Racconti rurali – OTO

OTO è la marca del primo trattore che comprammo da un venditore poco onesto, che ce lo fece “digerire” un milione di lire (il casolare e la terra ne erano costati 34). Mia zia era ovviamente inesperta, ed anche Guerrino non si dimostrò all’altezza. Un trattore a cingoli di 18 cavalli di potenza, per quelle pendenze, significava poco. Ed infatti la potenza era modestissima e dopo la forza necessaria a trascinare se stesso gliene rimaneva ben poca per spostare il carico. Il carico: esauriti i soldi per il trattore, pagato in contante, non avevamo pensato che il trattore era poca cosa senza rimorchio. Nonna, quindi, si era inventata questa cosa della “tralla”, che suppliva al rimorchio. La tralla era in pratica una slitta, fatta con i due lunghi principali di olmo, che nonna era andata a scegliere con il bastone indicandoli a Guerrino. I traversi erano in olmo ed in quercia. Sopra avevamo messo una rete di recinzione, che costituiva di fatto il fondo della tralla. La tralla aveva il vantaggio di essere facilissima da caricare (ma lo avrei scoperto dopo, quando comprammo il rimorchio), e lo svantaggio di pesare più del rimorchio, per il nostro povero OTO. Il legno dei diritti principali, poi, si consumava in fretta, scorticandosi sui campi e sulle strade poderali di ghiaia. Mio zio pensò bene, allora di fare due puntali e delle ali in ferro, da mettere sotto i diritti, a contatto con il terreno. Il legno arrestò di consumarsi, a scapito del peso complessivo della tralla, che aumentò ancora. L’OTO sbuffava con quel carico dietro, e spesso in salita un cingolo cominciava a tirare più dell’altro, facendolo andare di traverso. Se avesse potuto, OTO si sarebbe messo di traverso e magari avrebbe preferito la discesa. Abbiamo trasportato di tutto con la tralla: sassi, erba, fieno, legna, letame, paglia, acqua … Tra pendenze eccessive, sassi, manovre azzardate è anche successo che uno dei cingoli si è sfilato dalle ruote. Per quanto fosse piccolo, era un trattore pesantissimo, e rimettere un cingolo era un’impresa da mezza giornata di lavoro per un uomo come Guerrino e due adolescenti inesperti quali eravamo Patrizio ed io. Occorreva accorciare la distanza tra le due ruote con un’enorme chiave inglese, rimette il cingolo tra i denti della ruota, e poi allungare la distanza delle due ruote in modo da rimetterlo in tiro. Il tutto con l’aiuto di leve, spranghe e bastoni, poiché il cingolo pesava tantissimo. OTO aveva una batteria da 24 volt che d’inverno non riusciva mai a metterlo in moto. L’olio era troppo freddo e la batteria troppo debole per provare più di due-tre volte l’accensione. Se non partiva alle prime volte occorreva metterlo in moto con la manovella. Sì, c’era una manovella che faceva girare un immenso volano d’acciaio, pesantissimo, il quale forse forniva l’inerzia necessaria ai pistoni (o al pistone?). Far girare il volano era faticosissimo e generalmente lo facevamo in coppia: io e Patrizio o Patrizio e Guerrino. Occorreva poi essere velocissimi nel comprendere che l’accensione era andata e che il motore prendeva i giri, perché se la manovella rimaneva nel volano diventava molto pericolosa. D’inverno, allora, lasciavamo il trattore la sera su una piccola discesa (5-6 m), che gli avevamo predisposto lungo la ripa vicino casa. La mattina, prima di metterlo in moto gli mettevamo un vecchia pentola con della brace sotto la coppa dell’olio. Quando era bello caldo, ingranavamo la marcia, giravamo la chiave, spingevamo il bottone e via, sperando e pregando che andasse in moto. L’ultima spes ce la aveva insegnata un vecchio maresciallo dell’Esercito che aveva fatto la guerra in Africa e che conosceva questi trattori OTO Melara: dalla parte opposta del volano c’era la presa d’aria del motore: bisognava mettergli davanti uno straccio imbevuto di benzina. D’inverno OTO serviva a poco: a trasportare un po’ di legna. Ma con il fango che rendeva l’argilla dei nostri luoghi un vero e proprio pantano, l’OTO cominciava subito a slittare e ad infossarsi. Fu ancora nonna a cavarci fuori dal fango, obbligando Guerrino a tagliare un po’ di olmi del diametro di 7/8 cm e a metterli di traverso sotto i cingoli. Non ricordo se nel milione di lire era compreso anche l’aratro o se fosse costato anche quello qualcosa. L’aratro era tutto di ferro, e con le ruote. Bisognava andargli dietro perché a fine solco occorreva sganciarlo con un dispositivo tipo freno ed aiutarlo nella curva. Poiché il terreno era in pendenza, si arava “a solco morto”, e cioè solo in discesa, risalendo a vuoto. Erano belle “passeggiate”. Spesso poi il coltello che sta davanti al vomere e che taglia verticalmente la fetta di terra, si caricava di erbacce risalendo sempre più e tagliando la fetta sempre meno in profondità e deviando dal parallelismo del solco precedente. Deviare significava lasciare un po’ di terreno non arato (tragedia), poiché il principio inviolabile dell’aratura è quello di fare solchi paralleli o quasi paralleli. Arare con questo aratro implicava anche il solo lavoro diurno. Era infatti impossibile, per chi andava dietro, camminare nel buio e sganciare al punto giusto. Arare di notte, invece, sarebbe diventato qualche anno più tardi uno dei miei lavori preferiti. E simile all’aratro, se non peggio, era l’altro strumento principe che avevamo comprato subito dopo: l’estirpatore. Noi lo chiamavamo erpice: non so perché. Era peggio perché l’estirpatore andava passato dove generalmente vi erano molte erbacce infestanti: cardi, carote selvatiche, ecc. Quando si caricava di erbacce bisognava tirarlo su e scaricarlo della matassa formata: dei veri e propri mucchi di erbe, terra, sassi. Comunque sia, con l’OTO siamo andati avanti 5 anni, fino all’acquisto del FIAT 455C. Alla fine ci eravamo affezionati a quel suo TAM TAM TAM, a quel suo sbuffo nero. Saperlo in moto e sentirlo era rassicurante. L’abbiamo venduto, uscendo dal medioevo, ad uno che ne apprezzava il valore da collezione, credo.

