DDL Lupi

Il ministro Lupi ha pubblicato qui: http://www.mit.gov.it/mit/site.php?p=cm&o=vd&id=3387 un disegno di legge in materia di trasformazione urbana e principii di politiche pubbliche territoriali, invitando a fornire contributi entro il 15 settembre.
Del DDL può essere fatta una doppia lettura. La prima, dicendo le cose che mancano e che sarebbe stato opportuno invece avere. La seconda, criticando nel merito ogni articolo.
Per quanto riguarda la prima, anche se la sede non è del tutto quella adeguata, posso dire che a mio avviso mancano: un raccordo sostanziale con i procedimenti di VAS; un raccordo con operazioni di messa in sicurezza del territorio; norme di raccordo o di impulso per i centri storici. Il dibattito pubblico, infine, andrebbe normato in questa sede e non lasciato alle Regioni e solo per le operazioni di rinnovo urbano.
Nel merito del DDL, di seguito espongo quali sono le cose che pongono le maggiori perplessità.
Art. 4
“Alla riunione della Giunta partecipa il Sindaco o il Presidente della Provincia interessata al provvedimento.” Mi sembra che il potere sostitutivo della Regione verso il Comune o la Provincia inadempiente sia troppo forte. Anche il Commissario ad acta avrebbe difficilmente la possibilità di impegnare il Comune in un nuovo PRG, sia per questioni di bilancio che per questioni di tempo. L’ultima frase del comma 3 è curiosa. Non si comprende con quale ruolo il Sindaco dovrebbe partecipare alla riunione della Giunta regionale: come semplice uditore?
Art. 5
Co. 3 “La DQT garantisce l’espressione della domanda pubblica di trasformazione territoriale che la pianificazione paesaggistica deve contemplare.” Non si comprende questo inciso relativo alla pianificazione paesaggistica. Tra l’altro: a quale livello di pianificazione paesaggistica ci si riferisce? Regionale?
Co. 5. La DQR va ad aumentare i già numerosi strumenti di programmazione regionale (In Umbria DST, PUST, QSR, ecc.)? Opportuno mettere una norma che obblighi al raccordo ed all’integrazione.
Art. 6
Co. 1. Sarebbe forse l’occasione di asciugare la terminologia o definire in maniera positiva cosa siano e in cosa differiscano le attrezzature pubbliche, i servizi di interesse pubblico, quelli di interesse collettivo e quelli di interesse generale.
Co. 4. Si introducono i servizi primari, secondari e di interesse generale, che sarebbe opportuno definire.
Co. 5. Mi sembra che le Zone Territoriali Unitarie vadano a sostituire le Zone Territoriali Omogenee del 1968. Tra l’altro queste ZTU vanno pianificate solo nel momento “operativo”. Ma siccome queste ZTU si portano dietro le Dotazioni territoriali essenziali, ne risulta che solo la parte “operativa” del PRG potrà fare i calcoli circa il proprio dimensionamento, sia in termini di abitanti che in termini di spazi necessari.
Co. 6. Forse sarebbe stato più opportuno prevedere se non un Titolo, almeno un Capo della legge per le Norme finali e transitorie e per i raccordi con normative regionali già in fase di regime.
Art. 7
Co. 2 sub a). Credo che almeno la pianificazione di carattere programmatorio debba avere una qualche capacità ed efficacia “propositiva”. Una pianificazione che abbia solo un’efficacia conoscitiva e ricognitiva (dei vincoli, immagino), è una pianificazione celibe. Sarebbe stato opportuno distinguere di chi è la competenza ad approvare il piano “programmatori” e del piano “operativo” e il ruolo della Regione in tutto ciò.
Co. 3. Se il PRG “programmatorio” non ha carattere conformativo, non riesco a vedere come possa avere efficacia ricognitiva (dei vincoli). I vincoli sono spesso conformativi e sono altrettanto spesso espressi in termini fondiari. La parte fiscale del comma e il comma seguente potevano essere posti in un Capo a parte.
Co. 5. Trovo anomalo il fatto che gli strumenti di pianificazione urbanistica debbano essere motivati. Ritengo che le deliberazioni del Consiglio comunale e le Relazioni Generali siano ampiamente esaustive sull’argomento.
Co. 8. Speriamo bene che non occorrano 5 anni per approvare un PRG “operativo”: credo che sarebbe opportuno ridurre questo termine. Il fatto poi che le previsioni del PRG programmatorio “decadano” non mi sembra questione dirimente, anche perché le “previsioni” hanno efficacia solo conoscitiva e ricognitiva. Anzi, mi sembra impossibile per un aspetto. Se infatti la parte ricognitiva consiste (anche) nella fotografia dei vincoli posti in altre sedi (Soprintendenza, Autorità di bacino, ecc.), che cosa vuol dire che la parte ricognitiva perde di efficacia? I vincoli, infatti, permarranno.
Co. 10. Questo comma appare del tutto inconferente in questo articolo. Tra l’altro non ci sono più “autorizzazioni” per cambi d’uso e infine non è definito il centro urbano (si voleva dire centro abitato? E ai sensi della L. 865/1971? O ai sensi del Codice della Strada?)
Art. 8
Co. 2 . Solo i proprietari hanno diritto di partecipare alla determinazione dei contenuti della programmazione territoriale? Il “diritto a determinare i contenuti della programmazione” andrebbe forse incanalato in qualche procedimento più inclusivo da una parte e più formale dall’altro. I cittadini non proprietari non hanno alcun diritto sul territorio?
Co. 4. Il comma è ermetico. Andrebbe forse reso più comprensibile.

Art. 9
Co. 9. Qual è la differenza in questo caso tra vendita e rivendita? La condizione di “non utilizzo” non ha termini di tempo?
Co. 10. La locuzione “vincoli di interesse generale di ogni genere” mi sembra imprecisa.

Art. 12
Co. 1. Qual è la differenza tra trasferibili e liberamente commerciabili?
Co. 4. In prima battuta sarebbe meglio definire quali siano le varianti del piano urbanistico (generale? attuativo?) “non obbligatorie per legge”. In secondo luogo sarebbe forse meglio agganciare il valore dell’indennizzo alla legislazione in materia di espropri, piuttosto che basarsi sul criterio del valore di mercato.

Art. 14
Co. 1. Il concetto di contributo straordinario dovrebbe essere definito con maggiore precisione, così come la sua determinazione ed i momenti in cui si deve perfezionare.
Co. 2. Non si vede come l’amministrazione comunale debba dare pubblicità ulteriore a questo contributo: con un altro adempimento? Distinto dall’ordinaria pubblicità dei piani attuativi, dei Permessi di Costruire o degli Accordi?
Co. 5 sub b). Non si capisce cosa sia la “classificazione energetica obbligatoria”.

Art. 15
Co. 3. Forse era più opportuno il rispetto dei principii della L. 241/1990, piuttosto che ai principii del comma 1, in cui non mi sembra ci siano dei principii. Le Regioni avranno un compito molto gravoso nello stabilire i criteri di selezione di più soggetti interessati. Infatti, potenzialmente, i soggetti interessati sono una platea illimitata. E coordinare questa disciplina (accordi che incidono sulla pianificazione territoriale, ambientale e urbanistica), con quella degli appalti pubblici non sarà facile.
Infine, anche qui, la pubblicità: “gli atti di proposta” sono soggetti alle forme di pubblicità degli strumenti che integrano o attuano. In forma distinta? O l’adozione dell’accordo assorbe anche la fase della proposta?

