l’aggiudicazione dei lavori o del servizio.
Esternalizzare tutta la progettazione e DL della P.A. a professionisti esterni almeno per i Comuni sotto una certa soglia.


VARIE
Format omogeneo (stesso albero), dei siti web dei Comuni, ancora più stringente dell’attuale formato AGID. Favorire l’e-commerce. Eliminare la PEC. Al massimo attuare il doppio controllo mail.
Fare una convenzione con un provider e dotare di una firma Digitale ogni cittadino.
Spingere per l’adozione dell’atto pubblico notarile da remoto con firma digitale.
Stabilizzazione del telelavoro o lavoro agile per almeno il 30% del personale della PA (esclusi ovviamente operai e tutti coloro che hanno una funzione che presuppone un’attività fisica).
Fare un piano degli orari della città e implementarlo.
Intensificare il baratto amministrativo e tutte le forme di collaborazione pubblico-privato che consentono un’economia dal basso.
Il Comune deve mettere a disposizione dei genitori degli spazi per fare del co-sitting, per bambini in fascia d’età dai 6 ai 13 anni (elementari e medie inferiori). Degli spazi dove i ragazzi, possano per esempio fare i compiti o piccole attività di laboratorio. Non tutte le famiglie hanno la possibilità di tenere a casa i figli.

Un corpo, oggi

La storia terrena di Gesù non poteva finire che così: con la sottrazione del Corpo. È iniziata con un corpo che arriva misteriosamente, e finisce con un corpo che va via, misteriosamente. Un corpo che appare la prima volta in una mangiatoia e che vediamo per l’ultima volta su una croce. Luoghi e situazioni molto umane, molte contestualizzate. In mezzo, una vita molto attiva, di grandi gesti, di frequenti viaggi, di momenti gioiosi e di momenti tristi. Gli uomini, per vivere, hanno dunque bisogno di un corpo. Sembra una cosa scontata. Solo che lo quando dico, forse sono proprio nel punto di rottura del pensiero sul corpo. Ecco, forse abbiamo frainteso, o proprio sbagliato, quando abbiamo detto che abbiamo bisogno di un corpo. Noi non abbiamo bisogno di un corpo: noi SIAMO un corpo. Non c’è un “Noi” fuori dal nostro corpo: non c’è un Io fuori dal mio corpo. Io sono il mio corpo. Dell’alluce alla punta di capelli. Mi sembra che abbiamo perso questa integrità, questa “santità”. Sebbene la storia di Gesù faccia molto riferimento al corpo, mi sembra che l’elaborazione dottrinaria del cattolicesimo abbia tralasciato questa “sacralità” del corpo a favore di una divisione tra” corpo” e “spirito”. Solo Piero della Francesca ci presenta un Cristo risorto con un corpo ben fatto, un corpo potente, un corpo che non si nasconde, un corpo non (già) spiritualizzato. Il corpo di Piero è un corpo che si offre, che non fugge, che non si sottrae. Invece noi abbiamo de-somatizzato la nostra vita. Niente corpo, niente morte. Ecco perché l’immagine delle bare di Bergamo sono così emozionanti. Quelle casse di legno sono l’evidenza, l’ultima evidenza, differita, mediata, di un corpo. La Resurrezione non è solo quel fenomeno per cui il corpo viene riportato in vita e tutto continua come sempre. Questa resurrezione, come una sorta di grande guarigione, di grande performance medica, mi sembra (mi si perdoni), anche banale: un miracolo in più, dopo aver camminato sull’acqua, ecc. La Resurrezione è invece una nuova vita, una Vita nuova: nulla può essere più come prima, nulla sarà più come prima. Gesù è risorto, ha una nuova vita, di cui sappiamo poco, e che comunque appare poco significativa, in confronto al prima. Tornare in vita per poche apparizioni, per convincere San Tommaso (con il corpo). Per poi volare in cielo, quando invece avrebbe potuto dimostrare ai Romani e a tutti che era storicamente, fisicamente, invincibile… Immaginiamo la scena: Gesù si presenta a Ponzio Pilato e gli dice: “Vedi, nemmeno la morte può fermarmi…” Perche’ non farlo? Perché quella sarebbe stata la vita di prima, la conseguenza, la continuazione, lo sviluppo, della vita precedente. Che grande insegnamento è invece la Risurrezione come nuova vita! Che grande prova lasciarsi morire definitivamente. Se non fosse presa come una diminutio, direi che è una prova eroica. Il grande insegnamento è rinunciare a tutto quello che è stato prima, lasciarlo andare, considerarlo concluso. Forse solo San Francesco si avvicina a questo profondo senso della risurrezione, quando si spoglia e cambia vita.

Questo della resurrezione è un grande miracolo, ovviamente. Forse il più grande. Come capire un miracolo? Non si può capire, si può solo comprenderlo: si può solo accoglierlo. Solo una razionalità “ampliata” può ammettere il miracolo. Una razionalità che ammette i propri limiti, dunque. Una razionalità disponibile, attenta, vergine. Mi sembra che questo dipinto di Piero lo dica meglio di me: “I miracoli avvengono quando voi dormite! Questo ci dice Piero. Anzi: “I miracoli avvengono sempre, solo che voi dormite.”