Street Book Palmi

Intervista al sottoscritto da parte dell’arch. Wladimiro Maisano

https://youtu.be/3xIiKlD5Ab8

Idee varie per la ripartenza

Provo a fare qui sotto un elenco di varie idee per la ripartenza. Alcune hanno bisogno della modifica di leggi e regolamenti regionali (Umbria), altre di leggi nazionali. Alcune sono fattibili con poca spesa, altre hanno bisogno di un maggiore investimento. È comunque un primo tentativo di azioni proattive, anche per riprendersi dallo choc della sola logica emergenziale. Se questo elenco, suddiviso per punti tematici, avrà fatto venire anche solo un’idea buona ad altri, potrò ritenermi più che soddisfatto.

PRG
Il Comune approva il documento programmatico e avvia il procedimento. Lo trasmette alla Regione, a cui chiede di fornire il quadro conoscitivo.
La Regione o la Provincia (su delega), devono fornire il quadro conoscitivo ai Comuni, sia sotto il profilo grafico che alfanumerico.
Il Comune redige il PRG stutturale limitato a pochi elementi (consumo di suolo, reti blu, verdi, grigie, grandi localizzazioni, altezze massime, ecc.).
La Regione organizza e gestisce un’unica conferenza in cui rientrano anche soprintendenza e VAS per l’approvazione del PRG strutturale.
Il PRG operativo è di sola competenza comunale (come ora). Anche in questo caso si chiede di poter fare un’unica conferenza di servizi con la quale approvare anche la VAS.
I PRG devono solo localizzare dove vanno grandi insediamenti produttivi e i centri storici. Sul resto del territorio deve dimensionare e localizzare parcheggi prevedendo da subito la possibilità dei cambi d’uso a commercio dei piani terra.
Nel resto del territorio i cambi d’uso sotto i 250 mq sono liberi. No oneri concessori, no standard obbligatori. Per queste SUC rimane obbligo della manutenzione e della proprietà privata.
I parcheggi Tognoli vanno portati a 1 mq/5 mq SUC.

Favorire le monetizzazioni in luogo della presa in carico. La monetizzazione deve essere basata (al massimo) sul costo del terreno, poiché la gestione nel tempo di piccoli appezzamenti costa più dell’incremento di valore patrimoniale.

Varianti semplificate ex art. 8 DPR 160/2010 (SUAP), per localizzare edifici destinati alla logistica per le merci da portare nelle nostre città storiche. Percorso autorizzativo unico attraverso una sala conferenza di servizi dove si valuta congiuntamente profilo VAS, profilo VIA e progetto edilizio.

Nuovi interventi consentiti con SCIA, (SCIA alternativa al PdC) ferma rimanendo la responsabilità ai sensi del DPR 380/2001 per gli abusi.

Nel territorio agricolo deve essere possibile non solo il ristorante, ma anche avere servizi professionali (studi professionali, ambulatoriali, ecc.). Mixité funzionale estesa.

Ampliamento/Bonus di 10 mq di SUC a persona adulta per Telelavoro. L’ampliamento è esente da ogni contributo concessorio o di dotazioni territoriali. L’ampliamento avviene ovviamente con SCIA.

Obbligo della valorizzazione degli immobili comunali, attraverso le alienazioni o affidamento a enti del terzo settore.

Favorire con procedimenti semplificati le costruzioni per la logistica di prossimità e per la distribuzione delle merci nelle nostre città storiche.

PROCEDIMENTI
Semplificare il conteggio della SUC. Ci sono 19 eccezioni nella formulazione del Regolamento regionale. Meglio essere generosi da subito: indice urbanistico + 30 mq di bonus.