Art. 17
Co. 2. L’incipit non è dei più riusciti: “Il rinnovo urbano si attua per mezzo della conservazione …”
Co. 4. “Le aree prioritarie per le operazioni di rinnovo sono individuate dai Comuni nella
pianificazione urbanistica comunale programmatoria di cui all’art 7, comma 2, lett. a).” Questo comma e il seguente implicano una definizione in termini fondiari di alcune porzioni del territorio. Ciò non ha ricadute sul trattamento fiscale della proprietà ivi inclusa?
Co. 6 ” L’approvazione delle operazioni di rinnovo funzionale e rigenerazione urbana comporta
la dichiarazione di pubblica utilità delle opere e l’urgenza ed indifferibilità dei lavori.” Si introducono ulteriori varianti terminologiche: rinnovo funzionale e rigenerazione urbana. Sono simili al rinnovo urbano? Sono la stessa cosa? Non è meglio infine dire che è l’approvazione del “piano” piuttosto che delle “operazioni” a determinare la pubblica utilità? Infine l’art. 7 co. 3 diceva che il piano “programmatorio” non poteva avere effetti conformativi sulla proprietà, anche per il trattamento fiscale.
Co. 8. Le operazioni di rinnovo urbano si inseriscono “nella pianificazione “attuativa”. Si procede però con Conferenza di Servizi o Accordi di programma. Ma gli accordi di programma sono generalmente perseguiti per operazioni di varianti significative al PRG e non per pianificazioni attuative. In ogni caso, le Regioni dovranno “procedimentalizzare” gli interventi di rinnovo urbano.

Art. 18
Co. 2. La locuzione “ … in luogo delle procedure di cui al comma precedente, il Comune attiva procedure negoziali con i proprietari” fa pensare ad una volontà di evitare l’evidenza pubblica. In che cosa si sostanziano, infatti, queste procedure negoziali con i privati? Mi sembra poi che ci sia un “non sequitur” con i commi successivi.
Co. 4. A capo di chi è la diffida? Del Sindaco? Del Dirigente?

Co. 6. Il comma confonde ancora di più. nel caso in cui non ci sia la maggioranza del valore imponibile catastale, il Comune “attua le procedure di evidenza pubblica aperte a tutti i soggetti interessati a parteciparvi”. Di quali procedure si parla? Espropriative?

Art. 19
Co. 8. A parte la singolarità dei due commi 8, si reintroducono gli standard urbanistici che sembravano essere stati sostituiti dalle Dotazioni territoriali.

Art. 20
Co. 3. Non si comprende chi sia la figura del “sistema di edilizia residenziale sociale”, posto che quello definito dal co. 3 dell’art. 19 è “un insieme organico e strutturato di alloggi …”
Co. 5. A mio avviso il PdC in deroga ex art. 14 DPR 380/2001 dovrebbe essere concesso solo per questioni di vera e propria emergenza abitativa. Gli altri casi possono essere gestiti con varianti urbanistiche tramite, questa volta sì, conferenze di servizi e Accordi di programma.

La Leggenda del Comporre

Ho ritrovato il testo che mi è servito come traccia per presentare il libro del prof. Leoncilli Massi presso la sala della partecipazione del Consiglio Regionale il 16/05/2003. Ve lo ripropongo.