Sulla scuola

Sulla scuola è tempo di fare qualche riflessione. Anche perché
settembre è dietro l’angolo: è domani. E perché tre figli studenti su tre fasce diverse consentono qualche riflessione immediata, senza alcuna pretesa di esaustività.
La teledidattica ha funzionato abbastanza bene, in emergenza.
Tuttavia non so se può reggere “a regime”. Per vari motivi.
1) Non Tutti gli studenti hanno una connessione internet adeguata e
un PC a disposizione. Non tutte le famiglie lo hanno.
Qui il digital divide è trasversale, in senso geografico, ed è anche verticale, in senso economico, perché le famiglie che non hanno connessione e PC sono ovviamente famiglie disagiate. E (è una mia opinione: non ne ho la certezza statistica), sono anche quelle con più figli.
2) La teledidattica, al di là della diversa qualità dell’ insegnamento (molti insegnanti sono basati, giustamente, sulla lezione frontale), funziona bene per studenti universitari, medie superiori, medie inferiori. Per le elementari ho qualche dubbio. Per asili e materne mi sembra impensabile. Tuttavia la popolazione scolastica va dai 2/3 anni ai 20/30.
3) Se per settembre non avremo trovato un vaccino (e mi risulta che per avere un vaccino occorrano almeno 18 mesi), dovremo trovare
qualche soluzione, modulandola sulle diverse fasce d’età.
4) Se a settembre bisogna rientrare a scuola, forse solo dalle elementari in su sarà possibile imporre il distanziamento sociale e altre forme di prevenzione. Di fatto, si tratta di trovare, in 5 mesi, il doppio delle aule. O mandare i figli a scuola un giorno si e un giorno no. Oppure su due turni in un giorno solo. Cercando di sopperire il giorno di assenza con la teledidattica (sperando nel frattempo in un piano straordinario del governo che regali un pc e la connessione a buona parte della popolazione scolastica).
Il che vuol dire pensare a una riorganizzazione degli orari in famiglia. È impensabile lasciare un figlio di 7/8 anni a casa da solo. Ne’ fuori ci saranno strutture sportive o para-sportive che potranno essere utili allo scopo. È dunque sicuro che il telelavoro dovrà essere favorito e implementato il più possibile.
Forse le scuole vanno ripensate in funzione della rarefazione e dunque dagli edifici scolastici andrebbero “espulsi” immediatamente gli uffici, demandando al telelavoro di supplire, così come le biblioteche d’istituto e gli altri spazi accessori.
5) Il personale insegnante e ausiliario dovrà essere testato frequentemente e forse tracciato per evitare che si ammali e che contagi altre persone. Difficile anche sotto questo profilo obbligare dei bambini e di ragazzini all’uso corretto delle mascherine dei guanti. 6) Le palestre delle scuole andrebbero mantenute, poiché saranno uno dei pochi luoghi in cui sarà possibile farà attività fisica controllata. Immagino infatti che molte associazioni sportive in questi mesi chiuderanno, poiché la loro attività era basata principalmente sul calcio o su altri sport che prevedevano sia un contatto fisico tra gli atleti sia forme di finanziamento attraverso eventi ad alta affluenza di pubblico. L’attività fisica degli studenti dovrà essere rivista, almeno fino al vaccino, in modalità contactless. È molto frustrante pensare a tutto ciò, solo che occorre farlo. Occorre mantenere nei giovani (in tutti, a dire il vero), una certa attività fisica. Se il lockdown consentisse un minimo di attività fisica personale, invece, anche le palestre potrebbero essere riusate come aule provvisorie, magari disponendovi, all’interno, dei piccoli moduli energeticamente e acusticamente autonomi.

La foto in evidenza è la loggia meridionale di Palazzo Collicola a Spoleto. Per noi della scuola media era un corridoio di distribuzione per andare ai vari laboratori di fotografia, scenografia, ecc. dell’Istituto d’Arte. Sicuramente non era a norma. Tuttavia non lo cambierei con alcuno dei prefabbricati, normativamente perfetti, venuti dopo, ai quali guardo con infinita tristezza.

Considerazioni sulla ripartenza e sul Codice dei Contratti pubblici

Stimolato da molti interventi, non ultimo da quello del buon Diego Zurli su Umbria24.it, tento anch’io qualche riflessione sulla necessità di pianificare la ripartenza, passando per tre punti topici: la tutela della concorrenza, la governance, la corruzione.