Inversione dei procedimenti Paesaggistico da una parte e Edilizio dall’altra. Il procedimento dell’autorizzazione paesaggistica va avanti prima di quello edilizio: si ricongiungono prima del rilascio del titolo.

Rendere al più presto disponibile il PRG in formato Open Data ai professionisti esterni.

Adesione immediata al Regolamento Edilizio Tipo della Conferenza Unificata Stato regioni del 2016.

Ridurre l’istruttoria di Pdc e Piani Attuativi conformi al PRG a una semplice check list.

Nei procedimenti deve essere data la priorità 1 a varianti in corso d’opera.

Le conferenze di servizi devono rendere pubblico il materiale tecnico oggetto di conferenza. I tempi della conferenza sono anche i tempi di pubblicità nei quali il cittadino può partecipare. La conferenza decide anche sulle osservazioni dei cittadini.

COMMISSIONE PER LA QUALITÀ E IL PAESAGGIO
Vanno in Commissione solo gli interventi che riguardano beni culturali (art. 21 Dlgs 42/2004)
Vanno in Commissione solo gli interventi che riguardano modifiche esterne in aree tutelate profilo paesaggistico. (Dlgs 42/2004)
Non vanno in commissione interventi su edifici ex art. 89 LR1/2015 (casolari tipici) che non hanno modifiche esterne.
Per interventi semplificati di cui al DPR 31/2017 sia sufficiente il parere dell’ufficio pesaggistico, senza il passaggio in CQAP.
Ampliamento degli interventi sottoposti a procedimento semplificato. (Nuovi edifici a seguito di demolizione di detrattori ambientali o di detrattori paesaggistici).

Creare una app per il pagamento degli oneri e rateizzazioni.

Pagamento della parcella del professionista (almeno il 50%), al rilascio del Titolo Edilizio o della presentazione della SCIA. O il pagamento completo prima dell’agibilità.

Eliminare il bollo dalle istanze.

Eliminare i diritti di segreteria per le pratiche edilizie.

TURISMO
Favorire il Turismo “site-specific”. Il Turismo “culturale” (pinacoteche, musei, ecc), può sopravvivere anche nell’epoca telematica. Il Turismo dei luoghi naturali o rurali può sopravvivere solo in presenza. Quindi favorire gli agriturismi, fattorie didattiche, ecc. Virtualizzare al più presto i beni culturali. La disponibilità virtuale spinge infatti alla visita “de visu”.

LAVORI PUBBLICI
Consentire affidamenti diretti sotto i 100.000 euro per i servizi. Disponibilità dei RUP a comunicare i propri conti correnti a ANAC
Rendere stabile l’inversione procedimentale nelle gare pubbliche.
Eliminare il contributo a ANAC per ogni gara, sia per le stazioni appaltanti sia per gli operatori economici.
Univocità del controllo sull’operato del RUP: Corte dei Conti o ANAC.
Assicurazione full risk del RUP a spesa della Stazione Appaltante.
Nei contratti pubblici (servizi, Forniture, lavori), preferenza per le aziende del Territorio per valori stimati sotto una certa soglia (es.: 1.000.000 di euro per lavori). Ciò in coerenza anche ai Criteri Ambientali Minimi CAM. Minori spostamenti ecc.
Semplificazione e riduzione della disciplina dell’accesso ai documenti amministrativi.
Pubblicazione degli atti di gara da una sola sezione del sito web, senza invio a altri soggetti.
Portare il criterio della rotazione di inviti a tre possibili inviti successivi e a due incarichi.
Impedire, a certe condizioni, il ricorso contro l’aggiudicazione dei lavori o del servizio.
Esternalizzare tutta la progettazione e DL della P.A. a professionisti esterni almeno per i Comuni sotto una certa soglia.


VARIE
Format omogeneo (stesso albero), dei siti web dei Comuni, ancora più stringente dell’attuale formato AGID. Favorire l’e-commerce. Eliminare la PEC. Al massimo attuare il doppio controllo mail.
Fare una convenzione con un provider e dotare di una firma Digitale ogni cittadino.
Spingere per l’adozione dell’atto pubblico notarile da remoto con firma digitale.
Stabilizzazione del telelavoro o lavoro agile per almeno il 30% del personale della PA (esclusi ovviamente operai e tutti coloro che hanno una funzione che presuppone un’attività fisica).
Fare un piano degli orari della città e implementarlo.
Intensificare il baratto amministrativo e tutte le forme di collaborazione pubblico-privato che consentono un’economia dal basso.
Il Comune deve mettere a disposizione dei genitori degli spazi per fare del co-sitting, per bambini in fascia d’età dai 6 ai 13 anni (elementari e medie inferiori). Degli spazi dove i ragazzi, possano per esempio fare i compiti o piccole attività di laboratorio. Non tutte le famiglie hanno la possibilità di tenere a casa i figli.