*

Buona sera. Vorrei innanzi tutto ringraziare chi ha permesso quest’incontro, e cioè gli Ordini degli Architetti e degli Ingegneri, nelle persone dei loro presidenti, che hanno accolto con entusiasmo la proposta della presentazione di questo libro; la Regione dell’Umbria, nella persona del vice presidente del consiglio Vannio Brozzi, e infine il professor Leoncilli, che mi ha chiamato a questo compito non facile, ma certamente entusiasmante. Ringrazio infine chi è venuto qui a partecipare. Vorrei portare il mio contributo giocando su tre registri diversi. Il primo è basato sull’analisi di alcuni argomenti del libro. Il secondo è legato invece al Leoncilli insegnante e al senso dell’Università. Il terzo cerca di individuare le ragioni che possono legare architetti dediti alla professione ad un libro essenzialmente teorico. Il tutto è preceduto da un prologo, un preludio, una premessa. Una premessa: la scrittura leoncilliana. La scrittura leoncilliana è ellittica, ma non nel senso della figura retorica (che indica anzi un accorciamento), no: è ellittica in senso kepleriano, orbitale. Si avvicina al tema come un satellite ad un pianeta, ma poi, appena sfiorato, se ne riallontana. E quando ritorna ha già cambiato colore, riferimento, consistenza. Ci sono degli ingegneri, in questa platea: ecco, con un’immagine che credo sia loro cara, direi che la scrittura leoncilliana è antipolare rispetto ai temi che tratta. Mi sono divertito a fare quello che per i linguisti è un metodo di analisi di un testo, e cioè contare le ricorrenze di una parola: il termine comporre (proprio così: all’infinito), vi compare ben 47 volte, e ogni volta la composizione architettonica è qualcosa di più o di diverso dalla versione precedente. Tuttavia questo libro non definisce, non esaurisce. Questo libro è una tappa intellettuale di Leoncilli, e probabilmente (se lo conosco bene), non è un punto conclusivo. Il testo che abbiamo qui pone più domande di quante risposte non offra. Non amo generalmente fare troppe citazioni nei miei discorsi, tuttavia qui devo proprio citare un piccolo passo dal libro Errata di George Steiner: “[…] Ogni volta che ci confrontiamo con il classico, esso ci mette in questione. … Il classico ci chiede “Hai capito?”” e ancora: “Definisco il classico come l’oggetto intorno al quale questo spazio è perennemente fertile”. Se queste frasi hanno un senso, il testo di Leoncilli si pone come un piccolo classico: ci costringe a prendere posizione rispetto ad alcuni concetti. La lettura è dunque impegnativa, e una non basta, credo. E’ un testo che chiede molto, ma che dà, ovviamente, molto più di quello che chiede. Primo punto: il progettista abdica. Non entrerò nel merito della composizione architettonica. Non cercherò di confermare le tesi del Professore. Non ne ho l’autorità, e anche se l’avessi l’esercizio sarebbe abbastanza facile per me, se non altro per la frequentazione che ne ho. Lascio ad altri, professori, critici, architetti, lettori, il compito. Qui voglio solo sottolineare alcuni aspetti che emergono dal testo e di cui il senso sarà ancora più chiaro dopo. Enucleo alcuni assi tematici, delle polarità. Benché Leoncilli affermi in più luoghi che l’architettura, la Grande Architettura sia finita, in lui vi è anche il rifiuto dell’architettura “debole”, come rappresentazione di uno Zeitgeist nichilista, “debole”. Egli attribuisce ancora un valore narrativo all’architettura, in controtendenza rispetto alla decostruzione attuale. E si badi bene che la posizione decostruttivista la assumo nella sua più alta formulazione, nei migliori epigoni, perché in alcuni soggetti il decostruzionismo si declina in una semplice e totale libertà espressiva. Il decostruttivismo, nei momenti peggiori, degenera subito in cinismo. Questo valore positivo egli lo ritrova in forma di leggenda, in analogia ad Aldo Rossi, che lo ritrovava in una memoria distillata e lontana. Ma questo attiene alla poetica personale di ogni grande architetto. Importante per me, invece, è recepire il messaggio che ne deriva: forse un’altra strada è ancora possibile. Questo primo bivio indirizza tutto il seguito della trattazione. Ma questo punto, da solo, meriterebbe tutto lo spazio della nostra discussione. E quindi devo abbandonarlo. Rimando, per mere questioni di attualità editoriale, alla lucida introduzione di Renato Rizzi all’ultimo lavoro di Emanuele Severino Tecnica e Architettura. Altro punto che mi viene in mente è quello composizione-progettazione, su cui Leoncilli insiste spesso, tenendo a ribadire che è professore di composizione architettonica e non di progettazione. Qual è la differenza? Credo che tra le tante definizioni che Leoncilli dia della progettazione, quella più incisiva sia questa: “Il progettare è celibe dello spazio”. La progettazione non si pone concettualmente, ontologicamente, direi, il problema dello spazio. Lo spazio, lo spazio architettonico, intendo, non è in cima alle priorità di questo modus operandi. Progettare significa allora, al massimo, rispondere con professionalità a delle richieste funzionali che pervengono dalla committenza (tot mc., tot mq., climatizzazione, parcheggi, ecc.). La progettazione, per riprendere una locuzione famosa per gli architetti, è sempre un “meno” rispetto alla composizione. La composizione assume invece sia i dati funzionali, che il problema dello spazio, leggendo e criticando spesso anche il programma architettonico dato. La composizione li assume, li trascende, li trasfonde nell’opera compiuta. La composizione implica la capacità di saper rispondere al luogo, la capacità di interpretare la Storia, di “organizzare l’ineguale”, ma sempre con l’idea di spazio al primo posto. La composizione fa sì che senso e suono, contenuto e forma, siano uniti. Se si dissociano, come dice Valéry, la poesia, (l’architettura), semplicemente, si de-compone. Rapporto tra storia e progetto: il metro fuori misura. Il secondo è l’importanza che attribuisce alla storia dell’architettura. La storia non solo come mero serbatoio, magazzino, di forme, motivi, figure declinate, da cui attingere quando, lungo l’iter creativo, veniamo tutti presi da un raptus eclettico e cleptomane più o meno intenso. La Storia invece come madre, come fonte ispiratrice. La storia, infine, come padre con cui fare i conti. Credo che fosse Napoleone a dire: “Il valore di un uomo si vede dagli avversari che si sceglie”. Se questa frase è vera, voglio dire: se è vera nella sostanza, allora il confronto serio, profondo, chiaro, (per un architetto), non può che farsi con la storia dell’architettura, con i maggiori monumenti che la punteggiano. Ma qual è il giusto atteggiamento con cui un compositore deve porsi di fronte ad un monumento dell’architettura? Quali le domande che l’architetto deve porre al monumento? Perché se pone le domande sbagliate, ottiene le risposte sbagliate. A scuola si vedono spesso delle bellissime analisi storiche che però, alla fine, portano ad un progetto modesto. Vi è una sorta di “caduta di tensione”, uno sfasamento. Faccio sempre l’esempio della Sagrestia Vecchia: chi si mette a studiare la sagrestia di Brunelleschi con il metro in mano sta sbagliando il tipo di domande, e otterrà le risposte sbagliate. E se il problema che interessa è compositivo, occorrerà, come dice Leoncilli, mettersi degli occhiali con delle lenti compositive Da un punto di vista del metodo credo che uno dei modi migliori per porre domande ad un monumento sia quello di riscriverlo, di ridisegnarlo. Se ci sono delle possibilità ulteriori di sviluppo di un tema, delle fioriture, delle cadenze, queste si possono scoprire solo riscrivendo. Può apparire paradossale, eppure si legge meglio riscrivendo l’opera: esercizio che purtroppo sembra andato perso all’Università. Le parole dell’architettura. Infine, se è vero, come dice Alberti, che “la cognitione” si fa “per comparatione”, vorrei invitarvi a confrontare il testo di cui stiamo parlando, con la produzione attuale sull’argomento “Composizione Architettonica”. Il panorama editoriale è sconsolante. I testi che troviamo in libreria sono al massimo dei piccoli saggi. In Italia è proprio sconfortante: penso a Purini, Gurrieri. I testi più impegnativi vengono dall’estero, anche se nel merito sostengono posizioni del tutto lontane da quelle che qui si portano avanti. Penso a Krier, ma anche a Rem Koolhas, a Peter Eisenmann. Invece abbiamo qui finalmente un testo che offre al compositore (e basta dare uno sguardo all’indice dei nomi per rendersene conto), un vocabolario su cui tornare a riflettere. Se ci sono delle parole per l’architettura, delle parole che hanno un debole per l’architettura, voglio dire, bene, allora queste parole, molte, le ritroviamo nella Leggenda del Comporre. Ne elenco alcune, en passant: figura, bello compositivo, variazione, contrappunto, spazio, ricerca, pensiero, idea, Baukunst, forma. Sono termini pieni di fascino, gonfi di promesse… E lo stesso succede con i nomi citati, credo: Loos, Vitruvio, Goethe, Arsitotele, Vico, Croce, von Hildebrand, Mozart, Piero della Francesca, Masaccio. La Scuola di Atene. E con questo scivolo un po’ sull’altro registro che mi ero ripromesso di giocare: quello della scuola. L’importanza che Leoncilli dà alla scuola traspare anche dal testo, ma io non posso esimermi dall’approfondirlo un po’, sia perché la frequento ancora, sentendomi in questo molto più studente di quanto le carte ed i bolli non dicano, sia perché mi pare un luogo assolutamente centrale per poter indirizzare l’architettura del domani. Infine i contenuti del libro io li vedo incarnarsi subito, giorno per giorno, all’Università. L’Università non è quel luogo in cui si va in maniera un po’ così desengagée, disimpegnata, come si va a tennis o in palestra la sera dopo cena. L’Università è la Scuola. Viene in mente, ovviamente, il dipinto La Scuola di Atene. L’esame di Composizione con Leoncilli non è il solito esame del gruppo dei “progettuali”, dei “compositivi”. Il corso (le lezioni, le revisioni, gli esami), sono piuttosto un per-corso. Formativo. Il corso con Leoncilli è il famoso giro di boa. Con lui si capisce se si è architetti, in che misura, se vale la pena continuare, se è meglio cambiare corso (o facoltà). La scelta del suo corso è prima di tutto una scelta etica: si è disposti ad investire del tempo (più di quello degli altri corsi), per seguire questo umbro (questo “etrusco”), che parla di spazio, di Goethe, di Bach, di Schinckel, di Carlo Maria Giulini? Se si è abbastanza intelligenti da essere umili, dal corso di Leoncilli si esce diversi. E’ un corso dove tracciare una netta distinzione tra vita privata e ruoli accademici diventa veramente difficile, dove non è raro subire qualche sua telefonata perché ancora non ha visto progressi nell’ultima revisione. Non è raro che egli, a revisione, faccia commenti sull’abbigliamento del ragazzo o sulla capigliatura della ragazza o chieda che lavoro facciano i genitori. Non è raro che egli telefoni ai genitori dei suoi allievi. Non è raro, infine, che li inviti a fare revisione nella sua casa spoletina, magari trattenendoli anche per il pranzo. Tutto questo “lavoro” fa emergere il carattere e la personalità dello studente. Serve a comprendere fin dove sarà possibile arrivare. La didattica non è mai scevra, da parte sua, di aneddoti e risvolti tutti umani. Il corso non è insomma la solita apologetica proiezione delle opere dei titolari dei corsi. Il corso è veramente un’esperienza maieutica. Leoncilli riesce a tirar fuori da ogni studente il meglio che c’è, calibrando di volta in volta l’esame ora più sotto l’aspetto del dettaglio, ora sulla grande idea, ora sull’espressività. Lo studente, infatti, arriva spesso con un’idea delle cui potenzialità non si rende nemmeno conto. Quando esce dalle prime revisioni si ritrova sul foglio un tema architettonico che non sente ancora come suo. Ma poco a poco il senso si fa più chiaro, e in 11 anni non ho mai visto nessuno studente insoddisfatto, alla fine, del lavoro e del percorso compiuto. Insomma: si entra studenti e si esce non dico architetti, ma con la consapevolezza di poterlo essere. Conclusione. Mi avvio alla conclusione cercando le ragioni di un vostro interessamento. Che cosa può trovare un professionista in un libro dove (come diceva prima l’amico Paolo Belardi), non ci sono figure, non ci sono tecniche, non ci sono dettagli costruttivi, diagrammi di flusso, modulistica, dove non c’è nemmeno un CD allegato? Che cosa può spingere un professionista a tornare a studiare su un libro eminentemente teorico? I motivi sono etici e pratici. I motivi pratici derivano da una frase che mi ha sempre stupito: “Non c’è nulla di più pratico di una buona teoria”. Appartiene a Kurt Lewin, psicologo della Gestalt, e la verità che racchiude mi ha sempre impressionato. E’ di una limpidezza cristallina, ma non ci si pensa mai. Spesso la paura del foglio bianco è il sintomo dell’assenza di teoria, di teoresi. La mancanza di metodo progettuale è data dall’assenza di una teoria progettuale, appunto. Il modo di presentare il proprio lavoro riflette una teoria, per quanto debole essa sia. Dirò di più: rimediare agli errori e agli imprevisti di cantiere implica una teoria, una forte teoria. Per quanto mi riguarda, io non riesco più ad immaginare una prassi che non sia fondata su una teoresi. I motivi etici attengono invece tutti alla sfera privata dell’architetto. I grandi architetti che vogliamo imitare, quelli il cui nome rimane nei libri di storia, si sono confrontati con il percorso più duro. Non credo che ci siano scorciatoie: Loos, Terragni, Ridolfi, e giù fino all’Alberti pensavano all’architettura incessantemente. Edison diceva che il genio è per il 95% sudore. Le Corbusier diceva che solo l’ostinazione porta a risultati validi. Sono architetti che portano nel progetto sì le qualità professionali (il dimensionamento, i tempi, il budget, ecc.), ma anche e soprattutto tutta la loro autorità culturale, critica e ideologica, perché no? Cito una star, per paradosso (professore non me ne voglia): Rem Koolhas. Egli basa molto del suo successo su una critica feroce e paradossale (a volte anche cinica) del programma dato dalla committenza. Oppure penso ad Aldo Rossi, per esempio, e alla sua posizione rispetto alla storia dell’architettura e della città. Si può anche dissentire, nel merito, ma non si può negare che la storia venga interrogata, percorsa, ri-pensata, ri-progettata. Vi sono, credo, alcuni argomenti che il grande architetto, se vuole essere tale, non può eludere. La storia, la decorazione, la costruttività, la composizione (appunto), sono lì, e rispetto a questi bisogna prendere posizione. La differenza che ho abbozzato in apertura tra composizione e progettazione è alla fine sì una differenza di contenuti, una differenza disciplinare, ma anche, allora, una differenza di valori. Ecco perché questo libro credo possa essere importante anche per un professionista: perché lo pone di fronte ad una scelta. Da una parte egli può abdicare al suo ruolo pieno e gustarsi un sano, meritato (ed immediato), successo professionale. Dall’altra può scegliere un percorso intellettuale durissimo, una ricerca paziente, gratificante forse solo in un’ottica di lungo periodo, dove bisogna tornare a riflettere. Dove però veramente l’architettura, prima di essere segno grafico, prima di essere modello tridimensionale, è pensiero, è cultura.