Mi pare evidente che se manteniamo fisso e prevalente il principio della tutela della concorrenza, il Codice abbia pochi margini di miglioramento. Infatti, anche togliendo il Codice noi dovremmo comunque rispettare tutti gli altri principii del buon andamento della P.A., della trasparenza, della proporzionalità, dell’imparzialità, ecc. Quello che tutti chiamano il principio di rotazione degli affidamenti e degli inviti è invece per me solo un criterio (o meglio: una modalità operativa), con cui si garantisce la tutela della concorrenza. Ma se non riusciamo a bilanciare il principio della tutela della concorrenza con quello dell’economicità dell’azione amministrativa, rimaniamo nell’ambito di piccole modifiche operative al codice. Se la concorrenza è il principio primo sarò infatti obbligato, come stazione appaltante, a una serie di adempimenti ineludibili: pubblicazione ex ante della mia volontà di affidare un servizio o un lavoro (con criteri già fissati), gara, pubblicità delle sedute, pubblicità dei risultati, affidamento, rotazione per il prossimo incarico, ecc. Se a questi passaggi sinteticamente riassunti sopra aggiungiamo gli obblighi derivanti dalla trasparenza (che qui assolve due funzioni: una di tutela della concorrenza e una di controllo esterno), mi sembra che i margini di miglioramento si riducano molto. Non credo che il ricorso all’affidamento diretto per importi più elevati sia la soluzione, se rimangono ferme tutte le altre condizioni e gli altri vincoli. Ci possiamo anche appoggiare alle esperienze degli altri stati, ma cambierebbe di poco: in Francia, per esempio, il limite dell’affidamento diretto è fermo a 25.000 euro. Pressappoco facciamo gli stessi passaggi degli altri paesi europei, solo che ci mettiamo il doppio del tempo di media (non è una battuta). Perché? I motivi sarebbero molti: ne elenco solo due per ragioni di brevità:

1. Frammentazione della governance tra autorità, osservatori, albi, agenzie, (che porta alla frammentazione del procedimento amministrativo).

2. Conseguente moltiplicazione di obblighi di pubblicità, trasparenza, accessibilità del dato, ecc.

3. Scarsa infrastrutturazione telematica del paese (sia infrastruttura fisica che di portali, di procedure).

Insisto sulla Governance. Impossibile comprimere ancora di più i tempi di istruttoria dei dipendenti pubblici, se aumentano i passaggi e i filtri degli enti. O riusciamo a ridisegnare l’architettura decisionale o la responsabilità della decisione tenderà a diluirsi tra mille soggetti. Si veda già oggi come l’emergenza Covid19 abbia prodotto già più di mille pagine tra DPCM, decreti, ordinanze della Protezione Civile, Circolari del Ministero della Salute, ecc. Abbiamo uno Stato “normorroico”. Vi è una “soglia”, oltre la quale il responsabile dell’ufficio pubblico alza le mani e si dichiara sconfitto. A quel punto, se è molto coraggioso, usa il buonsenso (ignorando le leggi). Se non è molto coraggioso cerca di ripartire i rischi della decisione e quindi chiede tutti i pareri possibili (previsti dalle norme stesse). D’altra parte lo stipendio di un responsabile che firma appalti anche importanti non arriva a 2000 euro l’anno, e quindi non è da biasimare. Il problema è oggi aprire un’ombrello, uno scudo penale per i funzionari, che sono costretti a pensare che cosa rischiano, quanto rischiano, se la Corte dei Conti mette l’occhio sulle loro procedure. E cosa rischiano, quanto rischiano, se l’ANAC accende i riflettori su quella procedura. Occorre semplificare drasticamente l’apparato normativo, poiché è l’incertezza che blocca la firma dei responsabili della pubblica amministrazione, e non invece la chiara adozione di procedimenti, più lunghi che siano. Per certi appalti la Corte dei Conti o l’ANAC (perché averne due?), facciano un controllo preventivo e poi diano il via libera al procedimento.

La corruzione. Come dicevo provocatoriamente in un commento di qualche tempo fa, il funzionario italiano è l’unico nel mondo che apre il suo browser e che deve colloquiare quotidianamente con un’agenzia che gli ricorda costantemente la sua condizione di corrotto. L’Autorità Nazionale Anticorruzione è il il nome scelto per questa autorità. Ora, a parte l’infelicità del termine (che cos’è l’anticorruzione? La concussione, per simmetria?), è evidente che il tema della corruzione è diventato in Italia un tabù. In prima battuta esiste una differenza tra la corruzione reale e la corruzione percepita. E credo che noi tutti siamo abbagliati dalla seconda. La prima, in Italia, non è così diversa dal resto del mondo, se si esclude qualche isola felice. In secondo luogo, soprattutto molti magistrati ritengono che buona parte della corruzione si annidi nei piccoli appalti, e tipicamente in quelli sotto i 40000 euro. E’ vero che in Italia una grande fetta degli appalti riguarda questa cifra, ma questo non è colpa né dei funzionari pubblici né degli operatori economici. E’ che in Italia si fanno poche opere significative. Devo riconoscere che correttamente (e stranamente, a questo punto), l’ANAC nel suo rapporto annuale esclude gli appalti sotto i 40000 euro. Veramente si ritiene che sotto questa soglia si annidi una percentuale significativa del sistema corruttivo italiano? Ma che tangente si può immaginare su un lavoro “in bianco” (tracciato, bonificato, durcato), di 39.000 euro, di cui la metà andrà in tasse? Ma chi rischierebbe oggi per una tangente di 1000 euro (ricordo che la tangente è per definizione “al nero”, e che quindi all’imprenditore costa il doppio). E quanto costa allo Stato il controllo di questo fenomeno? E vogliamo considerare qual è la percentuale dell’incasso rispetto a quanto accertato? Non sarebbe meglio concentrare le energie sui grandi appalti, dove lì ci sono economie che consentono, anche con percentuali bassissime, delle cifre assolute di grande rilievo (e quindi appetibili)? Giusto, giustissimo combattere e debellare la corruzione. Mi sembra che gli strumenti normativi ci siano tutti (forse troppi: quante volte bisogna pubblicare o comunicare gli stessi dati degli appalti? In quante sezioni dello stesso sito? Abbiamo bisogno di 7 tipi di accesso ai dati?). Su Il Sole 24 Ore di qualche tempo, il quotidiano stimava che l’onere burocratico legato alla trasparenza e alla prevenzione della corruzione oggi impegni il 30% dell’attività degli uffici. Possiamo ridurlo?