Un corpo, oggi

La storia terrena di Gesù non poteva finire che così: con la sottrazione del Corpo. È iniziata con un corpo che arriva misteriosamente, e finisce con un corpo che va via, misteriosamente. Un corpo che appare la prima volta in una mangiatoia e che vediamo per l’ultima volta su una croce. Luoghi e situazioni molto umane, molte contestualizzate. In mezzo, una vita molto attiva, di grandi gesti, di frequenti viaggi, di momenti gioiosi e di momenti tristi. Gli uomini, per vivere, hanno dunque bisogno di un corpo. Sembra una cosa scontata. Solo che lo quando dico, forse sono proprio nel punto di rottura del pensiero sul corpo. Ecco, forse abbiamo frainteso, o proprio sbagliato, quando abbiamo detto che abbiamo bisogno di un corpo. Noi non abbiamo bisogno di un corpo: noi SIAMO un corpo. Non c’è un “Noi” fuori dal nostro corpo: non c’è un Io fuori dal mio corpo. Io sono il mio corpo. Dell’alluce alla punta di capelli. Mi sembra che abbiamo perso questa integrità, questa “santità”. Sebbene la storia di Gesù faccia molto riferimento al corpo, mi sembra che l’elaborazione dottrinaria del cattolicesimo abbia tralasciato questa “sacralità” del corpo a favore di una divisione tra” corpo” e “spirito”. Solo Piero della Francesca ci presenta un Cristo risorto con un corpo ben fatto, un corpo potente, un corpo che non si nasconde, un corpo non (già) spiritualizzato. Il corpo di Piero è un corpo che si offre, che non fugge, che non si sottrae. Invece noi abbiamo de-somatizzato la nostra vita. Niente corpo, niente morte. Ecco perché l’immagine delle bare di Bergamo sono così emozionanti. Quelle casse di legno sono l’evidenza, l’ultima evidenza, differita, mediata, di un corpo. La Resurrezione non è solo quel fenomeno per cui il corpo viene riportato in vita e tutto continua come sempre. Questa resurrezione, come una sorta di grande guarigione, di grande performance medica, mi sembra (mi si perdoni), anche banale: un miracolo in più, dopo aver camminato sull’acqua, ecc. La Resurrezione è invece una nuova vita, una Vita nuova: nulla può essere più come prima, nulla sarà più come prima. Gesù è risorto, ha una nuova vita, di cui sappiamo poco, e che comunque appare poco significativa, in confronto al prima. Tornare in vita per poche apparizioni, per convincere San Tommaso (con il corpo). Per poi volare in cielo, quando invece avrebbe potuto dimostrare ai Romani e a tutti che era storicamente, fisicamente, invincibile… Immaginiamo la scena: Gesù si presenta a Ponzio Pilato e gli dice: “Vedi, nemmeno la morte può fermarmi…” Perche’ non farlo? Perché quella sarebbe stata la vita di prima, la conseguenza, la continuazione, lo sviluppo, della vita precedente. Che grande insegnamento è invece la Risurrezione come nuova vita! Che grande prova lasciarsi morire definitivamente. Se non fosse presa come una diminutio, direi che è una prova eroica. Il grande insegnamento è rinunciare a tutto quello che è stato prima, lasciarlo andare, considerarlo concluso. Forse solo San Francesco si avvicina a questo profondo senso della risurrezione, quando si spoglia e cambia vita.

Questo della resurrezione è un grande miracolo, ovviamente. Forse il più grande. Come capire un miracolo? Non si può capire, si può solo comprenderlo: si può solo accoglierlo. Solo una razionalità “ampliata” può ammettere il miracolo. Una razionalità che ammette i propri limiti, dunque. Una razionalità disponibile, attenta, vergine. Mi sembra che questo dipinto di Piero lo dica meglio di me: “I miracoli avvengono quando voi dormite! Questo ci dice Piero. Anzi: “I miracoli avvengono sempre, solo che voi dormite.”