Identità e Paesaggio

Avverto una sorta di “schizofrenia” nei documenti di programmazione politica e territoriale. Parlo dell’Umbria, con maggiore cognizione, anche se il discorso si può estendere ad altre regioni, di cui ho letto qualche documento.

Da una parte si chiede di rafforzare il senso di identità. Dall’altra si chiede una politica sociale fortemente inclusiva. Dall’altra ancora (o almeno a lato) si chiede una politica economica fortemente impostata sulla internazionalizzazione. Queste istanze, queste volontà sono a mio avviso difficilmente conciliabili.

 
Si chiede, in armonia con la Convenzione Europea del Paesaggio, di considerare paesaggio tutto il territorio fisico della città e non solo quello denotato da particolare bellezza. Non si fa altro che spostare un po’ più in là il problema. Il punto non è l’estensione del termine paesaggio: il punto è attribuire valori ai paesaggi. E di conseguenza definire delle norme, delle regole di condotta per alcuni paesaggi. La periferia di Roma è paesaggio, ma non può essere come il paesaggio (urbano) di San Pietro. A meno di non abbracciare un atteggiamento estetizzante e ideologico esteso a tutto il mondo fisico. Quello che posso consentire a Corviale non posso farlo a Piazza Navona, per esemplificare in maniera molto sintetica. Il paesaggio deve essere identificato e gli si deve dare un valore. Ora, l’identità ha bisogno di almeno due criteri per essere definita: una finitezza fisica ed una finitezza cronologica. Vi deve essere una PARTE del territorio con alcuni caratteri omogenei e questo territorio deve avere una PARTE del continuum temporale: una durata, un tempo. Questi caratteri del territorio, materiali ed immateriali, devono essere delle “invarianti”: la Toscana li tematica come “Statuto” del territorio. Si punta, in molti documenti, a tutelare e valorizzare le identità locali. Se accettiamo l’idea che il paesaggio è (anche) l’espressione della collettività locale che lo percepisce (certamente), ma anche della collettività che lo abita, ne derivano delle conseguenze particolari. 
Infatti è molto à la page parlare di politiche inclusive. La Comunità Europea dedica a questo tema molto delle risorse della programmazione 2014-2020. Politica inclusiva è più forte di politica di tolleranza, come ognuno può immaginare. Ecco che comincia ad affiorare la prima contraddizione. Se infatti aderiamo a una politica fortemente inclusiva sul piano sociale, dobbiamo ammettere anche una conseguente modifica del paesaggio. Se accettiamo maomettani, dovremo accettare le moschee. Se accettiamo il Dalai Lama, dobbiamo accettare il tempio. E il loro modo di abitare, di avere case e stanze e negozi diversi dai nostri. E coltivazioni diverse dalle nostre. Il paesaggio agrario ne sarà modificato. Il paesaggio urbano è già modificato (si veda la forte impronta cinese di alcuni quartieri di grandi città). Dov’è finita l’identità di quei quartieri di Roma, di Milano, di Firenze, di Prato? Il modo di vivere la città e il territorio è diverso. I tempi del vivere la città sono diversi. L’inclusione comporta (anche) la preghiera del muezzin, il capodanno cinese e così via.
Altro fattore di cambiamento e altro fattore richiesto da documenti politici e programmatici è l’internazionalizzazione dell’economia. E la sua deriva verso la finanza, verso flussi di denaro che con il territorio non intrattengono più alcun legame. Non solo chi va all’estero ritorna cambiato, e cambierà di conseguenza il proprio modo di vedere il mondo e di trasformarlo, ma chi viene dall’estero ed investe qui migliaia e migliaia di euro cambia la nostra cultura e il nostro paesaggio. Non solo Ikea e Carrefour modificano il paesaggio (urbano?) in sé: modificano anche la cultura locale. Non vado oltre, poiché penso sia chiaro il concetto di fondo.
Il punto è allora se sia possibile conciliare oggi l’identità del paesaggio quando tutto il resto diventa “liquido”. Il punto è capire se la partita non sia già persa, perché è il concetto di identità che è entrato a mio avviso in fortissima crisi. Oggi l’identità non è più gradita: non si vogliono più limiti, né di spazio né di durata.
Si pensa già a delle chiese (?) pluri-confessionali (non so nemmeno come si possano definire con una parola sola). L’identità sessuale diventa un mero fatto culturale: oggi uomo, domani donna, transgender o chissà che altro. I tempi sono saltati: oggi non sappiamo più se siamo in vacanza o se siamo sempre connessi al lavoro. Il lavoro è sempre di più anche formazione, studio. 
Ecco, a fronte di tutto ciò mi chiedo se la nozione di paesaggio non debba essere ripensata radicalmente. 