Mi mancano le mani

Non sono bravo a parlare. O meglio: non mi piace parlare a vanvera. Chi mi conosce bene sa cosa penso delle parole dette, soprattutto in cui epoca in ci nessuno tiene fede alla parola data. Credo che servano poche parole. Chi ti conosce non ne ha bisogno, chi è intelligente ha bisogno di poche parole, chi non capisce non capisce nemmeno con mille parole. Detto ciò, mi mancano le mani e gli abbracci. Soprattutto le mani, che non mentono. Il calore della pelle, il colore, le rughe, la forza della presa, il tempo della presa, il tempo del rilascio, il modo del rilascio, il modo di porgere la mano, il modo di ritirarla, il sudore della mano, la lunghezza delle dita, la lunghezza delle unghie, la pulizia delle unghie, la forma delle unghie, la pulizia della mano, la morbidezza della pelle, la ruvidezza, le vene su dorso, la pelle velata sul dorso di alcuni anziani, la lunghezza delle singole falangi, la sproporzione di alcuni pollici… Con la mano ho appreso la durezza degli schiaffi di mia madre, diventate carezze in tarda età, forse in ritardo. Con le mani ha siglato patti di amicizia che durano da una vita, e patti di lavoro che sono diventati amicizia con gli anni. Con le mani ho sentito la vita andarsene da persone care… Con le mani ho sentito che quello era amore e che quel tenersi la mano era anche stima, riconoscenza, fiducia, passione, trasporto, accoglimento. Con le mani i miei figli mi hanno salutato, afferrando il mio indice e stringendo forte, come se da quello stringere dipendesse tutta la vita.

Un Nuovo Paesaggio #2

Il nuovo Paesaggio dipenderà, ovviamente, da una società modificata. Per un po’ di tempo ci avvieremo ad essere una società contactless. Ci vorrà altro tempo per tornare ad essere più fiduciosi dei nostri corpi.

Per qualcuno questa pandemia è solo una sospensione di una vita che tornerà a essere normale, uguale a quella di prima. Qualcuno vorrà tornare indietro. Per qualcuno questa è solo una parentesi.

Io invece non lo credo. Ritengo e invece che ne usciremo molto cambiati, per vari motivi.

Primo, la sospensione, la bolla, non sarà di breve durata. Non dico che sarà lunghissima: dico che gli effetti saranno incisivi e diluiti nel Tempo. La prima ondata di questa crisi può anche risolversi in un paio di mesi. Il punto è che per mandare in crisi vera un libero professionista o un artigiano bastano un paio di mesi di assenza di incassi. Per un operaio a cui viene ridotto l’orario di lavoro, lo stesso. Per chi contava di poter lavorare di li a loco, magari nel Turismo, e che invece non verrà proprio chiamato a lavorare, il problema sarà immediato. Intere catene deboli, con scarsa inerzia finanziaria, saranno rotte da questa crisi.

A me pare insomma evidente che l’economia tutta, e l’economia locale soprattutto dovrà riorganizzarsi in tutta fretta. E questa riorganizzazione non potrà essere istantanea.

Secondo fattore, derivante dal contactless a cui accennavo sopra, è l’introduzione delle tematica in tutti i settori della nostra vita. Quindi lo smart working, e anche lo smart learning (lo chiamerei così), e poi, senza fare l’immaginifico, il nuovo sport, la nuova cultura, il nuovo benessere, ecc. Lo smart working (e anche il resto del dominio smart), presenta innegabili vantaggi nel conciliare la vita privata con il lavoro. Ci sono una serie di innegabili vantaggi sotto il profilo ambientale, che non si può far finta di non vedere, anche per chi, come me, non è per la decrescita felice.

Io non appartengo a coloro che hanno una logica “o-o”.

La possibilità dello smart working e, a questo punto direi della smart living, sono una possibilità in più. Passata l’emergenza sanitaria potremo ancora rivederci, se vogliamo, in sessioni plenarie, in cui siamo fisicamente presenti. Potremo ancora fare lezioni in presenza, commissioni, audizioni. Se vorremo. Quando vorremo. Potremo fare riunioni miste, dove parte delle persone sono in presenza e parte in videoconferenza. Non dobbiamo rinunciare alle opportunità.

Come possiamo aiutare l’economia a livello locale, a prescindere da tutte le misure che potrà e vorrà mettere in atto il Governo?

Questa è la domanda che a mio avviso dovrebbe animare e motivare la costituzione di un gruppo locale trasversale e pluridisciplinare che aiuti la politica a fare una buona sintesi. Economia inteso in senso ampio, ovviamente.