Sulla scuola

Sulla scuola è tempo di fare qualche riflessione. Anche perché
settembre è dietro l’angolo: è domani. E perché tre figli studenti su tre fasce diverse consentono qualche riflessione immediata, senza alcuna pretesa di esaustività.
La teledidattica ha funzionato abbastanza bene, in emergenza.
Tuttavia non so se può reggere “a regime”. Per vari motivi.
1) Non Tutti gli studenti hanno una connessione internet adeguata e
un PC a disposizione. Non tutte le famiglie lo hanno.
Qui il digital divide è trasversale, in senso geografico, ed è anche verticale, in senso economico, perché le famiglie che non hanno connessione e PC sono ovviamente famiglie disagiate. E (è una mia opinione: non ne ho la certezza statistica), sono anche quelle con più figli.
2) La teledidattica, al di là della diversa qualità dell’ insegnamento (molti insegnanti sono basati, giustamente, sulla lezione frontale), funziona bene per studenti universitari, medie superiori, medie inferiori. Per le elementari ho qualche dubbio. Per asili e materne mi sembra impensabile. Tuttavia la popolazione scolastica va dai 2/3 anni ai 20/30.
3) Se per settembre non avremo trovato un vaccino (e mi risulta che per avere un vaccino occorrano almeno 18 mesi), dovremo trovare
qualche soluzione, modulandola sulle diverse fasce d’età.
4) Se a settembre bisogna rientrare a scuola, forse solo dalle elementari in su sarà possibile imporre il distanziamento sociale e altre forme di prevenzione. Di fatto, si tratta di trovare, in 5 mesi, il doppio delle aule. O mandare i figli a scuola un giorno si e un giorno no. Oppure su due turni in un giorno solo. Cercando di sopperire il giorno di assenza con la teledidattica (sperando nel frattempo in un piano straordinario del governo che regali un pc e la connessione a buona parte della popolazione scolastica).
Il che vuol dire pensare a una riorganizzazione degli orari in famiglia. È impensabile lasciare un figlio di 7/8 anni a casa da solo. Ne’ fuori ci saranno strutture sportive o para-sportive che potranno essere utili allo scopo. È dunque sicuro che il telelavoro dovrà essere favorito e implementato il più possibile.
Forse le scuole vanno ripensate in funzione della rarefazione e dunque dagli edifici scolastici andrebbero “espulsi” immediatamente gli uffici, demandando al telelavoro di supplire, così come le biblioteche d’istituto e gli altri spazi accessori.
5) Il personale insegnante e ausiliario dovrà essere testato frequentemente e forse tracciato per evitare che si ammali e che contagi altre persone. Difficile anche sotto questo profilo obbligare dei bambini e di ragazzini all’uso corretto delle mascherine dei guanti. 6) Le palestre delle scuole andrebbero mantenute, poiché saranno uno dei pochi luoghi in cui sarà possibile farà attività fisica controllata. Immagino infatti che molte associazioni sportive in questi mesi chiuderanno, poiché la loro attività era basata principalmente sul calcio o su altri sport che prevedevano sia un contatto fisico tra gli atleti sia forme di finanziamento attraverso eventi ad alta affluenza di pubblico. L’attività fisica degli studenti dovrà essere rivista, almeno fino al vaccino, in modalità contactless. È molto frustrante pensare a tutto ciò, solo che occorre farlo. Occorre mantenere nei giovani (in tutti, a dire il vero), una certa attività fisica. Se il lockdown consentisse un minimo di attività fisica personale, invece, anche le palestre potrebbero essere riusate come aule provvisorie, magari disponendovi, all’interno, dei piccoli moduli energeticamente e acusticamente autonomi.

La foto in evidenza è la loggia meridionale di Palazzo Collicola a Spoleto. Per noi della scuola media era un corridoio di distribuzione per andare ai vari laboratori di fotografia, scenografia, ecc. dell’Istituto d’Arte. Sicuramente non era a norma. Tuttavia non lo cambierei con alcuno dei prefabbricati, normativamente perfetti, venuti dopo, ai quali guardo con infinita tristezza.

Mi mancano le mani

Non sono bravo a parlare. O meglio: non mi piace parlare a vanvera. Chi mi conosce bene sa cosa penso delle parole dette, soprattutto in cui epoca in ci nessuno tiene fede alla parola data. Credo che servano poche parole. Chi ti conosce non ne ha bisogno, chi è intelligente ha bisogno di poche parole, chi non capisce non capisce nemmeno con mille parole. Detto ciò, mi mancano le mani e gli abbracci. Soprattutto le mani, che non mentono. Il calore della pelle, il colore, le rughe, la forza della presa, il tempo della presa, il tempo del rilascio, il modo del rilascio, il modo di porgere la mano, il modo di ritirarla, il sudore della mano, la lunghezza delle dita, la lunghezza delle unghie, la pulizia delle unghie, la forma delle unghie, la pulizia della mano, la morbidezza della pelle, la ruvidezza, le vene su dorso, la pelle velata sul dorso di alcuni anziani, la lunghezza delle singole falangi, la sproporzione di alcuni pollici… Con la mano ho appreso la durezza degli schiaffi di mia madre, diventate carezze in tarda età, forse in ritardo. Con le mani ha siglato patti di amicizia che durano da una vita, e patti di lavoro che sono diventati amicizia con gli anni. Con le mani ho sentito la vita andarsene da persone care… Con le mani ho sentito che quello era amore e che quel tenersi la mano era anche stima, riconoscenza, fiducia, passione, trasporto, accoglimento. Con le mani i miei figli mi hanno salutato, afferrando il mio indice e stringendo forte, come se da quello stringere dipendesse tutta la vita.

Un Nuovo Paesaggio #2

Il nuovo Paesaggio dipenderà, ovviamente, da una società modificata. Per un po’ di tempo ci avvieremo ad essere una società contactless. Ci vorrà altro tempo per tornare ad essere più fiduciosi dei nostri corpi.

Per qualcuno questa pandemia è solo una sospensione di una vita che tornerà a essere normale, uguale a quella di prima. Qualcuno vorrà tornare indietro. Per qualcuno questa è solo una parentesi.

Io invece non lo credo. Ritengo e invece che ne usciremo molto cambiati, per vari motivi.