Interventi edilizi (e altro)


Le nozioni di manutenzione ordinaria straordinaria, ristrutturazione edilizia ecc. sono ormai di patrimonio comune. Anzi, non sapremmo come farne a meno. Tuttavia queste nozioni entrarono nel lessico dei tecnici a partire dal 1978 con la legge n. 457. la legge era volta tra l’altro al recupero del patrimonio esistente. Poi il legislatore nazionale si è appoggiato su queste definizioni. E così ha fatto il legislatore regionale. Ma se queste nozioni non ci fossero? Senza voler aprire una discussione con i giuristi su questo, ma a che servono queste teorizzazioni? Sono ancora utili? Perché bisogna definire ogni tipo di intervento? E sono coerenti tra di loro?
Queste definizioni hanno senso se sono utili nella vita quotidiana. Ecco che allora l’anello di giunzione tra queste definizioni molto analitiche sono utili se ad ogni distinzione si abbina un titolo abilitativo o un comportamento (sia da parte del cittadino che della amministrazione). Non avrebbe senso per esempio, definire il Restauro filologico se a questo non corrispondesse una norma di condotta ed un tipo di procedimento.
In estrema sintesi, è quello che è successo: la manutenzione ordinaria non ha bisogno di alcuna formalizzazione, gli interventi fino alla ristrutturazione edilizia andavano con Concessione Edilizia, la ristrutturazione urbanistica con Piano Attuativo. Poi la vita si è complicata e abbiamo dovuto affinare le categorie. Sono arrivate le “opere interne” dell’art. 26 della L. 47/85 e l’autorizzazione. Poi la DIA, la Super DIA, la SCIA. E in ultimo la CIL. Insomma: il quadro si è fatto un po’ più articolato. 
Il punto è che si sta arrivando a produrre un titolo abilitativo per ogni intervento. Un procedimento per ogni attività umana di trasformazione del territorio. E’ questo, a mio avviso, l’orizzonte spaventoso verso cui ci avviciniamo. Occorre dunque pensare ad una radicale semplificazione. 
Parto dunque da un’impostazione liberale e propongo un tentativo di soluzione, sicuramente da migliorare. Mi chiedo: cosa dobbiamo sottrarre al libero arbitrio del cittadino? Può rifare il bagno di casa come meglio crede? Sì, immagino. Ma se vive in una villa del Palladio? No, immagino. Ecco dunque che bisogna definire un interesse collettivo maggiore di quello del singolo. Ma questo lo sappiamo fare: è il modo che abbiamo almeno dal 1939 e che consiste nel sottoporre ad una forma particolare di tutela alcuni beni (mobili ed immobili). 
L’interesse pubblico si concretizza in una tutela. La tutela può essere disposta dal Codice dei beni culturali o dal Piano Paesaggistico Regionale.  Potrebbe essere disposta anche  da norme di PRG, per quello che qui ci interessa (in Umbria è il caso dei Beni sparsi nello Spazio Rurale, per esempio). 
Abbiamo quindi dei beni di un’importanza rilevante e che quindi sono tutelati. Quelli che non sono tutelati sono poco interessanti per tutti noi.

Sul fronte degli interventi possiamo anche qui modulare la loro incisività: dalla sostituzione della carta da parati al PRG. Possiamo dire che tutte le opere che si svolgono all’interno di un edificio non tutelato sono irrilevanti, da un punto di vista dell’interesse pubblico? Alcuni interventi esterni sono invece rilevanti, anche se il bene non è tutelato, perché incidono sulla percezione della città.
Possiamo quindi costruire una matrice che correli gli interventi e i beni.

   

Interventi

   

Rilevanti

Irrilevanti

Bene

Tutelato

PdC/PA 

SCIA 

Non Tutelato

SCIA 

Nulla 

Gli interventi irrilevanti non possono agire e modificare su alcune cose, che definiscono appunto gli interventi rilevanti. Lo sforzo è definire quali siano le 4-5 cose fondamentali. Fornisco un esempio qui sotto.
Gli interventi irrilevanti non possono: 
– modificare la SUC complessiva
– cambiare l’uso per più del 50% della SUC dell’edificio
– modificare le altezze
– modificare più del 20% del rapporto vuoto/pieno anche di un solo prospetto (esempio)
– modificare o realizzare movimenti terra per più di 1.000 mc.

Gli interventi rilevanti sono definiti per differenza: sono ciò che non è compreso sopra. 

Si può mettere una clausola che laddove l’intervento sia rilevante e incida su più di un edificio non tutelato  si passi dalla SCIA al PdC. 
Il tentativo è di togliere tutta o buona parte dell’elencazione del RR 9/2008 in quanto a Opere Pertinenziali e buona parte dell’elencazione dell’art. 3 della LR 1/2004. Ciò che non fa SUC o che non smuove più di X mc di terreno non può essere rilevante. Le azioni che il cittadino vuole fare devono essere analiticamente illustrate nella Relazione e nei grafici, ma non ci sarebbe più bisogno di capire se la mia tenda va con SCIA o PdC o altro: l’unico filtro da applicare sarebbe quello sulla rilevanza o meno.

 

VAS e PRG in Umbria

Sono consulente di un Comune di medie dimensioni dell’Umbria. Sono stato chiamato circa due anni fa per redigere una variante generale di riallineamento di cartografie e norme, di dati e grafici piuttosto disomogenei tra loro. Il PRG vigente è stato approvato nel 2008. E’ articolato nei classici due livelli, e ha, tra gli altri, un Bilancio Urbanistico (una serie impressionante di numeri tabellati), e un Bilancio Ambientale piuttosto ben fatti. Mentre cominciavo a lavorare all’incarico, l’amministrazione ha voluto accogliere le richieste dei cittadini e pensare a qualche piccolo ampliamento residenziale. Si tratta di piccoli ampliamenti destinati alla civile abitazione, non intensiva, in contiguità con delle zone (macroaree) già urbanizzate. La variante al PRG non prevede nuove zone o ampliamenti di zone industriali, non prevede infrastrutture lineari, non prevede opere pubbliche puntuali, non prevede aree significative per servizi collettivi. Prevede, per ampliamenti residenziali, circa 24 Ha di ampliamento della superficie territoriale da urbanizzare. In cifre si tratta di circa il 7% delle aree già considerate come urbanizzate. Poiché le norme sono nel frattempo diventate più cogenti, sono stato incaricato anche di redigere la VAS di questa variante generale. E qui nascono le mie perplessità.
Premetto che ringrazio gli uffici provinciali e regionali che svolgono il loro ruolo con meticolosità e attenzione. Non sollevo alcuna eccezione nei loro confronti. Anzi, il loro scrupoloso intervento consente di mettere in luce ancora meglio le contraddizioni di un’architettura istituzionale e dei procedimenti a questa connessi.
Ora, a me pare che la VAS debba valutare un qualcosa (piano, programma, azione: chiamiamolo come vogliamo) e che non possa essere distinta dai contenuti di questo piano, programma, ecc. E che debba valutare la novità del P/P (piano/programma), rispetto all’esistente, che altrimenti potrebbe andare avanti per inerzia. Nel mio caso, la novità rispetto al piano previgente consiste nella previsione (non è detto infatti che ciò avverrà), che nell’arco di circa un decennio si andranno ad edificare ca. 36000 mq di residenza in più, su un territorio di ca. 44 kmq. Circa 720 abitanti in più su 9600 attuali.
Il punto è questo: non riesco a capire quale possa essere l’impatto ambientale di questa previsione. O meglio: posso stimarlo subito in prima approssimazione: un leggero aumento del traffico automobilistico, un aumento del consumo di suolo, un modesto aumento del consumo d’acqua potabile, un modesto aumento della CO2, un aumento della pressione sul sistema fognario … Tutte cose che potranno essere mitigate o compensate con l’indicazione di qualche prescrizione normativa in più, sia di tipo premiale che inibitorio. Tutte cose che potranno essere smentite dalla vita reale, che magari andrà verso uno stile di vita meno dipendente dallo spostamento automobilistico, con una maggiore capacità di recupero dell’acqua, con minore produzione di CO2, con maggior capacità di porsi off-grid. Effetti ambientali che volendo possono essere misurati con la scelta di qualche indicatore condiviso tra i vari soggetti coinvolti in questi fenomeni. Ma ecco che il DLgs 152/2006 e gli uffici provinciali e regionali obbligano a matrici di coerenza che prendono in considerazione: il Disegno Strategico Territoriale (DST), il Piano Urbanistico Strategico Territoriale (PUST), la Politica Agricola Comunitaria (PAC), il Piano Regionale dei Trasporti (PRT), il Documento Annuale di Programmazione regionale (DAP), il Piano di Sviluppo Rurale (PSR), il Piano di Tutela delle Acque (PTA), il Piano territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP), il Piano di Assetto idrogeologico (PAI), il Piano Regionale delle Foreste (PRF), il Piano Paesaggistico Regionale (PPR), il Piano Regionale degli Acquedotti (PRA), il Piano Operativo Regionale (POR) del FESR, il Piano di miglioramento di Qualità dell’Aria (PRQA), il Piano Regionale delle Attività Estrattive (PRAE), la Rete Ecologica Regionale Umbra (RERU). Si tratta di migliaia e migliaia di pagine da riassumere, sintetizzare e mettere in relazione con l’oggetto della nostra variante. Ed è proprio qui che a me sfugge tutto come sabbia tra le dita. Non riesco ad apprezzare la relazione tra il Piano di Sviluppo Rurale e la variante urbanistica, tra il POR FESR e questa variante. Mi sembra insomma uno sforzo conoscitivo sovraddimensionato per l’oggetto di una variante come questa. Perché alla fine, i risultati a cui porta la lettura di questi documenti, sono quelli che si potevano avere in prima approssimazione in maniera più economica per tutti: non bisogna consumare altro suolo, se possibile; bisogna rendere le nostre urbanizzazioni il più permeabile possibile; bisogna migliorare l’efficienza della rete fognante e dei depuratori; bisogna salvaguardare le aree boscate; bisogna incrementare l’uso di energie rinnovabili. Tutti sacrosantissimi obiettivi, che tuttavia già si conoscono. E anche se non si conoscessero potrebbero essere tranquillamente ribaditi nelle varie conferenze di consultazione sul Rapporto Preliminare da Regione e Provincia.
Non capisco il senso di questa ondata di documenti e la loro ricaduta sul territorio in una variante urbanistica di questo tenore. Ritengo che siano tutti documenti molto importanti soprattutto per un’amministrazione, che dovrebbe produrre le linee del proprio mandato politico solo dopo averli letti. Ma non per un architetto chiamato a fare una modesta variante urbanistica. Non riesco a comprendere la valenza strategica della variante che sto facendo e l’incidenza di questa su aspetti strategici illuminati da PUT POR ecc. Non ne ho capito il senso ed anche il mio Rapporto Preliminare di VAS ne ha sofferto. Non credendoci, è stato redatto in maniera sbrigativa, cercando di fare il minimo possibile, per adempiere ai formalismi di rito.
La variante urbanistica è modesta perché gli obiettivi posti dall’amministrazione sono tali: riallineamento di norme e grafici e qualche ampliamento residenziale. Punto. Da un punto di vista territoriale, non ci sono grandi margini di manovra, considerando che dobbiamo stare sotto al 7% dell’urbanizzato. Si tratta dunque di un’operazione di ricucitura, di ridefinizione di qualche margine, di geometrizzazione di alcuni confini o limiti esistenti incomprensibili. Impossibile pensare, con queste cifre ad operazioni strategiche di disegno complessivo del Piano. Inutile pensare ad obiettivi di riqualificazione ecologica e ambientale per i quali le amministrazioni non hanno oggi fondi. Poiché è impossibile ricorrere oggi all’esproprio a prezzi ragionevoli, le amministrazioni sono costrette a fare previsioni molto molto realistiche, cercando soluzioni negoziali. Ma quest’ultime funzionano se si passano certe soglie critiche, altrimenti rimane tutto “ terra”. Il Piano è ormai quello, eredità di diverse stagioni pianificatorie, e con quello bisogna ragionare. Non c’è spazio in questa fase, per ragionare di infrastrutture puntuali o lineari, di nuovi insediamenti industriali, né per chissà quali altre fantasiose strategie di riconversione, impossibili da pianificare. I prossimi PRG saranno forse di questo tipo, e ci sarà un motivo per cui Silvia Viviani presidente dell’INU, in un recente convegno, ha proposto anche di abbandonare il PRG comunale per la parte strategica.