Ci saranno attività e professioni che subiranno una fortissima flessione nell’immediato e comunque saranno ridimensionati anche una volta tornati in un regime di normalità. Penso a bar, piadinerie, ristoranti, il turismo, il cinema, il teatro, lo sport, le palestre, i mercati coperti. Tutte queste attività si svolgono in edifici. Così come la produzione e così come l’attività terziaria (le scuole, gli uffici pubblici). Sono edifici, localizzazioni, quantità da ripensare completamente.

Ci saranno invece attività (e edifici), che subiranno un incremento velocissimo nella crisi e che comunque saranno in posizione dominante domani. Penso a produttori di dispositivi medici e paramedici, detergenti, logistica, servizi alla persona a domicilio, soluzioni per smart workers, micro-fattorie vegetali, stampanti 3d, servizi di connettività e di modellizzazione, intelligenza artificiale, ecc.

Bisognerebbe forse partire da una matrice di questo tipo, cercando di fare un matching tra quello che è destinato a perdere di importanza e ciò che invece aumenta di importanza. E capire di conseguenza come la città (e il paesaggio), possono adattarsi, accogliendo anche nuove funzioni e rigenerandosi in velocità. Perché certo una cosa che ci ha insegnato questo virus è che bisogna rispondere con velocità e che il mondo fatto di procedure, gare, bolli, autocertificazioni, non è adatto a fronteggiare queste sfide.

Chiudo con qualche proposta a-sistematica, che ha solo l’intenzione di essere una “mossa d’apertura”.

1) Occorre un piano ricognitivo degli immobili della città, immaginando quali saranno i primi a svuotarsi e quindi i primi a dover essere ri-abitati (perché no?), rigenerati, riusati.

2) Occorre un quadro normativo che consenta di pianificare, progettare e realizzare queste cose con la dovuta velocità. Per esempio obbligare a conferenze di servizi per i piani attuativi, estendere la possibilità della SCIA anche a nuove costruzioni, snellire ancora la ristrutturazione edilizia …

3) Occorre introdurre un quadro di fiscalità, anche locale, che aiuti a mantenere un tessuto produttivo locale per il settore edilizio (contributo di costruzione, monetizzazione, bonus, ecc.)

4) Occorre esternalizzare tutta la progettazione e buona parte della realizzazione di lavori pubblici, riservando agli enti locali solo il controllo. Ciò consentirebbe anche di immettere un po’ di liquidità nel settore dei professionisti.

Un Nuovo Paesaggio #1

Può apparire strano che io pensi a ripartire quando siamo in piena emergenza. Anche io ho paura, come tutti, che questo nemico sia più forte di me o dei miei cari. Non lo sottovaluto, anzi. Invito tuttavia chi legge a prendere in considerazione altri fatti. Sotto il profilo dell’emergenza abbiamo fatto del nostro meglio, finora. Certo, ci sono stati errori nella definizione univoca della linea di comando e nella comunicazione. Ci sono errori che provengono da politiche passate. Sono tutte lezioni che ci serviranno per il futuro, se avremo la saggezza di tenerne traccia e di fare un’analisi profonda degli errori. Ma oggi, oltre a chiudere tutto il possibile, ad attenerci alle disposizioni, a supportare chi, a vario titolo, fronteggia in prima linea il virus, non possiamo fare. Pensare alla ripartenza, invece, immaginare, modellare il prossimo futuro, ci dà il senso della nostra resistenza, ci porta su atteggiamenti positivi (che fanno sempre ben), ci dà anche, più prosaicamente, un vantaggio competitivo in termini di tempo. Ci consente di dire adesso, con memoria incorrotta, cosa non dobbiamo fare se si ripresentasse un nemico simile al Coronavirus. E cosa, invece, dovremmo fare. Cerchiamo dunque di essere, non resilienti, come oggi va di moda dire, ma addirittura anti-fragili.

Credo dunque che una riflessione vada fatta, e condotta su due livelli: uno più strategico, con un orizzonte più lungo, e uno, invece più immediato, prossimo.

A livello strategico, la battaglia che abbiamo condotto porterà, oltre a modifiche transitorie del nostro quotidiano (riassorbite nel giro di qualche mese), a modifiche strutturali in vari settori: sociali, economici, istituzionali, ecc. Soprattutto se l’accelerazione telematica di questi giorni sarà portata a regime. La telematica porterà a mio avviso (paradossalmente, quasi), a cambiamenti fisici notevolissimi nell’architettura, nella città e dunque nel paesaggio.

La Città come l’abbiamo conosciuta, molto molto sinteticamente, si è modellata sulla residenza, sul commercio, sul lavoro. La componente del lavoro (quella hard, dico: le “fabbriche”), è stata completamente rivista con la crisi produttiva degli anni ‘80. Quella del commercio alla fine del secolo scorso. Ora sembra il turno dell’attività Terziaria. Avremo dunque una polverizzazione degli uffici, o almeno una loro agglomerazione in unità più piccole e ‘cellulari” (simili forse alle cellule dei telefonini).