Primo, la sospensione, la bolla, non sarà di breve durata. Non dico che sarà lunghissima: dico che gli effetti saranno incisivi e diluiti nel Tempo. La prima ondata di questa crisi può anche risolversi in un paio di mesi. Il punto è che per mandare in crisi vera un libero professionista o un artigiano bastano un paio di mesi di assenza di incassi. Per un operaio a cui viene ridotto l’orario di lavoro, lo stesso. Per chi contava di poter lavorare di li a loco, magari nel Turismo, e che invece non verrà proprio chiamato a lavorare, il problema sarà immediato. Intere catene deboli, con scarsa inerzia finanziaria, saranno rotte da questa crisi.

A me pare insomma evidente che l’economia tutta, e l’economia locale soprattutto dovrà riorganizzarsi in tutta fretta. E questa riorganizzazione non potrà essere istantanea.

Secondo fattore, derivante dal contactless a cui accennavo sopra, è l’introduzione delle tematica in tutti i settori della nostra vita. Quindi lo smart working, e anche lo smart learning (lo chiamerei così), e poi, senza fare l’immaginifico, il nuovo sport, la nuova cultura, il nuovo benessere, ecc. Lo smart working (e anche il resto del dominio smart), presenta innegabili vantaggi nel conciliare la vita privata con il lavoro. Ci sono una serie di innegabili vantaggi sotto il profilo ambientale, che non si può far finta di non vedere, anche per chi, come me, non è per la decrescita felice.

Io non appartengo a coloro che hanno una logica “o-o”.

La possibilità dello smart working e, a questo punto direi della smart living, sono una possibilità in più. Passata l’emergenza sanitaria potremo ancora rivederci, se vogliamo, in sessioni plenarie, in cui siamo fisicamente presenti. Potremo ancora fare lezioni in presenza, commissioni, audizioni. Se vorremo. Quando vorremo. Potremo fare riunioni miste, dove parte delle persone sono in presenza e parte in videoconferenza. Non dobbiamo rinunciare alle opportunità.

Come possiamo aiutare l’economia a livello locale, a prescindere da tutte le misure che potrà e vorrà mettere in atto il Governo?

Questa è la domanda che a mio avviso dovrebbe animare e motivare la costituzione di un gruppo locale trasversale e pluridisciplinare che aiuti la politica a fare una buona sintesi. Economia inteso in senso ampio, ovviamente.

Ci saranno attività e professioni che subiranno una fortissima flessione nell’immediato e comunque saranno ridimensionati anche una volta tornati in un regime di normalità. Penso a bar, piadinerie, ristoranti, il turismo, il cinema, il teatro, lo sport, le palestre, i mercati coperti. Tutte queste attività si svolgono in edifici. Così come la produzione e così come l’attività terziaria (le scuole, gli uffici pubblici). Sono edifici, localizzazioni, quantità da ripensare completamente.

Ci saranno invece attività (e edifici), che subiranno un incremento velocissimo nella crisi e che comunque saranno in posizione dominante domani. Penso a produttori di dispositivi medici e paramedici, detergenti, logistica, servizi alla persona a domicilio, soluzioni per smart workers, micro-fattorie vegetali, stampanti 3d, servizi di connettività e di modellizzazione, intelligenza artificiale, ecc.

Bisognerebbe forse partire da una matrice di questo tipo, cercando di fare un matching tra quello che è destinato a perdere di importanza e ciò che invece aumenta di importanza. E capire di conseguenza come la città (e il paesaggio), possono adattarsi, accogliendo anche nuove funzioni e rigenerandosi in velocità. Perché certo una cosa che ci ha insegnato questo virus è che bisogna rispondere con velocità e che il mondo fatto di procedure, gare, bolli, autocertificazioni, non è adatto a fronteggiare queste sfide.

Chiudo con qualche proposta a-sistematica, che ha solo l’intenzione di essere una “mossa d’apertura”.

1) Occorre un piano ricognitivo degli immobili della città, immaginando quali saranno i primi a svuotarsi e quindi i primi a dover essere ri-abitati (perché no?), rigenerati, riusati.

2) Occorre un quadro normativo che consenta di pianificare, progettare e realizzare queste cose con la dovuta velocità. Per esempio obbligare a conferenze di servizi per i piani attuativi, estendere la possibilità della SCIA anche a nuove costruzioni, snellire ancora la ristrutturazione edilizia …

3) Occorre introdurre un quadro di fiscalità, anche locale, che aiuti a mantenere un tessuto produttivo locale per il settore edilizio (contributo di costruzione, monetizzazione, bonus, ecc.)

4) Occorre esternalizzare tutta la progettazione e buona parte della realizzazione di lavori pubblici, riservando agli enti locali solo il controllo. Ciò consentirebbe anche di immettere un po’ di liquidità nel settore dei professionisti.

Affetti invece di effetti

Questa è la foto di uno dei primissimi libri che ho letto, in autonomia, e che esulava (ovviamente), dai libri di testo scolastici. Costava 1500 lire e lo lessi a 13 anni, marinando la scuola il venerdi. Il venerdì c’era applica ieri tecniche e musica, che non amavo, indù gli insegnanti mi avevano” detto che era negato per quelle materie, e quindi si era avviato quel circolo vizioso di profezie auto-avverantesi che molti ormai conoscono.