Dopo aver scritto queste note, cercando altre cose sul portale dell’ISPRA, passo per la sezione VAS e leggo quello che trascrivo qui sotto:

“La VAS si applica ai piani e ai programmi:

* che sono elaborati per la valutazione e gestione della qualità dell’aria ambiente, per i settori agricolo, forestale, pesca, energetico, industriale, trasporti, gestione dei rifiuti e delle acque, telecomunicazioni, turismo, pianificazione territoriale o destinazione dei suoli, e che allo stesso tempo [neretto mio] definiscono il quadro di riferimento per l’approvazione, l’autorizzazione, l’area di localizzazione o comunque la realizzazione di opere o interventi i cui progetti sono sottoposti a VIA;
* per i quali si ritiene necessaria una Valutazione d’Incidenza ai sensi dell’art. 5 del D.P.R. 357/1997 e s.m.i.

Per i piani e programmi delle suddette categorie che determinano l’uso di piccole aree a livello locale e per le modifiche minori di tali piani e programmi, la valutazione ambientale è necessaria qualora l’autorità competente valuti (verifica di assoggettabilità) che producano impatti significativi sull’ambiente in base a specifici criteri riportati nell’allegato I del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. e tenuto conto del diverso livello di sensibilità ambientale dell’area oggetto di intervento. Per i piani e programmi che non rientrano nelle suddette categorie che definiscono il quadro di riferimento per l’autorizzazione di progetti, è prevista la VAS qualora l’autorità competente valuti (verifica di assoggettabilità) che detti piani/programmi possano avere impatti significativi sull’ambiente.”
Il neretto non c’è nel dlgs e non c’è nella legge regionale, è vero. Ma è altrettanto vero che la lettura congiuntiva, ad essere onesti, è l’unica possibile. E se è così, ritengo che la variante urbanistica in itinere sarebbe da escludere da ogni procedura di VAS (assoggettabilità o valutazione piena). O allora che vengano modulati questi procedimenti in funzione dell’oggetto da valutare.

Chiudo con alcune piccole proposte.
1. L’esercizio che si chiede per fornire un quadro conoscitivo è sproporzionato, per alcuni tipi di variante (Piani/Programmi). Andrebbe modulato sui vari casi.
2. Sarebbe opportuno che la Regione portasse a compimento al più presto il quadro degli indicatori utili alla redazione dei Rapporti Preliminari.
3. Tra il Quadro Conoscitivo, le tabelle ex DGR 767/2007 del Bilancio urbanistico ed il Rapporto preliminare di VAS le stesse informazioni vengono duplicate se non triplicate. E’ ovviamente uno spreco di tempo e di energie, oltre che fonte di confusione. Andrebbe distinto con chiarezza cosa spetta al Bilancio urbanistico e cosa compete al Rapporto Preliminare di VAS.
4. Nelle conferenze per il Quadro Conoscitivo ritengo che sarebbe più utile che gli enti chiamati al tavolo dessero il loro contributo sotto forma di relazione di sintesi. I dati andrebbero affiancati appunto a questa relazione piuttosto che lasciare al progettista o al RUP l’incombenza di lavorare su tematiche non completamente padroneggiate.
5. Regione e Provincia dovrebbero aggiornare con maggiore frequenza i loro strumenti di conoscenza. La Provincia soprattutto dovrebbe rivedere il proprio PTCP, strumento utilissimo per professionisti e amministrazione per il coordinamento che è chiamato a fare. E’ curioso infatti che a Comuni e professionisti si chieda l’aggiornamento dei dati all’ultimo semestre quando gli strumenti che dovrebbero essere d’aiuto nella redazione dei quadri conoscitivi sono fermi al 2000 o al 2002.
6. Regione, Provincia e gli altri enti pubblici dovrebbero fornire i loro dati in maniera aperta, almeno ad amministrazioni comunali e professionisti. Anche qui assistiamo spesso ad una “asimmetria” per cui le amministrazioni centrali chiedono dati in formato editabile, mentre esse non sono così ben disposte a fare altrettanto.
7. Culturalmente va sminato il campo concettuale che vede la VAS come un “ esame”di un soggetto terzo rispetto alla bontà di un piano. La VAS deve aiutare a prendere la miglior decisione possibile, integrando alcuni aspetti che normalmente rimangono fuori da un Piano. Per fare questo non è necessario postulare un’azione censoria: occorre al contrario puntare sulla migliore collaborazione, integrando quanto più possibile i due procedimenti. Un buon piano urbanistico ha già “lavorato” e riflettuto su molte delle componenti della VAS (sociale e economica, per esempio), e deve solo integrare la componente naturalistica, che fin qui ha forse marginalizzato.