Aumenteranno gli spari di socializzazione dedicati al leisure, allo sport, al wellness, alla cultura. La visione delle pinacoteche, dei musei, della gipsoteca, sarà meno “turistica” e più mirata. Potremo infatti vedere dipinti e statue da casa, su schermi molto grandi (o su occhiali specifici), o riprodotti in 3D con la realtà aumentata. Di contro nasce il problema di riqualificare i grandi immobili che oggi sono gli uffici, sia pubblici che privati.

Bisogna rigenerare la città, immaginando che i grandi edifici terziari diventeranno un tema analogo a quello che è stata la riconversione degli edifici industriali. Le proporzioni fisiche sono ovviamente diverse, sebbene il Tema sia analogo e per me sarà analogo anche l’impatto sull’economia.

Bisogna re-immaginare gli uffici e le scuole, che non potranno più avere la stessa forma, la stessa importanza, la stessa distribuzione. Banalmente questo implicherà il ripensamento e la localizzazione degli esercizi di prossimità (bar, cartolerie, tavole calde, ecc). E ciò costringe a rivedere, a riplasmare i parcheggi, la viabilità.

Come si può intuire, il potenziamento della telematica costringe a ripensare la città e (di conseguenza), il paesaggio.

Lo scrivevo tempo fa (nel 1996), e oggi ne sono sempre più convinto: a fianco della città storica consolidata, dobbiamo immaginare una forma dell’abitare disperso nel paesaggio. O meglio: questo sarà il nuovo paesaggio. Con buona parte dell’approvvigionano minuto soddisfatto dalla logistica capillare, via terra o via drone, le nostre abitazioni sono destinate a disperdersi nel territorio, e probabilmente in modalità off-grid per quanto riguarda l’acqua potabile, le fogne, l’elettricità, ecc.

La città murata che noi conosciamo e che fatichiamo (culturalmente, emotivamente),a abbandonare, e che presenta ancora dei vantaggi, è nata da esigenze sincroniche e persistenti di sicurezza, di economia degli spostamenti, di economia di infrastrutturazione, di governo, di socialità, di commercio. Oggi molte di queste esigenze possono essere soddisfatte in altro modo rispetto alla densificazione delle costruzioni. Ecco perché bisogna pensare a una nuova città. A una nuova “Forma”.

Ad un livello più immediato, cosa possiamo fare? Possiamo convenire che nell’immediato ci sia la necessità di consentire una veloce ripartenza. Provo a elencare una serie di punti, ovviamente non esaustivi, e limitandomi ai settori dell’architettura.

E’ evidente: per ripartire velocemente occorre modificare (anche), il Codice dei Contratti Pubblici. Chi dice di sospenderlo non sa di cosa parla. E’ innegabile tuttavia che la sua applicazione rappresenta un freno nell’attività edilizia e infrastrutturale.

Accendo uno spot su un argomento “tabù”: la corruzione. Il Codice è scritto tenendo in considerazione vari elementi, ovviamente, ma soprattutto due: la concorrenza (come favorirla), e la corruzione (come evitarla). Credo che il funzionario pubblico italiano sia uno dei pochi al mondo a avere, tra i preferiti del browser, un portale dedicato all’anti-corruzione. Ora, al di là dell’infelicità del termine (che cos’è l’anticorruzione?), ritengo che ci sia un forte disallineamento tra la corruzione reale del paese e la corruzione percepita. Così com’è necessario capire quanto costa, in termini reali, sommando costi pubblici e privati, dirette e indiretti, il controllo e la prevenzione della corruzione. Perché, molto prosaicamente, questo controllo costa molto.

Se faremo davvero telelavoro bisognerà progettare le nostre case con delle stanze per il Telelavoro. Queste dovrebbero non soggiacere agli oneri tipici del Permesso di Costruire in quanto necessari all’attività lavorativa. Prevedere una sorta di “Piano Casa”, anche in deroga ai limiti posti dal PRG, per consentire questo tipo di interventi con PdC o SCIA, laddove non ci siano particolari interessi pubblici da tutelare. La possibilità del telelavoro e del teleapprendimento va consentita anche nello spazio rurale. Oggi l’agricoltura è una componente residuale dell’economia rurale, e non si vede quali debbano essere i limiti ideologici a questa possibilità.

In Umbria ci sarà bisogno di integrare la LR 1/2015 e il RR 2/2015. Nonostante il buon impianto generale, dovranno tener conto dello smartworking nella Pubblica Amministrazione. E in Comuni dove la copertura internet è debolissima, non sarà facile. Non dimentico i Comuni colpiti dal sisma 2016, ma l’argomento ha bisogno di una sede propria. In ogni caso il lavoro e la scuola a distanza possono rappresentare per questi Comuni solo un’opportunità in più.

Recentemente Assisi ha istituito un Tavolo Tecnico Paritario tra tecnici del Comune e designati dagli Ordini professionali per favorire il dialogo tra due mondi visti spesso, erroneamente (almeno per quello che mi riguarda), in contrapposizione. Ritengo che lo stesso Tavolo, nelle prossime riunioni, potrà tranquillamente mettere all’ordine del giorno alcuni degli argomenti qui appena anticipati.

Affetti invece di effetti

Questa è la foto di uno dei primissimi libri che ho letto, in autonomia, e che esulava (ovviamente), dai libri di testo scolastici. Costava 1500 lire e lo lessi a 13 anni, marinando la scuola il venerdi. Il venerdì c’era applica ieri tecniche e musica, che non amavo, indù gli insegnanti mi avevano” detto che era negato per quelle materie, e quindi si era avviato quel circolo vizioso di profezie auto-avverantesi che molti ormai conoscono.