Da giovane dicevo che non mi piacevano i romanzi e che preferivo la filosofia perché era più diretta: quello che il romanzo diceva in 100 pagine la filosofia poteva dirlo in 5. La filosofia mi faceva capire come funzionava il mondo. Oggi torno a leggere romanzi e lascio perdere la filosofia (a parte l’estetica).

Sempre più bisogno di un significato e sempre meno di un teorema.

Le parole del corso

Traccia della presentazione presso Circolo Fortini di Assisi 12 10 2019

Lettera di un amico architetto (Wladimiro Maisano)

Mio caro Bruno,1

così la tua idea ha preso forma: “Gloria del lungo desiderio, idee!”. La vita è una ginnastica di desiderio e tu sei stato capace di svuotare le radici della vanità ai tuoi desideri. Vivere in un clima di desiderio ecco cosa ho portato a termine ecco ciò a cui ho dato forma. 

Ora, tuttavia, nel momento in cui scrivo mi sembra a mala pena essenziale d’essere stato architetto. D’altronde i tre quarti della mia vita sfuggono a una definizione fornita dalle azioni: il complesso delle mie velleità, dei miei desideri, persino dei miei progetti resta vago ed evanescente quanto un fantasma. 

“Oh voluttà piena di frode! O Felicità consacrata all’inganno!”2. Ancora mi ritorna il lamento di Wagner. Mi ritorna il monito dell’impossibilità di giustificare licenza che non sia arbitrio.

Ho lottato contro il tempo, la semantica, la forma. Rigenerando le antiche favole per ritornare ad una sorta di mitologia governata da una musica segreta le cui cadenze destano fantasmi remoti e benefici come sorti dal cuore, il mio amato cuore, quasi apparizioni invocate di figure leggendarie.3

Ad ogni istante, tuttavia, mi pare di cominciare a soffrire… ma non parlarmi ti prego di quel che ho perduto. Lascia la mia memoria a se stessa. Ma aspetta, poiché sono troppo semplificato ora per non essere soggetto fino in fondo al moto di qualche idea4. Già quella certa idea!!! 

Sto iniziando a poco a poco a sfogliare, a rileggere le mie tesi impossibili. Da qui il loro contenuto è così inattuale, paradossale e tuttavia terapeutico. Su una cosa, in questo eterno, avevo ragione: dare forma a quel sogno a quel segreto del creare compositivo è proprio delle favole.5

Ecco ritrovo la perduta pazienza, di un compositore liberato dalla fretta e dall’ansia, per ritornare a riscoprire lo scopo del suo esistere: l’armonia.

Ricordo, ecco, ricordo il complesso evolversi del processo di progetto, la ricerca paziente… ma voi non potete più permettervelo, il lavoro è diventato fine non mezzo. “Lime labor et morae”. 

Da qui non ho il timore d’esser scoperto antico, sì sono una antica voce, un segreto che supera la vita, l’oscuro sortilegio della terra, l’erba maligna che solleva il suo fiore. Non ho timore di esser scambiato per nostalgico, sprovveduto. La storia è inesauribile avventura. Ecco colgo le ombre che si manifestano a me. Tutte le età sono contemporanee. Come ricorda Orazio: “In verbis etiam tenuis cautusque serendis dixeris egregie, notum si callida verbum reddiderit iunctura novum”.6 Oh attività prediletta o variare compositivo. Ho dato tanto valore alla ragione, alla disciplina, all’arte non come opera d’arte ma come arte all’opera. Faticavo a rintracciare i pensieri, l’effetto tanto cercato eppure l’architetto, l’attore, l’accetera vive tra ciò che vuole e ciò che può7. Qui è il limite di quel regno intermedio: Figure! Figure! Quante volte ero sul punto di discernere qualche forma, ma quella supposta visione non giungeva mai a destare la minima similitudine nel mio dire8; decriptare, interpretare i suoi segreti che andavano rivelati attraverso un lento lavoro di approfondimento, di svelamento e di limatura… le dolorose cancellature9, le rinunce, la mano lenta. E’ ancora tutto così irresistibile eppure tutto trascurabile, cercavo di vedere ogni cosa con la precisione con cui ora la vedo10. Ma tutto ora è allo stesso tempo irriconoscibile anche adesso che ti scrivo, poiché scrivere è sempre stato per me brivido, desiderio di farlo11. Tutto fila via alla deriva, i miei occhi lo seguono per un attimo ma poi lo perdono senza averlo ravvisato; sento ancora il profumo di quella madeleine. I fatti hanno stabilito che tra le cose indispensabili alla razza umana figuri necessariamente qualche desiderio insensato. Senza amore non ci sarebbero uomini.