Hic et nunc

Il qui e ora mi ha sempre affascinato. Da giovane ho conosciuto prima la versione buddista, orientale, del concetto, e poi, solo dopo quella latina. Ignoro purtroppo il pensiero della religione cattolica sull’argomento. Mi capita sempre di ricordare quella frase: “Non lasciate che il sole tramonti sulla vostra ira”, ma mi sembra che appartenga più al tema del perdono.

Vivere qui e ora consente in effetti di liberarsi da molti dei mali del nostro pensare quotidiano. Vivere qui e ora ci consente di essere più buoni, di non essere vincolati dai lacci del passato. Ci libera dalla paura del futuro. Qui e ora è il regno del saggio, che riesce a vedere il buono in ogni cosa.
Tutto questo pensavo (anche io), fino all’altra notte. Nessuna occasione particolare: ho solo pensato a questo argomento ed ho cercato di “toglierli il velo”. Ed ecco che allora mi è apparsa quest’altra verità: che vivere qui e ora è un atto di egoismo puro, distillato. Il qui e ora radicale, portato alle estreme conseguenze, è un atto di grande egocentrismo.
L’Oriente ci dice che il futuro ed il passato non esistono, che esiste solo quest’attimo. Ed anche qualche pensatore occidentale dice la stessa cosa. Ma non è vero. Psicologicamente non è vero. Per le nostre emozioni non è vero. Per la nostra umanità non è vero. È il momento che non esiste. Emozionalmente esistono solo un futuro ed un passato. Esiste il progetto ed il ricordo. Il cervello è una macchina progettata per produrre futuro.
Il qui e ora sembra allora una fuga, un ritirarsi, un rifiutare. Nel qui e ora, nell’attimo, non esiste nulla. Se nulla esiste, nulla può fare paura: né ciò che si immagina del futuro né ciò che si ricorda dal passato. Certo, si continua a respirare, ci si rilassa, ovviamente. Ma è una vita con un senso, questa? A meno di non voler meditare così per nove anni, senza mangiare e bere (ed altre varie necessità), ad un certo punto si deve tornare a fare i conti con il quotidiano: a bere, a mangiare … E quindi a lavorare, a soffrire, a desiderare, ad avere relazioni. Il qui e ora nega le relazioni, ecco perché dico che è un atto egoistico. Il qui e ora è solo per me: nessuno può entrarvi.
Una relazione ha invece bisogno di tempo, per definirsi tale. Ha bisogno di un ricordo e di un progetto, altrimenti non è una relazione. Ha bisogno di un ascolto e di una parola, di un gesto, di una carezza. Ha bisogno di due tempi, direi quasi. Possiamo vivere negando l’altro, negando il passato ed il futuro?
C’è una parte buona del qui e ora? E qual è? A mio avviso è la consapevolezza, l’attenzione, la cura. Il qui e ora può esserci anche nella relazione, se visto in questo modo. Sono attento a quanto mi dice l’altro, faccio silenzio dentro di me, aspetto … Se parlo con un mio amico e guardo da un’altra parte, semplicemente non sono qui. La parte buona del qui e ora è “stare sul pezzo”, come si dice. Mi sembra che la frase migliore sia del taoista, in questo caso: “Nel camminare, cammina; nel sedere, siedi; nel tentennare, tentenna.”
Infine, il qui e ora inteso come esercizio di ri-fondazione può essere molto salutare. In qualche momento abbiamo bisogno di isolarci dal resto del mondo, di lasciarlo fuori, e di respirare e basta.
C’è un aurea mediocritas in tutto, uno “spirito della valle”, e mi sembra che sia questo spirito a poterci salvare dal male.

Consumo di suolo

Io non sono un “cementificatore”. Ho vissuto tutta la mia giovinezza in piena campagna vicino a Spoleto, in Umbria. Conosco il valore della terra (anche la sua “durezza”), ed il valore dei boschi. Ho introdotto la coltivazione biologica nel nostro fondo nel 1981, dopo aver letto Villaggio e autonomia di Gandhi e i libri di antroposofia di Steiner.

Detto ciò, sono anche un architetto. Conosco il valore della città ed anche la bellezza di vivere in città: i suoi vantaggi.

Oggi è di grande attualità il consumo di suolo. Il consumo di suolo è quel fenomeno per cui l’antropizzazione consumerebbe spazio destinato all’agricoltura. E’ in discussione nelle commissioni parlamentari un disegno di legge che prevede “zero consumo i suolo” per i prossimi Piani Regolatori. Non voglio certo sminuire l’importanza del suolo inteso come risorsa non rinnovabile. Cerco di portare qualche elemento di riflessione in contro tendenza.

In primo luogo, il suolo destinato all’attività agricola intensiva non ha un grande pregio ambientale e naturalistico. Spesso le coltivazioni sono trattate con pesticidi e sono concimate chimicamente (azoto, potassio, fosforo). Gli animali più grandi non accettano di fare il loro rifugio lì. Spesso l’agricoltura intensiva è fonte di inquinamento.

In secondo luogo, non tutte le aree antropizzate diventano cementificate. Vi è anche la possibilità di avere dei verdi privati o pubblici, all’interno di aree definite come urbanizzate. E spesso il valore ambientale di queste aree (anche di piccoli parchi), è superiore a quello agricolo.

In terzo luogo, ritengo che nel prossimo futuro le abitazioni saranno tutte molto performanti dal punto di vista energetico (vicino al consumo zero). Saranno anche autosufficienti dal punto di vista di produzione dell’energia e dello smaltimento dei loro rifiuti, tendendo a costruire un ciclo chiuso. Saranno sempre più abitazioni e fabbricati off-grid: autonome.

In quarto luogo, ritengo che siamo ormai al punto di picco per le automobili così come le conosciamo. Prendono sempre più quote di mercato trasporti pubblici (all’estero soprattutto) e sistemi di mobilità differenti (car-pooling, car-sharing, ecc.). I mezzi di trasporto individuali si fanno più piccoli ed anch’essi più performanti, e vengono alimentati da fonti energetiche più “pulite”.

In quinto luogo, molte trasferte possono essere oggi evitate: penso ovviamente al telelavoro. Ma penso anche all’e-learning, alla consegna a domicilio di beni (attraverso servizi logistici, droni, ecc).

Ritengo insomma che molte delle motivazioni che ci spingevano a vivere in città siano non più attuali, e che nel prossimo futuro ci dovremo misurare con una spinta ad abitare il territorio in maniera sempre più diffusa. Non auspico questo (io sono uno dei pochi che vive in un piccolo centro storico): mi sembra però che la tendenza sia questa. Mi auguro che i centri storici possano continuare a vivere, anche se non vedo come possano sostenersi, in special modo i centri storici minori, ai quali nemmeno il turismo riesce a garantire un minimo di economia. Se qualcuno ha delle idee, è il momento di tirarle fuori.

Ordine, formazione e pubblico impiego

Ora che la riforma ha affidato all’Ordine degli architetti il compito di gestire la formazione continua degli iscritti, vediamo quali sono i risvolti nel pubblico impiego. Finora da più parti si lamentava il fatto che molti dipendenti pubblici fossero iscritti all’Ordine ma che fossero, in definitiva, tollerati. Tollerati come una categoria a parte, che il resto degli iscritti vedeva quasi come una parte avversa, poiché non veri e propri “professionisti”. Spesso, soprattutto negli enti territoriali, ai colleghi architetti è richiesto anche di firmare alcuni progetti di opere pubbliche o di pianificazione. Finora è successo anche che alcuni progetti siano stati firmati da colleghi che tuttavia non erano iscritti presso l’Ordine, perché non avevano mai ritirato il timbro, o perché non avevano mai sostenuto l’esame di stato. Da alcuni è stata avanzata l’ipotesi che per i colleghi dipendenti della pubblica amministrazione non fosse necessario il timbro professionale, anche nel caso di redazione di progetti.