Da giovane dicevo che non mi piacevano i romanzi e che preferivo la filosofia perché era più diretta: quello che il romanzo diceva in 100 pagine la filosofia poteva dirlo in 5. La filosofia mi faceva capire come funzionava il mondo. Oggi torno a leggere romanzi e lascio perdere la filosofia (a parte l’estetica).

Sempre più bisogno di un significato e sempre meno di un teorema.

Le parole del corso

Traccia della presentazione presso Circolo Fortini di Assisi 12 10 2019

Lettera di un amico architetto (Wladimiro Maisano)

Mio caro Bruno,1

così la tua idea ha preso forma: “Gloria del lungo desiderio, idee!”. La vita è una ginnastica di desiderio e tu sei stato capace di svuotare le radici della vanità ai tuoi desideri. Vivere in un clima di desiderio ecco cosa ho portato a termine ecco ciò a cui ho dato forma. 

Ora, tuttavia, nel momento in cui scrivo mi sembra a mala pena essenziale d’essere stato architetto. D’altronde i tre quarti della mia vita sfuggono a una definizione fornita dalle azioni: il complesso delle mie velleità, dei miei desideri, persino dei miei progetti resta vago ed evanescente quanto un fantasma. 

“Oh voluttà piena di frode! O Felicità consacrata all’inganno!”2. Ancora mi ritorna il lamento di Wagner. Mi ritorna il monito dell’impossibilità di giustificare licenza che non sia arbitrio.

Ho lottato contro il tempo, la semantica, la forma. Rigenerando le antiche favole per ritornare ad una sorta di mitologia governata da una musica segreta le cui cadenze destano fantasmi remoti e benefici come sorti dal cuore, il mio amato cuore, quasi apparizioni invocate di figure leggendarie.3

Ad ogni istante, tuttavia, mi pare di cominciare a soffrire… ma non parlarmi ti prego di quel che ho perduto. Lascia la mia memoria a se stessa. Ma aspetta, poiché sono troppo semplificato ora per non essere soggetto fino in fondo al moto di qualche idea4. Già quella certa idea!!! 

Sto iniziando a poco a poco a sfogliare, a rileggere le mie tesi impossibili. Da qui il loro contenuto è così inattuale, paradossale e tuttavia terapeutico. Su una cosa, in questo eterno, avevo ragione: dare forma a quel sogno a quel segreto del creare compositivo è proprio delle favole.5

Ecco ritrovo la perduta pazienza, di un compositore liberato dalla fretta e dall’ansia, per ritornare a riscoprire lo scopo del suo esistere: l’armonia.

Ricordo, ecco, ricordo il complesso evolversi del processo di progetto, la ricerca paziente… ma voi non potete più permettervelo, il lavoro è diventato fine non mezzo. “Lime labor et morae”. 

Da qui non ho il timore d’esser scoperto antico, sì sono una antica voce, un segreto che supera la vita, l’oscuro sortilegio della terra, l’erba maligna che solleva il suo fiore. Non ho timore di esser scambiato per nostalgico, sprovveduto. La storia è inesauribile avventura. Ecco colgo le ombre che si manifestano a me. Tutte le età sono contemporanee. Come ricorda Orazio: “In verbis etiam tenuis cautusque serendis dixeris egregie, notum si callida verbum reddiderit iunctura novum”.6 Oh attività prediletta o variare compositivo. Ho dato tanto valore alla ragione, alla disciplina, all’arte non come opera d’arte ma come arte all’opera. Faticavo a rintracciare i pensieri, l’effetto tanto cercato eppure l’architetto, l’attore, l’accetera vive tra ciò che vuole e ciò che può7. Qui è il limite di quel regno intermedio: Figure! Figure! Quante volte ero sul punto di discernere qualche forma, ma quella supposta visione non giungeva mai a destare la minima similitudine nel mio dire8; decriptare, interpretare i suoi segreti che andavano rivelati attraverso un lento lavoro di approfondimento, di svelamento e di limatura… le dolorose cancellature9, le rinunce, la mano lenta. E’ ancora tutto così irresistibile eppure tutto trascurabile, cercavo di vedere ogni cosa con la precisione con cui ora la vedo10. Ma tutto ora è allo stesso tempo irriconoscibile anche adesso che ti scrivo, poiché scrivere è sempre stato per me brivido, desiderio di farlo11. Tutto fila via alla deriva, i miei occhi lo seguono per un attimo ma poi lo perdono senza averlo ravvisato; sento ancora il profumo di quella madeleine. I fatti hanno stabilito che tra le cose indispensabili alla razza umana figuri necessariamente qualche desiderio insensato. Senza amore non ci sarebbero uomini.