Comporre!!! Sono stato un puntellatore di rovine, un costruttore di nuovi percorsi, di nuove figure, di un nuovissimo e diverso orizzonte di senso, di un nuovo senso; calcolo della fantasia, ragione delle idee, paradossi, conflitti, opposizioni, ciarle, berlingate difronte alla tracotante accademia, cose inutili. E’ stato il debito da me pagato per non essere poeta e poter continuare nella bugia di costruire” magnifiche finzioni” illudendomi che sia sempre stato un fatto necessario e non sempre sapendo se sia stato giusto o sbagliato. Per contro c’è il brivido dell’ignoto, dell’imprevedibile, composizione, segreto fascino che mi sospinge su questa riva. Ecco ritrovo lo spirito costruttivo; spirito e materia, conoscere e fare, pensai et congettai…cosa? Che mai sfinimento costringe il miserabile artista, architetto, “accetera” a consegnarsi ai voti claustrali delle muse a chiodarsi all’infamia della crocetta estetica? Sono tante troppe le motivazioni e tutte mica tanto decorose. A cominciare dalla vanità esecrabile dello stimolo creativo, maternale, insensato, disumano; al famigerato ruotare attorno al solito perno dell’esser padre della propria opera, farina del suo sacco, parto di sua esclusiva fantasia, intellettiva maternità virile ecc.ecc. come fosse possibile, scontato, l’essere autore di un qualche cosa. L’autorialità è un doppio falso, nell’idea che la origina e nell’artificio che quell’idea stravolge realizzandola12. Comprendere con spirito costruttivo13 il senso dello spazio è pari a saper apprezzare la seducente gradevolezza dell’armonia dei ritmi, degli intervalli spaziali, i suoi silenzi, le sue dissonanze, le sue proporzioni. Ma ciò che mi ha strappato dal finire nei seducenti abbracci del successo tout court è stata la certezza vera, cosciente, sincera che tutto ciò che è stato detto o fatto è stato già detto o fatto da un romano. Guarda a Roma!

Un tempo ho creduto che un certo gusto per la bellezza avrebbe surrogato in me la virtù ed avrebbe saputo immunizzarmi dalle tentazioni troppo volgari delle soggettività più spinte, senza norme né leggi. Avere tra le mani quei mirabili frammenti, anche se insudiciati e imperfetti mi faceva provare il piacere raro dell’intenditore, il solo a collezionare ceramiche ritenute da tutti comuni. Ecco il mio intimo desiderio del comporre ad odio dei prospettivari, Ah perdona non si usa più!!! Non ho mai creduto che la modernità e il progresso siano valori indiscutibili a fronte di quelli eterni ed immutabili di educazione all’armonia, al bello sui quali per secoli è stata costruita la nostra disciplina architettonica.

Disciplina, insegnamento…non ho fatto altro che inculcare il sacrosanto dubbio. Il tempo, non come risposta stilistica, la contemporaneità ma di scrittura, di rappresentazione. Ho sempre gettato il seme sull’assunto principale che: “la più ampia libertà non può che nascere dal più stretto rigore”. Ecco il valore della mia scuola che non ha fatto altro che sforzarsi di rendere vana la “libido aedificandi” legata all’ansia del solo progettare, per riattivare quei muscoli intorbiditi, salvandoli dal continuare a camminare come galline14.

Ma ecco la mia incapacità di ritrovare il mio tutto immutato, e ritorno sospinto lontano dai miei vizi e dalle mie virtù, volgendomi verso il contrappeso remoto degli astri dove nessun filosofo più nulla può dirmi15.

 Ti esorto: “non dimenticarti l’etica che ti ho insegnato”16.

Spoleto 09.03.2019

Note:

1 Margherite Yourcenar “Memorie di Adriano” ed. Einaudi 1997. L’idea è nata proprio dal  realizzare una lettera dell’impossibile. Ogni parte della lettera è la trasposizione di riflessioni che nuovamente combinate e ricomposte hanno dato forma a questa lettera.

2 Rivista “La Nuova Città” Ed. Alinea 1994 (fondata da Giovanni Michelucci)

3 Giancarlo Leoncilli Massi “La leggenda del Comporre” ed. Alinea 2002 

4 Paul Valéry “Eupalino o l’architetto” ed. Einaudi 1996

5 Giancarlo Leoncilli Massi “La leggenda del Comporre” ed. Alinea 2002

6 Orazio “Ars Poetica” ed. Fazi Editore. (vers. 44-46)

7 Costanzo Costantini “Fellini. Raccontando di me” ed. Riuniti 1996

8 Paul Valéry “Eupalino o l’architetto” ed. Einaudi 1996

9 Edgar Alan Poe “Filosofia della composizione” ed. BUR 1997

10 Paul Valéry “Eupalino o l’architetto” ed. Einaudi 1996

11 Giancarlo Leoncilli Massi “Composizione Commentari” ed. Marsilio 1985

12Carmelo Bene “Quattro Momenti su tutto il nulla; Momento 4  l’arte” ed. Rai Radio3 2002

13 Salvatore Vitale “Estetica dell’architettura” ed. Laterza 1967

14 Rivista “La Nuova Città” Ed. Alinea 1994 (fondata da Giovanni Michelucci)

15 Margherite Yourcenar “Memorie di Adriano” ed. Einaudi 1997

16 Giancarlo Leoncilli Massi. Dalla sua ultima telefonata fattami nel 2003, da allora in poi è stato sempre un dialogare attraverso brevi messaggi, cartoline e lettere.