Questa situazione ibrida ed ambigua è stata tollerata, finora. Mi sembra che ora, con il concetto della formazione continua, si debba procedere ad una riflessione migliore. Il concetto della formazione continua è in realtà semplice: la laurea è un punto di partenza, e non di arrivo, come affermo da molto tempo.  La laurea dà le coordinate minime per poter esercitare, non una patente a tempo indeterminato. Ne consegue che per poter esercitare dignitosamente gli architetti dovranno aggiornarsi. Anche quelli impiegati nella p.a. Immagino sarà così, a meno di non costruire una corsia preferenziale per costoro, ammettendo quindi implicitamente che il solo lavoro nel pubblico costituisce una formazione continua. E dunque anche questi dipendenti dovranno iscriversi e far parte dell’albo, se vogliono firmare opere pubbliche o atti di pianificazione.
Su chi debba pagare quest’iscrizione, se il dipendente o l’ente di appartenenza non voglio entrare, anche perché la questione mi sembra del tutto secondaria.

Perché no all’Ordine

Scrivo queste brevi note per rispondere a tutti gli amici che mi hanno chiesto se mi candidavo ancora, per la tornata 2012-2016, come Consigliere dell’ordine degli Architetti.

Innanzi tutto desidero ringraziare chi mi ha votato, nella tornata del 2009, ed ha contribuito così ad eleggermi consigliere dell’Ordine degli Architetti di Perugia. E’ stata un’esperienza molto istruttiva e formativa. Ho deciso di chiuderla con un anno di anticipo per una serie di ragioni, non ultima quella di coscienza, che spero di illustrare meglio di seguito e che si fonda su un interrogativo radicale: a cosa serve un Ordine degli Architetti nel 2010 ca?

E’ una domanda che tutti gli architetti dovrebbero porsi, ed in special modo i consiglieri, prima, durante e dopo il loro ufficio di rappresentanza.
È una domanda che non ho eluso, negli anni di iscrizione. Tuttavia, poiché in Italia è facile parlare senza conoscere, ho voluto invece comprendere fino in fondo il tema, e quindi ho accettato sia la candidatura a consigliere che l’elezione successiva a segretario. Ho lavorato con grande scrupolo e coscienza fin quando l’ho reputato giusto e corretto. Quando ho realizzato, tra le altre cose (che ci sono state, non dobbiamo nascondercele), che non trovavo più grande significato in quel che facevo, ho deciso di uscire.
La conclusione sintetica e brutale, me ne rendo conto, è che non vedo, non trovo più ragioni per l’esistenza di un Ordine, così come incardinato nel nostro sistema legislativo odierno. Perché?
La risposta deve necessariamente partire da quello che un Ordine è chiamato a fare dalle norme che regolano la sua istituzione, e non da quello che un Ordine vuole o pretende di voler fare. Dunque, l’Ordine nasce nel 1923 con tra compiti ben delineati:
1. procede alla formazione e all’annuale revisione e pubblicazione dell’albo, dandone comunicazione all’autorità giudiziaria e alle pubbliche Amministrazioni;

2. stabilisce il contributo annuo dovuto dagli iscritti per sopperire alle spese di funzionamento dell’Ordine; amministra i proventi e provvede alle spese, compilando il bilancio preventivo e il conto consuntivo annuale;

3. dà, a richiesta, parere sulle controversie professionali e sulla liquidazione di onorari e spese;

4. vigila alla tutela dell’esercizio professionale e alla conservazione del decoro dell’Ordine, reprimendo gli abusi e le mancanze di cui gli iscritti si rendessero colpevoli nell’esercizio della professione con le sanzioni e nelle forme di cui agli artt. 26, 27, 28 e 30 della L 28/06/1874 n. 1938, in quanto siano applicabili.

In sintesi: tiene l’Albo, fornisce pareri su liquidazioni di parcelle, reprime gli abusi e le mancanze degli iscritti (non di altri).
Si dirà che nel corso degli anni (dagli anni ’20 in poi, insomma), la società è cambiata e l’ordine si è caricato di altri compiti che prima non erano previsti. Si è caricato extra legem, dico io, poiché i suoi compiti erano fissati dalla legge istitutiva. Sono compiti che non sono previsti e che il legislatore, pur volendo, non ha voluto affidare all’Ordine. Perché il legislatore è intervenuto di recente, ed in maniera significativa, sugli Ordini, soprattutto per quanto riguarda architetti ed ingegneri, separando tra l’altro, la parte deontologica e disciplinare ad un soggetto terzo rispetto rispetto a quello ordinistico. Se dunque avesse voluto, il legislatore avrebbe ben potuto affidare all’Ordine nuovi compiti. Ed invece gli ha affidato (vedremo nel tempo come e di che tipo), la formazione continua. L’intenzione mi pare chiara: l’Ordine è il soggetto che deve verificare amministrativamente se i soggetti che esercitano hanno tutti i requisiti per poterlo fare.  E quindi se si sono laureati, se hanno passato l’esame di Stato, se hanno pagato un po’ di tasse allo Stato, se continuano ad aggiornarsi per poter esercitare con un minimo di professionalità. Tutto qui. L’Ordine NON deve agire a tutela dei propri iscritti, a tutela della professione. men che mai l’Ordine deve avere una “politica culturale”. Nessuno infatti chiede all’ufficio anagrafe del Comune di avere una politica culturale. E non deve averla per rispetto di chi (obbligatoriamente) paga la quota annuale e non può sottrarsi, a meno di non poter lavorare. L’Ordine NON deve organizzare viaggi, gite, mostre, convegni, ecc. L’Ordine NON può riservarsi la formazione continua dei propri iscritti, a meno di non volersi schiantare contro il diritto comunitario in tema di concorrenza. L’Ordine NON può contestare leggi nazionali o regionali: al massimo fornisce un parere, se richiesto. L’Ordine NON può sedersi a tavoli di concertazione sociale, perché non è parte sociale.
Questi sono anche i motivi, a me sufficientemente chiari dopo pochi mesi di frequentazione del Consiglio, che mi hanno portato a sostenere la nascita della Fondazione Umbra per l’Architettura.
Mi sembra che il legislatore abbia tenuto conto di questi scenari: da una parte la professione si dovrà riconfigurare intorno ad organizzazioni di vera rappresentanza dei professionisti (sul modello sindacale e lobbistico), a causa anche di una moltiplicazione di figure professionali e competenze sovrapponibili;  dall’altra richiedendo ai professionisti una garanzia sostanziale (oltre che formale, soddisfatta con l’appartenenza ad un Ordine), rispetto alla possibilità che questi hanno di realizzare opere di grande responsabilità.
Personalmente leggo queste tendenze come una volontà di de-potenziare il sistema ordinistico, lasciando immaginare la necessità di una nuova architettura istituzionale tra mondo dei professionisti e cittadini.

Liberi di costruire

Trascrivo qui di seguito un estratto brevissimo dall’ultimo libro di Marco Romano, Liberi di costruire. Non piacerà sicuramente a molti, anche se a me pare invece molto fertile.

“La diffidenza per la libertà del singolo cittadino e per i suoi desideri, che costituisce la piattaforma concettuale della pianificazione, fa sì che venga data molta rilevanza al <>, una categoria astratta che misura la felicità cittadina in metri quadrati senza alcuno scrupolo per superfici anche molto estese sottratte all’agricoltura per un loisir molto problematico – prati e boschetti spesso deserti – mentre riserva il proprio disprezzo per gli orti e i giardini che attorniavano lietamente le case del Petrarca come le ville suburbane di oggi, considerate da qualcuno, invece che vera e propria espressione della libertà (e del chilometro meno che zero), lebbra del paese.”