Comporre!!! Sono stato un puntellatore di rovine, un costruttore di nuovi percorsi, di nuove figure, di un nuovissimo e diverso orizzonte di senso, di un nuovo senso; calcolo della fantasia, ragione delle idee, paradossi, conflitti, opposizioni, ciarle, berlingate difronte alla tracotante accademia, cose inutili. E’ stato il debito da me pagato per non essere poeta e poter continuare nella bugia di costruire” magnifiche finzioni” illudendomi che sia sempre stato un fatto necessario e non sempre sapendo se sia stato giusto o sbagliato. Per contro c’è il brivido dell’ignoto, dell’imprevedibile, composizione, segreto fascino che mi sospinge su questa riva. Ecco ritrovo lo spirito costruttivo; spirito e materia, conoscere e fare, pensai et congettai…cosa? Che mai sfinimento costringe il miserabile artista, architetto, “accetera” a consegnarsi ai voti claustrali delle muse a chiodarsi all’infamia della crocetta estetica? Sono tante troppe le motivazioni e tutte mica tanto decorose. A cominciare dalla vanità esecrabile dello stimolo creativo, maternale, insensato, disumano; al famigerato ruotare attorno al solito perno dell’esser padre della propria opera, farina del suo sacco, parto di sua esclusiva fantasia, intellettiva maternità virile ecc.ecc. come fosse possibile, scontato, l’essere autore di un qualche cosa. L’autorialità è un doppio falso, nell’idea che la origina e nell’artificio che quell’idea stravolge realizzandola12. Comprendere con spirito costruttivo13 il senso dello spazio è pari a saper apprezzare la seducente gradevolezza dell’armonia dei ritmi, degli intervalli spaziali, i suoi silenzi, le sue dissonanze, le sue proporzioni. Ma ciò che mi ha strappato dal finire nei seducenti abbracci del successo tout court è stata la certezza vera, cosciente, sincera che tutto ciò che è stato detto o fatto è stato già detto o fatto da un romano. Guarda a Roma!

Un tempo ho creduto che un certo gusto per la bellezza avrebbe surrogato in me la virtù ed avrebbe saputo immunizzarmi dalle tentazioni troppo volgari delle soggettività più spinte, senza norme né leggi. Avere tra le mani quei mirabili frammenti, anche se insudiciati e imperfetti mi faceva provare il piacere raro dell’intenditore, il solo a collezionare ceramiche ritenute da tutti comuni. Ecco il mio intimo desiderio del comporre ad odio dei prospettivari, Ah perdona non si usa più!!! Non ho mai creduto che la modernità e il progresso siano valori indiscutibili a fronte di quelli eterni ed immutabili di educazione all’armonia, al bello sui quali per secoli è stata costruita la nostra disciplina architettonica.

Disciplina, insegnamento…non ho fatto altro che inculcare il sacrosanto dubbio. Il tempo, non come risposta stilistica, la contemporaneità ma di scrittura, di rappresentazione. Ho sempre gettato il seme sull’assunto principale che: “la più ampia libertà non può che nascere dal più stretto rigore”. Ecco il valore della mia scuola che non ha fatto altro che sforzarsi di rendere vana la “libido aedificandi” legata all’ansia del solo progettare, per riattivare quei muscoli intorbiditi, salvandoli dal continuare a camminare come galline14.

Ma ecco la mia incapacità di ritrovare il mio tutto immutato, e ritorno sospinto lontano dai miei vizi e dalle mie virtù, volgendomi verso il contrappeso remoto degli astri dove nessun filosofo più nulla può dirmi15.

 Ti esorto: “non dimenticarti l’etica che ti ho insegnato”16.

Spoleto 09.03.2019

Note:

1 Margherite Yourcenar “Memorie di Adriano” ed. Einaudi 1997. L’idea è nata proprio dal  realizzare una lettera dell’impossibile. Ogni parte della lettera è la trasposizione di riflessioni che nuovamente combinate e ricomposte hanno dato forma a questa lettera.

2 Rivista “La Nuova Città” Ed. Alinea 1994 (fondata da Giovanni Michelucci)

3 Giancarlo Leoncilli Massi “La leggenda del Comporre” ed. Alinea 2002 

4 Paul Valéry “Eupalino o l’architetto” ed. Einaudi 1996

5 Giancarlo Leoncilli Massi “La leggenda del Comporre” ed. Alinea 2002

6 Orazio “Ars Poetica” ed. Fazi Editore. (vers. 44-46)

7 Costanzo Costantini “Fellini. Raccontando di me” ed. Riuniti 1996

8 Paul Valéry “Eupalino o l’architetto” ed. Einaudi 1996

9 Edgar Alan Poe “Filosofia della composizione” ed. BUR 1997

10 Paul Valéry “Eupalino o l’architetto” ed. Einaudi 1996

11 Giancarlo Leoncilli Massi “Composizione Commentari” ed. Marsilio 1985

12Carmelo Bene “Quattro Momenti su tutto il nulla; Momento 4  l’arte” ed. Rai Radio3 2002

13 Salvatore Vitale “Estetica dell’architettura” ed. Laterza 1967

14 Rivista “La Nuova Città” Ed. Alinea 1994 (fondata da Giovanni Michelucci)

15 Margherite Yourcenar “Memorie di Adriano” ed. Einaudi 1997

16 Giancarlo Leoncilli Massi. Dalla sua ultima telefonata fattami nel 2003, da allora in poi è stato sempre un dialogare attraverso brevi messaggi, cartoline e lettere.